








UNA CITTÀ n. 114 / 2003 Luglio-AgostoIntervista a Mariangela Bastico
realizzata da Gianni Saporetti
UN OBBLIGO DA RISPETTARE
Una legge, quella regionale dell’Emilia Romagna sulla formazione, che, pur rispettando le prerogative nazionali, cerca di porre rimedio a un’impostazione foriera, di fatto, di discriminazione fra chi studierà e chi deve andare a lavorare. Un biennio integrativo che permette di tener insieme sapere e saper fare. Occasioni di formazione durante tutto l’arco della vita. Intervista a Mariangela Bastico.
Mariangela Bastico, modenese, assessore a Scuola, Formazione professionale, Università, Lavoro, Pari Opportunità della Regione Emilia Romagna, ha firmato la legge regionale sulla formazione che ha suscitato le critiche della ministra Moratti, che la considera contraria agli indirizzi nazionali.
Si è parlato molto della legge regionale dell’Emilia Romagna sulla formazione professionale. Può illustrarcela?
Questa legge, secondo me, si colloca in una continuità ideale, culturale col passato. Infatti l’investimento in materia educativa è sempre stato fortemente radicato nel nostro territorio; da noi c’è sempre stata la convinzione forte che l’educazione e l’istruzione siano dei valori fondamentali per il futuro dei giovani. Noi sentiamo genitori che ai figli dicono: “Studia”, e non, come purtroppo accade in altre realtà del nostro Paese, anche a noi abbastanza vicine: “Ah, ma cosa studi a fare? Smetti e vai subito a lavorare; magari vieni a lavorare con me, nella mia azienda e vedrai che presto guadagnerai più del tuo insegnate”. Nella nostra regione invece c’è sempre stata una forte scelta valoriale da parte dei cittadini, delle famiglie, del tessuto diffuso, unita alla consapevolezza che il futuro si costruisce meglio se abbiamo conoscenze, saperi, istruzione.
Inoltre c’è stata, e c’è tuttora, la consapevolezza, da parte delle amministrazioni pubbliche, che le competenze e le conoscenze costituiscono una chiave di volta fondamentale per lo sviluppo economico. Queste opzioni furono compiute subito nell’immediato dopoguerra, nonostante la ovvia scarsità di risorse; a Modena, Reggio, Bologna, furono gli enti locali stessi, i Comuni, le Province, a fondare gli istituti tecnico-professionali, perché c’era la coscienza che solo le competenze avrebbero potuto promuovere lo sviluppo economico e sociale del territorio. E questi istituti esistono ancora, sono sempre a gestione comunale e provinciale e sono tuttora esempi di scuole illustrissime, universalmente riconosciute come tra le più valide.
Così, sempre all’interno di questa filosofia, verso la metà degli anni ’60, con grande lungimiranza e intelligenza, si intuì che la scuola dell’infanzia (cioè i nidi e le scuole materne) costituiva un segmento importante della formazione dei bambini, oltre a rappresentare una grande opportunità per le donne che lavoravano fuori casa. Senza dimenticare un altro grande investimento fatto dagli enti locali nella nostra regione: il tempo scuola, ovvero il tempo pieno. Partimmo all’inizio col dopo scuola, che poi, nel tempo, si è trasformato in tempo pieno o tempo prolungato; anche lì ci muoveva questa grande idea che la scuola aveva il compito di aiutare le persone a pareggiare le diverse posizioni di partenza, sostenendo quei bambini che alle spalle non avevano una famiglia in grado di accompagnarli, non solo nei compiti pomeridiani, ma nella loro crescita culturale complessiva. Questa storia va valorizzata con grande lucidità perché rappresenta uno degli elementi differenziali che fanno la qualità dello sviluppo economico e della coesione sociale nella nostra regione.
Non a caso, anche le ricerche più recenti, fatte per esempio dalla Banca d’Italia o da Unioncamere -quindi ricerche non suscettibili di partigianeria- ci confermano che l’Emilia Romagna è tuttora una delle regioni con la qualità della vita più alta, e non solo a livello nazionale, ma anche europeo. Gli indicatori di benessere, sia in senso strettamente economico (il reddito pro capite nella nostra regione è uno dei più alti, e contemporaneamente la sua distribuzione è molto più equa e diffusa) sia in senso sociale più generale (livelli dei consumi, qualità e quantità dei servizi, ecc.) ci collocano sicuramente tra le prime realtà europee. Ora, in questo differenziale positivo, io colloco sicuramente il tema dei saperi e delle competenze, che nella nostra regione si unisce a un forte spirito di imprenditorialità diffusa e a un legame positivo tra cittadini e istituzioni, ad un loro reciproco riconoscimento.
Nella nostra regione infatti non c’è mai stato il modello della grande industria fordista, basato sulla catena di montaggio e sui saperi molto ristretti e molto settoriali del lavoratore, ognuno nel proprio pezzetto di catena. Il nostro è sempre stato un modello di sviluppo economico fortemente centrato sui saperi diffusi e sulla capacità di rispondere ai bisogni, di anticiparli, di creare innovazione. Certo, oggi la competizione internazionale ci chiede ancora più saperi, più conoscenze; quello che sapevamo prima non è più sufficiente. E quindi il tema dell’investimento nel sapere per noi è diventato centrale.
Ma qual è la caratteristica principale del vostro intervento sul sistema formativo?
Oggi noi non abbiamo più il compito di intervenire su singole parti del sistema del sapere e delle conoscenze, ma abbiamo la possibilità di farlo in modo più ampio sull’intero sistema.
Questo costituisce il salto di qualità, il mutamento di prospettiva: non più interventi separati sui vari segmenti dell’istruzione -la scuola per l’infanzia, la formazione professionale, quella per gli adulti, ecc.- ma un intervento globale sull’intero sistema formativo, intendendo con esso ciò che nella lingua anglosassone è definito dal termine education, quindi non solo la scuola in senso stretto, ma, più complessivamente, la formazione professionale, la formazione alta -universitaria e post universitaria- l’educazione degli adulti, l’educazione non formale, l’educazione per tutto l’arco della vita. Per farlo, abbiamo utilizzato le competenze, in materia di formazione, che il nuovo testo costituzionale, nel Titolo Quinto, attribuisce alle Regioni. Inoltre, un aspetto fondamentale è costituito dal fatto che questa legge, piuttosto che fornire essa stessa una definizione vincolante di sistema formativo, è interessata a valorizzare la capacità di offerta dell’intero sistema formativo; vale a dire che la Regione non è interessata tanto a regolare i soggetti, molti dei quali non sono nemmeno sotto la sua giurisdizione -pensiamo alla scuola o all’università- quanto sostenere la qualità dell’offerta proveniente dai soggetti che compongono il sistema dell’education, avendo come riferimento essenzialmente il bisogno formativo delle persone e del sistema economico-sociale.
Tutta la legge, infatti, è centrata sull’idea di sistema formativo come sistema complesso e non tanto sui singoli soggetti dell’offerta (che hanno già anche troppe regolamentazioni) di cui, al contrario, valorizziamo prima di tutto l’autonomia.
Questa idea di base ci ha consentito di impostare la legge in maniera non prescrittiva, senza cioè imporre al sistema formativo nuove regole, nuovi vincoli, nuovi indirizzi, la qual cosa avrebbe, secondo me, suscitato ostilità o almeno diffidenza tra i soggetti che operano nel settore. Soggetti che, giustamente, hanno bisogno di maggiore autonomia, e non di avere ulteriori regole della Regione, e magari della Provincia e dei vari Comuni. Abbiamo invece impostato la normativa facendo sì che l’idea centrale sia la valorizzazione e la qualificazione dell’offerta formativa; a noi interessa che tale offerta sia di qualità, che risponda a degli obiettivi e, soprattutto, ai bisogni delle persone e del sistema economico.
Cosa intende per qualificazione dell’offerta formativa?
Vuole dire: “non uno di meno”, e cioè che non dobbiamo lasciare indietro nessuno. In questo senso siamo totalmente alternativi all’idea sottesa alla legge Moratti, che invece prefigura una scuola che distingue, emargina, allontana; una scuola che fa correre i ragazzi, li seleziona, li divide, li giudica presto e più volte. Noi al contrario offriamo tutta una serie di opportunità ai soggetti del sistema formativo, a patto però che l’obiettivo sia chiaro e condiviso: non vogliamo lasciare indietro nessuno. Vale a dire che il diritto alla formazione (usiamo questo termine, più comprensivo rispetto a quello di istruzione) per tutti i ragazzi fino a diciotto anni deve essere assolutamente garantito. E non deve essere soltanto un diritto formale -è ovvio che formalmente è già un diritto acquisito- ma deve essere fruito nella sostanza; in questo senso abbiamo usato il secondo comma dell’art. 3 della Costituzione, dove si afferma “l’uguaglianza sostanziale delle persone”; pertanto vogliamo garantire non soltanto l’accesso al sistema ma anche un accompagnamento verso il successo scolastico.
La seconda idea portante della legge riguarda il diritto alla formazione per tutto l’arco della vita (formazione continua o permanente). Noi non condividiamo assolutamente l’impianto della legge Moratti, che in sostanza fa terminare il percorso di istruzione e formazione a diciotto anni: s’impara fino a diciotto anni, punto e basta; non si occupa quindi dell’educazione per tutto l’arco della vita. C’è una citazione in un articolo iniziale, (dove si afferma: si farà un piano finanziario per la formazione degli adulti) dopodiché di questo argomento non v’è più traccia lungo tutta le legge.
Noi, al contrario affermiamo che un’altra chiave di volta per il nostro futuro è la formazione per tutto l’arco della vita e proponiamo una serie di interventi relativi all’educazione degli adulti a tutto campo, sia per coloro che desiderano un recupero di quella scolarizzazione di cui non hanno potuto usufruire al tempo della loro giovinezza (pensiamo a quanti non hanno neppure la licenza media) sia per chi ha bisogno di un’alfabetizzazione primaria, magari perché straniero. Ma soprattutto, in un mondo che cambia a estrema velocità, c’è la grande necessità di riaggiornare continuamente le proprie conoscenze e competenze, ad esempio rispetto alle lingue straniere o all’informatica. E questo può essere fatto sia come formazione nell’ambito del proprio luogo di lavoro, ma soprattutto all’esterno, come formazione non direttamente connessa con la propria attività lavorativa.
L’altra grande area è quella dell’educazione informale, vale a dire le cosiddette università della terza età. Partite avendo come protagonisti prevalentemente anziani, oggi stanno ampliando straordinariamente la loro tipologia di fruitori; quindi non più soltanto anziani con un basso livello di scolarizzazione che, arrivati finalmente all’età della pensione, provano il desiderio di recuperare conoscenze che, a causa della loro storia, non avevano mai potuto avere -cosa bellissima secondo me- ma anche adulti già in possesso di competenze, gente laureata o diplomata, insegnanti in pensione, che frequentano questi corsi per coltivare interessi fino ad ora trascurati.
Lei ha citato le competenze attribuite alla Regione dal rinnovato Titolo Quinto della Costituzione. Ma come si pone questa legge rispetto alla normativa statale che regola il sistema scolastico?
Sì, per fare questa legge, abbiamo usato le competenze che ci attribuisce il Titolo Quinto. Abbiamo pertanto posto grande attenzione a non intervenire sulla legislazione statale sull’istruzione, rispettando in pieno il testo costituzionale che afferma che lo stato ha competenza esclusiva in materia di ordinamento scolastico. E questa è una scelta che abbiamo operato non solo per rispettare la Costituzione, cosa dovuta, ma perché fortemente convinti della positività di questa impostazione. Riteniamo infatti che l’ordinamento nazionale, in materia di scuola, sia proprio a garanzia del diritto all’istruzione per tutti i ragazzi e le ragazze d’Italia, in qualsiasi regione vivano, e temiamo moltissimo la regionalizzazione del sistema dell’istruzione: venti sistemi diversi rischiano di non poter garantire questo diritto con il necessario livello di omogeneità. Non abbiamo attuato, quindi, nessuna fuga in avanti con norme che magari ci avrebbero convinto di più nel merito, ma che avrebbero corso il rischio di scardinare l’ordinamento nazionale. Non vogliamo certo essere proprio noi la prima Regione a farlo. Infatti siamo fermamente contrari alla proposta di riforma costituzionale che prende il nome di devolution, proprio nella parte che stabilisce che scuola, sanità e sicurezza, vengano attribuiti all’esclusiva competenza regionale. In questo modo va perduto l’impianto nazionale del sistema e si corre il rischio di creare grandi differenze tra una regione e un’altra, dando il via ad un forte processo di dequalificazione del grande sistema di protezione sociale nazionale che attiene ai diritti fondamentali delle persone: la salute, l’istruzione e la sicurezza.
Ordinamento nazionale per noi significa rispetto dell’obbligo scolastico e di quello formativo, rispetto dei cicli scolastici, della quota di piani di studio nazionali, dello stato giuridico e del contratto di lavoro del personale docente, dell’età di accesso alla scuola, sia materna che elementare (non ci convince l’anticipo, ma se è legge dello stato va applicata). Questi sono aspetti ordinamentali e noi li rispettiamo come tali.
Prendiamo ad esempio l’abbassamento dell’obbligo scolastico alla fine della terza media, a tredici-quattordici anni: certo, è il punto della legge Moratti che noi riteniamo più pesantemente negativo; siamo certamente l’unico paese al mondo che nel 2003 abbassa l’obbligo dell’istruzione; noi ci abbiamo riflettuto molto: avremmo potuto, solo nella nostra regione, innalzare l’età dell’obbligo e portarla alla prima superiore o, addirittura -come avremmo desiderato- alla fine del biennio. Ma non era possibile, sarebbe stato addirittura incostituzionale, ma soprattutto avrebbe costituito una violazione ad una norma ordinamentale. E conseguentemente, così come noi avremmo voluto innalzare l’età dell’obbligo, parimenti un’altra regione sarebbe stata legittimata ad abbassarla, magari alla seconda media. Avremmo noi stessi dato il via a differenze di normazione inaccettabili tra le varie regioni.
Quindi abbiamo fatto la scelta di stare dentro l’ordinamento statale, utilizzando però la cosiddetta “competenza concorrente”; vale a dire che lo stato, come prevede la Costituzione, emana le norme generali, mentre la Regione emana quelle più di carattere funzionale e organizzativo, nel rispetto dell’autonomia scolastica. Usando questa competenza concorrente, abbiamo inserito una serie di norme migliorative rispetto al testo nazionale, tese soprattutto a ridurre al massimo i danni della legge Moratti. Abbiamo utilizzato inoltre la competenza esclusiva che la Costituzione ci riconosce in materia di istruzione e formazione professionale, abrogando le precedenti leggi regionali che normavano la materia.
La legge regionale parla di autonomia scolastica? Che valutazione ne date?
Per noi l’autonomia è un valore fondamentale; è stata costituzionalizzata, quindi è intoccabile. Teniamo conto che la scuola, a livello di impianto giuridico, fino al 2000 non conosceva autonomia; è stata sempre un’articolazione decentrata del Ministero della Pubblica Istruzione, tant’è vero che ha sempre funzionato attraverso circolari, anche molto dettagliate. Pensiamo d’altronde che la scuola superiore ha ancora sostanzialmente l’impianto gentiliano del 1923, non ha mai avuto una vera e propria riforma. Oggi però la scuola non è più l’articolazione decentrata del Mistero della Pubblica Istruzione (anche se purtroppo le circolari continuano ad arrivare…); ma non è nemmeno l’articolazione della Regione, della Provincia, di un Comune, non è il braccio di un ente pubblico, è un soggetto autonomo con proprie capacità di rappresentanza giuridica, ma soprattutto con una propria capacità di organizzarsi per rispondere al meglio ai bisogni della comunità discente. Io penso infatti che l’autonomia esprima questo concetto di scuola intesa come comunità di ragazzi, di docenti, di dirigenti scolastici, di genitori, che ha questa capacità di autodefinirsi e di rapportarsi a soggetti esterni. Penso a una scuola che si rapporta da pari ai Comuni, alle Province, alle associazioni del territorio -economiche, sociali, di volontariato-, e che in questa relazione costruisce il proprio percorso educativo, ovviamente nel rispetto delle leggi. Una scuola quindi, che valorizza al massimo, in primo luogo il principio della libertà e della pluralità di insegnamento, in secondo luogo la differenziazione dei percorsi educativi, che devono seguire i diversi bisogni dei ragazzi, e, terzo, il collegamento con i bisogni e le risorse del territorio.
Però credo che la Moratti violi l’autonomia scolastica in continuazione, intanto perché taglia continuamente le piccole risorse a disposizione delle scuole (e non si può essere autonomi senza un minimo di risorse di cui disporre), e in secondo luogo perché crea delle regole assolutamente vincolanti per il suo funzionamento. Noi infatti abbiamo fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro questa finanziaria, che ha stabilito, ad esempio, che nella scuola superiore, i docenti che fanno un’assenza inferiore ai quindici giorni non debbano essere sostituiti. Ma dovrà essere la scuola a decidere se una classe può stare quindici giorni (ma anche un mese) senza docente, perché è la scuola che sa se ci sono altri insegnanti in grado di sostituirlo, oppure se quella è una classe che ha problemi tali per cui non può stare nemmeno un giorno senza supplente! Questa è la negazione totale dell’autonomia scolastica! Le norme della nostra legge invece la sostengono.
La prima norma che poniamo a valorizzazione dell’autonomia è il trasferimento alle scuole della quota dei piani di studio che la legge Moratti attribuisce alla competenza regionale. Infatti una quota di questi è determinata a livello nazionale, giustamente, perché questo costituisce la garanzia che i livelli di sapere siano omogenei; una quota invece è regionale (non sappiamo ancora quanto, potrebbe essere il 15%, il 20%, il 25%) e, infine, il 15% del monte ore dei programmi è a carico delle autonomie scolastiche. Per inciso, se la legge Moratti avesse voluto essere rispettosa dell’autonomia avrebbe dovuto continuare a parlare di curricula scolastici (che costituiscono degli obiettivi di un percorso che deve essere fatto a seconda delle modalità didattiche e delle esigenze delle singole scuole) e non di piani di studio, che rappresentano semplicemente i programmi ministeriali. Ebbene, la Regione ha già deciso, attraverso questa legge, di trasferire la propria quota di piani di studio alle autonomia scolastiche, perché a noi pare un vulnus molto profondo il fatto che le Regioni intervengano sui contenuti dell’insegnamento. Infatti si sono già lette cose molto preoccupanti, dette da alcuni presidenti di Regione.
Nella legge si parla anche di valorizzare i centri a sostegno dell’autonomia...
Sì, noi abbiamo voluto ripristinare a livello regionale quello che la Moratti ha cancellato a livello nazionale, vale a dire i centri a sostegno dell’autonomia, cioè quei nuclei territoriali, magari gestiti da reti o consorzi di scuole e sostenuti anche dalle autonomie locali, che costituiscono dei centri di documentazione educativa. Alcuni di essi sono già molto strutturati, molto importanti, e rappresentano un sostegno, su richiesta della scuola, per costruire programmi innovativi, in particolare rivolti all’integrazione dei ragazzi in difficoltà, portatori di handicap, stranieri, ecc. Perché tu non puoi dire alla scuola: “Tu sei autonoma, arrangiati”; no, tu sei autonoma, io però ti do gli strumenti per supportare questa autonomia, sia a livello amministrativo (il livello che forse, nonostante crei tanti problemi, è più facile da affrontare, perché basta mettere a disposizione un consulente per il bilancio e il problema si risolve) sia a livello didattico, educativo, formativo, soprattutto a fronte di temi così complessi. Oggi la scuola, in particolare nelle città, si trova ad affrontare problemi di complessità estrema: ragazzi con disagio profondo, di ordine familiare e sociale, ragazzi immigrati, disabili (che per fortuna sono tutti dentro la scuola). Nella nostra regione ne esistono già tanti, noi ne abbiamo censiti 283, prevalentemente sostenuti da autonomie locali, da insegnanti, a volte da associazioni di volontariato. Noi vorremmo metterli maggiormente in rete, sostenerli, farli crescere.
Il secondo tema è quello della continuità dei percorsi scolastici formativi, particolarmente nel primo ciclo. Noi siamo contrari all’idea della Moratti di anticipare l’accesso alla scuola dell’infanzia e alla scuola elementare, e a frammentare il ciclo di base. Perché questa frammentazione, questo anticipo costituiscono già un elemento di costruzione di difficoltà per quei bambini che hanno ritmi di crescita più lenti. A quell’età i bambini sono molto diversi l’uno dall’altro, ci sono bambini precoci e bambini meno precoci. Se tu inizi a dire: “In prima elementare tutti devono saper leggere e scrivere”, metti in atto un atteggiamento di discriminazione verso i bambini che non riescono a raggiungere quel traguardo, semplicemente perché hanno un ritmo di crescita più lento. Perché quel loro “ritardo” diventa davvero un ritardo, viene già etichettato, sancito, e prima o poi sanzionato come tale. E questo è veramente, profondamente sbagliato.
Ad esempio a quest’età conta moltissimo la famiglia; se hai una famiglia che ti stimola e ti sostiene hai già un enorme vantaggio di partenza. Quindi l’idea berlingueriana di un ciclo unitario (non stiamo a discutere se gli anni devono essere sette o otto) aveva dietro questa straordinaria idea: andiamo a vedere alla fine del ciclo qual è il processo di crescita di un bambino, non sottoponiamolo costantemente a verifiche e soprattutto non sanciamo il ritardo di crescita. Perché un bambino che comincia ad avere dei fallimenti moto presto, è un bambino che non sarà mai sereno nel suo processo di apprendimento. Per cui noi, nella legge, proviamo a recuperare quest’idea in vari modi. In primo luogo sostenendo e valorizzando i percorsi di continuità nido-materna-elementare e media. Ci sono già esperimenti in tal senso in regione, ci sono già molte scuole che favoriscono il passaggio tra il nido e la materna o tra la materna e le elementari. E lì magari il bambino più precoce può procedere verso un livello di formazione rispondente alla prima elementare, l’altro invece può continuare un processo di apprendimento costruito applicando metodologie diverse. Infatti non è che il bambino che non sa scrivere non stia apprendendo, si tratta soltanto di scegliere a quale punto della sua maturazione immettere l’apprendimento della scrittura e della lettura, quando farlo decollare. Ma tutto l’apprendimento fatto nella materna, che non è centrato sulla lettura e sulla scrittura, è un processo di formazione di grandissima qualità. Per incentivare questi progetti favoriamo la creazione di istituti comprensivi, che erano stati istituiti dalla riforma Berlinguer, e invece sostanzialmente aboliti da quella Moratti.
Noi, nella nostra regione, ne abbiamo più del 50% e anche quest’anno ne abbiamo fatti nascere altri, definiti “verticali”: scuola materna, elementare e media, collocate dentro una stessa autonomia scolastica, con un corpo docente unico, che così può lavorare molto di più in coprogettazione. In questo modo la scuola è anche molto più legata alla comunità; ad esempio in un comune di piccole e medie dimensioni difficilmente si riuscirà ad avere un’autonomia in “orizzontale”, con istituti comprensivi costituiti unicamente da gruppi di scuole elementari o medie, mentre invece in verticale tu puoi avere una scuola che fa riferimento a quel sindaco, a quel Comune, e che soprattutto mette insieme tante professionalità diverse, e le aiuta a confrontarsi, a progettare insieme.
Un’altra parola chiave della legge è quella di integrazione. Ci può spiegare meglio?
L’integrazione per noi ha due aspetti importanti. Il primo, di carattere più orizzontale -definiamolo così- è costituito dall’integrazione tra le politiche dell’educazione e, più complessivamente, quelle del territorio, affinché la scuola non resti un corpo separato ma venga considerata come uno dei tanti nodi della rete, interconnesso con le politiche più complessive della città, quelle ambientali, sociali, culturali, sportive (pensiamo alle biblioteche, alle polisportive, ai luoghi di incontro, alle associazioni di volontariato, ecc.). Solo in questo modo è possibile affrontare quelle problematiche di disagio o di degrado sulle quali la scuola, lasciata da sola, non sarebbe mai in grado di intervenire.
Poi c’è invece un processo di integrazione più interna al sistema formativo, vale a dire l’integrazione tra scuola in senso stretto e formazione professionale, e, più in generale, con tutte le agenzie formative. Noi infatti siamo convinti che si possa creare un valore aggiunto se si riesce a fare lavorare più strettamente l’istruzione con la formazione professionale, rifiutando la logica della legge Moratti, che invece separa nettamente i due canali: da una parte la scuola modello liceo classico, impostata su un sapere e una cultura astratti, assolutamente staccati dalla realtà, altamente selettiva, mirata esclusivamente all’accesso all’università; dall’altra parte la formazione professionale, per chi non è capace e deve avviarsi verso un destino di lavoro più o meno precoce, che ricorda un po’ il vecchio avviamento, una formazione, cioè, intesa come addestramento professionale.
Noi a questa divisione siamo risolutamente contrari. Innanzitutto, fatta in terza media, è troppo precoce, e inoltre è troppo discriminatoria e finirà inevitabilmente per creare un canale di serie a e uno di serie b. Tra l’altro è una separazione assai poco funzionale alle necessità del nostro sistema economico e produttivo, perché non valorizza la cultura tecnico-scientifica e professionale. Se il canale professionale è di serie b ed ha una funzione soltanto addestrativa, adatta a chi “non è capace”, come farà a formare le persone che poi rappresenteranno i tecnici di domani, vale a dire la chiave di volta del nostro sistema produttivo? Se ne stanno fortunatamente accorgendo anche le organizzazioni di rappresentanza del mondo economico.
Qual è invece l’idea di integrazione contenuta nella legge regionale?
La nostra idea forte è costituita dall’intenzione di mettere insieme il sapere col saper fare, superando l’idea gentiliana -che ormai è rimasta solo nel nostro paese- secondo la quale la vera cultura è staccata dall’applicazione.
Uno dei limiti della nostra scuola è di avere troppo poco valorizzato la cultura del lavoro, che, attenzione, non è l’addestramento professionale, non è imparare il tornio, ma è la capacità di applicare le conoscenze. Noi, anche nelle scuole migliori, facciamo uscire dei ragazzi che non hanno la minima idea di cosa sia il lavoro, quali siano le relazioni che vi si instaurano, i diritti e doveri ad esso connessi, ecc.
Tra l’altro questa visione costituisce un vincolo e una discriminazione per tutti quei ragazzi che non hanno una capacità di apprendimento secondo un modello teorico-cattedratico (il vero sapere, secondo la riforma Moratti). Prendiamo ad esempio l’esperienza napoletana di Chance e dei maestri di strada: ebbene, questa esperienza ci racconta in modo emblematico che si può insegnare matematica e fisica attraverso la riparazione del proprio motorino, che loro spesso sanno già fare. Partendo di lì, ti ascoltano e ti seguono, e da quello puoi arrivare anche a spiegare i processi fisici e matematici che ci stanno dietro. Se al contrario li metti in una classe e gli insegni le formule da imparare a memoria, non li avrai più. A Napoli i ragazzi scappano dalle aule, da noi forse ci restano un po’ di più, perché magari le famiglia li spingono, ecc., ma prima o poi li perderemo.
Per questo, nella legge proponiamo un biennio formativo integrato, secondo un positivo intreccio di istruzione e formazione professionale, di sapere e saper fare. In pratica, a seconda dell’indirizzo prescelto, questo biennio conterrà insegnamenti di cultura generale e una quota di materie più professionalizzanti. In questo modo, i ragazzi che si indirizzeranno verso una scuola più tradizionale avranno già dal primo anno materie più professionalizzanti, e soprattutto modalità di insegnamento più innovative, maggiormente improntate ad un sapere pratico piuttosto che teorico; nello stesso tempo, anche quei ragazzi che all’uscita della terza media vorrebbero andare presto a lavorare avranno accesso, all’interno della formazione professionale, a discipline di cultura generale come italiano, matematica, lingue straniere, che costituiscono conoscenze fondamentali che devono essere garantite a tutti fino ai sedici anni. Dopodiché, chi vuole prosegue il percorso scolastico oppure frequenta un anno di formazione professionale, al termine del quale ottiene già una prima qualifica.
L’integrazione, poi, nella nostra visione, deve servire anche ad immettere nella scuola e nella formazione professionale una maggiore flessibilità rispetto all’utilizzo delle figure docenti. In particolare, abbiamo pensato ad una compresenza di docenti e di formatori, per cui non è detto che l’italiano lo si debba insegnare necessariamente in aula, lo si può fare anche partendo, ad esempio, da un percorso di conoscenza del territorio e da lì arrivare alla grammatica.
Si possono inoltre fare laboratori più strettamente professionalizzanti: il primo anno, con visite guidate a carattere orientativo, il secondo anno con stage e il terzo con veri e propri processi formativi. E i luoghi di lavoro possono essere imprese agricole, artigianali, industriali, di servizi, pubbliche amministrazioni, ecc. Prevediamo inoltre una flessibilità anche a livello di figure docenti, per cui può andare a fare un certo numero di ore di lezione programmate anche un imprenditore o un dirigente della pubblica amministrazione.
Finalmente abbiamo siglato anche l’intesa nazionale con la Moratti, che per fortuna ha stabilito che un ragazzino a quattordici anni non può andare alla formazione professionale pura. E’ necessario conservare qualche elemento di istruzione.
Inoltre noi crediamo nell’integrazione anche rispetto al segmento scolastico successivo, ovvero il post diploma. In questo senso ci sono esperienze interessanti di istruzione e formazione tecnica integrate tra università, scuola, formazione professionale e imprese, che formano figure professionalizzate di livello piuttosto alto. Sono corsi della durata di un anno (minimo sono milleduecento ore) costituiti da attività formativa e stage.
E crediamo nell’integrazione anche dopo il percorso universitario; infatti quest’anno abbiamo finanziato settantasei master triennali post laurea, che vedono lavorare insieme università, formazione professionale e imprese.
La legge parla anche di libretto formativo. Ci può spiegare cos’è?
La legge contiene l’idea che bisogna creare, sulla base di accordi, il riconoscimento delle competenze acquisite e dei conseguenti crediti formativi, perché un sistema veramente integrato deve aiutare i ragazzi che cambiano percorso a non ripartire da zero. Col sistema attuale, se io frequento per due anni un tipo di scuola e poi decido di cambiare strada, quello che ho fatto finora non conta assolutamente nulla, devo inevitabilmente ripartire da zero, e questo è anche uno degli elementi che favoriscono l’abbandono scolastico. Noi invece pensiamo che quei due anni corrispondano ad un certo livello di competenza, e quindi a determinati crediti formativi, in modo da recuperare il percorso già fatto. Per esempio all’interno del biennio integrato, attraverso i crediti è garantito il passaggio da un tipo di percorso ad un altro (dalla formazione professionale alla scuola e viceversa) senza dover ripartire da zero. E’ un percorso che prevede il reciproco riconoscimento delle competenze acquisite, certificate attraverso i crediti formativi, e realizzato attraverso un meccanismo di “passerelle”, grazie alle quali puoi passare da una scuola all’altra. Per questo abbiamo creato un libretto formativo, che costituisce una sorta di certificazione del proprio percorso, sia formativo che anche lavorativo. Ad esempio, quei ragazzi che sempre più vengono assunti con contratti di lavoro precario, cococo, collaborazioni varie, ecc. avranno comunque un documento, certificato, dove è riportato tutto quello che hanno fatto fino a quel momento. In questo senso diventa a nostro avviso uno strumento utile e interessante, perché servirà a ricostruire e ad attestare la propria carriera, soprattutto visto che oggi questa non si realizza più all’interno di un unico posto di lavoro per tutta la vita (infatti adesso viene definita carriera esterna).
Ovviamente questo libretto non dovrà essere uno strumento coercitivo, ma assolutamente facoltativo, una scelta personale. Uno può scegliere che un insuccesso non venga riportato, altrimenti, invece di una funzione positiva, assumerebbe quella di marchio. Chiaro che più il libretto è completo e buono più diventa uno strumento vantaggioso. Ad esempio, oltre alla laurea, si possono certificare anche tutti gli esami universitari, così come tutti i passaggi della propria carriera esterna. E’ una sorta di curriculum certificato, quindi non un semplice pezzo di carta dove puoi scrivere quello che vuoi, ma una certificazione di tutto il tuo percorso scolastico e lavorativo (o di una parte, a tua scelta).
Ritornando all’autonomia, ci sono scuole che fanno di tutto per accaparrarsi le iscrizioni, agenzie formative che fanno altrettanto…
E’ vero. Infatti la legge valorizza molto le autonomie dei soggetti, però vuole assolutamente evitare l’equivoco o il pericolo che l’autonomia sia pensata come isolamento, o peggio, competizione. Quello che abbiamo costruito non è una sorta di “mercato” della formazione, dove ognuno tende ad accaparrarsi la propria fetta ma, al contrario, è un modello di carattere concertativo, associativo, che valorizza il fare insieme. Noi valorizziamo le autonomie sostenendo le scuole che si mettono in rete, si consorziano o fanno accordi con le agenzie della formazione, con i Comuni o i soggetti del volontariato. Quello che ne esce non deve essere un sistema improntato alla competizione, ma, al contrario, alla collaborazione tra i vari livelli istituzionali, alla concertazione con le varie parti sociali.
Quindi nella legge c’è una parte piuttosto consistente di articoli mirata proprio a costruire il sistema di governance del sistema. Infatti l’autonomia vale se riesce a fare sistema, se invece lo fa implodere, è sbagliata, fa perdere risorse e dequalifica. Una scuola che vuole accaparrarsi tre studenti di più inventando un’offerta formativa o magari duplicando l’offerta di un’altra scuola, serve solo a far disperdere risorse. Le duplicazioni oggi non sono più sostenibili; le risorse sono poche e non possiamo più permetterci di disperderle in mille rivoli.
D’altra parte, secondo la legge, spetta alla Regione e agli altri enti locali definire la programmazione dell’offerta formativa, attraverso l’analisi dei fabbisogni del territorio. E questo può anche voler dire che a determinati enti formativi si debba chiedere di smettere di fare un certo tipo di offerta che magari non ha alcun tipo di sbocco professionale, oppure di non creare offerta formativa fittizia.
D’altronde, nel rapporto tra soggetti autonomi, trovare un equilibrio tra le proprie esigenze e specificità, che vanno comunque valorizzate, e il dover fare sistema, è sempre molto difficile, delicato e anche conflittuale. Occorre trovare una logica che superi l’ambito territoriale, e che, ad esempio, faccia relazione con le realtà limitrofe. E’ un equilibrio difficile, che però a mio avviso, non può essere risolto avocando a livello superiore la soluzione del problema. Non ci può essere un monarca assoluto che tutto vede e tutto decide.
Ovviamente la soluzione ottimale non c’è, ma va ricercata costantemente, nella convinzione che la nostra autonomia va relazionata con gli altri, per costruire l’ipotesi migliore.
Oggi chi sta concependo le autonomie in chiave di isolamento può vincere una battaglietta, ma in prospettiva, sarà sicuramente perdente, perché nulla è più risolvibile all’interno di un sistema chiuso, grande o piccolo che sia.
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Cosa succederà dei nostri dati, delle foto e dei video caricati in rete quando non ci saremo più? È da un po’ che se ne parla. Anne ...

Scuole libere
Fondata a Leiston, Suffolk, nel 1927 da Alexander Sutherland Neill e oggi guidata dalla figlia Readhead, Summerhill è una scuola molto speciale. ...


















