









Lettere dall'Inghilterra
di Belona Greenwood
Lettere dalla Cina

"Sono, queste di Ilaria Maria Sala alla redazione di "Una città”, delle vere lettere ad amici, in cui racconta e si racconta. Racconta le sue giornate e le sue esperienze in un tono molto familiare. Ma le sue pagine ci fanno scorgere una Cina vera, con la sua gente (gli Han, ma anche gli Uiguri e i Tibetani e gli altri), e il continuo muoversi velocemente di uomini e donne in città sempre più grandi. Forse quella che cresce di meno fra tutte è proprio Hong Kong, il cui espandersi è limitato da confini fisici, geografici. Città più tranquilla, e ancora oggi più libera: per questo, probabilmente, Ilaria ha scelto di viverci". Continua qui.
UNA CITTÀ n. 111 / 2003 MarzoIntervista a Ghassan Adoni
realizzata da Francesco Papafava, Asher Salah
GLI INTERNAZIONALI
Una resistenza nonviolenta, ma attiva, con interventi improvvisi ai check-point per rimuoverli, con l’organizzazione dell’ostruzione alla demolizione delle case. Azioni portate avanti da palestinesi e militanti internazionali, la cui presenza diventa d’ostacolo all’esercizio della brutalità. L’errore grave di Arafat, quello di essersi assunto la responsabilità di un territorio senza sovranità. Intervista a Ghassan Adoni.
Ghassan Adoni, co-fondatore dell’International Solidarity Movement (Ism), e Direttore del Palestinian Centre for Rapprochement between People (Centro Palestinese per la Riconciliazione, Pcr), è docente di fisica all’Università palestinese di Bir Zeit.
Tu sei il fondatore del Pcr e anche dell’Ism. Di cosa si tratta? E quali sono le differenze tra le due organizzazioni?
Il Pcr è nato nel 1988, durante la prima Intifada; e ha giocato un ruolo importante nel movimento di disobbedienza civile. Ci siamo uniti per promuovere un modello diverso di resistenza, in sostanza un movimento non violento contro l’occupazione israeliana. A quel tempo credo che il Pcr abbia fatto un buon lavoro, organizzando la comunità e la resistenza, le proteste. La maggior parte dei nostri membri è stata arrestata dall’autorità israeliana responsabile dell’occupazione, e sono stati sottoposti a pressioni sistematiche. Durante il periodo del processo di pace, abbiamo cercato di fare del nostro meglio per implementare la comunicazione, cercando di mettere assieme palestinesi e israeliani, e tentando, dove possibile, di opporci all’occupazione, promuovendo dialogo, comprensione e diplomazia.
Tuttavia, alla fine di questo periodo, ci siamo resi conto che questo non bastava, che per noi arrivare alla pace significa resistere concretamente all’occupazione, e che questo riguardava meno gli israeliani.
Così abbiamo deciso di fondare il Movimento di Solidarietà Internazionale (Ism), un movimento che unisce palestinesi e militanti internazionali in azioni non violente, di protesta contro l’occupazione; in particolare cerchiamo di essere presenti ai check point al fine di proteggere i palestinesi dai soprusi dell’esercito israeliano, e di impedire gli attacchi ai civili e alle case. Chi decide di far parte dell’Ism sta coi palestinesi, non viene per mediare, per fare da ponte, per mettere assieme le persone. Pensiamo che questa resistenza sia la premessa per raggiungere una pace giusta, una soluzione equa.
Quindi la differenza tra i due approcci è rilevante: Ism è una coalizione di persone impegnate in azioni dirette, in azioni non violente contro l’occupazione israeliana, e nell’organizzazione di una campagna di resistenza non violenta; il Pcr lavora invece più a livello della società locale, nella comunità, nella formazione dei giovani, e nella promozione di azioni di dialogo, per creare ponti tra palestinesi e israeliani.
Quanti rappresentanti internazionali contate nell’Ism? E chi sono?
Ad oggi sono circa 2500 gli internazionali membri dell’Ism, che vengono qui e lavorano con i nostri gruppi; qualche altro migliaio di persone è venuto qui e si è unito a noi in qualche azione di protesta. La maggior parte degli internazionali che si presentano vengono da Usa e Gran Bretagna. E questo è curioso, dato che si tratta dei due paesi notoriamente più ostili alla Palestina. La provenienza comunque è varia, vengono da circa 35 paesi diversi, anche dal Giappone, dal Cile, dalle Filippine; vengono e si fermano per un periodo significativo partecipando sistematicamente alle nostre iniziative. Noi siamo attivi nell’intero territorio, West Bank e Gaza.
Sarebbe interessante capire la differenza tra la tua organizzazione e quella di Mustafa Barghuti?
Ufficialmente l’Ism fa parte del Comitato del Gipp (Grassroots International for the Protection of Palestinians), che è l’organizzazione di Barghuti. Il programma del Gipp è più orientato alla protezione. Da lì il nome. L’idea è di portare qui della gente per proteggere, monitorare e denunciare. L’Ism invece è più orientato ad azioni dirette, a promuovere campagne di resistenza. Insomma noi dell’Ism siamo i “soldati”, quelli che combattono nelle strade, quelli che vengono colpiti, deportati…
Poi il Gipp ha una struttura gerarchica mentre l’Ism è un movimento molto più decentralizzato, che lavora sulla ricerca del consenso, infatti tutto viene sottoposto a discussione, per cui è quasi impossibile coordinarsi tra un’organizzazione molto gerarchica e una assolutamente orizzontale. Sul terreno però c’è assoluta cooperazione tra le varie Ong legate al Gipp e gli attivisti dell’Ism.
Ma come fate a muovervi con il coprifuoco e gli assedi che interessano ormai l’intero West Bank?
E’ appunto per questo che siamo così decentralizzati. Abbiamo gruppi a Nablus, Tulkarem, Kalkiria, Jenin, Gaza, Betlemme; ora non abbiamo nessuno a Hebron, ma prima sì. Durante le campagne siamo presenti all’incirca in 35 diverse città e villaggi. E ciascun gruppo può agire come entità autonoma: può decidere le proprie attività; l’unico vincolo è di lavorare sul terreno secondo le linee direttive dell’Ism, e poi si tratta di coordinarsi localmente con i vari attivisti. Se c’è questo, non occorre un comando centrale: hai le tue linee-guida e poi esci sul campo. Sostanzialmente ciascun gruppo lavora per sé. L’unico elemento condiviso, centralizzato è la struttura di sostegno, il media center, che è qui e comprende l’assistenza legale per chi viene arrestato, e la protezione e il sostegno degli attivisti in difficoltà. E’ questa l’unica funzione centralizzata nell’Ism, che ha sede in questo ufficio; ma per il resto davvero, il lavoro sul campo avviene in modo assolutamente decentrato.
Abbiamo anche un forum per prendere le decisioni, il core group, con scadenza mensile, a cui partecipano i militanti di lunga data, portando le questioni da discutere; si cerca di concordare le iniziative future e poi ciascuno torna al suo gruppo.
Nel core-group ci sono gli attivisti palestinesi e gli internazionali che si fermano per più di tre mesi, per cui a volte siamo in venti, a volte in dieci. Nell’Ism non c’è alcun impiegato stipendiato; è tutto assolutamente volontario.
Che relazioni avete con la nuova sinistra israeliana, Ta’ayush, etc?
L’Ism è aperta a tutti, a prescindere dalla religione o dalla nazionalità, o dal colore. Tuttavia, sul piano della collaborazione coi gruppi israeliani nelle varie attività, noi abbiamo deciso che ogniqualvolta organizziamo qualcosa, la comunità palestinese locale dovrebbe essere la prima responsabile, dopodiché accettiamo qualunque israeliano si unisca a noi, come persona, come volontario. I gruppi israeliani noi non li invitiamo ad andare nei vari luoghi, lasciamo che siano le singole comunità palestinesi a decidere di invitarli, se lo credono opportuno.
Poi succede che quando ci si trova a lavorare nello stesso villaggio, come nel caso dell’area di Tulkarem dove opera anche Ta’ayush, di fatto ci si coordini. Ma non è una politica programmata; noi non vogliamo invitare gli israeliani a nome dei palestinesi; se quei palestinesi hanno piacere di invitarli, li incoraggiamo. Insomma, nell’Ism è prioritario il rapporto con le comunità locali. Nello stesso villaggio palestinese noi non ci andiamo a meno che non ci sia qualcuno che ha espresso il desiderio di lavorare con noi, noi non andiamo a fare il lavoro al posto loro, c’è bisogno di una base comunitaria; e non lavoriamo su alcuna questione che non sia stata concordata con la comunità locale. Anche quando andiamo con volontari internazionali per proteggere la popolazione e impedire la demolizione di case, tutto avviene in coordinazione con i locali.
Quali sono le azioni di resistenza che mettete in atto?
In questi mesi siamo stati molto ai check point. Per fare cosa? Per cercare di rimuoverli! Sì, andiamo lì e cerchiamo di smantellarli, rimuovendo i blocchi di cemento dalla strada. Poi arriva l’esercito e ci picchia, ci arresta, deporta gli internazionali, e cioè li rispedisce nei loro paesi con il divieto di tornare per 10, anche 15 anni (sorprendentemente vediamo che tante persone comunque riescono a ritornare). Siamo riusciti a toglierne un sacco, il fatto è che appena ce ne andiamo, tornano e lo rifanno. Finora più di 40 persone sono state ferite, e alcune gravemente; più di 50 persone sono state deportate; qualcuno è stato tenuto in prigione per due settimane. E sto parlando degli internazionali, non dei palestinesi. Certo, molti palestinesi sono stati arrestati, feriti, ma del resto il nostro è un lavoro pericoloso, e chiunque si unisca a noi, sa bene cosa rischia. Quello che facciamo preventivamente è definire gli “arrestabili” e i “non arrestabili”, in modo che ognuno possa partecipare a queste attività secondo la necessità e secondo quanto vuole rischiare…
Sottoponete a un training chi viene?
Certamente. Non mandiamo nessuno se non è stato adeguatamente preparato, formato. In genere ci sono due fasi di preparazione. C’è una preparazione che precede la venuta in Israele, e una seconda fase che avviene qui prima di intraprendere le attività. Ci sono due giornate di lavoro intensivo; la preparazione all’estero invece fa parte di un programma, si impiegano da due settimane a un mese, ma non è un impegno quotidiano. E’ circa due volte la settimana, ci sono dei giorni stabiliti.
Credi di essere in pericolo qui?
In un certo sì, anche se non credo che allo stato attuale corriamo gravi rischi. L’autorità israeliana ha altre priorità, anche se indubbiamente sono disturbati da quanto facciamo. Di certo sanno tutto; è anche per questo che siamo così decentrati. A quel punto diventa inutile procedere con singoli arresti, perché il nostro lavoro va avanti. Ad esempio, ora, l’unico fondatore dell’Ism ad essere qui sono io, gli altri sono tutti all’estero. Quindi, per dire, l’Ism non ha nemmeno bisogno di me per continuare. Per cui per loro sarebbe inutile venire qui e prelevare qualcuno, pensando che questo possa far crollare il movimento. Il movimento è sul terreno e agisce a prescindere da chi c’è; la struttura è salda ed estremamente diffusa; lavora autonomamente.
Comunque io sono stato in prigione tante volte, per cui non mi spaventa la possibilità di finirci di nuovo. Qualsiasi autorità ha un certo livello di tolleranza per chi la sfida; nel momento in cui tu diventi troppo potente e dannoso, tireranno fuori le loro armi, ma oggi non siamo a questo punto.
Potrebbero però bloccare gli internazionali…
Ci hanno già provato. Ma non ha funzionato. E poi, da quel punto di vista c’è un limite alle pressioni che Israele può fare su militanti internazionali. Non c’è invece limite alle pressioni e ai soprusi di Israele sui palestinesi…
C’è stato un periodo in cui Israele ha mandato indietro o bloccato all’entrata molte di queste persone. E tuttavia poi hanno smesso. Ora capita che qualcuno venga arrestato durante le azioni, senza poi essere rimandato a casa. L’ultima volta sono state arrestate 9 persone durante le azioni; sono finite davanti alla Corte Suprema che ha sentenziato che non c’erano ragioni valide per l’espatrio coatto. Il ministro degli interni voleva revocare i loro passaporti, ma anche questo è stato negato.
Insomma, Israele non ha completamente le mani libere. Ci sono dei limiti. Vi darò un esempio. In un campo profughi abbiamo un gruppo col compito di seguire e monitorare i soldati quando arrestano qualcuno. Così quando i soldati si presentano gli internazionali sono lì, dietro di loro. Ebbene, questo li disturba, cercano di mandarli via, ma non possono certo arrestarli. Questa presenza di fatto impedisce ai soldati di essere brutali e fare quello che veramente vogliono.
Certo, se io fossi un soldato, la prima cosa che farei sarebbe di sbarazzarmi di questi internazionali, ma non possono. Non sono completamente liberi: nel bilancio tra i rischi e i vantaggi, realizzano che ciò che hanno da perdere supera gli eventuali benefici.
A volte sembra che non ci siano limiti per loro, perché quello che fanno ai palestinesi… ma quando ci sono gli internazionali è un’altra storia. Nell’esercito israeliano vige questo principio: se si tratta di una guerra tra palestinesi e israeliani fai quello che vuoi, avrai le spalle coperte. Se però sei controllato, non ti proteggeremo. Se qualcuno documenta le tue azioni e le rende pubbliche, poi la responsabilità non è più nostra. E i soldati israeliani lo sanno bene. Se non vengono visti possono anche uccidere, verranno sostenuti. Ma se ti vedono, l’esercito dirà: si tratta di un’iniziativa personale, non ci riguarda, non è una nostra responsabilità.
Hai avuto rapporti con il movimento di resistenza, Al-Fatah, Hamas?
Non sono contro di noi, però non lavoriamo assieme. Non possiamo lavorare con loro perché le nostre regole di base sono diverse. Mi spiego: quando Arafat era assediato, abbiamo deciso di entrare e proteggerlo, come pure le persone che aveva attorno. Questo però non significa che sosteniamo Arafat.
A Nablus i nostri militanti stanno nelle case dei kamikaze per proteggere le loro famiglie dalle demolizioni. Ma questo certo non significa che appoggiamo gli attacchi suicidi. Noi individuiamo esattamente l’obiettivo della nostra azione, e siamo disponibili a lavorare con tutti, però secondo le nostre regole. Chiunque voglia unirsi a noi secondo le nostre modalità è il benvenuto. Ma noi non lavoriamo secondo altre regole, non cambiamo le nostre regole. Se i Tanzim vogliono fare una manifestazione lanciando pietre contro l’esercito, noi non parteciperemo, ma se un loro attivista vuole unirsi a noi in una protesta non violenta per rimuovere un blocco stradale, è il benvenuto.
Insomma, ripeto: lavoriamo con tutti, ma secondo le nostre regole.
E credo che questo sia anche alla base delle nostre buone relazioni con tutti i gruppi, anche con quelli che non la pensano come noi, con quelli che ci dicono che quello che facciamo non risolverà mai il problema dell’occupazione.
L’altra questione importante è che noi non ci lasciamo coinvolgere nelle faide interne alla Palestina. Non prendiamo posizione a favore di uno contro un altro. Ed è per questo che l’Ism si definisce organizzazione di palestinesi e internazionali, e non solo di palestinesi. Perché non vogliamo che l’Ism diventi un’altra fazione palestinese, e di nuovo si debba lottare gli uni contro gli altri.
Venendo alla politica generale, Marwan Barghuti, dalla prigione, ha detto che Arafat dovrebbe lasciare il potere…
Non esattamente. Non ha mai citato Arafat. Ha detto che dobbiamo cambiare i nostri dirigenti politici, a favore di una nuova e giovane leadership. Cosa ne penso? Io credo che evidentemente abbiamo bisogno di riformare il nostro sistema perché non funziona, si sta frantumando, sia a causa della politica di Israele, che per problemi interni. All’origine c’è stata la creazione dell’Autorità Palestinese, che dal mio punto di vista è stata fin dall’inizio una scelta sbagliata. In particolare su due fronti. Il primo è la partnership per la sicurezza: non puoi fare un’unione per la sicurezza con qualcuno, mentre ne subisci l’occupazione: semplicemente non ha senso.
Puoi esprimere la tua neutralità, dire che non attaccherai e che parimenti ti aspetti di non essere attaccato. Ma non puoi stare in una “security partnership”. La seconda questione è che non puoi prendere l’85% dei palestinesi e il 3% della terra e dire: “Questa è la mia entità” perché non ha senso da un punto di vista demografico, che è uno dei nodi fondamentali di questo conflitto.
Ma l’aspetto peggiore della scelta di costituirsi in Autorità -un’autorità, lo ripeto, senza sovranità e senza territorio- è che la gente ha cominciato a rapportarsi con essa come se rappresentasse veramente uno stato, responsabile, quindi, di qualsiasi cosa accada sul proprio territorio. Mettiamo che un pazzo decida di andare a Tel Aviv e si faccia esplodere, ecco che anch’io, Anp, divento collettivamente responsabile di questa azione. Avendo voluto presentarci come stato palestinese, siamo diventati collettivamente responsabili anche rispetto alle reazioni emotive della gente esaurita dalle pressioni israeliane. Allora io dico: ma perché devo sentirmi responsabile di tutto questo? In un certo senso questa responsabilità collettiva funziona solo a nostro sfavore. Io allora non me la voglio accollare.
In seguito all’occupazione sono state compiute tante azioni terribili, che io assolutamente non approvo, e di cui non voglio essere considerato responsabile. Non ho mai mandato i miei figli a uccidere. Non è la mia cultura, non è il mio modo di funzionare. Qui tutti vivono cercando di proteggere la propria famiglia, e intanto si subisce l’occupazione, si sopportano le umiliazioni...
Insomma, io non posso essere lo psichiatra di ciascuno, non posso vigilare sugli effetti che tutto questo provoca sui singoli palestinesi. Non sta a me, non è compito mio. Voglio dire, certo che m’importa, ma non è una mia responsabilità. Insomma non ho prodotto io questi fenomeni, e non dovrei essere considerato responsabile.
Noi oggi poi abbiamo un’autorità senza avere la terra; non abbiamo aree palestinesi, ma abbiamo un’Autorità Palestinese, è curioso, no? Nel momento in cui avessimo davvero uno stato, allora davvero, e davanti a tutti, saremmo collettivamente responsabili…
Arafat a un certo punto è stato senz’altro anche vittima di un inganno, si è illuso...
Sì, sicuramente si è illuso rispetto alla possibilità che, dopo la guerra del Golfo, ci sarebbe stata una soluzione internazionale, anche imposta. Ci ha creduto al punto da scommetterci. Quando ha capito che questo non sarebbe accaduto, e che tutto si sarebbe dovuto risolvere nell’ambito del conflitto israelo-palestinese, a quel punto si è ritirato dall’impegno sul piano della partnership di sicurezza.
Così anche quando Israele arrestava qualcuno, Arafat trovava il mondo di farlo uscire da un’altra porta.
Arafat allora, secondo me giustamente, non ha mai usato la mano pesante contro la resistenza palestinese, perché se lo avesse fatto saremmo stati distrutti fin dall’inizio. E’ così che siamo entrati in questo periodo di grave crisi. Poteva fare altro? Beh, io penso che Arafat avrebbe dovuto alzarsi e dire: “Mi dispiace, io vorrei stare qui, ma Oslo è finito, e non è nata la Palestina. Me ne vado”. A quel punto Israele e la Comunità Internazionale si sarebbero trovati in serie difficoltà.
Ma la doppiezza che gli viene rimproverata?
La questione è complessa. Quando Arafat ha capito, ben prima di questa seconda Intifada, che il punto di rottura sarebbe arrivato, ha iniziato a investire mezzi, energie, anche armi, nella ristrutturazione di Al-Fatah.
Allora, cerchiamo di capire. Lui è circondato da vari e diversi gruppi, e ha legami con tutti in qualche modo.
Così, quando è convinto che serva maggiormente uno sforzo politico, inizia a conferire maggiore potere ad alcuni di questi, alle persone coinvolte nei negoziati e nella sicurezza, a chi è impegnato a monitorare la situazione palestinese; quando invece si accorge che si sta arrivando allo scontro, dà maggior potere ai Tanzim e agli altri. Va anche detto che questa è una strategia visibile: anche in passato si potevano notare questi spostamenti, questo gioco di dare o togliere potere, soldi, sostegno.
Forse la vera critica da fare è ad Arafat riguarda la strategia della crisi. Anche se il tuo nemico è molto più forte di te, tu non hai paura di entrare in conflitto con lui, anzi spingi la situazione al limite, al punto di crisi, e nel frattempo tu stai lì, resisti a tutte le pressioni contro di te, e vai avanti fino a quando si arriva proprio quasi al punto di massima tensione, un’altra spinta e precipiteresti. Ecco, a quel punto inizi a chiedere aiuto, in questo caso a chiedere un intervento internazionale. Il problema con il nostro presidente è stato che quando ha iniziato a gridare: “Venite! Aiuto!”, gli è stato risposto: “Ci dispiace, dovete risolvere il vostro problema da soli”.
Non si sono mossi né i governanti arabi, né gli stati occidentali. Per la prima volta Arafat ha così realizzato di essere solo.
Ad ogni modo, dal mio punto di vista c’è sempre un errore in queste strategie di crisi, perché non si entra e si esce da una crisi nelle stesse condizioni. La crisi trasforma la realtà. Da Rabin a Sharon, in Israele sono accadute tante cose terribili e sono intervenuti cambiamenti drastici.
La società israeliana è cambiata drammaticamente in questa crisi. E oggi non c’è modo di presentarsi e dire: “Bene, chiudiamo questa crisi, torniamo al 28 settembre 2000”. Non c’è modo. Anche perché la stessa società palestinese si è trasformata profondamente. La crisi si è sviluppata secondo una dinamica propria e autonoma, per così dire, creando condizioni diverse, difficili da gestire.
Ecco, perché non credo in queste strategie volte alla crisi. Credo in una resistenza sistematica che avvenga in tempi lunghi.
Uno dei cambiamenti avvenuti è la frequenza con cui qualcuno in Israele ipotizza il “trasferimento” di tutti i palestinesi nel deserto tra Iraq e Giordania…
Le basi di una possibile convivenza tra israeliani e palestinesi, in pace o sotto occupazione, sono cambiate radicalmente, dopo l’ultima crisi, negli ultimi due anni di violenza. In Israele c’è una leadership che non vede un trasferimento massiccio come un’ipotesi assurda, bensì come un’opportunità, che è lì e lì rimane.
Il fatto è che comunque un trasferimento di massa resta una questione problematica. Voglio dire, non è più il ’48. Nel 1948 si potevano fare dei massacri, uccidere qualche decina di persone qui e là, e la gente se ne andava, portando con sé tutta la famiglia; era sufficiente sparare in qualche area e la popolazione iniziava a fuggire.
Oggi, se Israele vuole deportare i palestinesi, deve compiere uccisioni di massa prima di poter riuscirci: deve compiere un genocidio. Questo evidentemente rende il trasferimento molto più difficile.
Certo, Sharon desidererebbe vedere ondate di “terroristi palestinesi” andarsene senza dover compiere uccisioni di massa o un genocidio, ma cosa può fare? Bombardare le città? L’ha fatto. Siamo stati bombardati costantemente per un lungo periodo. Uccidere dieci palestinesi al giorno? Già oggi abbiamo dieci palestinesi assassinati quotidianamente. Insomma, non ci sono più modi semplici di condurre una deportazione. Quindi, la deportazione, certo, è una possibilità, ma non credo sia una grande possibilità.
Comunque sono possibili solo due soluzioni. Una è la deportazione; la seconda è la separazione, intendo una separazione geografica.
Non c’è una terza via.
Ma una separazione geografica è ancora possibile, con gli insediamenti sparsi ormai ovunque?
Questo è ciò che Israele sta ormai realizzando. Io però ricordo anche che a uno degli ultimi incontri, a un certo punto, il capo della delegazione israeliana negli Usa, un uomo di estrema destra, si è alzato e ha detto: “Sappiamo tutti che alla fine la maggior parte degli insediamenti verrà smantellata”.
Ma non vorrebbe dire guerra civile?
Credo dobbiamo leggere più attentamente cosa sta accadendo in Israele. Se segui i sondaggi sull’opinione pubblica, ti accorgerai di un fenomeno assai interessante: una maggioranza del 65-67% degli israeliani vuole che si usi di più la forza contro i palestinesi, cioè che li si uccida di più; la stessa maggioranza, però, è d’accordo sulla concessione di uno stato palestinese e sul ritiro dagli insediamenti. Insomma: ucciderli e dar loro uno stato! O altrimenti dar loro uno stato e poi ucciderli!
Nell’ultimo sondaggio sui coloni, il 67% dei coloni ha annunciato di essere pronto a lasciare gli insediamenti in cambio di una compensazione. Non era mai accaduto prima. E solo il 7% dei coloni ha detto che si sarebbe opposto con la forza all’evacuazione.
Allora, la comunità israeliana dovrebbe ormai aver capito che se vuole usare la forza dovrà usarne più che in passato, e se vuole la pace dovrà offrire di più. Non ci sono soluzioni illusorie, come quella di Barak; soluzioni del tipo: non concediamo niente, ma speriamo che in futuro qualcosa accadrà, e intanto andiamo avanti con gli insediamenti…
Oggi gli israeliani sono consapevoli che così non funziona. Certo, ora gli israeliani sosterranno l’uso della forza, perché le emozioni sono più intense, il rancore è pesante e poi c’è la paura, la gente non si fida.
In Israele ormai c’è un ritornello diffuso: “Non abbiamo un interlocutore”, non c’è nessuno sul versante palestinese di cui fidarsi. E quando conduci una campagna su questo, alla fine ti convinci, e allora l’unica alternativa resta quella della lotta, della distruzione dell’avversario.
Questa crisi in un certo senso ci ha condotto in una situazione molto pericolosa; dall’altra parte ci ha reso tutti consapevoli dei nostri limiti.
Tra i palestinesi c’erano gruppi che davvero credevano che sarebbero arrivati in nostro aiuto tutti gli arabi, i musulmani, e assieme saremmo riusciti a prevalere su Israele. Nessuno ci crede più oggi. I palestinesi sono perfettamente consci di essere soli, di dover utilizzare esclusivamente le proprie forze. Ed è esattamente questo che ha prodotto gli attacchi suicidi: quando sai che sei solo, e non vuoi essere sconfitto, allora adotti metodi di lotta estremi. Quindi i palestinesi ormai conoscono i limiti dei loro alleati “naturali”, sanno che tutti i bla bla bla di arabi e musulmani sono legati solo alla ricerca del consenso interno, e quindi non contribuiranno per nulla alla loro lotta.
In qualche modo i palestinesi ora hanno una visione realistica rispetto alle loro opzioni; credo che il loro lato più idealistico e sognatore stia lentamente scemando.
Sarebbe un errore pensare che l’aumento degli attacchi da parte dei palestinesi sia il segno che non c’è più soluzione. Se venisse avanti una soluzione verosimile io ho non dubbi sul fatto che la maggioranza dei palestinesi accetterebbe.
Forse se c’è una chance di pace, doveva arrivare dopo un periodo così. Non crediate però che quello che dico equivalga a sostenere che oggi siamo vicini alla pace. Tuttavia sono convinto che se ora ci saranno sinceri tentativi di pace da entrambe le parti, questo è un buon momento perché vengano accettati a livello pubblico.
Se oggi Arafat si presenta con una soluzione di pace realistica, avrà l’appoggio della maggioranza dei palestinesi. E se la leadership israeliana fa una proposta che include l’evacuazione dalla maggior parte delle colonie, ci sono buone chance che gli israeliani la appoggino. E’ questo il punto.
Quando ci fu l’attacco contro la moschea di Hebron da parte di Goldstein, si creò un’occasione d’oro per Rabin di evacuare i coloni da Hebron. Ma lui disse esattamente quello che ora hai detto tu: se lo faccio, ci sarà la guerra civile.
Oggi posso dirti che se i coloni verranno evacuati non ci saranno neanche manifestazioni in Israele. Altro che una guerra civile.


















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