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A scuola con il sintomo

Un gruppo di insegnanti che da anni si ritrova ogni mese, con una supervisione, per discutere casi difficili, non per improvvisarsi provetti psicologi, ma per fare meglio il proprio mestiere; l’importanza di non stroncare il sintomo, perché è sempre una risposta intelligente; intervista a Marina Baguzzi e Marco Lodi.


problemi di scuola

  

UNA CITTÀ n. 116 / 2003 Ottobre

Intervista a Giovanni Sedioli
realizzata da Barbara Bertoncin

LE LEVE ALDINI
L’Aldini-Valeriani di Bologna, una scuola comunale professionale d’eccellenza all’origine dello sviluppo industriale della città. Il rischio, che con la riforma Moratti diventerà realtà, di istituti professionali che produrranno professionalità adatte solo a settori industriali deboli. L’insensibilità delle aziende verso la formazione professionale. L’assurdità di una scuola che dovrà fare tutto, pure l’esame per la patente... Intervista a Giovanni Sedioli.

Giovanni Sedioli è preside degli Istituti Aldini-Valeriani, Sirani di Bologna.

L’Aldini Valeriani è la scuola più antica di Bologna. Può raccontarcene la storia?
Intanto non è una scuola statale, ma è una scuola del Comune di Bologna, ancorché paritaria, e risale addirittura all’epoca preunitaria. E’ infatti nel 1844, vigente lo Stato Pontificio, che il Comune di Bologna, grazie ai lasciti di due cittadini, Giovanni Aldini e Luigi Valeriani, decide di aprire una scuola per l’insegnamento della tecnica. Scuola che, nel corso degli anni, subisce varie trasformazioni; la prima fase, che va dal 1844 al 1878, è volta sostanzialmente all’accumulo di esperienze, quindi si raccolgono materiali e l’Aldini comincia a caratterizzarsi come scuola legata al fare, mutuando i propri schemi da modelli francesi, anche se all’inizio si rivolge solo ad artigiani, quindi ad adulti. Poi c’è un periodo, dal 1869 al 1878, in cui rimane senza studenti e diventa solo un gabinetto di fisica applicata; infine, nel ’78, con l’apertura della Scuola per Arti e Mestieri, comincia a configurarsi sulla base di un modello simile a quello attuale, seppur conservando una larghissima autonomia. Ancora la scuola del fare, quindi, con un mix di materie teoriche e materie pratiche; una scuola che insegna a lavorare, facendo apprendere i principi generali delle scienze applicate, insieme naturalmente all’italiano e alla matematica. Poi, dal 1913, comincia un processo che l’avvicina sempre di più ai modelli nazionali, fino a che nel ’36 si arriva alla legalizzazione dell’istituto (oggi infatti è una scuola paritaria). Da quel momento in poi l’istituto Aldini è perfettamente integrato nel modello funzionale della scuola tecnica italiana; questo però non ha condizionato il suo essere fortemente legato al territorio: l’Aldini-Valeriani è la scuola dei bolognesi (a tal punto che il suo nome viene tradotto in dialetto) e questo principalmente per due motivi. Innanzitutto ha fornito quella formazione tecnica che ha consentito il decollo industriale della città: quasi tutta la leva tecnica e imprenditoriale che fra le due guerre e soprattutto nel secondo dopoguerra ha dato vita al boom industriale bolognese è passata da qua. E poi per Bologna questo luogo ha costituito un importante elemento di motore sociale. Questa infatti è stata la scuola delle classi deboli (non delle debolissime: soprattutto nei primi tempi è stata la scuola dell’aristocrazia operaia bolognese, solo in un secondo tempo è arrivata la campagna), e qui si è avviato e promosso quel processo di sviluppo che ha consentito di formare una leva tecnica che è passata, nel giro di una generazione, dal lavoro dipendente all’imprenditorialità. Non è un caso infatti che i settori che contraddistinguono ancora Bologna a livello internazionale siano quelli delle macchine automatiche e della motoristica. La Minarelli, la Vm di Cento, la Maserati, che è nata qui, vedono al suo interno ampie generazioni di tecnici Aldini. Parliamo quindi di una scuola che si è anche conquistata un suo prestigio.
In un processo di progressiva liceizzazione dei percorsi scolastici, anche a fronte di una svalorizzazione di scelte diverse, negli istituti tecnici rischiano di finirci quelli che non possono andare nel liceo…
E’ una tendenza molto marcata, che noi pure registriamo. L’aspettativa familiare, in una società come quella bolognese, sostanzialmente ricca, non è quella che il figlio vada in una scuola tecnica, e quindi a lavorare, ma che vada all’università attraverso un percorso liceale. Infatti oggi gli istituti tecnici bolognesi hanno difficoltà a mantenere un livello minimo di iscrizioni. Noi siamo riusciti a mantenere le quote di mercato, chiamiamole così, ma negli altri istituti tecnici bolognesi c’è stato un calo di più del 10% di iscrizioni. Ci sono anche degli istituti che hanno dovuto chiudere. L’istituto commerciale Marconi non esiste più, l’istituto commerciale Fanari è stato aggregato a un istituto professionale, l’istituto professionale Fioravanti, di lunga tradizione -è del ‘36- è al limite dei numeri dell’autonomia. Quindi questa tendenza di fuga dal tecnico a favore del liceo è innegabile. Credo però che il tema vero, il nodo da sciogliere riguardi quello che si vuole fare, dove si vuole andare. La domanda da porsi è: che cosa ci si aspetta che produca il sistema scolastico-formativo che si mette in piedi? Perché se l’ipotesi consiste nel vedere nel lavoro solo l’aspetto addestrativo, e quindi nel formare figure con profili professionali medio-bassi, il modello Moratti funziona, perché negarlo? Però quella che ne esce è una professionalità che serve a un’economia fondata su prodotti tecnologicamente deboli, che quindi è costretta a confrontarsi col mercato mondiale sulla base dei prezzi, ossia del costo basso della forza lavoro. E’ questa l’aspettativa dell’Italia? Francamente spero di no. Se invece ce la vogliamo giocare sull’innovazione tecnologica e sull’innovazione di prodotto abbiamo bisogno di figure professionali forti, molto preparate sul tema dei linguaggi, della comunicazione, delle tecnologie. E quindi quel modello non può funzionare.
Tra l’altro qui ci troviamo di fronte a una strana contraddizione. Tutti, Moratti compresa, oggi sottolineano l’importanza della flessibilità professionale: non esiste più il lavoro perfetto, bisogna abituarsi a cambiarlo più volte nella vita. Benissimo, ma come si può pensare che un sistema irrigidito in due canali possa creare flessibilità?
Poi c’è un altro elemento da chiarire: non è detto che sistemi che funzionano in altri paesi possano essere trasferiti in Italia tout court. Quando si attacca il modello Moratti, c’è sempre qualcuno che ribatte: “Ma in Germania…”. Allora, premesso che i tedeschi oggi stanno ripensando le loro strutture, resta il dato che comunque là c’è una tradizione formativa diversa, come diverso è il credito culturale che ha quella forma di scuola professionale. Insomma non possiamo non fare i conti con il fatto che in Italia il credito sociale delle scuole professionali è basso. Inoltre la Germania non ha il modello di “scuola officina” italiano, cioè una scuola che insegni anche a lavorare; la formazione al lavoro in Germania avviene dentro l’impresa; noi invece la facciamo dentro la scuola, portando al suo interno i laboratori e le competenze che servono per l’addestramento.
Ma non sarebbe possibile adottare anche in Italia un modello per cui l’esperienza formativa sul lavoro avvenga nelle imprese?
Secondo me nel nostro paese questo è impossibile, ma non perché non ne siamo capaci, bensì perché non ci sono le dimensioni di impresa. Un buon lavoro di tutoraggio e formazione infatti è compatibile solo con imprese con una struttura imponente, che possano mettere a disposizione dei ragazzi il personale necessario senza appesantire o mettere in crisi la propria attività. La struttura medio-piccola delle nostre imprese evidentemente non consente questo tipo di percorso. Noi, certo, continuiamo a promuovere stage dentro le aziende, ma hanno più un aspetto di esperienza vissuta, di testimonianza rispetto a cosa succede dentro un’impresa, che non un valore formativo: Tanto per essere chiari, non sono pezzi di curriculum, se non in casi molto particolari. E non lo sono proprio perché l’impresa non è in grado di gestire quest’aspetto. In Italia manca proprio una sponda organizzativamente efficace nell’impresa. E i numeri che dobbiamo gestire non aiutano: questo istituto mediamente diploma 200 studenti all’anno e riceve 800 richieste di diplomati. Questo ci dà anche la misura della crisi del mercato del lavoro: tutti oggi lamentano carenze di personale tecnico, a qualsiasi livello, l’intera filiera tecnico industriale è al collasso dal punto di vista dei tecnici. Ci sono addirittura imprese che dichiarano la loro impossibilità a svilupparsi perché non trovano le risorse umane necessarie. Oggi un’azienda estera che voglia dislocare qui, il primo problema che si pone è quello di trovare le maestranze. Allora bisogna stare attenti a dare delle risposte che possano ulteriormente mettere in crisi questo sistema, perché mi sembra che la modellistica non tenga. Abbiamo bisogno di fare della strada tutti, di imparare, di capire. Ad esempio, il fatto che i diplomati che escono dal nostro istituto trovino subito lavoro e possano addirittura scegliere (elemento che ovviamente ci fa piacere) finisce per essere un dato ambiguo, che non ci permette di fare una verifica, di avere un ritorno efficace sul piano della funzionalità: tanto li pigliano comunque; così però non riusciamo a capire se la formazione che noi abbiamo fornito è adeguata o meno.
Che lavori vanno a fare i vostri diplomati?
Di tutto. Nel settore industriale vanno dalla produzione agli uffici tecnici, alla programmazione; molti vanno al commerciale. Alcuni, i più bravi, i più versati, fanno assistenza esterna al cliente, il famoso montatore esterno che prende una barca di soldi. Inoltre molti, oggi, vengono assorbiti anche dal terziario: anche i venditori di automobili infatti preferiscono un tecnico; poi ci sono i periti chimici, i periti edili, gli elettrotecnici che vanno molto anche nel pubblico, dove stanno assumendo grande importanza gli ambiti della programmazione territoriale, della sicurezza, dell’igiene ambientale. C’è poi almeno un 25% che va all’università. Noi ogni anno facciamo un’indagine sulla destinazione professionale dei nostri diplomati a tre anni dal diploma; ebbene, oltre il 70% trova lavoro entro i primi 90 giorni.
Tornando al problema degli stage, quindi voi tendete a farli all’interno della scuola…
Sì, noi privilegiamo gli stage interni, perché ci sembrano le esperienze più credibili e più spendibili. Di fatto il rapporto col lavoro quindi avviene qui. Noi abbiamo dei laboratori formidabili; detto da me può far ridere, però credo che il termine sia ben speso.
I laboratori, del resto, sono nati con la scuola; il problema è tenerli aggiornati con degli investimenti continui. Il tema delle risorse infatti è decisivo: per mantenersi un po’ al passo le attrezzature servirebbero 300.000-350.000 euro all’anno.
Oggi abbiamo una settantina di laboratori. La maggior parte è costituita da quelli di informatica, poi ci sono quelli di inglese, di disegno, ecc. Bisogna però tener conto che qui “laboratorio di informatica” nasconde un pezzo della verità, perché molti sono di informatica dedicata, quindi con programmi di progettazione edile, di impianti elettrici, termotecnici e di schede elettroniche. Poi ci sono laboratori di primo addestramento e laboratori di prove e misure, con una torneria dotata di 40 torni e 25 frese e un cantiere edile in cui i ragazzi costruiscono muri, fanno gabbie per il cemento armato.
C’è anche un laboratorio tecnologico con macchine per la resistenza materiale, per l’analisi chimica automatica e per l’analisi superficiale. Questi però sono pezzi singoli perché hanno un costo esorbitante, sono macchine che costano mezzo miliardo l’una, quindi non è che possiamo metterne a disposizione una per studente. C’è poi la cabina prova motori in cui i ragazzi dall’esterno vedono il motore funzionare, gli cambiano i regimi di funzionamento, lo frenano, controllano i consumi, controllano gli scarichi… Ci sono tutti i laboratori di automazione industriale in cui ogni coppia di studenti ha a disposizione un computer e un pezzo, appartenente alla filiera dell’automazione industriale, che deve essere programmato secondo le regole date dal docente. Poi c’è la grafica, con una tipografia molto grande e, accanto, tutta l’area di preparazione, attrezzata, anche in quel caso, con i computer, ci sono i macintosh, i sistemi windows...
Lei sostiene che oggi il tema che si impone è quello della professionalità. Cosa significa?
Sapendo che quando un ragazzo esce di qui può andare a fare 50 mestieri diversi diventa necessario individuare quali sono gli elementi di base per costruire la sua professionalità. E in generale interrogarsi su cosa sia la professionalità.
La tentazione, quella che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo ancora, è di tendere tutto al teorico. Il nostro obiettivo invece resta quello di salvaguardare la componente laboratoriale, perché è quella che, mettendoti a confronto diretto col problema, poi genera la creatività.
Rimane però aperto il problema del rapporto tra studio teorico e intervento operativo in laboratorio. Essere efficaci significa infatti aggiornare costantemente i laboratori, ma anche tenere le antenne dritte con le aziende. Per esempio, in alcune situazioni siamo riusciti a portare lo stage aziendale dentro la scuola: abbiamo chiamato un’azienda, ci siamo messi d’accordo con loro su un progetto da realizzare, loro ci hanno trasmesso la competenza tecnica specialistica di alto livello (competenza che ovviamente i nostri insegnanti non possono avere) e ci hanno seguito da lontano; i nostri insegnanti hanno fatto da mediatori, lavorando anche fuori orario di lezione, così come hanno fatto i ragazzi. In questo modo si lavora come se si fosse dentro l’azienda, senza però stare tra i piedi a nessuno. Oltretutto, rimanendo dentro la scuola, possiamo prestare la giusta attenzione anche alla gestione del rapporto didattico.
Questa formula funziona, i ragazzi si appassionano?
Direi di sì, perché gestirla all’interno della scuola significa anche poterla modulare a seconda dei problemi e degli interessi dei ragazzi. Perché uno può fare quest’esperienza a cento, che vuol dire venire a scuola tutte le mattine e quattro pomeriggi alla settimana; può farla a cinquanta, venendo solo due pomeriggi; o può scegliere di rimanere su un basso profilo perché magari il suo obiettivo primario è il raggiungimento della sufficienza. Questo ci permette di tutelare o almeno monitorare il rendimento scolastico, offrendo però una situazione in cui il ragazzo viene messo alla prova rispetto a un problema specifico di natura reale, non simulata.
E’ evidente che in questo contesto la gestione degli insegnanti, i loro aggiornamenti, il rapporto con le imprese, assumono un’importanza strategica. E poi c’è il problema, enorme, della filiera. Sa quante volte mi sono sentito dire dai nostri ex allievi: “L’Aldini non è più quella di una volta…”? La mia risposta standard è: “E meno male!”. Perché se dall’Aldini-Valeriani oggi uscissero dei tecnici uguali a quelli della loro generazione -ed erano bravissimi- nessuno li assumerebbe. E in questo modo, si torna al tema della professionalità. Noi creiamo una funzione general purpose, cioè un meccanico che possa andare alla Ducati, alla Ima, alla Ford, o in tutti i milioni di lavori che gli possono offrire. Ma questo, a sua volta, chiama in causa la questione della specializzazione, che vuol dire riaggiornamento e formazione continui.
La Fondazione Aldini-Valeriani è uno strumento pensato e voluto proprio per affrontare il tema della formazione continua. Ce ne può parlare?
La fondazione Aldini-Valeriani nasce dopo una serie di riflessioni e di proposte avanzate sia dal Comune di Bologna sia dalle associazioni imprenditoriali bolognesi. I soci fondatori, oltre al Comune, sono infatti l’Associazione Industriali della Provincia di Bologna e la Camera di Commercio. Sostanzialmente si tratta di un centro di promozione di cultura tecnica ma anche di formazione, aggiornamento, specializzazione e riconversione, che sono i grandi temi dell’orientamento al lavoro. Oggi infatti non ci si può disinteressare del “dopo”: la risorsa umana, essendo anche numericamente scarsa, va salvaguardata al massimo nella sua competenza.
E’ nata così la Fondazione Aldini-Valeriani, che tra l’altro ha sede nello stesso edificio della scuola, e che in autonomia cura i corsi di aggiornamento post-diploma, come pure i rapporti con le aziende; c’è anche uno sportello che si occupa specificamente dell’inserimento al lavoro. Poi, tecnicamente la scuola dipende dall’Istruzione, la Fondazione invece dipende dall’assessorato Economia e Lavoro.
Quindi anche con il territorio e gli enti locali si è creata una sinergia, un circolo virtuoso. Il fatto che si tratti di una scuola comunale che peso ha nella costruzione di queste dinamiche?
Il rapporto col Comune, essendo il nostro padrone, evidentemente è dovuto. Comunque, secondo me, fino ad ora questo dato ha influito solo positivamente, nel senso che è stato uno stimolo a un confronto diretto più forte con i temi del territorio. Certo, potrebbe anche virare al peggio, potrebbe diventare un’enclave protetta, un nido di esperienze protette.
Fino ad ora, fortunatamente, questo rischio è stato sventato, proprio grazie a questo raggio di attività a tutto campo che in ultima istanza sono volte anche a un’integrazione sociale. Al di fuori dei canali formativi ordinari, ad esempio, all’Aldini ci si occupa anche dell’avviamento al lavoro delle fasce più deboli, approntando corsi di formazione per chi non ha scolarità, vale a dire sostanzialmente extracomunitari.
C’è anche un istituto serale per quelli che invece hanno abbandonato gli studi a metà e vogliono un diploma. Una volta a frequentarlo erano i quarantenni, adesso ci sono molte persone sotto i trent’anni. Il dato curioso e imprevisto è che questi corsi serali spesso diventano anche il canale di riacquisizione di titolo per immigrati che magari nel loro paese avevano già conseguito una laurea che qui però non è riconosciuta. Insomma, apriamo la mattina alle sette e chiudiamo a mezzanotte.
Certo, resta molto da fare. In particolare bisognerebbe fare dei patti formativi più solidi con le imprese, che secondo me per prime mantengono un atteggiamento di diffidenza e ambiguità rispetto alla formazione. Io un po’ li capisco, anche se non condivido il loro atteggiamento. Ad esempio, adesso, in accordo con il Museo del Patrimonio Industriale delle scuole tecniche bolognesi, stiamo lanciando un corso post-diploma per addetti alle macchine automatiche, con una borsa di studio concessa da alcune aziende che hanno poi l’obiettivo di assumere i corsisti. Questa è gente a cui bisognerebbe dare una medaglia. Perché l’atteggiamento medio di un’azienda è radicalmente diverso: “E’ vero mi mancano cinque periti, ma come puoi aspettarti che se ne trovo uno, te lo mandi a scuola per un altro anno?”.
E’ una logica miope, d’accordo, però ha i suoi margini di fondatezza. Se un’azienda ha bisogno di un lavoratore tu hai voglia di spiegargli che così fa un investimento, invece se lo prende “grezzo”, durerà poco perché non ha le basi per riconvertirsi. La risposta sarà: “Può essere, ma intanto ce l’ho”.
E’ un sistema che gira male sul versante della formazione tecnica. Del resto è proprio la mancanza di numeri a indurre a questi comportamenti, relativi alla formazione e all’aggiornamento.
Qui entriamo in problemi di non facile soluzione. E’ inevitabile che la scuola si orienti verso una preparazione sempre aspecializzata; io credo che sia questo il nostro ruolo primario. E’ anche un problema di tempi: se volete che li specializziamo, ci dovete concedere il tempo necessario.
Oggi poi la scuola è innegabilmente più difficile. Settant’anni fa all’Aldini il disegno si faceva con tavolo e matita, oggi si usa il Cad, che non comporta più la finezza del tratto, ma ti chiede una capacità di astrazione enorme. A chi vuole diventare tornitore o fresatore dobbiamo insegnare a usare le macchine a controllo numerico.
E’ vero che poi la macchina lavora da sola, ma ti pone un problema di mediazione con l’oggetto che richiede uno sforzo proprio qualitativamente diverso. Nel nostro istituto gli informatici studiano matematica ad un livello che mi verrebbe da definire spaventoso, sarebbe questo il termine giusto: fanno praticamente tutta analisi uno e un pezzo di analisi due. Noi quindi operiamo cercando di offrire una proposta allettante, che permetta anche di trovare un buon lavoro. Il fatto è che questo tipo di proposta poteva essere allettante vent’anni fa, oggi invece lavoriamo in un ambiente in cui le spinte distraenti rispetto alla scuola sono molto forti. Qualcuno, secondo me assolutamente esagerando, per denunciare il clima è arrivato a dire che la scuola nel vissuto sociale non è più un valore ma un disvalore. Ecco forse questo è troppo, però…
Eppure, a fronte di questa svalorizzazione, alla scuola oggi si chiede di surrogare sempre più funzioni. Cosa sta succedendo?
Premesso che dati di nuova povertà sono piuttosto rari, e quasi esclusivamente legati agli immigrati, mi sembra che all’origine ci sia invece una forma di povertà culturale, fatta di disgregazione sociale, di ragazzi che hanno la famiglia spezzettata, che a volte sono affidati, e che ci costringe, i primi anni in particolare, a dover riprendere dei dati di comportamento interpersonale piuttosto rilevanti, soprattutto legati a una relazione difficile tra pari e tra adolescente e adulto.
Questo in effetti crea talvolta anche un problema tra insegnanti e genitori, aggravato da un crescente atteggiamento rivendicativo di questi ultimi.
Qui però io individuo il sintomo di una tendenza in atto ben più preoccupante. Cioè qui non è più solo un problema di cornici per cui anche a scuola si riproduce la dinamica dell’utente che si lamenta con l’azienda.
Qui c’è di peggio: stiamo assistendo a una pericolosa distorsione di mandato: sempre più alla scuola si chiede di fare delle cose che secondo me non le competono. Ora noi dobbiamo organizzare anche i corsi per la patente per i motorini. Qualcuno mi spiega perché? Oggi dobbiamo fare l’educazione stradale, l’educazione sessuale, l’educazione alimentare, l’educazione alla droga, l’educazione ambientale e ne sto tralasciando altre sette o otto, di queste educazioni. Di nuovo: perché? Insomma, io non posso essere chiamato a sviluppare dodici categorie educative perché qualcuno non fa la sua parte. Invece c’è una deriva nettissima in questa direzione: siccome la scuola bene o male funziona, diamogli da fare le cose che gli altri non fanno! Ma questo significa massacrare un soggetto già in difficoltà. C’è in atto un meccanismo di deleghe che rischia di portare la scuola al collasso.
Gli insegnanti come stanno reagendo a tutto questo? Sono attrezzati? Come tutelarli?
Gli insegnanti di questa scuola sono aiutati da un elemento di identità molto forte. Essere all’Aldini è un dato di cementazione e di consapevolezza che aiuta anche nelle situazioni complesse. Perché hai un mandato molto chiaro dalla città. Insomma qui almeno il mandato base sai qual è. Se proprio non te lo ricordi, basta che lo chiedi in giro e te lo dicono: l’Aldini ha sempre garantito una leva tecnica preparata.
Certo, resta un tasso di sofferenza e disagio che andrà gestito. Io temo molto, proprio per quello che dicevo prima, che una trasformazione di mandato finisca col far perdere identità. Per questo temo questa riforma. Non perché tema le riforme in generale: il cambiamento è nel dna delle scuole tecniche, se non cambiano muoiono. Però qui mi sembra che andiamo a toccare un nodo, quello dell’identità, che potrebbe innescare processi molto pericolosi.
Ecco, se le scuole perdono anche la loro identità, la vedo davvero grigia. Perché non vedo intorno a quale parola d’ordine richiamarle: il diritto della famiglia ad avere un servizio? Il dovere di dare risposta a delle domande? Non mi sembrano elementi cementanti.
Fortunatamente noi abbiamo una sorta di rete di protezione: esiste un’associazione di diplomati che vive dal 1912, c’è un museo, che si chiama Museo del Patrimonio Industriale, che in questa fase di sbandamento secondo me hanno molto aiutato questa scuola a mantenere una connotazione forse un po’ arcigna nell’aspetto, che però alla fine è sempre stata apprezzata anche dagli studenti.
Del resto abbiamo dei tassi di selezione altissimi: i diplomati sono poco più della metà degli iscritti al primo anno. Il biennio infatti è uguale per tutti ma in terza comincia una didattica diversa, anche come atteggiamento mentale. In terza, quando si arriva alle professioni, cambia anche il soggetto erogatore della didattica, compare l’ingegnere. E un ingegnere ti propone una metodologia di ragionamento e di risultato piuttosto precisa: se sbagli un conto viene giù il ponte. Non si tratta più di un errore di calcolo.
Allora la sfida diventa certamente garantire l’obbligo formativo, ma anche assicurare il lavoro, e quindi tutelare l’immagine della scuola, che non è un problema nostro, non dobbiamo risultare i più bravi, ma appunto un elemento di garanzia per lo studente che la frequenta, che deve uscire con una qualifica riconosciuta nel mercato del lavoro. Sono elementi difficili da far convivere tutti insieme.
Da quanto tempo fa il preside?
Da 21 anni. E la nota curiosa è che nella graduatoria della “durata” dei presidi Aldini sono ancora terzo!


  


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