










La difesa
della normalità

UNA CITTÀ n. 116 / 2003 OttobreIntervista a giovani di Barra, Napoli
realizzata da Katia Alesiano, Ciro Naturale
I GIGLI DI BARRA
Ragazzi che vorrebbero far qualcosa per il loro quartiere, contrastando il codice dominante che ha nella forza il suo fondamento, che accetta una gerarchia feudale, che vuole la sottomissione delle ragazze. Un quartiere dove si paga il pizzo, anche per i lavori che uno fa in casa propria. L’umiliazione di stare al bar, di andare a una università che non servirà a nulla. A parlare un gruppo di giovani di Barra.
I ragazzi di Barra che hanno partecipato alla chiacchierata sono Savio Basile, di 24 anni, iscritto a un corso di formazione metalmeccanica; Nazareno Belvedere, macellaio di 24 anni; Veronica Esposito, studentessa di lingue ventunenne; Pietro Veneruso, disoccupato di 22 anni e suo fratello Ciro, ventitreenne studente di lettere; Ciro Conte, ventenne geometra, che ora vive a Ponticelli. Era presente all’incontro Ciro Naturale, trentenne laureando in filosofia.
Savio. Cosa significa vivere a Barra? Barra è il posto dove abbiamo sempre vissuto, dove ci sono la nostra casa e i nostri amici, ma è anche un posto che ci pesa, col quale non ci identifichiamo. Eppure io, se mi allontano, ne sento la mancanza.
Pietro. Essendo cresciuto a Barra io non la vedo così male come le persone di fuori, non ci sto bene, ma nemmeno male, ci si abitua. Crescendo in un posto così ti abitui a tutte le cose negative...
Veronica. Noi viviamo qui come se in questa Barra ci fosse un posto tutto nostro, un posto che ci siamo creati noi che siamo cresciuti insieme e abbiamo preso la strada “buona”.
Savio. E’ che noi, a differenza di altri nostri amici, abbiamo avuto alle spalle una famiglia forte, genitori normali, che pensavano ai figli. Mio padre è un dipendente dei Beni artistici e culturali, mia madre sta in casa, non ci sono mai stati dei grossi problemi, ho una sorella e un fratello più piccolo.
Veronica. Forse sono anche famiglie meno ignoranti delle altre, perché il problema a Barra è l’ignoranza, i pregiudizi, pure il fatto di mostrarsi, nel senso che qui si seguono le mode, tutti cercano di uniformarsi al modello di vita vincente...
Nazareno. Alle ragazze piace il ragazzo che è stato in galera o che si droga il sabato sera, quello che sa usare la violenza, oppure che ruba (perché a Barra di ricchi non ce ne sono).
Ciro V. Solo se ti comporti in una determinata maniera e fai parte di una determinata categoria riesci ad essere rispettato e a predominare sull’altro, perché quello è il modello: invece di guadagnarsi il rispetto degli altri rispettandoli a loro volta, lo si ottiene con la forza.
Veronica. E il problema più grande è che comunque questi modelli continuano a essere seguiti: ci sono ragazzi che lavorano, ma il loro modello resta quello che va a rubare e usa violenza con tutti. Chi la pensa come noi è una minoranza.
Savio. Io non lo credo, semmai il punto è che il buono si vede meno del marcio, la maggior parte dei ragazzi di Barra sono come noi. E’ che a Barra ci si sente insicuri, è un quartiere periferico in tutti i sensi, è sempre stato così.
Ciro V. I ragazzi di Barra hanno una pluralità di problemi che si ripercuotono uno sull’altro: la famiglia, il fatto di non avere possibilità di guadagno regolare, l’influenza del gruppo. Barra è un cumulo di disagi, ma anche per me alla base di tutto c’è l’ignoranza e la violenza che ne deriva.
Savio. In genere i più violenti poi sono proprio quelli che non riescono neppure ad uscire dal quartiere, perché fuori non si sentono nessuno.
Ciro V. Molti ragazzi che hanno storie difficili però ci rispettano perché siamo persone semplici che non approfittano del fatto di essere di Barra per fare i violenti. Vedono che stiamo sempre assieme, si avvicinano a noi, ci cercano perché vedono che con noi è possibile avere un dialogo.
Savio. Tra noi non si parla solo delle macchine, della droga, del giro a Napoli o delle ragazze.
Pietro. Sì, ma non è che noi siamo meglio di loro. Noi siamo come loro.
Veronica. Noi parliamo, la differenza è questa, loro invece non parlano tra di loro. Sono la testimonianza vivente che a Barra non cambia niente, ragionano come si ragionava 50 anni fa, le loro vedute non si sono minimamente ampliate. Per loro ad esempio l’amicizia tra uomo e donna non può esistere, io la sento la loro malizia.
Ciro V. Le cose non cambiano perché chi riesce ad emergere tende ad allontanarsi, non vuole più avere nulla a che fare con Barra. Barra è il passato, un passato buio, che non offre possibilità d’uscita; solo chi riesce ad allontanarsi può veramente emergere.
Noi forse siamo gli unici che tentano di fare qualcosa per il proprio quartiere; in genere chi riesce a fare l’università o a raggiungere un certo livello di qualità di vita tende ad allontanarsi e a lasciarsi indietro le origini, i primi amici, le prime ragazze. Per me è un atteggiamento sbagliato e le conseguenze purtroppo si pagheranno col tempo. Noi dei progetti per il quartiere li avremmo, ma non abbiamo i mezzi per realizzarli, neppure l’ascolto riusciamo a ottenere.
Nazareno. Vorremmo aprire un circolo, aperto a tutti, ma in cui vengano rispettate le nostre regole. Cioè chi vuole venire al nostro circolo a fumarsi le canne o cose del genere deve essere sbattuto fuori. Per regole intendo fondamentalmente il rispetto delle persone, anche nel piccolo; se ad esempio tu fumi e a me dà fastidio nel circolo non lo fai. La prepotenza deve stare fuori, anche se per molti qui è la norma.
Ciro V. Forse è solo l’unico strumento che hanno a disposizione i tanti ragazzi che non possono scegliere.
Veronica. Non sanno proprio ragionare, non hanno mai imparato a farlo. Prendiamo la mia migliore amica, lei è stata sette anni con un ragazzo, uno che ha già una vita alle spalle… diciamo che il padre non era il fior fiore del quartiere, è morto che lui era piccolo e non ha neppure fatto in tempo a conoscerlo, ma tutti gliene hanno sempre parlato come di un mito e così lui ha voluto seguire quest’immagine, e oggi usa droghe, picchiava la mia amica e lo fa anche adesso che si sono lasciati, perché non sa perdere, e allora sfoga così la sua rabbia. Lui dentro sa di essere un fallito, ma con questa ragazza vicino si sentiva un po’ più valutato; adesso che l’ha persa deve fare i conti con la sua nullità.
Ciro N. Lui è figlio del boss di Barra, ha introiettato il modello del padre.
Veronica. Quello che è grave è che questo modello glielo hanno voluto far crescere intorno. Lui aveva due anni quando il padre è morto, quindi l’ha conosciuto solo attraverso i racconti del quartiere: ancora oggi tutti lo nominano come un dio, secondo loro era uno dei migliori, perché a Barra non faceva entrare niente… anche se i suoi affari li faceva da altre parti. Ecco, dopo dieci anni valutano ancora questa persona.
Savio. Comunque non è questo il tipo di rispetto che cerchiamo noi, nel rispetto non si fanno differenze. Io ad esempio vengo rispettato perché sono me stesso, non perché ho offerto una serata di cocaina. Per loro invece il rispetto è solo apparenza, infatti appena si allontanano cominciano a parlar male degli altri. Il loro rispetto è una forma di opportunismo, un dare per avere. All’origine c’è l’insicurezza, che non ti dà la forza di affrontare determinate cose. Forse l’unica soluzione sarebbe la scuola.
Veronica. Non credo. Qui ci sono anche persone che vanno a scuola, ma restano nell’ignoranza; sono come i cavalli: tirano dritto e basta senza guardarsi intorno, nel senso che non riescono ad accettare le opinioni degli altri.
Savio. Invece per me è un po’ più complicato: loro sanno benissimo a cosa vanno incontro, non si tratta d’ignoranza, è quasi rassegnazione, è insicurezza.
Ciro V. Qui c’è un ragazzo che frequenta la zona dove ci ritroviamo, che è di buona famiglia, gente che lavora, eppure si è ritrovato con degli amici… In questo caso non è la famiglia né l’ignoranza.
Veronica. Infatti è anche questione di carattere: nessuno di noi si sente sicuro al 100%, ma questo non è un buon motivo…
Savio. Però parlare di carattere è generico: molti di loro hanno problemi economici eppure la mattina non si alzano, non si attivano, non escono a cercare qualcosa da fare. E’ solo perché sono pigri?
Nazareno. Non sanno neppure divertirsi, per loro il divertimento è la droga. Il sabato sera, quando scendiamo per andare a ballare, loro si devono andare a drogare.
Savio. Ma questo non succede solo a Barra. E’ che noi di Barra, in più, siamo isolati, non abbiamo nessuna struttura di riferimento, non un’istituzione. Per fare un esempio, Ciro aveva in mente di aprire una biblioteca, qui al centro; già il pensiero di aprire una biblioteca a Barra… ma non esiste proprio! Chi ci viene?!
Veronica. Comunque sarebbe un ritrovo, si potrebbe formare una cerchia di ragazzi che potrebbero iniziare a fare qualcosa. Le motivazioni ci sono, io credo che molti ci andrebbero.
Savio. Stiamo in un posto dove per trovare un cinema bisogna andare lontano, a San Giorgio. Non c’è un pub, non c’è niente, c’è un teatro ma è abbandonato.
Nazareno. E’ colpa della camorra, se io apro un’attività e devo lavorare per pagare loro, che fatico a fare?
Ciro V. Barra è come un piccolo feudo, un territorio dove il feudatario amministra anche la giustizia. Purtroppo qui siamo rimasti al medioevo.
Ciro N. Io penso che a Barra manchi soprattutto un senso di protezione, di accompagnamento, in particolare da parte delle istituzioni, perché questi sono ragazzi che hanno famiglie problematiche, ragazzi che hanno la morte dentro. A Barra si arriva a livelli d’aggressività che sono veramente estremi. Io tengo sempre l’occhio sul marciapiede e so cosa succede; ho un cognato di 21 anni che ha il padre in galera. Qua i ragazzi hanno ancora forte il senso di appartenenza, il legame col proprio cognome, il fatto di doverselo “meritare”. Allora l’unico modo per dimostrare di valere è essere prepotenti, non tirarsi indietro, raccogliere sfide e lanciarle. E’ un’appartenenza anche territoriale: si va a fare a mazzate con quelli di San Giovanni, e i ragazzi di San Giovanni partono in motorino e vengono a Barra ad aggredire e magari a simulare delle sparatorie; negli ultimi due anni ci sono stati anche dei morti per queste risse tra adolescenti.
Mio cognato sono due anni che continua a fare risse; non appena vede qualcuno di fuori non perde l’occasione per lanciare una guardatina storta o altre provocazioni e farci a mazzate, così dimostra di avere il coraggio di affrontare anche il figlio di don Rodrigo, del boss. Ha portato a casa qualcosa come 12 o 13 risse negli ultimi due anni; s’è beccato tre coltellate in via Manzoni, a San Giovanni; un suo amico invece in quella via c’è morto sparato, si chiamava Cesarino e aveva solo 17 anni. Le risse sembrano non aver fine: ognuno mette in gioco i suoi rapporti di forza, le sue relazioni nell’ambito del quartiere, per cui se io appartengo a Saverio lo vado a chiamare, e se Saverio è orgoglioso e si sente offeso nell’onore decide di intervenire. Ultimamente un ragazzo, Enzolone, s’è suicidato buttandosi dal balcone; aveva solo vent’anni; era è quello che stava sul motorino con Cesarino quando gli hanno sparato, il vero obiettivo era lui. Dopo la morte di Cesarino tutto il quartiere gli si era rivoltato contro, lo accusavano di averlo trascinato in una rissa e averlo fatto morire al posto suo. Proprio i peggiori, quelli che normalmente sono i primi a scatenare le risse, erano i suoi accusatori più spietati. Così si è trovato isolato e ha cominciato a uscire di testa. Una settimana fa è sceso in strada e ha fatto l’ennesima piazzata prendendo a schiaffi un ragazzo per una cretinata, una guardata o qualcosa del genere; a questo punto è intervenuto il tribunale di quartiere, il sistema che ci governa, gli sgherri del don Rodrigo di turno. Sono andati a casa sua e gli hanno detto che quello era l’ultimo avvertimento. Lui, che aspirava ad essere reclutato e fare la militanza nel sistema, si è visto perduto ed è impazzito, ormai non poteva nemmeno più uscire di casa, per questo s’è buttato dal terrazzo. Ecco cosa intendo per livello d’aggressività alto: situazioni in cui il passo da una rissa a una tragedia è impercettibile. Ormai trascorro il tempo ad inseguire mio cognato per poter intervenire in tempo, cerco di mediare, di placare l’esasperazione, di far passare la discussione dal piano dei rapporti di forza a quello della conoscenza, insisto sul fatto che ci si conosce da anni, che si è dello stesso quartiere, che possiamo risolverci i problemi senza ricorrere a don Rodrigo, che non vale la pena di mettere in mezzo le famiglie per liti di ventenni…
Pietro. Io insisto: anche loro sono come noi; anch’io mi sento insoddisfatto, solo che reagisco diversamente, però la pazienza a volte ha un limite. Io ad esempio ho lavorato anche al Nord, a Vicenza, a Pordenone, ho fatto l’elettricista, persino il venditore di cartelle del bingo, sono stato in un cantiere, e mi fa molta rabbia vedere che fuori è molto facile trovare lavoro; nell’arco di una settimana l’agenzia ti chiama per proporti qualcosa. Qui a Napoli invece puoi stare mesi e mesi senza trovare niente, come mi sta capitando adesso. Perché sono costretto ad andarmene se io voglio rimanere qui? Ho 22 anni e ancora non riesco a vedere un futuro per me, qui non me lo posso creare, e questo mi fa una grande rabbia, perché qui c’è tutto, i miei amici, la famiglia, e mi piace anche come posto.
Prendiamo Pordenone, non è brutto, ma non ci stavo bene, forse anche perché era la prima volta che lasciavo casa, avevo una nostalgia terribile, ci sono stato solo tre mesi, non sono durato, anche se avrei avuto bisogno di lavorare. Adesso sto pensando di andarmene di nuovo, perché così, senza fare niente, non ci posso stare. La mia giornata tipo è tragica e poi anche solo per stare al bar dove ci troviamo ci vogliono soldi in continuazione; credo che sia normale, siamo ragazzi giovani e abbiamo bisogno di divertirci, io però, non avendo i soldi, la vivo molto male, non avrei neanche a chi chiederli, nella mia famiglia nessuno lavora, né io né Ciro né mio fratello più piccolo, quello che gioca a pallone. Mi sento un peso per la mia famiglia e questo mi fa molto male. I miei si arrangiano come tutti, ma formalmente sono disoccupati anche loro. Arrangiarsi vuol dire che mia madre è casalinga però qualche volta fa l’ambulante di vestiti in nero, e mio padre si arrangia trovando qualche lavoretto, tirando a campare. La situazione di casa nostra è sempre stata così e non è molto diversa da quella di tante altre famiglie del quartiere.
Ciro V. Io, nonostante tutto, ho voluto iscrivermi all’università. Certo non è facile, cerco d’arrangiarmi, in passato era più semplice trovare dei lavoretti da fare per un paio di giorni la settimana, così da poter frequentare; adesso invece non sto trovando niente, così anche riducendo al minimo le spese faccio fatica, e non sono solo le tasse... Cerco di farmi prestare i libri o faccio fotocopie, alcuni però li devo proprio comprare, così succede che rimango dei mesi senza libri perché proprio non ho i soldi, e resto tagliato fuori. Ho la maturità del linguistico, quindi per me trovare lavoro sarebbe stato comunque difficile perché non ho una qualifica professionale. L’università però non è un ripiego, è proprio una cosa mia, un appagamento; io sono assetato di cultura, sono come una spugna, ho un bisogno quasi fisico di assorbire. Devo dire che è stato un professore in particolare a farmi nascere dentro questa voglia di cultura.
Oggi studiare è il mio sogno; faccio Lettere ma non per fare il professore, mi piacerebbe lavorare in una biblioteca, in un archivio o in qualche museo, per questo mi sto specializzando in storia e storia dell’arte, faccio anche degli esami d’italiano e di linguistica per riservarmi la possibilità d’insegnare, però il mio sogno è d’ammuffire tra i reperti di un museo; vorrei fare una tesi sul Medioevo, anche se nell’arte amo soprattutto il Rinascimento, comunque è presto per pensarci, mi mancano ancora 12 esami. Mi piace il Solimena, qui a Barra, nella chiesa di San Domenico, abbiamo un suo dipinto, anche se onestamente devo ancora andarlo a vedere. Barra non è un quartiere così degradato, nel nucleo storico ci sono alcuni bei palazzi del XVIII e XIX secolo, a cercare bene forse si trova pure qualcosa di più vecchio. Abbiamo Villa Salvetti che è di fine ‘700, la stanno restaurando e forse ci faranno una biblioteca.
Hanno sbagliato il colore, un brutto rosa confetto in luogo del rosso pompeiano originario, però se ce la dessero in gestione ce la prenderemmo anche così, sarebbe il massimo. Io sono andato alla circoscrizione a chiedere come fare, ma nessuno mi sapeva dire a cosa intendessero destinarla, se sarebbe stata una biblioteca privata o un polo universitario o una sede per la Fao; ora è quasi finita, può darsi pure che blocchino tutto per un paio d’anni in attesa di decidere l’uso. Io vorrei almeno sapere se c’è qualche possibilità anche per noi e che domande dovremmo fare.
Savio. Mio padre ha sempre lavorato al museo di Capodimonte, uno dei più importanti d’Italia, e mi raccontava che un giorno un visitatore si avvicinò a uno dei custodi, uno appena assunto, e gli chiese dov’era il Masaccio; quello gli rispose che doveva essere in ferie perché lui non l’aveva ancora visto. E’ questa la gente che assumono, tutti raccomandati.
Ciro V. Beh, dovrebbero fare come per l’Ikea che hanno appena aperto a Pomigliano, il 60% degli assunti devono essere del posto.
Ciro N. Se davvero faranno la biblioteca a Barra potrebbe essere l’occasione per esprimerci, per parlare con questi ragazzi con delle mostre, con la musica, con la cultura, magari non ci verrebbero subito, ma sarebbe comunque una presenza diversa; con le nostre sole forze non riusciamo a coinvolgerli, se invece di fare e disfare strade e marciapiedi il Comune ci desse degli spazi…
Ciro V. Ci stanno abbuffando di marciapiedi, cambiano il senso alle strade col risultato di portare il traffico anche dove non c’era; che ce ne facciamo di un quartiere abbellito fuori, se resta brutto dentro?
Ciro N. Fanno solo interventi urbanistici, prima le strisce pedonali e i manti d’asfalto, dopo cinque mesi li sollevano e diventano marciapiedi, poi è una piazza…
Ciro V. L’amministrazione è diessina, io pure sono di sinistra, sono comunista, ma li critico, non fanno il bene della comunità.
Savio. A me la politica non ispira nessuna fiducia, non mi aspetto che siano loro a fare il bene della comunità, ci sono cose che possiamo fare da soli; prendiamo il fatto di organizzarci, stare uniti, fare delle cose insieme, beh, può essere uno stimolo pure per gli altri ragazzi. Io so che molti di loro vorrebbero uscire dalle loro abitudini, dai loro giri, ma non hanno la forza. Per questo il circolo potrebbe funzionare, sarebbe un posto per tutti, per parlare, non fra noi, quello lo facciamo già; dovrebbe servire a tirare dentro qualcuno di quelli che sono fuori.
Ciro N. Ora abbiamo messo gli occhi sul locale di un prete che conosciamo, però è un tipo diffidente, specie se si tratta di giovani che stanno sul marciapiede... Circoli privati a Barra già ce ne sono, però a porte chiuse, gente di quarant’anni che si ritrova per vedersi le partite, hanno il video, lo stream e tutto. Noi invece vorremmo accogliere tutti, anche quelli che si fumano la bottiglina, l’eroina sintetica, ce n’è tanta.
Funziona così: tu compri una sanbenedetto da mezzo litro al bar, la svuoti per tre quarti e al posto del tappo metti della carta argentata che buchi con l’ago o con lo stuzzicadenti, ci infili una cannuccia di traverso, come un narghilé, e sulla carta argentata bucherellata appoggi questa pallina marrone, loro ti dicono che è cocaina pura, invece dev’essere eroina sintetica, forse crack; l’appicci con l’accendino e questa comincia a emettere del fumo che scende nella bottiglia e tu te lo fumi dai lati con la cannuccia. A me molti di loro hanno raccontato di essere finiti in ospedale con un’insufficienza respiratoria, acqua nei polmoni, nelle radiografie hanno delle macchie... Dicono che dopo avere fatto un tiro si sentono l’alito puzzare di plastica ancora per due giorni; fai uno starnuto o digerisci e senti sapore di plastica. E dimagriscono in un mese, è una di quelle droghe che non puoi nascondere a nessuno.
Veronica. Parecchi non vogliono neppure nasconderlo che fanno le boccacciate, lo fanno davanti a tutti, anche al bar, o sul marciapiede, tranquillamente. Siamo andati a scuola insieme, ci conosciamo da piccoli, quindi lo capisci quando iniziano ad andare alle feste house, li vedi con comportamenti strani, ad esempio ballano per strada, stanno fuori fino a tarda notte, vedi girare pasticche. Noi ci rimaniamo molto male quando vediamo che al giro si aggiunge qualcuno di nuovo e poi un altro, spesso ragazzi insospettabili, di bravissima famiglia, cresciuti con noi.
Ciro V. E’ bruttissimo vedere una persona con cui sei cresciuto che va in comunità, è strano, da piccolo non lo avresti mai immaginato. Altri poi senti che scippano, fanno rapine, rubano i motorini…
Veronica. Io vedo anche le ragazze: se non vengono trattate in un determinato modo… Con ragazzi che non sono “coraggiosi”, che non fanno i prepotenti, non ci uscirebbero proprio.
Ciro V. Noi infatti a queste ragazze non ci avviciniamo proprio perché già lo sappiamo.
Savio. Comunque anche loro presi da soli sono diversi: di cercare lo scontro e di essere aggressivi, singolarmente non ci pensano proprio. A noi per esempio ci proteggono, se vedono che qualcuno ci minaccia intervengono e dicono di lasciarci stare che siamo bravi ragazzi. E’ come se noi fossimo la loro parte migliore.
Nazareno. A me per esempio è capitato che un ragazzo di Barra credeva che fossi minacciato da uno di San Giovanni, perché questo gli aveva detto che cercava un tipo di Barra con una macchina gialla e quattro o cinque persone a bordo. Lui ha pensato che fossi io, dato che ho la macchina gialla e giro spesso con degli amici, allora gli ha detto che mi doveva lasciare stare perché io ero per bene, uno che lavora. In realtà sono in nero e questo lavoro l’ho iniziato per caso; sono diplomato, sono operatore di macchine utensili, però il terzo anno la scuola andò in occupazione e mia madre, per non lasciarmi a casa senza fare niente, dato che le erano arrivate voci che mi fumavo le canne (anche se non era vero), mi propose di andare ad aiutare nella macelleria di un conoscente. Avrei dovuto starci solo un mese e poi, finita l’occupazione, riprendere la scuola. La scuola la ripresi, ma, siccome mi trovavo bene in macelleria, continuai a dare una mano saltuariamente. Il lavoro, oltre a piacermi, mi permetteva di comprarmi cose che non volevo chiedere ai miei, che so, la scarpa da 100.000 lire, così mi sentivo indipendente. Il mio titolare me lo diceva sempre: “Imparati il mestiere, che poi sei sempre in tempo a cambiare”; quello che guadagno oggi lo devo anche a lui, lavoro da otto anni e ora prendo 225 euro a settimana.
Savio. All’inizio i giovani tendono sempre a lavorare in nero, così qualcosina di più te la danno. Però se già lavori da dieci anni in un posto devi pure pensare al tuo futuro, come sono volati dieci anni possono volarne altri venti; a quel punto meglio guadagnare meno ma essere messi a posto.
Nazareno. Io però a differenza tua non ho la marchetta, non ho niente, ma so fare un lavoro, e siccome non voglio fare il giovane a vita voglio crearmi una cosa mia, una cosa che so fare. Sto lavorando per aprirmi un’attività, ma non a Barra. A Barra mai, e neanche a Napoli, non esiste proprio; penso di aprirla sotto Firenze, là commercialmente c’è un’altra mentalità. Questa è la città di Pulcinella, stanno a sparagnà sul prezzo, invece io il mestiere lo voglio fare bene, a modo mio. Per ora non avrei neppure i soldi, e poi devo essere sicuro che mi andrà tutto bene, nel senso che il mio lavoro devo poterlo fare bene al 100%, non al 70% come adesso.
Barra comunque è terra bruciata, non si può aprire niente. A Natale si fanno sacrifici, noi partiamo e andiamo a Potenza a comprare i capretti, poi viene uno e dice che dobbiamo mandare due capretti al tale, e poi arriva un altro che ne vuole cinque, il mio lavoro così si perde da tutte le parti, non è possibile.
Veronica. Ma questo succede anche ai mercati, persino a quello delle pulci, anche a loro settimanalmente vengono chiesti dei soldi.
Savio. L’assurdo è che arrivano a chiederti il pizzo anche se fai dei lavori di ristrutturazione in casa tua, anche se li fai tu personalmente, non l’impresa.
Veronica. Anche in chiesa hanno potere. La nostra parrocchia per esempio può rivolgersi a un solo fioraio per gli addobbi delle cerimonie, poi la camorra chiederà il pizzo a lui. Se tu vuoi un tappeto di un colore diverso dal blu o dal rosso devi chiederlo al parroco e lui lo deve chiedere alla camorra, insomma, condivide questa logica, chiama sempre la stessa persona. Il funerale di mio padre, a dicembre dell’anno scorso, l’ha dovuto fare quell’impresa perché altrimenti dovevamo cambiare parrocchia.
Ciro V. Lo stesso vale per i gelati: fino a poco tempo fa tutti i bar di Barra, ma anche i supermercati, non potevano vendere i gelati Algida, l’unico che li vendeva era quello dove andiamo noi, perché il marito della titolare era un maresciallo di Polizia, e comunque anche a Carmine hanno bruciato la macchina.
Veronica. Mia cugina ha un negozio di vestiti per bambini e, siccome suo marito conosce alcune persone in vista della camorra, non le vanno a chiedere soldi, però entrano a fare la spesa e se ne vanno.
Ciro N. La cosa comica è che quando fanno la spesa in questo modo dicono che serve per i carcerati, “Noi teniamo i carcerati”, quasi fosse compito dei negozianti mantenerli.
Ma la cosa più allucinante è la festa dei gigli.
Veronica. Quella dei gigli è una tradizione di Nola che abbiamo importato, è nata come festa pagana, anche se poi a Nola si celebra il giorno di San Paolino. Si costruiscono delle strutture di legno alte fino a 25 metri che poi vengono portate in corteo, è una prova di forza.
Ciro V. Esistono dei comitati di rione, ognuno col compito di costruire il proprio giglio; naturalmente ci sono anche i comitati che appartengono a don Rodrigo e siccome ci sono stati anni in cui Barra era contesa tra più don Rodrighi, la festa è diventata il pretesto per mostrare la forza del clan. Una volta per esempio i clan emergenti impedirono di costruire il palco per la premiazione, perché avrebbe dovuto sorgere troppo vicino alla casa del vecchio boss che in quel periodo era in prigione. Un’altra dimostrazione di predominio è fare la festa più bella, con più fuochi d’artificio e più luminarie nelle strade.
Ciro N. Bisogna pensare che questi gigli di 25 metri sono pesantissimi, per alzarli ci vogliono 150 persone, che costituiscono una paranza; una paranza è un gruppo di uomini di un quartiere che in quell’occasione sono chiamati a esibire la propria forza. Quelli che stanno sotto ci credono, per loro è davvero un giorno di festa, ce la mettono tutta. Invece a organizzare il comitato per lo più sono delle famiglie che si intrufolano, e che non solo fanno i soldi sulla gente, ma strumentalizzano la forza della paranza. Le paranze hanno nomi come la Formidabile, la Mondiale, gli Ultras o l’Insuperabile, che viene detta anche Sua Maestà, perché da quattro o cinque anni se l’accaparra il clan di turno, in quanto è la paranza più forte. Le paranze non solo alzano il giglio, ma girano, ballano, lo fanno saltare. Tutto secondo regole precise: il giglio va girato in un certo modo, a una certa altezza, si salta vicino a un certo palazzo; è il caporale di ogni paranza che deve dire quando e dove girare, quante girate fare e così via. Ormai però il caporale non conta più niente e gli ordini li dà don Rodrigo. Infatti la festa dovrebbe iniziare alle nove del mattino e finire a mezzanotte, l’una; invece questi la fanno iniziare a mezzogiorno, perché tutta la mattinata la paranza deve stare sotto al palazzo del boss e muoversi sulle note che lui sceglie, ad esempio la canzone del Camorrista; il caporale può anche lamentarsi, ma non conta niente. I boss cioè si fanno forti per interposta persona, uno si fa eseguire “Il camorrista” e il suo rivale invece dà ordine che la sua paranza faccia “Il padrino”.
In questo modo le paranze stanno correndo pure il rischio di disgregarsi, perché una paranza deve far capo al proprio caporale, non al boss di turno. Poi succede che la festa invece di finire a mezzanotte si protrae fino alle sei o alle sette del mattino e i carabinieri non ci entrano proprio, perché dopo il giro dei gigli inizia una seconda festa, che è quella dei camorristi.
Noi in genere, incuriositi, andiamo a vedere cosa succede: il giglio arriva a piazza Croceglie, una piazza dove a turno comanda qualche sistema, e là coi loro bravi festeggiano in famiglia, aprono lo champagne sui balconi, poi si affaccia il papa e dice: “Mo’ facciamo ‘Il padrino’ per il signore che sta sopra”! E quelli là sotto col giglio sulle spalle a muoversi sulle note della musica… li spompano proprio. Per questo dico che le paranze si stanno disgregando. La gente si lamenta, dice che non è questa la festa dei gigli. Perché deve durare fino al mattino, perché il boss non può scendere in strada come tutti a vedere la sfilata e invece pretende la paranza sotto al suo balcone per divertirsi? Negli ultimi anni siamo passati da undici a sei gigli; molti comitati si sono ritirati, denunciando che questa non è più una festa bensì una gara tra famiglie, un gioco di forza; è un’ulteriore rottura della socialità. La festa dei gigli era di tutti, adesso invece il giglio deve esibirsi soprattutto dopo le tre di notte sotto la casa del boss; se ne sono appropriati loro, riempiono le paranze di cocaina per farli stare buoni.
Qui a Barra questa festa è sempre stata molto sentita, quest’anno è venuto un temporale e un fulmine ha spezzato un giglio. Non era mai successo, è stato come di fronte a un morto caduto in un agguato; la gente se ne stava silenziosa, non aveva mai visto un giglio spezzarsi: “Pare nu muorto ‘nmiezz ‘a via”, dicevano.
Savio. La domenica della festa, che si fa a settembre, Barra si riempie di gente, come non se ne vede per tutto il resto dell’anno: tutti che camminano senza macchine. Adesso però senti che anche se fai parte di questa festa non puoi determinarla in nessun modo, come tutto il resto, puoi pure provarci, ma prima o poi si spegne tutto…
Ciro C. Io da quattro anni mi sono trasferito a Ponticelli, ma la mia quotidianità continuo a viverla a Barra, perché le mie radici sono qui, ci sono nato, la mia famiglia è di Barra, gli amici li ho a Barra. Purtroppo. Dico purtroppo perché qua non c’è vita, non vedo margini di sviluppo e andrà sempre peggio, anche per la poca disponibilità della brava gente a collaborare. Venendo qua in macchina facevo un paragone, stavo arrivando a San Giovanni a Teduccio, comune di Napoli, e pensavo a San Giorgio a Cremano, che invece fa Comune a sé; sta solo a un paio di chilometri, ma la differenza si nota proprio, i palazzi, tutto, c’è un’altra vita. Qui siamo abbandonati, emarginati, una vera periferia.
Pietro. Noi di Barra l’abbiamo sporcata San Giorgio, l’abbiamo invasa senza rispetto, portandoci tutte le nostre cattive abitudini, perché lì ogni fine settimana capita qualcosa di spiacevole ed è sempre procurato da gente dei quartieri limitrofi come Barra, Ponticelli o San Giovanni.
Ciro N. Io sono un po’ invidioso, perché a San Giorgio c’è il pub, la discoteca, il cinema, c’è il teatro, la biblioteca, c’è il vigile urbano, persino il carabiniere, però non penso di averla rovinata.
Veronica. Ma le risse a San Giorgio sono iniziate coi ragazzi che venivano da fuori.
Ciro N. E questo perché? Perché noi se vogliamo bere una birra dobbiamo andarcene a San Giorgio, è quello il posto più vicino.
Ciro C. Io sono proprio uno anti-polizia, carabinieri e finanza, non per partito preso, ma per quello che ho visto e vissuto. Se facessero il proprio dovere sarei portato ad apprezzarli, perché mi sentirei tutelato, invece non è mai così e per questo io li odio.
Per fare un esempio, se sono su un motorino con un mio amico, già so che quando mi fermano devo essere pronto a tutto, anche ad essere picchiato, come m’accade spesso. Una volta, quando avevo 15 anni, eravamo in quattro o cinque motorini a Ponticelli e ci fermò una macchina della polizia; ci misero tutti faccia al muro, il più grande di noi aveva 16 anni, ci perquisirono tutti e io le presi malamente solo per una disattenzione: ci avevano ordinato di avvicinarci ai nostri mezzi e aprirli; io ci stavo andando, ma proprio allora un altro poliziotto ci aveva detto di riavvicinarci al muro con gli altri; io non ho sentito e così, senza nessun preavviso, mi sono ritrovato a terra con un pugno. Avevo 15 anni e lui era un uomo di 40, con la pistola in mano. E alla fine perché è successo tutto questo? Perché c’era appena stata una rapina, ma fatta da gente che non potevano prendere, allora, visto che eravamo capitati noi… Ho la mente talmente piena di queste cose che mi viene pure difficile raccontarle, sono anche un po’ teso, mi sale il sangue in testa...
Veronica. A Barra succede che la polizia conosce bene chi dovrebbe fermare, ma non lo fa. Se io passo col motorino e dietro ci sta quello che dovrebbero fermare, fermano me.
Ciro N. Questo fatto è capitato a un mio vicino, uno che è stato ricoverato per problemi psichici gravi, lo chiamiamo Mosé perché ha la barba che pare un antico patriarca, lui stesso dice di essere Gesù. Mosé s’era fissato con una donna e io so per certo che la famiglia ha chiesto aiuto, ha persino chiesto il trattamento sanitario obbligatorio; i medici sono arrivati, ma non sono stati presi provvedimenti e così lui ha continuato a importunare la signora, che l’ha denunciato più volte; persino i suoi stessi fratelli l’hanno denunciato perché si vergognavano. I carabinieri hanno demandato continuamente al servizio sanitario e non sono intervenuti, finché Mosé ha beccato la signora in salumeria e lei esausta gli ha tirato in faccia delle scatole di pelati; a quel punto lui stava per aggredirla, hanno avuto una piccola collutazione e sono stati chiamati i carabinieri, che si sono prelevati Mosé, l’hanno messo in macchina e l’hanno picchiato in quattro. La sorella mi ha raccontato che gli hanno strappato la barba, gli hanno tirato i capelli e dato calci in faccia. Dopo averlo riempito di mazzate hanno chiamato la sorella in caserma e quella, che se l’è trovato in quello stato, si è ribellata contro il maresciallo, ma Mosé l’ha pregata di lasciar perdere, che loro non gli avevano fatto niente. Il fratello davanti ai medici del San Gennaro ha chiesto al maresciallo perché l’avesse fatto picchiare e quello ha negato in malomodo; sono infine intervenuti dei carabinieri per zittirlo, ma quando ha minacciato di denunciarli il maresciallo ha detto: “E chi lo crede a uno schizzofrenico”? Questi sono gli stessi carabinieri che poi ci vengono a rompere le scatole perché non abbiamo l’assicurazione sul motorino o perché ci stiamo fumando una canna sul marciapiede.
Veronica. L’ultima è successa mentre stavamo fuori dal bar e sul marciapiede di fronte c’era una compagnia di ragazzi che si facevano la bottiglietta, arrivano due macchine della polizia e chi fermano? Noi! Si sono presi tutte le carte d’identità; il padrone del bar, che è un maresciallo, ha garantito per noi, dicendo che erano là di fronte quelli da fermare, ma loro gli hanno risposto: “Tu lo sai, noi veniamo sempre in un secondo momento”.
Ciro N. A Barra i vigili sono pochi e si mettono paura perché la circolazione è selvaggia, ma a livelli estremi. Ogni tanto i carabinieri organizzano posti di blocco megagalattici, tre o quattro macchine, il maresciallo si mette in mezzo alla strada con la paletta dietro. Io sono l’unico che ci passa in mezzo col casco e con la borsa dei libri e non mi fermano. Una volta al mese poi si pigliano i motorini di tutti quanti, ma che ci ricavano? Noi intanto non abbiamo un vigile, non siamo educati a circolare secondo le regole.
Ciro V. A Napoli non sanno più dove mettere i motorini sequestrati, perché poi i ragazzi non se li vanno a prendere perché o sono rubati o non sono assicurati.
Savio. A Napoli però il casco se lo mettono tutti, perché? Perché lì c’è una presenza massiccia di vigili; questo cambiamento però, come tutte le altre cose, riguarda solo la città. Noi non è che vogliamo il marciapiede largo o la piazzetta abbellita, che facciano qualcosa per la nostra sicurezza. Io ad esempio ho una sorella piccolina, lo stesso lui; io bene o male ormai so come devo comportarmi, ma con una sorella piccola come devo fare?
Ciro C. Poco tempo fa è morto questo ragazzo di 20 anni, Enzolone; ora non voglio criticare chi ha esultato, perché comunque lui dava molto fastidio, creava continuamente problemi, aveva anche rubato una macchina con la bambina dentro, però che tristezza che fa che un coetaneo muore e io devo ringraziare dio.
Ciro N. Comunque anche la storia della macchina l’hanno ingigantita, era stato un gesto disperato. Aveva fatto a mazzate con un ragazzo e la famiglia era andata a chiamare il sistema per farlo punire. Questi sono venuti e Enzolone, trovandosi addosso la famiglia del ragazzo con cui aveva litigato e i camorristi, s’è infilato nella prima macchina che ha trovato, ha messo in moto e ha camminato, senza accorgersi che dietro c’era una bambina di due o tre anni. Poi la radio ha detto che era stata rubata una macchina con una neonata a bordo, ma noi sapevamo che era Enzolone che s’era messo in una macchina per scappare dai camorristi. Tanto che poi ha abbandonato la macchina con la bambina a qualche chilometro da lì. E’ grave, ma noi sapevamo come stavano le cose, noi li conosciamo…
Veronica. Se una sera uno di loro si trova con noi si sa pure ambientare, si trova anche bene. Ci dicono tutti che siamo la comitiva più bella e più pulita della zona, ci apprezzano.
Savio. Però non è che si sentano inferiori a noi, anzi, loro si sentono più preparati ad affrontare la vita; la camorra per esempio, per me è un’esperienza da non fare, non mi è mai piaciuto neanche sentirne parlare, quindi se uno di loro mi sente parlare di camorra mi deride; se invece ne parla uno che non ha la minima cultura, ma di camorra sa qualcosa, e quindi si esprime con un linguaggio che a loro sembra calzante, usa un gergo da esperto, beh, quello lo ascoltano.
Pietro. Non credo che sia proprio derisione, solo che pensano che noi, non avendo vissuto sulla nostra pelle le loro esperienze, siamo diversi da loro.
Veronica. Ma non è che noi siamo dei modelli da seguire, stiamo solo provando a fare qualcosa di diverso, anche se fra il dire e il fare… Le nostre idee a volte sono un po’ campate per aria.
Ciro C. E’ vero, dovremmo essere realisti: noi ce ne dobbiamo andare da qua, questo lo sappiamo tutti.
Ciro V. In un posto dove manca la cultura diventa inevitabile essere soggetti al potere, di qualsiasi tipo, politico o mafioso. Se non ci sta bene qualcosa, ad esempio il nuovo piano del traffico della giunta diessina, dovremmo scendere in piazza, invece a Barra sarebbe impensabile; i ragazzi non hanno idea di cosa significhi opporsi al potere gestito male, non sono in grado di analizzare i problemi.
Veronica. A San Giorgio, prima di iniziare una serie di ristrutturazioni urbanistiche, hanno presentato il progetto ai cittadini, noi a Barra da un giorno all’altro ci siamo trovati marciapiedi nuovi e cantieri aperti senza neppure essere stati informati.
Ciro N. Io ho paura a esprimere il mio parere a Barra, perché se anche devi dire delle cose in circoscrizione poi ti accorgi che ci sono dei rapporti di potere, delle ingerenze delle famiglie, che ti bloccano. C’è sempre qualcuno che ti dice di starti zitto e farti i fatti tuoi anche su questioni d’ordinaria amministrazione come i marciapiedi. E’ difficile fare politica in forma pulita se la gente non viene messa in condizione di partecipare su niente. Io ho votato Rifondazione, ma pure loro sono dei lecchini dei Ds; nelle loro liste trovi gente ignorante, chi faceva i gigli, chi la Madonna dell’Arco, chi fa gli imbrogli con le assicurazioni, e sono tutti candidati nella sinistra.
Savio. Non è questione di destra o di sinistra, è che i problemi del quartiere possono risolverli solo le persone per bene. A me la politica mi dà proprio la nausea.
Veronica. Io voto a sinistra per tradizione familiare, ma non ho una mia ideologia, posso parlare di quello che mi piacerebbe, ma non saprei definirmi come posizione.
Ciro C. Alla fine uno può fare riferimento solo a dei valori, a qualcosa che sente nel profondo, ma che sa di non poter attuare nella realtà. Io per esempio mi definisco di sinistra, però vedo che al potere ci sta gente, pure di sinistra, eppure nessuno di loro rispecchia i miei pensieri. Ecco, i miei sono solo ideali, essenzialmente sono di sinistra, ma questa sinistra non la voto, io non voto proprio. Mio padre ha una piccola impresa edilizia con un socio, lavora come capita, anche in nero, hanno cinque o sei dipendenti, potrebbero fare lavori grossi, ma per lo più capitano ristrutturazioni. Quando c’era mio nonno s’erano fatti dei lavori grandi, poi è andata un po’ scemando. Mia madre lavora in un calzaturificio in nero. Io ho il diploma di geometra, adesso sto facendo apprendistato nello studio del socio di mio padre, ma ho già fatto diversi tipi di lavoro. Allo studio poi mi pagano poco; se continuo a lavorare è perché voglio mettermi via i soldi per andare a Londra a fare un’esperienza lì. Sono stato pure a New York, un mese e mezzo, però non m’è piaciuto, la gente non mi piace, ma già lo sapevo prima di partire: ho sempre pensato che gli americani fossero molto materialisti, consumisti, e il viaggio me l’ha confermato. Anche gli italiani che sono emigrati sono diventati peggio di loro: si fanno un culo così per poi tornare in Italia a ostentare la macchina di dieci metri. L’Inghilterra invece mi ha sempre attirato fin da piccolo.
A volte se penso a Barra mi chiedo cosa ci torno a fare, ma torno sempre, anche se poi mi sembra di non farcela e voglio andare via. Tengo proprio un’ansia dentro, come tutti noi. Noi non stiamo bene, non stiamo mai bene, siamo sempre tutti tesi, siamo sempre arrabbiati con la vita. Un ragazzo del Sud a vent’anni ne ha 40, ha già vissuto mille esperienze, ha patito quasi tutto. Qui siamo sempre pronti a vivere qualsiasi cosa, ad aspettarci di tutto.
Ciro N. Comunque non abbiamo una visione idilliaca del Nord, sappiamo che non è il paradiso. Là però i ragazzi almeno hanno il lavoro, la loro vita è piena, da noi invece è come se dovessimo riempire un infinito tempo morto, e allora stiamo sempre a fare a mazzate, ci droghiamo…
Pietro. Noi questa situazione la viviamo tutta la settimana, sette giorni su sette, al Nord invece c’è solo il fine settimana da riempire.
Ciro C. Al Nord ci sono altri problemi; qua partiamo proprio dalle cose più semplici. Mettiamo che io al sabato voglio andare a ballare per stare coi miei amici, beh, ci vado con l’ansia perché non so cosa aspettarmi, una sciocchezza può diventare il pretesto per una rissa, cosa ne so di cosa passa per la testa di quello che balla vicino a me?
Veronica. L’ansia viene dal fatto che non abbiamo certezze: io già so che anche se mi laureo non potrò fare quello che vorrei; se voglio restare a Napoli non potrò fare l’assistente di volo, ma dovrò accontentarmi. Insomma probabilmente non potrò mai fare nulla che abbia a che fare con le lingue e con le culture che in quelle lingue si esprimono, perché io ho fatto lingue proprio per studiare anche le letterature. Nonostante questo, continuo l’università perché mi piace studiare. In casa mia sarei la prima laureata, i miei ci hanno sempre tenuto all’istruzione, e poi io sono ambiziosa; non è un difetto l’ambizione, serve per andare avanti.
Ciro V. Anche a me piace studiare, ma non è una passione innata: fino alla quinta superiore non ho mai avuto grande interesse per lo studio; al liceo linguistico venivo promosso a stento.
Poi è arrivato un professore geniale; se mi sono avvicinato allo studio lo devo a lui, che mi ha trasmesso una grandissima curiosità. E’ grazie a lui che mi sono iscritto a Lettere. Anch’io sarei il primo laureato in famiglia, una bella soddisfazione. Prima non leggevo mai, adesso leggo tutto quello che mi capita sottomano, ho letto molti libri di letteratura italiana, il mio preferito è Verga, rispecchia un po’ le nostre vicende, sì, perché è il ciclo dei vinti… più vinti di noi non se ne trova proprio. Quando ho letto I Malavoglia, mamma, una tragedia peggio di Shakespeare, mi sono emozionato; ora devo leggere Mastro Don Gesualdo, è bello grosso però. L’ultimo libro è stato La coscienza di Zeno, due palle, troppa psicanalisi. Leggo anche poesia, Leopardi, ma soprattutto La Divina Commedia, quella non si tocca, è come la Bibbia; mi sta aiutando il mio professore, da solo sarebbe troppo difficile.
Io comunque vorrei lavorare a Napoli, per questo ho scelto l’indirizzo di Beni culturali. Magari dopo la laurea mi piacerebbe fare un’esperienza fuori, a Parigi o Barcellona, ma solo per 2 o 3 anni, poi tornerei; da qua nessuno mi muove. La cosa più tragica è la svendita del nostro patrimonio artistico che sta facendo il ministro della Cultura. Se proprio non riuscirò a lavorare in questo campo farò il professore, ma sarebbe un ripiego.
Non pretendo niente di straordinario, mi basterebbe guadagnare abbastanza per campare e farmi una famiglia; non voglio la macchina da 40 milioni, basta che mi lascino fare le cose che mi piacciono e mi andrebbe bene anche uno stipendio da operaio. Poi, certo, mi piacerebbe lavorare per il mio quartiere, aprire una biblioteca oppure un centro culturale, tenere un cineforum. A Barra c’è un vecchio teatro, che si potrebbe restaurare e sfruttare per fare qualcosa per i ragazzi. A Barra c’è anche una libreria chiusa da tempo; io avrei voluto aprirla per lavorarci con Pietro e Ciro, mi sono informato al Progetto impresa del Comune, ma loro per darti i soldi vogliono delle garanzie, cioè esperienza, invece io finora ho solo studiato, che devo fare? E poi che ci vuole ad aprire una libreria? Uno cataloga i libri e li vende, non ci vuole l’archiscienza.
Veronica. Se mi chiedono di dove sono, io di solito dico di San Giorgio. O meglio, dipende: se chi me lo chiede è uno terra terra dico tranquillamente che sono di Barra, perché so che commenti non ne farà. Col tipo un po’ più schifiltoso invece dico che sono di San Giorgio; se dico di Barra infatti tutti rispondono che non pare proprio; la persona di Barra è catalogata, la ragazza ad esempio, nella mentalità di quelli di fuori, è la tipica Spice Girl.
Ciro N. Io sono fiero di abitare in uno dei presepi di Barra, perché oramai sono diventato coraggioso, mi sono acculturato, ho ricevuto e ricevo tanti stimoli da questo luogo. Insomma, ho superato la fase della vergogna, non sono più legato all’immagine che gli altri hanno di Barra, perché non è vera.
Pietro. C’è un episodio che mi riguarda che spiega l’immagine di Barra nel senso comune. Una mattina sono andato al porto di Napoli con un mio amico perché serviva gente per volantinare in occasione di una manifestazione. Il tramite per noi era un ragazzo di Barra che fa il cassiere al porto; stavamo lì fuori sul motorino, aspettando che finisse il turno e venisse ad accompagnarci. Nel porto c’era un posto di blocco; ci siamo accorti che la polizia ci stava guardando già da un po’; mentre il nostro amico stava uscendo, i poliziotti si sono avvicinati e ci hanno portato alla loro macchina per fare dei controlli al terminale. Ebbene, il poliziotto è rimasto stupito che uno di Barra facesse il cassiere al porto, gli ha chiesto come fosse possibile che non lo avesse attirato la malavita. Lui gli ha risposto che a Barra mica siamo tutti uguali.
Ciro N. Questa immagine ci viene proiettata addosso soprattutto dalle forze dell’ordine: se hai quindici anni e sei di corso Sirena per loro è certo che il tuo motorino è rubato; è un po’ come se le istituzioni proiettassero la loro parte malata sui ragazzi. Addirittura adesso penso che non sia nemmeno colpa dei camorristi se Barra è così.
Ciro C. Alla base c’è sempre una carenza di valori che poi però è supportata dal malcostume e dall’inefficienza delle istituzioni.
Ciro N. Per l’esame di antropologia culturale sto leggendo un libro sulla cultura popolare che parla appunto dell’immagine stereotipata dei napoletani e smonta i diversi pregiudizi, tipo quello che siamo tutti mariuoli e scansafatiche. Goethe stesso nel suo viaggio in Italia diceva che i napoletani sono simpatici, lavoratori e intelligenti…
Haïm Vidal Séphiha
Papa Chissokho
Louisette Ighilahriz
Maria Josè Gonzales
Ester Fano
Giuliana Ciani
Lucia Calzari
Adriana Musella
Elisabeth Seebacher
Dorina Palmieri
Françoise Rudetzki
Mariella Gramaglia
Nelly Norton
Giuseppe Laterza
Mordechai Morale Bar-on
Ali Abu Awad
Silvia degli Alberti Marsoni
Stefano Majnoni


















