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L’architetto e la bocciofila
Il degrado urbanistico di un quartiere di periferia si accompagna sempre al degrado sociale; veri e propri ghetti senza speranza. Superare innanzitutto la diffidenza, lo scetticismo, la paura soprattutto degli anziani. Un approccio multidisciplinare e la responsabilizzazione di tutti i volontari, gruppi, associazioni presenti. Dalle periferie di Torino un esempio di democrazia più partecipativa. Intervista a Eleonora Artesio.


Concorso di idee
Il fallimento, anche finanziario, di progetti urbanistici calati dall’alto, la partecipazione dei cittadini alla discussione dei progetti è ormai prassi consolidata nel Comune di Roma. Il problema di coinvolgere, in una logica di progettazione e non di opposizione, tutti i cittadini, non solo quelli già attivi. I contratti di quartiere e le opere a scomputo. Discussione fra Anita Matteucci, Remo Pancelli, Alessandro Messina e Mario Spada.


Il grande ritorno a casa
I kosovari non hanno mai perso la certezza del ritorno. "La terra non la possono bruciare" dicevano, e a quella terra, costata tanti sacrifici al figlio emigrante in Germania ma anche tanti lutti, sono tornati, rimettendosi subito al lavoro per ricostruire un paese libero, finalmente, dopo dieci anni di soprusi, dal giogo serbo. La grande fretta di tornare per ritrovare gli animali rimasti in vita. Intervista a Venera Pajova e Angelo Ravaglia.


La soglia aperta
Un quartiere di Firenze nato male, tra la Pistoiese e l’Arno, senza una piazza e dove i ragazzi dicono "andiamo a Firenze”. Un lavoro "senza parrocchia”. Il principio che siano gli stessi abitanti a gestire le cose. L’impegno contro la dispersione scolastica, le piccole attività artigiane, il microcredito basato sulle relazioni, il commercio equo-solidale. Intervista a don Alessandro Santoro.


I costi della qualità
La scelta di una cooperativa che lavora nell’assistenza a persone con disagio psichico di rimanere piccoli per salvaguardare la qualità. Un lavoro di accompagnamento al reinserimento sociale che chiama all’iniziativa in vari campi e direzioni, non tutti riconosciuti e retribuiti. L’obiettivo di attivare gli stessi utenti, in un fecondo circuito cooperativo. Una crescita solo per gemmazione. Intervista a Chiara Marinelli.


I panni dell'altro
Un centro giovanile gestito da gesuiti che rischiava di rimanere spopolato, grazie all’impegno di tanti volontari, è diventato un luogo di intercultura; l’apertura del doposcuola per i bambini immigrati, la mensa, il centro d’accoglienza... ma anche i quotidiani problemi di convivenza. Intervista a Pierluigi Garelli.


Il bello e le cose brutte
Un laboratorio di poesia nel carcere di Opera che dura ormai da quindici anni, in cui si legge, si scrive, si discute, si pubblicano libri di poesie, si sta insieme, ma soprattutto ci si riappropria della propria dimensione sentimentale; la solitudine, a volte, al cancello di uscita e l’ipoteca della recidiva. Intervista a Silviana Ceruti.

Assecondare, attivamente...
Qual è il rapporto che deve intercorrere fra mondo del sapere, professionalizzato e specializzato, e mondi della vita quotidiana? Esperienze di welfare in cui i due mondi interagiscono, cooperano, si stanno diffondendo in tutto il mondo. L’esempio del cohousing, specie di condominio elettivo. Il rapporto medico-paziente del tutto inadeguato di fronte alla malattia cronica. Intervista ad Alessandro Montebugnoli.

Le risorse
del cittadino
La crisi del welfare centralizzato non si risolve solo con l’intervento sussidiario del terzo settore, ma ricorrendo all’impegno e alle risorse dei cittadini, considerati a torto solo "utenti”. Un’iniziativa del Comune di Roma che ha chiamato i cittadini a fare proposte concrete, di miglioramenti ma anche di disponibilità all’impegno diretto, per il proprio quartiere e per la città. Intervista a Alessandro Montebugnoli.

buone pratiche di cittadinanza

  

UNA CITTÀ n. 115 / 2003 Settembre

Intervista a Alberto Bordignon
realizzata da Barbara Bertoncin

LA CASA DELL’IMMIGRATO
In una tradizione come quella italiana è l’acquisto della casa, e non l’affitto, che può segnare la svolta nell’integrazione dell’immigrato. L’assistenza necessaria per evitare raggiri, acquisti incauti o sbagliati perché non atti, in base a una legge iniqua sulle metrature, a permettere il ricongiungimento familiare. Un mutuo, che può essere al 100%, che costa meno dell’affitto. Intervista ad Alberto Bordignon.

Alberto Bordignon, Associazione Artigiani, è tra i coordinatori dell’Agenzia Sociale Casa di Vicenza.

Che cos’è l’Agenzia Sociale Casa?
Si tratta di un’agenzia nata per aiutare gli stranieri nell’acquisto di un alloggio. Il progetto è stato promosso dalla Caritas Vicentina, che ha offerto il tavolo creando le condizioni per un incontro e un confronto iniziali. Oggi vi aderiscono, tra gli altri, alcune cooperative sociali, i tre sindacati, l’Associazione Artigiani, l’Associazione Industriali, Apindustria, ecc.
Premetto che l’equipe che ha lavorato a questo progetto è costituita da una serie di persone che, in vari ambiti, già da tempo si interrogava sulle modalità per reperire alloggi per gli immigrati. A muoverci era stata in particolare la constatazione di una difficoltà oggettiva nei percorsi che operavano esclusivamente in ambito sociale; oggettiva sia per numero di risposte che per la prospettiva delle soluzioni adottate.
Nel nostro contesto territoriale sono molte le realtà, associazioni, gruppi, cooperative sociali e anche edilizie, che operano per trovare dei posti letto alle persone immigrate, o per individuare insediamenti abitativi.
Il nostro territorio infatti offre molte occasioni lavorative, ma non è poi in grado di garantire delle soluzioni adeguate, tantomeno individuali, a chi arriva.
Tra l’altro era ormai diventato un dato di fatto che queste soluzioni comunque non si moltiplicavano, se non con una lentezza desolante. Qui le spiegazioni possibili sono diverse e interessano vari livelli. Noi ad esempio vediamo spesso come queste realtà protette, proprio perché tali, si consolidano cronicizzando situazioni che dovevano essere solo provvisorie. Soluzioni tampone, nate per portare a insediamenti alloggiativi di altro tipo, a volte innescano una dialettica tra chi fornisce l’alloggio e chi lo riceve assolutamente impropria, di pura assistenza, per di più dovuta. Eravamo insomma tutti insoddisfatti dello stato delle cose.
D’altra parte il desiderio e il bisogno di trovare uno sbocco a questa situazione era forte anche da parte delle categorie economiche.
Così si è deciso di cambiare approccio, lavorando sulla proprietà. In seguito ad alcune esperienze e ad alcuni confronti con la controparte, si era infatti intuito che proprio questa poteva essere una potenziale soluzione.
Alcuni immigrati, col tempo, già avevano iniziato ad organizzarsi per acquisire un alloggio per sé e la propria famiglia. Tra l’altro, in una fase di indagine, avevamo scoperto che anche alcuni gruppi restii a pensare la loro presenza nel territorio come permanente, come i senegalesi o i ganesi, stavano cambiando atteggiamento rispetto a questa prospettiva.
I rientri poi, che inizialmente sembravano la cifra dell’intero fenomeno migratorio, stavano diventando una soluzione assolutamente marginale; si arrivava qui con l’idea di ritornare, si restava con l’idea di ritornare, ma man mano che passava il tempo diventava più facile ricongiungere la propria famiglia, anziché rientrare nella realtà di provenienza.
Oggi poi è indubbio che la cittadinanza degli immigrati si misura anche dalla soluzione abitativa.
Si è così arrivati non solo all’idea dell’acquisto dell’alloggio, con l’attivazione di tutti gli strumenti idonei per favorire e orientare questa soluzione, ma anche alla necessità della tutela e promozione dell’autonomia della persona in questa scelta. E’ stato questo l’approccio teorico innovativo.
Da qui l’idea di offrire un “accompagnamento”. Di cosa si tratta?
Lo chiamiamo “accompagnamento sociale”. Nel senso che dev’essere l’interessato a maturare la scelta, che noi però favoriamo offrendo tutte le informazioni relative.
Bisogna considerare che la preferenza per l’acquisto, piuttosto che per l’affitto, è una caratteristica peculiare del nostro paese e di questo territorio in particolare. Gli stessi immigrati, avendo girato il resto d’Europa ci hanno spiegato che in Francia, Germania, Inghilterra o in Olanda non è così: ci sono molte soluzioni in affitto, anche perché ci sono stati tutta una serie di investimenti pubblici. Da noi la maggioranza della popolazione invece si consolida nel territorio acquistando l’alloggio. Così è quello il mercato dove c’è l’offerta. Per questo qualsiasi accanimento sull’affitto -sicuramente il mercato più idoneo per una popolazione migrante- in realtà nel nostro territorio è un tentativo votato al fallimento.
Quindi si è scelto di focalizzare gli sforzi in questo senso, lavorando molto sull’autonomia.
Oggi il nostro lavoro principale è proprio l’orientamento: ormai, pressoché ogni domenica, andiamo a incontrare le comunità immigrate durante le loro riunioni, chiediamo uno spazio, spesso accompagnati da persone che hanno seguito un nostro corso di formazione, e spieghiamo l’opportunità dell’acquisto, i rischi, le attenzioni, i pregi e i difetti, fornendo a queste persone degli elementi per valutare se questo per loro è un percorso idoneo; portiamo delle testimonianze, sia positive, sia rappresentative dei problemi che si possono verificare. Offriamo inoltre un servizio di sportello, a cui non necessariamente tutti si presentano; dipende dalle comunità.
A noi non importa. Il servizio si articola su molteplici livelli e il nostro obiettivo non è far funzionare lo sportello, bensì far sì che si realizzi questo tipo di processo.
Oggi, anche dal punto di vista del credito, sono stati fatti notevoli passi avanti: esistono soluzioni che permettono la rateizzazione dell’intero capitale, che ha sempre rappresentato uno scoglio enorme. Anche in una famiglia dove esistono due o più redditi da lavoro è infatti difficile aver accumulato la somma necessaria per l’acquisto di un alloggio. Noi ora abbiamo più di un istituto bancario che garantisce questo tipo di possibilità, a fronte di debite garanzie.
L’operazione è allora quella di consigliare, presidiare, orientare, punire le scorrettezze, stigmatizzare i comportamenti deplorevoli di qualche agente un po’ disinvolto, di qualche istituto un po’ troppo sollecito e di favorire questo processo, ma, lo ripeto, in piena autonomia.
Questo è un principio importante, perché sul problema alloggiativo purtroppo questa grande difficoltà ha fatto sì che da un lato alcune comunità, da noi quelle asiatiche, si autogestissero, anche con operazioni di acquisto improprio, e di rivendita ai connazionali con modalità poco trasparenti; oppure, dall’altro, che le esperienze negative abbiano bloccato questo percorso.
E poi c’è un altro problema, più di tipo culturale: chi si rivolge all’ente pubblico, al servizio sociale, o al gruppo di volontariato, spesso ha un’aspettativa di assistenza, o comunque di una qualche risposta. Ecco, a noi sembrava importante non solo agevolare un esito positivo al percorso alloggiativo, che dal centro d’accoglienza si bloccava in un mercato dell’affitto sovraffollato con prezzi ingestibili, ma soprattutto sollecitare una risposta in proprio, un’autonomia, un protagonismo. Avevamo l’impressione che nel mercato dell’affitto si stessero intruppando tutti, anche quelli che avrebbero potuto accedere a soluzioni diverse. Oggi invece, con questi dispositivi, c’è la possibilità di far uscire una quota di immigrati dal mercato dell’affitto, lasciando così spazio agli altri, a quelli che invece non hanno scelta. E’ un dato che noi rileviamo nel 70-80% dei casi: l’immigrato che compra casa, lascia l’appartamento in affitto a un altro immigrato. E’ il concetto di “muovere la coda”.
Dicevi che in Veneto, in particolare, c’è un problema di parametri alloggiativi molto alti. Cosa significa?
I parametri alloggiativi sono stabiliti da una normativa regionale che fa riferimento all’edilizia residenziale pubblica e che regolamenta il rapporto tra metri quadri e persone. Il testo unico per l’immigrazione fa riferimento a queste norme che in alcune regioni sono piuttosto modeste. In Veneto in effetti è un parametro molto esigente. Per dire, per due persone ci vogliono 45 mq calpestabili, non commerciali, se poi ci sono i figli…
Per più di cinque persone occorrono almeno 110 mq calpestabili. Questo è un problema non irrilevante. Bisogna anche capire che questo, paradossalmente, era un parametro di tutela, nel senso che era il calcolo su cui ci si basava per assegnare gli alloggi dell’edilizia residenziale pubblica. Quindi a una famiglia numerosa veniva dato perlomeno un appartamento di 110 mq. Ora però questo criterio si è trasformato in un ostacolo quasi insormontabile per alcuni ricongiungimenti familiari. Noi oggi abbiamo famiglie ricongiunte a metà proprio per motivi relativi alla superficie dell’alloggio.
Questo infatti è un fattore che noi sottolineiamo sempre nel percorso di accompagnamento all’acquisto dell’alloggio. Perché può capitare che gli operatori di mercato, che non conoscono queste norme, sollecitino all’acquisto di appartamenti che non sono idonei al ricongiungimento. Con esiti anche drammatici: un immigrato può trovarsi a pagare un mutuo trentennale per una casa che non può ospitare la sua famiglia perché magari gli hanno dato i metri quadri commerciali e non quelli calpestabili, per cui quando arriva il vigile del Comune si sentirà spiegare che, ahimé, quell’appartamento invece che per cinque è idoneo solo per tre persone e quindi potrà ricongiungerne solo due.
In genere quindi l’acquisto avviene prima del ricongiungimento…
Dipende. Ci sono immigrati che comprano per poter fare il ricongiungimento e immigrati che hanno fatto il ricongiungimento mentre erano in affitto e poi realizzano che invece di pagare canoni molto alti -proprio per questa sproporzione tra domanda e offerta nel mercato dell’affitto- possono investire, capitalizzare nell’acquisto di una casa. Questo risulta essere un beneficio per l’intera famiglia. Non è inusuale scoprire che la rata mensile del mutuo è inferiore all’affitto della locazione precedente.
In più noi auspichiamo che, tra 15-20-30 anni, quando finiranno di pagare l’appartamento, sarà comunque una famiglia con un minimo di patrimonio. Forse come ragionamento è squisitamente veneto, però dopo aver lavorato tanto avranno almeno qualcosa di proprio e potranno farne ciò che credono.
Negli incontri con le comunità quali sono le reazioni a questa proposta?
Di grandissima attenzione. Non è una proposta sempre nuova: spesso nelle comunità troviamo persone che hanno già fatto questo passo e che però si sono mosse singolarmente. Nella discussione che intavoliamo cerchiamo di far capire la portata della scelta, perché diventa un progetto di vita. Gli immigrati capiscono che questa è un’opportunità da preparare, perché vuol dire che in famiglia dovrà lavorare più di una persona, che occorre cominciare a conoscere il mondo della compravendita, informarsi su come si muovono le agenzie, i notai, ad acquisire insomma tutti quegli strumenti e conoscenze da noi ormai consolidati (perché da noi è normale che uno prima o poi si compri la casa).
In genere a distanza di mesi verifichiamo che sono stati fatti tutta una serie di atti preparatori o che addirittura si è arrivati alla conclusione di questo processo. E’ un’esperienza estremamente interessante.
Ci sono differenze di approccio tra le varie comunità?
Sì. Direi che più il concetto di casa è vicino al nostro -penso agli immigrati della ex Yugoslavia, o ai rumeni, ai moldavi- anche in termini funzionali, più il percorso è agevole; mentre più è distante, penso alle culture africane, più si allungano i tempi, si dilatano gli sforzi necessari a realizzare il progetto. Diverso è anche il numero degli errori che si commettono e il tempo per imparare da questi errori.
Per dire, per una famiglia macedone o kossovara è un percorso abbastanza scontato, cambiano i parametri certo, ma è nell’ordine delle cose; per un ganese, poco interessato al concetto di proprietà della casa, di registrazione della proprietà, di acquisto di una casa già costruita, il percorso è più lungo; del resto la stessa idea di fermarsi qui definitivamente arriva più tardi; è anche più complessa la dinamica dei rapporti interni alla famiglia, tutto è più lento. Infatti le soddisfazioni più grandi sono proprio quando è qualcuno di loro a comprare. Perché ci rendiamo conto che non è una scelta da poco.
Nell’ambito dell’Agenzia abbiamo realizzato un’indagine sul diverso senso della casa nelle varie culture e ora ci rendiamo conto che proprio l’idea, la struttura della casa a volte è molto distante dalla nostra, quindi anche lo sforzo sarà più consistente.
Tra l’altro mentre le culture più vicine alla nostra si muovono in un modo a noi più congeniale, che è quello individuale (cioè singoli individui o famiglie fanno questo progetto, si presentano allo sportello, fanno domanda ecc.), le altre si muovono tramite rappresentanti, quindi qualcuno compra e poi all’interno della comunità ci si confronta su questa opportunità.
Qui quali sono i gruppi più numerosi?
Sicuramente la comunità slava, dell’ex Yugoslavia, nelle varie componenti, molto consistenti sono anche le comunità di Ghana e Senegal; sono poi in forte crescita le comunità asiatiche, Bangladesh, Cina, anche se ancora non molto numerose e limitate a una determinata zona, e infine sicuramente la comunità maghrebina, in particolare marocchina. Tra quelle in aumento, c’è l’Europa dell’Est, la Romania…
Sono tutti dati parziali perché nell’ultima sanatoria si sono regolarizzate 10.000 persone, sulle attuali 44.000 presenti, quindi c’è un 20% di nuovi immigrati di cui non conosciamo di preciso la provenienza, ma probabilmente sono quasi tutti dell’Europa dell’Est.
Coi cinesi ancora non siamo riusciti a entrare in contatto. E’ una comunità molto recente e in crescita. Loro tra l’altro tendono a comprare. Però anche lì c’è la sensazione che se riuscissimo a dare l’opportunità a tutti si potrebbero scardinare alcuni legami comunitari spesso molto poco trasparenti. L’alto tasso di irregolarità tra l’altro non aiuta. Comunque noi abbiamo visto, soprattutto nel mercato del lavoro, che quando iniziano a imparare la lingua sono molto richiesti, specie nelle aziende tessili, perché molto disciplinati, rispettosi, e dotati di una manualità molto agile.
Invece fino a che non acquisiscono questi strumenti restano in balia delle loro dinamiche interne, vivendo situazioni di sfruttamento sicuramente molto più gravi.
Che peso hanno le comunità?
Alcune sono molto forti, altre meno; alcune hanno uno sfondo religioso, altre semplicemente nazionale o amicale; organizzano le iniziative più varie, dall’associazione per pagare i trasferimenti delle salme nel proprio paese, alla gestione delle rimesse, ad attività educative…
Abbiamo scoperto una sorprendente capacità di auto-organizzazione, anche di autodisciplina e rappresentazione, che nell’immagine stereotipata non era passata. Gli immigrati in generale sono molto intraprendenti: si muovono con le banche, con le agenzie immobiliari, mantengono forti legami con la patria, si soccorrono se necessario.
Questo è di grande auspicio perché sono tutti strumenti che possono essere rivolti verso un percorso di integrazione.
Anche rispetto al controllo sociale, le comunità hanno un peso importante. Questo è sempre un bene e un male, ma insomma…
Abbiamo infine verificato che le comunità spesso hanno dei rappresentanti che non sono quelli che interloquiscono con le istituzioni. Qui bisognerebbe aprire una parentesi, perché le istituzioni a volte si rivolgono a quelli che sono sedicenti rappresentanti. Questo è un problema di una certa portata, presente anche a livello europeo: come fare a capire se uno è rappresentativo o meno, specie se manca un contatto diretto con la comunità? Noi abbiamo fatto una scelta rigorosa: abbiamo escluso pressoché totalmente i rappresentanti abituali e incontrando le realtà territoriali abbiamo costruito una nuova rete di referenti, proponendo loro un’attività formativa comune. In termini di efficacia e legittimità è tutta un’altra cosa. Spesso infatti i cosiddetti rappresentanti sono più dei capipopolo, molto più affini alle istituzioni, con cui intrattengono rapporti ambigui, per cui spesso le politiche calibrate su di loro vanno a scapito della comunità che dovrebbero rappresentare.
Gli immigrati della provincia di Vicenza dove sono impiegati?
Manifattura e lavoro in fabbrica nel 90% dei casi; le donne nei servizi o nelle attività di trasformazione. Le imprese artigiane contano dal 7 al 13% di manodopera straniera; quelle industriali poco meno del 10%. E’ vero che c’è un leggero calo in questo momento, comunque sono tassi consistenti. Noi abbiamo percentuali di nascita di bambini stranieri in ospedale che variano dal 10 a quasi il 20%, nelle scuole ci aggiriamo tra il 5, l’8, il 10% a seconda dei comuni. Insomma non è che possiamo pensare al problema alloggiativo, scolastico, come problemi transitori. E’ una società che si deve trasformare recependo strumenti e percorsi. Quello che abbiamo maturato per la casa è che queste persone vanno responsabilizzate, nel pieno rispetto della loro autonomia. Quindi non si tratta solo di approntare dei servizi, si devono offrire delle soluzioni, che siano efficaci sia in termini quantitativi che qualitativi. E’ questo l’obiettivo e non riguarda solo la casa. Tutta la politica locale e la società dovrebbero sentirsi coinvolte. Nell’ultima sanatoria abbiamo regolarizzato circa il 4% del lavoro dipendente in provincia di Vicenza, il che significa che a settembre del 2002 avevamo ancora questa percentuale di manodopera clandestina all’interno della nostra realtà produttiva. Questo vuol dire che il mercato del lavoro le persone se le chiama. Quindi non è che puoi pensare in termini idraulici, di saracinesche o di lavoro stagionale con entrate e uscite. Volenti o nolenti è questa la realtà del nostro territorio.
Avete anche stilato una breve lista dei casi pilota “chiusi” ossia di quelli conclusisi con successo…
Potrei citare Sanogo, un ragazzo della Costa D’Avorio del nord, quindi musulmano. Lui ha stipulato il contratto per un mutuo trentennale e ora paga meno dell’affitto. Per quattro volte l’abbiamo bloccato prima che comprasse un alloggio inadeguato rispetto ai parametri citati; siamo infine riusciti a far intervenire il Comune affinché potesse fare il ricongiungimento dell’intera famiglia. Lui era qui da solo con la seconda moglie e un bambino; è riuscito a far venire gli altri figli, uno dei quali era già in grado di lavorare, per cui è riuscito ad avere un reddito ulteriore; prima era costretto alla convivenza con un connazionale.
Quello che mi piace dell’esperienza, ce ne sono altre forse più significative, è che lui è un ragazzo molto semplice; allora, pensare che una persona senza grandi progetti in realtà sia riuscita a vedere lucidamente la portata di questa prospettiva e l’abbia trasmessa ai propri connazionali (molti dei quali hanno poi fatto la stessa scelta) mi è parso un risultato importante. Lo stesso datore di lavoro è intervenuto anticipandogli la liquidazione. Il nostro è stato tutto un lavoro di rete: il datore di lavoro, sollecitato dalla categoria, partner del progetto, gli ha anticipato la liquidazione benché non ne avesse ancora diritto; noi siamo riusciti a far rispettare la normativa facendo intervenire il Comune; l’istituto di credito ha voluto tutta una serie di spiegazioni che noi abbiamo fornito, poi gli si è fatto risparmiare qualcosa col notaio e lui così è riuscito nell’impresa, pur essendo molto tirato con i soldi. E oggi la sua condizione è radicalmente cambiata perché non solo paga meno mensilmente, ma è riuscito a ricongiungere la famiglia. Insomma si è promosso un comportamento volto all’integrazione: la casa, la famiglia, un legame particolare con l’impresa per cui lavora, che l’ha aiutato…
Nel Veneto ogni anno si ripresenta il problema delle quote, per cui nel giro di qualche mese vengono esaurite, e gli imprenditori ne denunciano l’insufficienza. Qui però c’è anche una forte presenza della Lega. Come interpretare tutto questo?
Qui passiamo a un altro livello di analisi. All’ufficio del Lavoro in pochi giorni abbiamo avuto più di mille domande depositate a fronte delle 180 quote concesse quest’anno per la provincia di Vicenza. Se lasciassimo aperti i canali di presentazione delle domande (ora si possono fare solo per posta, e fuori dall’ufficio ci sono cartelli che invitano ad astenersi) scopriremmo che la dimensione dell’offerta di lavoro è tale per cui le quote copriranno non più del 10% delle domande effettive. Però lì c’è un problema di politiche dei flussi, su cui io ho anche la mia opinione, su cui si può ragionare, ma che però è un dato distinto dal progetto per l’acquisto dell’alloggio.
Certo questo stesso progetto ha una certa valenza, però diciamo che fino a questo momento non ha sollevato valutazioni di tipo politico-mediatico. Non è escluso che questo avvenga in futuro, perché paradossalmente è una scelta di contenuto molto forte…
Qualche battuta s’è già sentita, tipo: “Ma dove li trovano questi soldi?”. Ahimé li trovano anche indebitandosi. Comunque ricordiamo che con i ricongiungimenti familiari non sono rare le famiglie che hanno più redditi; anche qui con alcune variabili nazionali e culturali: per alcuni è naturale, per altri rappresenta una scelta, per altri ancora è una scelta che ancora non è stata fatta.
Allo stato attuale direi che c’è soprattutto un ritardo degli enti locali, che ancora sono riluttanti a scommettere su questa esperienza.
Più che come un problema politico, però, lo interpreto come un problema di analisi, che sono estremamente superficiali, molto mediatiche, spesso strumentalizzate per dividere l’elettorato, e molto meno per maturare esperienze più profonde.
Quindi forse il nostro disagio nasce piuttosto dal vedere che un’idea che andrebbe consolidata, potenziata, reiterata, allargata nelle partnership, resa funzionale, secondo noi non lo è a sufficienza.
Resta il fatto che ci sono comunque una grande attenzione e consenso. Ormai veniamo interpellati direttamente dai singoli Comuni, ora abbiamo aperto anche a Bassano, e questo indipendentemente dagli orientamenti politici, perché alla fine non è difficile intravedere in questo uno strumento operativo efficace. Però sarebbe utile che maturasse anche una visione a 360 gradi del problema migratorio, dell’insediamento, della cittadinanza.
Va detto che noi abbiamo anche un territorio particolare: in provincia di Vicenza ci sono 128 comuni, quindi c’è una forte parcellizzazione ed è molto difficile creare delle sintesi a livello territoriale. Noi stiamo provando con i piani di zona, verificando se in sede di programmazione è possibile spendere scelte di questo tipo; lì ci sono problemi di risorse, può darsi emergano anche problemi di natura politica. Anche se, in realtà, in termini di costi, è molto più facile pagare un servizio di questo tipo che comprare una casa a fini sociali; in termini di risposta poi, secondo me, non c’è nemmeno paragone, soprattutto perché qui si lavora sull’insediamento di immigrati nel territorio semplicemente rendendo accessibili percorsi che il territorio già conosce ed è in grado di offrire, ossia l’accesso all’acquisto dell’alloggio.
Sarebbe opportuno lavorare ulteriormente sugli strumenti creditizi, per rendere più diffuso e fattibile il discorso del mutuo al 100%, dell’allungamento dei termini. Mi hanno spiegato che in Inghilterra è possibile fare un mutuo anche tra più generazioni, cioè comincio io e poi prosegue mio figlio, perché un immigrato di 40 anni fa fatica a fare un mutuo trentennale; ecco, operazioni di questo tipo sarebbero importanti, però ci vuole una lettura molto lucida e una forte consapevolezza del problema.
C’è un rischio di concentrazione, ghettizzazione delle zone dove trovano alloggio gli immigrati?
Premesso che gli immigrati sono spinti a comprare nelle zone più disagiate, perché le case costano meno, e che questo comunque vale anche per gli affitti, in realtà poi il problema è più ampio e riguarda innanzitutto la progettazione del territorio.
Il vero pericolo infatti, più che la concentrazione, è che si inneschi quel circolo vizioso per cui in un quartiere di immigrati casomai si decide di non investire, ossia di non costruire il parco, magari. Noi già verifichiamo che ci sono comuni, quartieri, o angoli di quartiere, dove l’insediamento di famiglie immigrate tende a svalutare gli immobili, che a sua volta li rende più accessibili ad altri immigrati.
Poi bisogna anche accordarsi sui termini che si usano, cioè per me non è ghettizzazione se gli immigrati tendono a ritrovarsi in un determinato locale o spazio. Andrebbe anzi promossa e riconosciuta la capacità del territorio di assimilare e vivere questo fenomeno e di creare continui supporti, appigli. Non mi riferisco alle idee o alla capacità progettuale, che restano carenti, ma proprio alle tante iniziative spontanee. Oggettivamente, in termini numerici, la crescita è stata consistente, il tipo di nazionalità è ormai molto diversificato, e questo pone problemi e sfide nuovi. Alcune strutture, penso alla scuola, hanno fatto cose incredibili, senza avere strumenti, orientamenti, e questo è un fattore molto positivo.
Credo sia arrivato il momento di decidere se questa vicinanza, queste piccole solidarietà riescono a diventare sistematiche o se la cosa si arena; se si riescono a dare indirizzi precisi e una prepaparazione culturale a tutti i livelli rispetto a un processo ormai inarrestabile.
Insomma, se nell’ospedale di fronte a casa mia ormai il 20% dei nati ha almeno un genitore straniero, non è che io possa sperare che mio figlio viva in un’altra realtà: vivrà in questo contesto. Ecco, questa consapevolezza è ancora molto poco presente. E così le risposte sono ancora perlopiù puntuali, volte a tamponare qua e là, oppure del tipo “faccio questo perché è il mio compagno di lavoro”, “questa è una famiglia simpatica, sono bravi e onesti”, però se l’altro è antipatico non gli si offre alcuno strumento; insomma sono tutte azioni estremamente diffuse, ma assolutamente episodiche. Anche nella realtà datoriale ho conosciuto imprenditori che hanno fatto tantissime belle cose, però sempre a partire da legami personali. Non si riesce ad avere una visione più ampia, di lungo termine, ragionando anche in termini anonimi, senza farlo solo per lui “perché al mattino arriva sempre al lavoro col sorriso”; se anche non è un tipo sorridente lo devo fare lo stesso perché è giusto farlo.
Infatti alcuni problemi, ad esempio nella sanità, stanno venendo al pettine. Con alcune comunità, in particolare i cinesi, ci si sta agitando oltre misura, perché il cinese non è quello a cui io faccio una solidarietà spicciola, casomai è quello con cui non ho alcuna via di comunicazione.
Allora, questo territorio, se da un lato è sorprendente per questa diffusa e inattesa generosità spontanea, dall’altro sconta un ritardo e corre dei rischi se non riesce a creare delle politiche più generali.
Tu però lamenti che proprio la politica non sta molto aiutando…
Purtroppo, come dicevo, il livello resta quello più mediatico e superficiale. Invece il cambiamento che dovremmo prospettare alle persone di fronte a questa realtà è grande e non sempre piacevole o scontato. E’ un cambiamento che comporta delle difficoltà, degli ostacoli. Qui non si tratta di essere di destra o di sinistra; è troppo facile porlo in questi termini. Certo, finché ragiono sugli sbarchi nell’Adriatico può anche far comodo lanciare slogan, ma poi mi trovo di fronte al quotidiano…
Lo ripeto: è importantissima l’organizzazione di volontariato che mette a disposizione l’appartamento, però la politica dovrebbe pensare a strumenti che permettano alla generalità degli immigrati di trovare una soluzione dignitosa e duratura. E questo non può essere fatto con un approccio solo assistenziale, pensando che gli immigrati siano sempre pochi e bisognosi. Non diciamo sempre che sono laureati, che sono bravi, che li sottoutilizziamo? Allora perché al dunque approntiamo politiche pensando sempre che siano degli sfigati, ignoranti, che gli dobbiamo dire tutto noi? Ecco, dobbiamo cominciare a fare leva sulle loro risorse, sulla loro autonomia nelle scelte. Questa esperienza dell’Agenzia è una prova che funziona. E dobbiamo pensare a delle politiche tese non alla visibilità, ma alla reale soluzione dei problemi. Per cui se anche allo sportello, oggi sempre affollato, venissero meno persone ma avessimo il riscontro che il processo si è avviato autonomamente, benissimo. Il giorno in cui gli immigrati si arrangiassero a comprare la casa, perché sono stati attivati degli automatismi, per cui basta domandare all’amico, al parente -come del resto ho fatto io quando ho comprato casa- sarà comunque un successo. Anzi allora saremo veramente alla pari e a un vicino immigrato io chiederò e pretenderò lo stesso rispetto delle regole senza -se sono di destra- arrabbiarmi e tantomeno -se sono di sinistra- lasciar correre perché poverini… Tra l’altro abbiamo già visto che se non si offrono queste possibilità sono alcuni immigrati ad assumersi la gestione e il monopolio di accesso a questi meccanismi, spesso con sfruttamenti interni. Già esistono queste situazioni, però anziché condannarle occorrerebbe offrire alternative reali.
Rispetto all’integrazione, la scelta di un immigrato di comprare la casa è comunque una decisione radicale…
Noi abbiamo un netto riscontro sul fatto che comprare la casa fa cambiare completamente registro, ribalta la situazione, l’ottica. In linea di massima, infatti, quando acquisto casa ho tutto l’interesse ad avere dei buoni rapporti con la realtà del vicinato, quindi a stare attento a come parcheggio, a mettere fuori i rifiuti nei giorni giusti, a non distinguermi troppo, a rispettare gli orari, proprio perché penso a dei rapporti di lungo periodo. Cionostante non mancano le difficoltà, soprattutto da parte della popolazione anziana, che fatica a trovare dei criteri con cui rapportarsi con queste nuove famiglie. Vorrei dire che sono due debolezze che si incontrano. Solo che la famiglia di immigrati è una realtà che cresce, si sviluppa, si consolida nel territorio, produce reddito, che sta, per così dire, “guadagnando”; invece la persona anziana in genere tende a essere sempre più diffidente, a sentirsi più vulnerabile, perché sta perdendo relazioni e quindi è sempre più guardinga verso il vicinato. Non a caso, nove volte su dieci i problemi sono tra queste due categorie, spesso a partire da conflitti di una banalità assoluta, in cui non c’è niente di etnico.
Tra l’altro, spesso le famiglie immigrate hanno bambini piccoli e questo nelle dinamiche condominiali può comportare ulteriori disagi. Insomma non mancano le difficoltà e non vanno sottovalutate, ma nemmeno ingigantite, sono tutte gestibili.
Che prospettive ci sono per il futuro?
Ora l’obiettivo primario è di consolidare l’esperimento a livello provinciale, cosicché gli spazi di azione siano maggiori. Allo stato attuale abbiamo uno sportello a Vicenza, a Schio, a Bassano, a Chiampo. Il contributo regionale scade a novembre, poi non si sa…
Forse una nota curiosa è che gli enti locali ci stanno chiedendo di aprire il servizio anche agli italiani. Evidentemente le situazioni sono diverse: mentre per gli immigrati parliamo di una realtà di crescita, per gli italiani questo bisogno spesso segnala dei problemi di disagio sociale.
Certo è paradossale che si sia tornati a ragionare in grande sul problema della casa spinti da questa domanda specifica degli immigrati. Già a Bassano il servizio è aperto anche agli italiani.


  


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Abbiamo tutti il doppio lavoro

Fare il sindaco in un comune valdese di montagna di 500 anime: il cruccio demografico, la difficoltà di attrarre giovani coppie, i servizi da calibrare quando d’estate arrivano i turisti, gli effetti dei tagli, l’integrazione con i pochi immigrati, la necessità di fare rete con gli altri comuni. Intervista a Patrizia Geymonat.

Il sabato dei bambini

Un’associazione che un giorno la settimana porta i figli delle detenute fuori dal carcere; l’importanza di cicli di conversazioni con le madri, perlopiù rom e analfabete, su argomenti specifici, l’igiene, l’alimentazione, la salute; la risorsa dell’affidamento e la proposta di una nuova legge; intervista a Leda Colombini.

Le quattro P

Protesta, pressione, progetti, pratiche... Se la globalizzazione rischia di svuotare le democrazie nazionali, allontanando la politica dai cittadini, sta anche internazionalizzando i movimenti di lotta per riportare la politica fra i cittadini rendendoli protagonisti. Un intreccio orizzontale di reti, esperienze di buone pratiche, legami di solidarietà. I rischi di derive nazionalistiche, xenofobe e fondamentaliste. La necessità di riforme delle istituzioni internazionali. Intervista a Mario Pianta.

Creare delle possibilità

Un progetto nato per riportare a casa e a scuola i bambini brasiliani che vivono per strada attraverso tante attività, ma soprattutto cercando di conquistare la loro fiducia; il momento, cruciale, in cui il bambino invita l’educatore a casa; il problema, grave, della droga e i successi imprevisti. Intervista a Carlos Roberto Caldas.

L'alloggio sociale

Di fronte alla crescita del problema abitativo degli immigrati, ma anche di sempre più italiani, un gruppo di cittadini ha messo su una cooperativa che recupera alloggi in disuso o "sotto soglia”, sia pubblici che privati, e dopo averli ristrutturati li riassegna applicando canoni calmierati. Intervista a Sergio D’Agostini.

L'ospedale naga

La vergogna degli ultimi decreti e il dramma, per chi è venuto qui a lavorare, di essere visto come un criminale. A emigrare sono sempre i migliori, chi ha delle carte da giocare e gode di buona salute. Una nuova immigrazione fatta di donne istruite e con grandi capacità organizzative. Intervista a Stefano Dalla Valle.

La tv di strada

La storia di un’associazione, Anelli Mancanti, che vive quasi esclusivamente grazie alla generosità dei volontari e degli immigrati che da ‘utenti’ si trasformano presto in soggetti attivi, tenendo corsi e partecipando alle varie iniziative. L’esperienza della telestreet e quella di un torneo di calcio multiculturale nato al parco delle Cascine, con alcune squadre improvvisate... Intervista a Silvia, Marco, Giorgios, Costanza.

Quando compio 18 anni...

L’impegno di un’associazione per offrire una famiglia ai minori stranieri non accompagnati; i ragazzini afgani in affido, segnati da eventi traumatici, ma con un grande desiderio di riscatto; l’assurdità di una legge che a 18 anni li rimanda nell’irregolarità; intervista a Emanuele, Susanna, Patrizia, Anna e Marika.

Vicino di banco

Un doposcuola per bambini extracomunitari e non, nato per caso quando, a una festa, un ragazzino ha chiesto di poter portare a casa gli avanzi; oggi tanti volontari insegnano l’italiano anche alle madri, e ragazzi ormai cresciuti restano a insegnare ai nuovi arrivati. Intervista a Morena Mezzalira e Marilisa Parlato.

Beni comuni

L’equivoco di far coincidere l’ideologia della decrescita con un periodo di crisi economica. La delusione di un terzo settore sempre meno fattore di cambiamento e il paradosso di una Banca Etica che investe in Borsa. La tradizione, dimenticata anche dai sindacati, del mutualismo. Intervista a Lorenzo Guadagnucci.


L'ospedale naga

La vergogna degli ultimi decreti e il dramma, per chi è venuto qui a lavorare, di essere visto come un criminale. A emigrare sono sempre i migliori, chi ha delle carte da giocare e gode di buona salute. Una nuova immigrazione fatta di donne istruite e con grandi capacità organizzative. Intervista a Stefano Dalla Valle.

Al caffé alzheimer

Un posto dove ritrovarsi, raccontare, scambiarsi consigli, che serve più ai parenti che ai malati; le prime avvisaglie della malattia, spesso non facili da decifrare; la dedizione di mariti, mogli e figli al loro caro che ormai non li riconosce più; la solitudine nell’affrontare una malattia terribile. Intervista a Roberta, Rita, Franco e Patrizia.

La piazza è mia

Gli anni della grande delusione seguiti a quel mandato di Orlando che tante speranze e aspettative aveva sollevato, e poi il ritorno alla fatica quotidiana, con i coetanei che vanno al nord e una classe dirigente totalmente inadeguata; l’importanza di ripartire dallo spazio pubblico. Intervista a Simone Lucido e Maurizio Giambalvo.

C'era la luce accesa

Fare il sindaco di un piccolo comune sardo che resiste alle profferte allettanti ma vergognose delle multinazionali dell’eolico e si tiene la gestione dell’acqua; tenere pulita la piazza andando finanche di persona a raccogliere cartacce; credere nell’indipendenza della Sardegna ma fare poi tante piccole cose... Intervista a Mario Satta.

La porto in giro
in bicicletta?!

Una comunità di ragazzi "difficili”, con situazioni familiari disastrose ed esperienze di carcere minorile, molti immigrati, in cui si decide di far vacanza in bicicletta; i ragazzi, dopo essersi fatti da soli le biciclette sono partiti per un viaggio faticoso ma di cui, poi, andar orgogliosi; lo scarso fascino, purtroppo, della bicicletta. Intervista a Giovanni Torrani.
Metter da parte
per le disgrazie

Un’agenzia di assicuratori alternativa, che riscopre lo spirito mutualistico originario dell’assicurazione: persone che si associano e pagano un tot per i problemi che possono colpire una di loro. Contratti di sole due pagine, chiari, scritti in grande, di un anno, un’altra concezione del non assicurabile, un modo di operare fondato sul socio lavoratore e non sul lavoro a provvigione... Intervista a Gianni Fortunati.
Far sorridere
una signora

L’attività volontaria di un gruppo di donne, alcune che già hanno subito l’operazione e altre no, per fare prevenzione sul territorio e per dar conforto, e consigli, alle donne che stanno per essere operate di tumore al seno. Intervista alle attiviste di Andos di Albano Laziale. .
Il mercoledì

L’idea di una specificità femminile anche nella sofferenza, il bisogno di un’intimità libera, un appartamento in cui ritrovarsi a parlare di tutto, a organizzare gite, laboratori di teatro, in cui ci si aiuta a superare lo stigma del centro di salute mentale, a sperimentare che le medicine sono meno importanti delle relazioni. Intervista a Silva, Marina, Pina, Licia, Graziella, Antonella, Patrizia, Francesca, Loredana, Laura, Liliana, Eliana, Mara.
Spezzare la cronicità

Un impegno, quello della Casa della Carità di Milano, per aiutare persone finite ai margini della società, senza fare assistenzialismo; patti di socialità e legalità molto severi, in cui si riceve e si dà, perché questa è la base della riconquista di una cittadinanza piena; l’esperienza con i rom. Intervista a don Virginio Colmegna.
L'alloggio sociale

Di fronte alla crescita del problema abitativo degli immigrati, ma anche di sempre più italiani, un gruppo di cittadini ha messo su una cooperativa che recupera alloggi in disuso o "sotto soglia”, sia pubblici che privati, e dopo averli ristrutturati li riassegna applicando canoni calmierati. Intervista a Sergio D’Agostini.
Nel barrio de La Paz

L’esperienza straordinaria del Teatro dell’Oppresso che perdura in tutta l’America Latina, malgrado l’avvento della democrazia. Intervista al gruppo Taller del barrio di La Paz, Bolivia.
La tv di strada

La storia di un’associazione, Anelli Mancanti, che vive quasi esclusivamente grazie alla generosità dei volontari e degli immigrati che da ‘utenti’ si trasformano presto in soggetti attivi, tenendo corsi e partecipando alle varie iniziative. L’esperienza della telestreet e quella di un torneo di calcio multiculturale nato al parco delle Cascine, con alcune squadre improvvisate... Intervista a Silvia, Marco, Giorgios, Costanza.
Far del bene

Dai gesti più piccoli e occasionali all’impegno quotidiano in grandi e piccole associazioni di volontariato, la generosità è sempre più diffusa, e, a differenza del passato, ha come motivazione principale il piacere. Una grande occasione di amicizie. Il rischio della professionalizzazione e dell’eccessiva normazione. La necessità di preoccuparsi dell’efficacia, ma senza farne un’ossessione. Intervista a Bruno Manghi.
Il dialogo, senso comune democratico

Riuscire a far stare insieme operatori israeliani e palestinesi, o attivisti antiabortisti e abortisti laddove c’erano stati già degli omicidi, o a risanare una città devastata dalla corruzione; sono i miracoli che possono compiere la passione dei cittadini alla soluzione dei problemi e il metodo del dialogo finalizzato a una soluzione che vada bene a tutti; il grande ruolo del facilitatore "di democrazia”. Intervista a Susan Podziba.
Il mercato
dell'ultimo minuto

Dalle rimanenze che si butterebbero, innanzitutto di cibo, un circuito virtuoso fra consumatori disagiati, impossibilitati a comprare, associazioni di volontariato, una cooperativa di giovani idealisti, un comune sensibile e ditte profit che risparmiano sulle spese di smaltimento, sulla tassa dei rifiuti e guadagnano in immagine. Last Minute Market, un’emerita buona pratica che si sta diffondendo. Intervista a Andrea Segré.
Il legame
della partecipanza

Nonantola, un paese del modenese dove vige ancora la Partecipanza, pratica che risale al medioevo, quando l’abate consegnò la terra al popolo nonantolano perché la coltivasse, dove nel ‘43 i cittadini si mobilitarono per mettere in salvo un gruppo di bambini ebrei, dove il partito comunista aveva il 70%, dove, primo posto in Italia, gli immigrati poterono votare per un loro rappresentante... Intervista a Valter Reggiani.




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