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UNA CITTÀ n. 54 / 1996 Novembre

Intervista a Khalida Messaoudi
realizzata da Maria Assunta Mini

COLEI CHE VEDE CHIARO
Le donne algerine, dopo aver sfidato in questi anni il terrorismo integralista difendendo la vita quotidiana delle donne, dopo essere andate a votare in massa dimostrando quanto fossero false le analisi che prevedevano un bagno di sangue, ora si stanno organizzando per la lotta politica contro quell’infame codice della famiglia che le condanna ad essere minorenni a vita. La sua approvazione nel 1984 fu la prova di quanto gli integralisti fossero già al potere. L’arroganza di giornalisti e intellettuali europei che senza ascoltare i diretti interessati e le vittime del terrorismo hanno sempre pontificato sull’Algeria. I diritti dell’uomo sono universali e inalienabili, l’Europa lo sta dimenticando. Intervista a Khalida Messaoudi.

Khalida Messaoudi, classe 1958, per anni insegnante di matematica ad Algeri, è una protagonista storica del movimento femminista in Algeria e oggi impegnata in politica nei ranghi del "Rassemblement pour la Culture et la Dé mocratie" (RCD) , partito che si batte per uno stato laico e per uguali diritti civili per uomini e donne. Condannata a morte dai Gruppi Islamici Armati (GIA) nel giugno 1993, vive da allora in clandestinità nel suo paese. Autrice di Una donna in piedi (Mondadori, 1996, lit. 27000) , libro in forma di intervista, testimonianza personale e lettura degli ultimi decenni della storia dell’Algeria, che ha venduto in Francia centomila copie in un anno, dirige il movimento di donne RACHDA, costituitosi dopo le elezioni presidenziali del novembre 1995 con l’obiettivo di "portare un punto di vista delle donne" nella costruzione del programma per le future elezioni legislative algerine. Il codice della famiglia resta uno dei problemi principali con cui vi trovate a lottare. Come si spiega che l’Algeria, un paese che era entrato nel cuore di un’intera generazione in Europa, per la sua rivoluzione, abbia potuto partorire un obbrobrio simile? E’ sotto la presidenza del colonnello Chadlij Bendjaidid, nel 1984, che l’assemblea del partito unico, l’Fln, adottò quello che le donne algerine chiamano il codice dell’infamia. Nel disciplinare le relazioni fra uomini e donne all’interno della famiglia, questo codice relega le donne in uno status di minorenni a vita perché le pone sotto tutela di un uomo, sia esso il marito, il fratello, il padre o, in assenza di un qualsiasi parente maschio, un giudice uomo. Se una donna come Leila Aslaoui, una delle prime donne magistrato dell’Algeria indipendente, già ministro e il cui marito è stato assassinato dal terrorismo integralista due anni fa, oggi decidesse di risposarsi, non avrebbe il diritto di concludere da sola il proprio matrimonio, perché considerata sotto tutela. Chi potrebbe concludere il suo matrimonio? Suo fratello, suo padre o anche suo figlio che è maggiorenne, ma, se non ci fosse nessuno di questi, a decidere sarebbe un suo collega maschio! In questa legge si parla sempre di un padrone e di qualcuno che è sottoposto ai voleri del padrone: la donna ha l’obbligo di obbedienza al marito. Inutile dire che, così, la donna e l’uomo non sono compagni di vita. La legge dice anche che la donna deve rispettare i parenti del marito. Vi posso giurare che i parenti di mio marito - provenendo dalla montagna e dalla campagna come la maggiorparte degli algerini - comprendono i componenti di tutto il villaggio di origine. Il che vuol dire che se il cugino della cugina di mio marito viene a farmi visita e io, per via dei miei tre o quattro figli, sono troppo stanca per offrirgli il caffè, posso cadere nei rigori della legge, perché non ho rispettato il parente di mio marito. Ovviamente la poligamia è legalizzata: un uomo può sposare più donne. Non solo: l’uomo ha il diritto di divorziare come vuole, quando vuole, perché la legge stabilisce che il divorzio può essere concesso sulla base della semplice volontà del marito. Il giudice si limita a riconoscere questa volontà. Di fatto è un ripudio mascherato ipocritamente con la parola "divorzio". Quando il divorzio è concesso, la legge stabilisce che il domicilio coniugale spetta al marito mentre la donna è invitata a tornarsene dal suo tutore matrimoniale portando con sé i figli, di cui conserva la custodia, ma, si badi bene, non la patria potestà. Così, nel caso non abbia più alcun tutore o questi sia troppo povero per accoglierla, la donna si ritrova sulla strada. Una donna magistrato ci ha informate che nel corso del 1995, nel solo dipartimento di Orano, mille donne sono state sbattute per strada, espulse dal domicilio coniugale dopo il divorzio, e 850 di loro con i propri bambini. Se pensiamo che da noi ogni... [ continua ]

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