










La difesa
della normalità

UNA CITTÀ n. 118 / 2004 Gennaio-FebbraioIntervista a Olga Baldassi Pezzoni
realizzata da Barbara Bertoncin
I BAMBINI NON SI ROMPONO
Una madre, che rimasta sola, ebbe l’intelligenza di buttare la figlia fuori dal nido; quando arrivò la macchinetta che permetteva di leggere i libri, e imparare le lingue, e allora il finlandese, il russo e l’inglese, e poi il lavoro all’Ibm, la maternità e la paura di non farcela. Quel modo di considerare i non vedenti, o uguali, e non lo sono, o diversissimi, e non lo sono... Intervista a Olga Baldassi Pezzoni.
Olga Baldassi Pezzoni, sposata, con un figlio, vive a Milano.
Sono nata e sono sempre vissuta a Milano. Dal ’54 al ‘68, mia mamma ha avuto un bar ristorante a Cusano Milanino; in quegli anni sono cresciuta con i miei nonni, tra l’altro proprio in questa strada, semplicemente sull’altro lato; dopo la cessione del bar ci siamo trasferite entrambe in questo palazzo. Quando mi sono sposata, nell’87, mia mamma ha deciso di lasciare a me la casa e trasferirsi in un appartamento più piccolo, in affitto. E’ morta cinque anni fa. Purtroppo. Mi manca tanto, era una persona eccezionale: mi ha cresciuto da sola, con i nonni e una mia zia. Mio padre infatti se n’è andato quando avevo un anno: aveva deciso che se non ci vedevo non potevo essere sua figlia. Che ci vuoi fare? Capita di tutto nella vita. Oggi tra l’altro mi trovo a pensare: meno male. Perché con una mentalità come la sua probabilmente non sarei neanche andata a scuola. Tutto sommato mi è andata benissimo.
Sono non vedente dalla nascita. Mia madre, al sesto mese di gravidanza, ha avuto la rosolia, la quale ha bloccato lo sviluppo del nervo ottico. Non se ne sono accorti subito; avevo circa sei mesi quando l’hanno scoperto. A quel punto è iniziato il calvario dei medici, che è durato qualche anno. Alla fine sono stata io a dire basta, non ne potevo più.
Trattandosi del nervo ottico, non avrebbero comunque potuto farci niente. Tuttora non c’è nulla da fare. E poi comunque, credimi, se anche oggi si potesse fare qualcosa, a me non interessa. A questo punto sarebbe un trauma pari a quello di uno che perde la vista da adulto. Avrei lo stesso tipo di problemi a livello psicologico, per cui, dato che invece ho raggiunto un mio equilibrio…
Onestamente a me oggi la vista non manca, neanche un po’.
Mi è mancata in passato, soprattutto durante l’adolescenza, per via dei libri, del leggere. Ricordo che avevo cominciato a accumulare libri nella speranza che un giorno a qualcuno venisse in mente di inventare qualcosa che mi permettesse di leggerli.
Quando ero piccola, infatti, c’era sì il braille, ma intanto i libri per non vedenti erano pochissimi e poi… immensi! Tonnellate! Io avevo la bibbia in braille, in inglese (da notare che in inglese usano un sistema abbreviato del braille, una specie di stenografia) ebbene, erano 70 volumi! E volumi tipo l’elenco telefonico!
Quando ho avuto l’Optacon, questa macchinetta che mi permette di leggere i libri normali, mi sono messa a inviare alle varie biblioteche o istituti tutti i libri in braille che avevo comprato o che mi avevano regalato: ho spedito 700 kg di materiale!
Comunque, a parte la mole, col braille il vero problema era che proprio mancavano i libri, c’era pochissimo. Io ricordo che volevo studiare il russo, lo volevo proprio tanto; ebbene, col braille per poter studiare il russo ho dovuto aspettare di aver imparato il finlandese.
Devo fare una piccola premessa; io sono evangelica, per scelta (la mia famiglia è cattolica); mio marito lo è di nascita. Nell’estate del ‘70 un gruppo di finlandesi era venuto in visita alla nostra chiesa e si era fermato un paio di settimane; eravamo stati bene così ci eravamo dati appuntamento per l’anno successivo; al momento di congedarsi loro si erano ripromessi di insegnare l’italiano a quelli che volevano venire. Io allora avevo detto: “Ma non è preferibile che uno di noi impari il finlandese piuttosto che venti-trenta persone imparino l’italiano? Imparo io il finlandese”. Loro ovviamente mi avevano riso in faccia: “Il finlandese non lo impara nessuno figurati se lo impari tu”. Così abbiamo fatto una scommessa: “Se quando torniamo sai parlare un po’ di finlandese vieni in Finlandia con noi”.
Ricordo che andai subito a comperarmi il Teach yourself Finnish alle Messaggerie musicali. Ce l’ho ancora. Era un libro normale, senza cassette, ma tanto avevo sentito loro e poi il finlandese si legge come si scrive… Avevo assoldato mia mamma e mia nonna affinché me lo dettassero, anche se le vere vittime erano le povere ragazze a cui allora davo lezioni d’inglese; in cambio delle ripetizioni si tenevano ciascuna ogni volta una mezz’oretta e mi dettavano.
In realtà si divertivano anche loro, e intanto facevano esercizio d’inglese leggendo a voce alta… così mi sono trascritta parte della grammatica, a mano, tra l’altro, perché non ho mai usato la dattilo braille…
Tuttora scrivo con una tavolettina e un punteruolo, che ho da quando facevo le elementari, si inserisce il foglio e poi col punteruolo si fanno i buchini…
La mia passione per il russo comunque non aveva alcuna motivazione politica. Era proprio solo ed esclusivamente un interesse linguistico. E’ una lingua bellissima. A me poi erano sempre piaciuti lo spazio, le ricerche spaziali, i racconti sugli astronauti russi… Mi ero anche iscritta a un club di radioascolto spaziale, costituito da un gruppo di medici di Torino, che produceva materiale per ragazzi, inviavano foto e cassette, anzi allora c’erano le bobine…
Sono anche andata a studiare in Urss, a Leningrado e a Minsk; in tutto ci sono stata un paio d’anni. La prima volta avevo portato il cane, poi però era troppo difficile gestirlo, così per il suo bene, oltre che per il mio, ho preferito andare da sola. Comunque ho sempre trovato qualcuno che veniva con me. Oltre al fatto che avevo anche trovato un ragazzo lì e quindi una mezza famiglia che rendeva tutto più facile…
Il fidanzato russo alla fine l’ho mollato, e per fortuna, perché visto come stanno andando le cose sono felice di non essere finita lì.
Nonostante avessi sempre detto che non avrei mai sposato un italiano -ho sempre pensato che fossero troppo provinciali, che avessero una mentalità ristretta- oggi ho un marito italiano, che a sua volta diceva che non avrebbe mai sposato un’italiana!
Ci siamo conosciuti nella chiesa che frequentavo allora, la Milan Bible Church, una chiesa internazionale, di lingua inglese, dove io ero l’unica italiana. Lui in quel periodo stava lavorando in Olanda; si presentò una sera con un’amica comune che veniva lì per fare un po’ di pratica. Ci siamo conosciuti, abbiamo fatto amicizia, poi è iniziata la storia, che a quanto pare è finita bene.
Marco si occupa di radiotelefonia mobile professionale, reti wireless, roba tecnologica insomma. E meno male, perché così la sera quando torna a casa può rimediare ai macelli che ho fatto durante il giorno…
Io ho imparato a usare il computer all’Ibm, però allora c’erano i sistemi grandi; i pc hanno cominciato ad arrivare sulle scrivanie della gente quando io sono andata in maternità. In seguito ho anche cercato di imparare da sola, ma quando è arrivato windows non mi sono mai veramente messa a studiare in modo sistematico, così ogni tanto, quando decido di fare degli esperimenti, combino dei pasticci immani, che poi tocca al figlio e al marito risistemare.
Le nuove tecnologie hanno sicuramente dato la possibilità a persone con abilità diverse o disabilità, chiamale come ti pare, di fare cose fino a pochi anni fa assolutamente inimmaginabili.
Ora anche nel campo della mobilità stanno cominciando a uscire i navigatori satellitari che però ovviamente non ti dicono se c’è un buco, non ti indicano l’ostacolo, anche se certo ti dicono dove sei. Un po’ l’equivalente del “mi fermo a guardare la cartina” piuttosto che “chiedo informazioni”.
Da quando sono uscita dall’istituto dei ciechi, a 14 anni, dopo le medie, io ho scelto come strumento di mobilità il cane guida; per me era innanzitutto una scusa per avere un cane, lo ammetto, e però effettivamente si è subito rivelata la soluzione migliore per poter andare in giro senza essere proprio sola; avevo una creatura viva che veniva con me, pur rimanendo sostanzialmente autonoma, nel senso che non ero costretta ad aspettare che qualcuno fosse disponibile ad accompagnarmi. Tanti il cane non lo vogliono, preferiscono usare il bastone, o essere accompagnati.
Ora, i navigatori satellitari saranno sicuramente utili però come ausilio extra, assieme al bastone, o assieme al cane, non al posto di. Lo dico perché qualche tempo fa su Repubblica era uscito un articolo sull’argomento che si concludeva con la previsione: “Così i cani guida andranno in pensione!”. Eh, voglio proprio vedere…
Ho un diploma di traduttrice. Ho iniziato facendo la segretaria in ditte piccole, dopodiché, per dieci anni, sono stata traduttrice all’Ibm.
Quando è nato mio figlio avevo 38 anni per cui, con l’idea di aver già dato abbastanza al mondo del lavoro, ho voluto provare a stare a casa e a occuparmene io. Dico “ho provato”, perché non era detto che ce la facessi; in caso contrario, dovendo pagare qualcuno, sarei dovuta tornare a lavorare.
Mi è andata bene così non sono più tornata all’Ibm. Oggi lavoro solo a titolo volontario. Il fatto di poter utilizzare le mie conoscenze e competenze al servizio di chi magari non si può permettere delle ripetizioni, o una traduzione mi piace e mi gratifica. Preferisco non essere pagata, intanto perché non mi piace lavorare in nero, e poi perché preferisco mettere in atto degli scambi, del tipo: “Io ti do delle lezioni di inglese e tu quando hai due minuti magari vieni con me a fare una commissione”. Una sorta di banca del tempo. Questo tra l’altro permette anche un recupero del rapporto umano, perché dietro non c’è solo la moneta.
A volte addirittura propongo: “Ok, io faccio questo per te e tu fai qualcos’altro per qualcun altro”, così la catena della solidarietà va avanti.
L’Optacon è stata “la” svolta della mia vita. Ho finalmente potuto leggere i libri “normali”. Che cos’è? Provo a descriverlo. E’ un marchingegno portatile che, completo di batteria (il modello più grande) pesa un chilo e otto. Quello nuovo pesa 900 gr. A vederlo potrebbe assomigliare a un registratore da tavolo, a un’autoradio. E’ dotato di un sensore con due lampadine a specchio che “vedono” il contrasto tra il bianco e il nero nel foglio, e di due rullini per lo scorrimento sulla carta; c’è anche uno zoom che permette di ingrandire e rimpicciolire i caratteri. Attraverso un cavetto, il tutto è collegato al corpo della macchina, dove c’è una matrice tattile formata da 144 aghettini molto sottili che vengono fatti sollevare e ridiscendere proprio dal contrasto tra il bianco e nero dei caratteri, dello scritto insomma. Funziona secondo il principio dello scanner. Ci sono poi due manopole che permettono di regolare il rilievo, maggiore o minore, e anche lo spessore delle lettere, un po’ come la luminosità e il contrasto. Questi aghetti vengono su e riproducono la lettera, non il carattere in braille, proprio la lettera che c’è nel testo…
Per usarlo ho fatto un corso, in cui ti insegnavano l’alfabeto, ad andare dritti, a leggere i vari tipi di libro o giornale, le colonne di un quotidiano ad esempio, o un elenco telefonico.
Devo anche dire che non ha avuto molto successo questa macchina. Io il perché non l’ho capito. Certo per me è stata la vita, e per pochi altri anche, però per la maggior parte no. Dicono che ci si stanca; all’inizio in effetti dà un po’ fastidio al dito; poi dicono che si va troppo lenti…
Resta il fatto che per leggere i libri normali allo stato attuale alternative non ce ne sono, se non scanner e computer. Che poi, anche in questo caso, uno screen reader che mi legga l’ebraico, per dire, ancora non l’ho trovato. Cioè, dopo aver scannerizzato un libro c’è comunque il problema di decodificare il testo in braille.
Insomma, se non dovessero più fare queste macchinette -già adesso non le aggiustano più- io sarei morta. L’Optacon infatti riproduce esattamente la forma, il carattere che c’è nella pagina… potrei leggere anche il cinese. Invece col computer tutto dipende dalla decodifica via software. E poi devi proprio avere una stazione di lavoro, che costa… Non è lo scanner, che ormai è accessibile, sono i software il problema, anche perché i software modificati sono costosi. Io infatti lavoro con delle demo che mi si chiudono ogni 40 minuti, e pazienza.
Oggi, comunque le tecnologie legate al computer sono in continua evoluzione. La prima barra braille io l’ho avuta nell’89, proprio mentre stavo per lasciare l’Ibm. E’ un affare che si infila sotto la tastiera e che attraverso un software particolare ti riproduce in braille quello che c’è scritto sullo schermo. Poi sono cominciate le sintesi vocali. Io oggi uso un po’ il misto, anche se in generale preferisco il braille, semplicemente mi distraggo di più ascoltando una voce. Ormai sono abituata a leggere con le mani, a sentire con le dita…
Le barre braille costano dai 3600 ai 4000-5000 euro. Le Asl ti danno circa 2500 euro come contributo ad hoc. La sintesi vocale invece è inclusa nel software che legge dallo schermo. Poi c’è lo scanner più il software per lo scanner…
L’Optacon (Optical to Tactile Converter) è stato progettato intorno al 1963 presso l’Università di Stanford, California, dal Prof. Linvill, un ingegnere elettronico americano che aveva una figlia non vedente. L’ha inventato per la figlia, che oggi fa la ricercatrice; io l’ho conosciuto.
Solo che ha fatto un errore. Io sono per la libera circolazione dei saperi, in maniera assoluta e totale. Queste invenzioni dovrebbero essere a disposizione dell’umanità, patrimonio dell’umanità, non dovrebbero essere soggette a monopolio. Invece lui ha commesso l’errore di darne il monopolio a una ditta americana che successivamente si è consorziata con la Canon, imponendo dei costi altissimi; la conseguenza è stata che ne vendevano meno di cento all’anno in tutto il mondo, per cui hanno interrotto la produzione.
Pensa che il primo Optacon, a mia nonna, che me l’aveva regalato, costò tre milioni. Era il ’77, l’anno in cui abbiamo comprato questa casa per 18 milioni.
Questa macchina, tra l’altro, aveva un potenziale secondo me immenso se avessero continuato a svilupparne la tecnologia, perché avrebbe potuto funzionare essa stessa da scanner; si sarebbe potuto fare in modo che mentre uno leggeva il libro lo scannerizzava e lo metteva nel computer. E viceversa. Infatti avevano fatto un software per cui potevi anche leggere dal video, dallo schermo, grazie a una telecamera…
Oggi per fortuna esistono comunque anche le biblioteche digitali, che secondo me sono il massimo! Io uso soprattutto quelle dell’Istituto Cavazza e della fondazione Galliano. Per usarle occorre un’iscrizione con certificato di invalidità, dopodiché puoi scaricare quello che vuoi. Sono completamente gratuite, hai un nome e una password per accedere al catalogo e prelevare i libri che desideri. E lì c’è un po’ di tutto, ce ne sono tanti, si va da Harry Potter a saggi di filosofia, politica, narrativa…
Si tratta di file formato testo, zippati, con l’indice e tutto. Tra l’altro se tu interrompi la lettura, poi quando riapri il file ti ritrovi al punto in cui l’avevi lasciato. Ora si potrebbe utilizzare anche il Pdf perché gli screen reader nuovi lo leggono, però normalmente nelle biblioteche digitali i libri sono ancora in formato testo.
Insomma, le possibilità oramai sono tante; se poi qualcuno si scannerizza dei libri, li può mettere a disposizione. Esiste anche una lista di scambio libri…
Entrare all’Ibm è stata una vera odissea. Avevo presentato la domanda dopo che la ditta per cui allora lavoravo aveva chiuso. Solo che si verificò subito un ostacolo: non potevo iscrivermi alle liste del collocamento obbligatorio per gli invalidi civili. Un articolo della 482/68 stabiliva infatti che per i non vedenti che non fossero massaggiatori o centralinisti (che avevano già degli albi loro), si sarebbe provveduto con normative a parte. Cosa che però non era mai stata fatta. Quindi anche se all’art. 1 c’era scritto che i ciechi avevano diritto al collocamento obbligatorio, di fatto quest’altro articolo ti impediva, proprio per mancanza di normative, di accedere a professioni diverse perché non potevi iscriverti al collocamento, non ne avevi diritto.
Cos’ho fatto io secondo te? Causa al ministero del Lavoro. Per poter lavorare! Causa vinta in primo e in secondo grado.
Durante il primo grado io ero in Urss a studiare. Poi invece successe una cosa strana. A un certo punto infatti ero finita a lavorare come trimestrale al palazzo di giustizia; battevo a macchina le sentenze con qualcuno che mi dettava… così, io ero lì, visibile a tanti, anche ai magistrati, che vedevano che pur essendo non vedente potevo lavorare. Quando ci fu la sentenza io andai in aula ad ascoltare, e ricordo che il presidente del collegio vedendomi -non avevano capito, non sapevano si trattasse di me- esordì: “Ah, signorina, è venuta a sentire la sentenza della sua collega?” e io: “Veramente è la mia”, “Ah, però! Non lo sapevo”. Ebbene, ho poi saputo, me l’hanno detto, che loro anche nella redazione delle motivazioni avevano proprio pensato a me, perché vedendomi tutti i giorni… E’ stata davvero una strana coincidenza. Così ho vinto il secondo grado, dopodiché mi hanno iscritto alle liste e l’Ibm mi ha potuto assumere.
Poi questa sentenza è finita nella giurisprudenza italiana.
Pensare che una persona non vedente sia uguale agli altri, che possa fare tutto senza differenze, è altrettanto pericoloso che pensare che non possa fare nulla. Perché se tu pensi che io sia esattamente uguale a te ovviamente non predisporrai niente per favorirmi, per far sì che io possa davvero fare le stesse cose che fai tu. Perché io non posso fare le stesse cose che fai tu nel modo in cui le fai tu.
Ecco, perché è giusto parlare di diversa abilità più che di disabilità, perché io, per il fatto che non ci vedo, certo sono inabile a vedere, però non è che non posso cucinare, per dire, o pulire la casa o stirare. Posso cucinare, pulire la casa e stirare, e però questo a me comporta un impiego di energia molto superiore, di concentrazione, di tempo…
E’ per questo che esiste l’indennità di accompagnamento, che viene data -come si diceva ai tempi nella legge, con un’espressione orrenda- “al solo titolo della minorazione”. Perché non si può non tener conto del fatto che io le faccio le cose, anche senza bisogno dell’accompagnatore, e però ho bisogno di strumentazione diversa, molto più costosa. Quindi, dire: “Tu sei esattamente uguale a me” è ipocrita; cioè io sono uguale a te nel senso che ho pari dignità. Però ho le mie esigenze che sono diverse perché diversi sono i modi di fare le cose. Detto questo, è vero, si tratta di una lotta per la normalità. Io tra l’altro non sono una che si butta.
Certo, sono una persona che non si arrende, ma so che qualsiasi sfida non riguarda solo me, il risultato rischia di compromettere il futuro e la credibilità anche degli altri non vedenti. E’ delicato. Io fortunatamente ho avuto una buona “scuola”: mia madre mi ha sempre buttato fuori dal nido. L’ambiente, l’infanzia, in questo senso sono stati decisivi. Ho avuto dei compagni di scuola assolutamente fuori di testa, che facevano dei giochi pericolosissimi, tipo scendere dalla ringhiera a cavalcioni o andare in piedi sull’altalena e che pur di non escludermi -questi pazzi!- facevano delle prove, per cui prima uno di loro si bendava gli occhi… Ti rendi conto? Col rischio di ammazzarsi, imparavano prima loro la tecnica, e poi la insegnavano a me. E certo nessuno aveva detto loro di farlo, anzi se l’avessero scoperto... Insomma, forse sono stata anche fortunata nella vita. Certo, i problemi li ho avuti, però, oltre alla faccia tosta e al carattere per affrontarli, ho sempre trovato delle persone che mi hanno aiutato ad affrontarli; forse dipende molto da come ti poni…
Se poi però pensi che il carattere si forma anche su quello che ti capita, è un po’ un cane che si morde la coda… A me è andata bene.
Ora anche sposarsi, avere una famiglia è diventato normale, ma quando io ero bambina non era così. Tieni conto che io mi sono fatta nove anni di collegio, perché era obbligatorio, non c’era ancora l’inserimento dei ragazzi nelle scuole pubbliche; è iniziato quando io ho finito le medie.
Io del collegio comunque ho dei buoni ricordi, per me non è stato traumatico, soprattutto perché io sapevo di non essere stata “cacciata” in collegio perché la mia famiglia non mi voleva o non mi poteva tenere, o si vergognava di me. Semplicemente non si poteva fare altrimenti: se volevo studiare era l’unica possibilità che c’era. Credo abbiano sofferto più i miei di me. Come preparazione poi è stata ottima. Lo stesso fatto di non essere “chiocciati” più del dovuto dalle famiglie, perché per una buona parte dell’anno eravamo fuori, è stato positivo perché ci ha fatto acquisire una maggiore autonomia.
La cosa curiosa è che il collegio era a dieci minuti da casa mia, ma essendo residenziale, io comunque tornavo a casa solo al sabato e alla domenica.
I primi tre anni addirittura tornavo una volta al mese, poi, dalla terza elementare, tutti i sabati.
Io ero terrorizzata del parto. Quando però ho scoperto di essere incinta mi sono detta: “Beh, ormai è lì e da lì deve uscire”. Insomma in qualche modo mi sono tranquillizzata.
Anche rispetto alla salute di mio figlio ero tranquilla perché sapevo e so che il mio non è un problema genetico, bensì un incidente di percorso, e comunque nell’eventualità io sapevo anche come fare.
Pur avendo seguito un corso pre-parto con un’associazione dell’Arci che promuoveva il parto a casa, in cui c’erano queste ostetriche che avevano un approccio molto naturale, contrario a qualsiasi forma di medicalizzazione, alla fine ho dovuto subire un cesareo e il bambino è stato portato in patologia perinatale per tenerlo sotto osservazione. Questa è stata la mia fortuna perché lì c’erano solo due bambini, il mio e un altro, così le puericultrici hanno avuto tutto il tempo di addestrarmi a vestirlo, cambiarlo, a fargli il bagno, proprio tutto; mi hanno poi spiegato che i bambini non si rompono… Insomma, quando dopo una settimana sono tornata a casa ero tranquilla. E soprattutto avevo una certa sicurezza nella gestione. Certo, poi ho vissuto sempre anche questa esperienza alla giornata; nel caso peggiore avrei preso qualcuno e sarei tornata a lavorare; mi sono sempre tenuta questa porta aperta, ho preso l’aspettativa non retribuita, però ho tenuto il posto fino a che il bambino non ha avuto tre anni.
Anche perché all’Ibm mi ero trovata bene, pensa che mi avevano addirittura modificato un tavolo di quelli per il proiettore delle diapositive, che hanno un buco dentro, e ci avevano inserito un video con lo schermo in su, che potevo inclinare come volevo; potevo fare come si trattasse delle pagine di un libro, in orizzontale appunto.
Era un sistema che avevamo escogitato noi, io coi colleghi della manutenzione Ibm.
Quando ho lasciato l’Ibm tra l’altro mi hanno lasciato le attrezzature che utilizzavo in ufficio, come liquidazione, che in quel periodo erano l’equivalente di 32 milioni di roba; a me è andata bene, a loro pure.
Quello che mi piacerebbe, come persona non vedente, sarebbe di non dover per forza rimanere nel ghetto. E per ghetto intendo non essere costretta a ricorrere per forza ad associazioni di categoria. A me piacerebbe poter andare in libreria e dire: “Vorrei quel libro su cd” o addirittura che l’editore mi mettesse a disposizione sul proprio sito il catalogo e il libro scaricabile, acquistabile on line.
Oggi escono tutti questi cd rom, enciclopedie digitali, ecc. tu dici: “Oh, che bello!” e invece no, perché i software che usano non sono compatibili con i nostri screen reader, col braille…
Anche i quotidiani, per dire, perché per leggerli on line devo andare nel sito dell’istituto Cavazza? Io sono un cittadino, perché non devo poter usufruire anche del patrimonio generale, quello di tutti? Perché devo sempre andare su qualcosa di speciale e di specifico? Perché, invece, non posso andare sul sito di Repubblica, che è un casino girarlo tra l’altro; è uno dei peggio fatti se devo dire la verità, proprio una cosa allucinante, pazzesca!
Com’è vivere a Milano? Beh, barriere ce ne sono, però col cane ti muovi abbastanza. Per un non vedente poi le barriere architettoniche non sono un grosso ostacolo. Certo, resta il problema delle macchine parcheggiate sul marciapiede…
A me piacerebbe che ci fossero dei semafori acustici; a Milano non solo ce ne sono pochissimi, ma per usarli devi avere un telecomando.
Invece sarebbero importanti perché il cane si limita a seguire il flusso del traffico, o delle persone; questo significa che se anche è rosso e c’è un pedone che attraversa perché in quel momento è libero, il cane parte…
Ora nella metropolitana hanno approntato una pavimentazione diversa, con dei percorsi. Una cosa che invece non riusciamo assolutamente ad ottenere sono gli annunci delle fermate sugli autobus, i tram e la metropolitana. Non c’è santo, l’Atm non lo vuol fare; dice che disturba la gente. Tra l’altro sarebbe comodo non solo per chi non ci vede ma anche per chi non conosce la città. Invece così devo rimanere concentrata tutto il tempo e tenere il conto delle fermate, o chiedere. Ma già chiedere è diventato un problema perché adesso su autobus e tram ci sono tutti questi ragazzi in contratto di formazione che quando vengono da vicino arrivano da Napoli, per cui non sanno rispondere.
Quando mio figlio era piccolo, io avevo un cane eccezionale, per cui usavo il marsupio. Fino a che ha avuto un anno, l’ho portato nel marsupio; poi sono passata a uno zainetto-passeggino, del tipo con le ruotine e la maniglia che ti tiri dietro a mo’ di carrellino del supermercato; infine da quando ha iniziato a camminare manina e via. Mio figlio era talmente abituato a farsi guidare dal cane e da me, che non guardava neanche dove andava, sbatteva dappertutto! In compenso ha imparato a usare molto anche gli altri sensi, a usare le orecchie, a riconoscere suoni e voci anche senza vedere le persone. Qualche cosa di più gli è rimasto insomma.
Credo sia venuto su anche più responsabile, più maturo per certi versi; certo è ancora un ragazzo, quindi con tutti i problemi della sua età, però si sa gestire molto meglio di tanti suoi coetanei, è molto più autonomo e questo nella vita è una risorsa. Fin da piccolo, guardando mia madre, ha imparato a stirare, mi dà una mano; tante volte mentre io stiro le camicie con la pressa, lui si mette in sala col ferro e mentre guarda i cartoni animati mi stira le cose piatte; io poi lo pago bene, perché ovviamente chi lavora dev’essere pagato. Insomma, se non ha altri impegni, capita che ci mettiamo qui e intanto che chiacchieriamo sistemiamo la casa, una stira, l’altro passa l’aspirapolvere, e via che andiamo…
Haïm Vidal Séphiha
Papa Chissokho
Louisette Ighilahriz
Maria Josè Gonzales
Ester Fano
Giuliana Ciani
Lucia Calzari
Adriana Musella
Elisabeth Seebacher
Dorina Palmieri
Françoise Rudetzki
Mariella Gramaglia
Nelly Norton
Giuseppe Laterza
Mordechai Morale Bar-on
Ali Abu Awad
Silvia degli Alberti Marsoni
Stefano Majnoni


















