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A scuola con il sintomo

Un gruppo di insegnanti che da anni si ritrova ogni mese, con una supervisione, per discutere casi difficili, non per improvvisarsi provetti psicologi, ma per fare meglio il proprio mestiere; l’importanza di non stroncare il sintomo, perché è sempre una risposta intelligente; intervista a Marina Baguzzi e Marco Lodi.


problemi di scuola

  

UNA CITTÀ n. 111 / 2003 Marzo

Intervista a Cesare Moreno
realizzata da Barbara Bertoncin

DOVE SI FINISCE
Una cittadinanza attiva nasce dal conflitto, comporta imprevedibilità, l’insegnamento è proficuo quando nasce da “dissonanze cognitive”; tutto questo rischia di essere visto con fastidio dalla sinistra sociale che tutto vuol programmare e controllare. La grande frontiera della scuola professionale, oggi intesa come ripiego del liceo. Sfruttare intanto le occasioni offerte dalle leggi esistenti. La figura del tutor. Intervista a Cesare Moreno.

Cesare Moreno, insegnante napoletano, oggi “maestro di strada”, è coordinatore del modulo di San Giovanni Barra del progetto Chance.

A Napoli il 6 e 7 maggio si terrà un’assise cittadina su infanzia e adolescenza rivolta a istituzioni e operatori. Voi di Chance siete tra i promotori; ce ne puoi parlare?
Napoli è sicuramente una città giovane: 25 abitanti su cento hanno meno di 18 anni. Può essere una città per i giovani?
Una parte importante dei giovani non può godere pienamente dei diritti di cittadinanza: molti evadono la scuola dell’obbligo, troppi vanno incontro ad insuccessi scolastici, interrompono gli studi, pochi fruiscono della formazione professionale, tutti hanno difficoltà di accesso al mercato del lavoro, e infine troppi fanno esperienza di lavoro nero e supersfruttamento in giovane età. Tra l’altro, in una situazione generale di difficoltà, le persone più vulnerabili possono cedere a tentazioni distruttive ed autodistruttive dandosi al crimine, perdendosi nelle dipendenze.
La città da molto tempo ha organizzato una risposta a questo affrontando la gamma dei problemi nelle varie le fasce d’età: dai nidi per i più piccoli, ai progetti di prevenzione e recupero scolastico; ai progetti riguardanti la formazione professionale e l’inserimento lavorativo, al sostegno alle famiglie indigenti, ai progetti riguardanti la cura del benessere fisico e psichico dei giovani e delle loro famiglie. In molti casi i progetti realizzati a Napoli ‘fanno scuola’ e sono considerati risposte efficaci ed innovative a problematiche riguardanti tutte le metropoli del mondo.
Nel fare questo le autorità hanno utilizzato una vasta rete di volontariato e cittadini attivi che nell’ambito delle professioni hanno adottato come propria missione l’accoglienza dei giovani nella comunità civile promuovendone i diritti di cittadinanza.
Si tratta di un vero e proprio movimento che da almeno venti anni percorre la città ed è molto più vasto di quanto possa risultare dal catalogo ufficiale dei progetti e delle iniziative in favore dell’infanzia e dell’adolescenza: migliaia di insegnanti, operatori dei servizi sociali, educatori, persone che istruiscono i giovani nei campi dello sport, delle arti e mestieri, dell’artigianato; operatori della salute, ricercatori nel campo delle scienze umane e sociali, semplici cittadini che dedicano attenzione e cura ai giovani e alle loro difficoltà.
Le leggi nazionali e il potere locale in molti casi hanno saputo intercettare questo movimento utilizzandone le potenzialità creative e le capacità operative: la legge 285/97 per la promozione di diritti ed opportunità per l’infanzia e l’adolescenza è stata la prima occasione in cui con intelligenza la città ha saputo utilizzare da un lato le risorse statali dall’altro il potenziale umano locale. Altre importanti leggi offrono ulteriori possibilità: la legge 328/2000 per l’integrazione dei servizi socio-sanitari; le diverse leggi che hanno istituito una formazione professionale di pari dignità rispetto alla formazione scolastica, cosicché oggi esiste una gamma completa di opportunità educative che dovrebbe consentire a ciascun giovane di trovare il percorso a lui più adatto; la modifica del titolo quinto della costituzione che istituendo l’autonomia funzionale delle scuole apre la strada a iniziative innovative nel campo della formazione e dell’educazione in collaborazione con le autorità locali e con il territorio. Si tratta di una gamma di opportunità che offre al vasto movimento di cittadinanza e solidarietà attivo nella città nuovi canali di espressione e di impegno attivo.
Accanto a tutto questo esistono però anche pericoli e segnali di involuzione.
In circa sei anni di attività della legge 285 e nei venti anni che ci separano dai primi interventi di grande portata sul fenomeno della dispersione scolastica, non si è costituita una solida rete inter-istituzionale, non si è strutturata una cultura professionale integrata tra diverse professioni e servizi. Esistono forti collaborazioni e integrazioni ma sono ancora troppo legate alle individualità e alla buona volontà dei singoli; il sistema non cresce e non apprende. Abbiamo visto in troppe occasioni che un cambio di dirigente, una nuova congiuntura politica hanno demolito in poco tempo il lavoro di anni; in troppi casi i progetti sono frammentati ed effimeri nel tempo; in troppi casi le buone idee e le buone pratiche sono giocate per emergere e competere e non per collaborare.
Soprattutto non abbiamo visto da parte delle istituzioni la capacità di portare a norma ciò che attraverso i progetti e le iniziative volontarie si dimostrava valido ed efficace.
Concretamente la legge 328, attesa da decenni come legge risolutiva per l’integrazione dei servizi territoriali e per il prevalere della logica della prevenzione su quella dell’emergenza, in assenza di un’ottica di partecipazione ed integrazione, rischia di riconsegnare i problemi a specialismi frammentati e settoriali; la dimensione educativa e di cittadinanza inoltre non sono sufficientemente presenti; i giovani non vengono considerati in modo corrispondente alla loro presenza e importanza; non ci sembra che i problemi della formazione e dell’avviamento al lavoro siano sufficientemente integrati rispetto al complesso delle iniziative rivolte ai giovani. Infine, non abbiamo alcun segnale che le professioni più direttamente impegnate sul campo siano messe in condizione di ben operare.
Nel lavoro per i giovani e con i giovani sono nate nuove professioni e vecchie professioni si sono trasformate: educatori, psicologi, operatori sociali, formatori, operatori della salute, docenti non sono più gli stessi, hanno aggiunto una dimensione sociale e civile alla propria professione che li mette in grado di collaborare tra loro e di affrontare problematiche in continuo cambiamento, situazioni che per definizione sono difficili ed imprevedibili. Si tratta di un patrimonio professionale prezioso che molti ci invidiano ma che non facciamo abbastanza per conservarci. La nostra organizzazione istituzionale somiglia a quegli acquedotti che captano le migliori sorgenti ma poi disperdono più della metà dell’acqua per falle lungo le condutture. La salvaguardia di questo patrimonio professionale attraverso forme contrattuali e condizioni normative adeguate è questione istituzionale non risolvibile attraverso negoziati di tipo sindacale, ma da patti educativi e civili.
La proposta di un’assise cittadina dell’infanzia e dell’adolescenza nasce proprio dall’esigenza di riflettere su queste cose.
Gli assessori all’educazione, ai servizi sociali, alla cultura del Comune di Napoli, che in questi anni hanno partecipato con le proprie iniziative istituzionali a cose buone fatte nella città, hanno dato il loro appoggio propositivo a questa iniziativa, consapevoli del fatto che oggi è necessario un sereno esame critico rispetto ad una situazione che è problematica proprio perché è cresciuta e perché esistono nuove forze in campo.
Paolo Onelli, in una recente intervista a Una Città, parlava del sociale come “prius” della politica, di politiche sociali che abbiano come obiettivo una cittadinanza competente, non una cronicizzazione dell’handicap…
E’ così. Perché tutto questo alla fine è promozione di cittadinanza attiva e di cittadinanza competente. Che ruolo ha l’educazione in tutto questo? Educazione significa che gli strumenti intellettuali di cui ci dotiamo sono messi al servizio del cambiamento; educazione è diverso da istruzione perché chiama in causa la finalizzazione della conoscenza al miglioramento di sé e della propria condizione; l’educazione va quindi oltre la scuola, soprattutto se consideriamo tutti i processi di apprendimento implicito, informale, tacito e via dicendo.
Data questa definizione, è chiaro che nessun problema sociale, specialmente se riguarda l’infanzia e i giovani, può essere affrontato senza tener conto delle attività educative e della scuola. Perché entrambe sono nel ciclo di produzione di socialità, e quindi anche dei meccanismi di esclusione sociale.
In qualsiasi progetto di cittadinanza la scuola dev’essere inclusa. E qui veniamo al primo motivo di preoccupazione da cui nasce l’assise: la legge 328 parla di “piani socio-sanitari”, mentre invece avrebbero dovuto essere “piani sociali, educativi e sanitari”.
Nel piano socio-sanitario, che non è anche esplicitamente educativo, i giovani e i bambini entrano non in quanto risorsa sociale, bensì -se va bene- nella prevenzione sanitaria e sociale. Sappiamo tutti che questo discorso è importante, però la prevenzione resta interamente dentro una logica di negazione della negazione, non di affermazione in positivo di qualcosa. Non conosco l’andamento altrove, ma a Napoli i piani socio-sanitari sono stati gestiti a tavolino.
Allora, in tutto il processo sociale-educativo, l’obiettivo coincide con il metodo: come si fa la promozione di cittadinanza? Attraverso la cittadinanza. Quindi non è possibile fare un piano socio-sanitario che voglia promuovere cittadinanza se non attraverso i cittadini attivi, se non attraverso la mobilitazione e la partecipazione delle persone, a tutti i livelli, dai bambini agli anziani.
Il fatto è che i mondi della scuola, del sociale, del sanitario, sono assolutamente autoreferenziali, chiusi in se stessi; non solo non hanno le strutture, le norme, le pratiche per azioni complesse ma non hanno neppure il pensiero della complessità del sociale e dell’educativo. Così la scuola non è stata invitata a questi piani, e quando lo è stata non ha partecipato.
Tu comunque denunci gravi responsabilità da parte della scuola, oltre che della sinistra…
Nella scuola, da anni è stato sospeso quel lavoro di integrazione -che, ricordo, significa ricostruzione dell’intero- che era cominciato ai tempi dei piani di lotta alla dispersione scolastica. Faccio parte di un gruppo del Ministero che si è occupato di queste cose per diversi anni; dal 1994 ad oggi ho assistito al lento spegnersi di un intervento sistemico su questi problemi.
Credo di aver vissuto in prima persona il dramma del pensiero totale e della sua incapacità a capire il reale: gli interventi sulla dispersione sono stati di fatto chiusi in nome di uno spirito di sistema per il quale l’autonomia scolastica, la riforma dei cicli e quant’altro avrebbero costituito la soluzione per tutto. Il lavoro di quelli che si occupavano degli ultimi è stato sempre vissuto con fastidio: un occuparsi di casi particolari che rovinano la geometrica bellezza dei disegni di riforma.
Il punto è che anche alla cosiddetta sinistra il sociale sembra piacere solo fin tanto che lo può pianificare dall’alto e gestirlo nei discorsi, nelle rappresentazioni, nella facciata, nella retorica, però poi, quando ha a che fare con le cose che non può controllare il discorso cambia. E le esigenze di controllo non sono solo burocratiche, sono quasi esigenze interiori; c’è una classe di persone per cui ciò che avviene al di fuori degli schemi è pericoloso.
Ma la cittadinanza attiva e la partecipazione sono per definizione l’opposto di questo: nascono dal conflitto. Insomma, il conflitto non va eliminato, ma addirittura stimolato, il conflitto è una benedizione, non una maledizione da arginare. C’è un termine didattico elegante per esprimere questo concetto: “dissonanza cognitiva”. Ecco, il buon insegnamento dovrebbe partire da situazioni che creano dissonanze cognitive, ossia mettono in discussione modi di vedere e sentire preesistenti. Senza dissonanza, senza il disagio provocato dalle realtà che non si sottomettono al nostro pensiero, il pensiero stesso non si sviluppa, non si apprende. Invece, la stragrande maggioranza dei professori agisce in modo esattamente opposto cercando conformità e conformismi, conferme a verità apodittiche. Il termine stesso “professore” allude a questo.
Partire dal conflitto, prima ancora che essere estraneo alla cultura di sinistra, è estraneo al tipo di intellettuale che poi partorisce l’essere di sinistra; un intellettuale che idealisticamente ha sistemato l’intero mondo, il passato e ciò che dovrà avvenire; uno per il quale “non accade nulla che non sia già previsto” dalla super teoria politica; talmente sicuro di questo che non ha più bisogno di guardare il reale. Con Marco Rossi Doria li definiamo i nuovi tolemaici che non guardano nel cannocchiale perché non potrebbero vedere niente che Aristotele non abbia già previsto. Questo non funziona, e a maggior ragione non funziona nei confronti dei giovani, che sono innovativi, imprevedibili…
Ebbene, da quando cerco di occuparmi dell’esclusione sociale, mi sono trovato sistematicamente di fronte persone -insegnanti, funzionari, politici, amministratori, ecc.- che a parole erano d’accordo, ma poi concretamente non accadeva niente; solo occasionalmente c’è stato qualcuno che per strani interessi ha ritenuto conveniente appoggiarci.
Dal mio punto di osservazione, a Napoli e negli ambienti del Ministero della Pubblica Istruzione, vedo che la scuola, se intendiamo con questo termine un luogo in cui si apprende e quindi in cui conta ancora pensare ed elaborare il pensiero, è isolata anzi tendenzialmente è inesistente.
Vedo importanti novità come l’autonomia, grazie alla quale si potrebbero fare cose veramente nuove, invece ci si attarda a polemizzare con qualsiasi boutade della Moratti.
E’ certo che lei ed i suoi hanno in antipatia -non direi la scuola statale o la scuola pubblica- ma semplicemente la scuola, che sia fatta di grilli parlanti sapienti o professorini saccenti, di veri maestri o di masse impiegatizie piene di rancori. A naso e senza un vero piano menano un colpo dietro l’altro. Sul governo non riesco a concentrarmi: ha una serie di “mal di pancia”, idiosincrasie, antipatie, che spaccia per idee. La vera tragedia è che troppi pensano che la linea giusta sia dire il contrario di quello che dicono questi signori, senza sapere che una cretinata girata dall’altra parte rimane una cretinata.
Prendiamo lo slogan: “Difendiamo la scuola pubblica!”. Ma come? Se la scuola pubblica è la prima ad avere in antipatia se stessa?! Ormai ha dei docenti che paradossalmente si fanno vivi solo per difendere la scuola pubblica, cioè per difendere che cosa? Un loro status, che non definirei neppure privilegiato; piuttosto una condizione amebica in cui si vivacchia, in cui ogni afflato educativo si è progressivamente perso, dove le aule sono sempre più vuote e se sono piene di gente non sono piene di cultura; la cultura con la scuola c’entra sempre di meno…
I docenti non hanno più neppure il privilegio della cultura… E’ ormai innegabile: la scuola pubblica non si vuole bene. I dirigenti della scuola pubblica poi, tranne eccezioni, tutto sono tranne che dirigenti, tanto meno manager. Qui davvero si vaneggia intorno a parole che si rivelano vuote formule; i disastri non li fanno i presidi manager (che non ci sono), li fanno le persone che non hanno e non sanno assumersi responsabilità.
Per gridare contro la Moratti non ci si accorge che si stanno perdendo occasioni importanti proprio dentro casa.
Tornando alla questione dei piani socio-sanitari, qui c’è un solo interlocutore forte, la sanità, che ha i soldi, le strutture, la professione dei medici -casta tra le più chiuse- che deve occuparsi di una serie di prestazioni assolutamente essenziali. Insomma, non ci sono dei piani socio-sanitari, bensì un piano sanitario con un’appendice sociale, e nessuna istanza educativa primaria. La scuola interessa poco, perché esistono già attività educative all’interno del sanitario; c’è una fetta enorme di rieducazione che viene intesa nel modo più tecnico e parziale e che costituisce un’industria notevolissima.
Tra l’altro nessuno si pone nemmeno il problema che forse “educativo” e “rieducativo” non vanno molto d’accordo: perché un buon sistema educativo dovrebbe rendere la gente capace di curare se stessa.
Quindi, in sostanza, prima ancora che la cattiveria del governo, o gli interessi costituiti, qui conta il fatto che la cultura dell’educazione è debolissima, e in un’organizzazione per caste e per feudi il grande feudo mangia il piccolo, che a sua volta mangia il contadino libero… E’ questa la situazione.
Hai citato la formazione. Cosa sta succedendo in questo campo?
L’altro grande capitolo è quello della formazione. All’interno del discorso dell’educazione e della cittadinanza, i settori più forti sono infatti quello dell’istruzione e della formazione.
Anche qui c’è un problema culturale: la formazione è rimasta mentalmente fuori del sistema educativo…
Nella cultura italiana, nella sinistra, la formazione professionale è stata considerata alla stregua di un addestramento; e alla fine questa si è rivelata una profezia che si autoavvera: in troppi casi della formazione oggi si occupano le persone pedagogicamente più ingenue per non dire rozze. C’è il mito -positivo e negativo- della scuola professionale come scuola del fare, come scuola in cui trovano collocazione gli inadatti al nobile pensiero. Dall’altra parte, la formazione in troppi casi è terra di conquista per persone che si scrivono il termine “prof” davanti al nome pensando che basti questo per costringere delle persone ad ascoltarle.
Ma passare dall’idea di un “mastro” che ti fa vedere il mestiere a quella di un “prof” che fa lezione, non segna la promozione della formazione professionale, bensì il suo degrado. La formazione professionale che sia legata alle cose, nel senso di sviluppare pensiero a partire dall’azione, dalla pratica, è nobile perché promuove l’educazione di sé: diventa ignobile nel momento in cui alla pratica si sostituisce un imparaticcio che scimmiotta “l’alta cultura” dei professori, e che alla fine non è né cultura del lavoro, né cultura idealistica.
Questa comunque non è la realtà generale; c’è in giro anche buona formazione professionale, però guarda caso la Campania è la regione d’Italia che vanta il più alto numero di enti di formazione professionale. E quando un ente è costituito da tre stanze e una cucina non si può chiamare ente di formazione.
Le grosse strutture di formazione professionale presenti in altre regioni hanno sicuramente una qualità maggiore. Resta il fatto che però complessivamente la formazione professionale è stata lasciata fuori da un dibattito pedagogico ed educativo serio. Quando si parla di pedagogia ci si riferisce solo alla pedagogia scolastica. Della pedagogia che c’è anche nella formazione, nell’apprendistato, nel tirocinio in fabbrica; di tutto questo non ci si occupa. La formazione professionale in ultima istanza “non è vera cultura”. Il sillogismo recita: poiché l’uomo è cittadino solo se accede alla vera cultura e la vera cultura è di tipo liceale, è chiaro che qualsiasi iniziativa che vada in direzione di una scelta professionale -precoce o tardiva non importa- diventa una selezione preventiva tra cittadini veri e sudditi. La sinistra ripete queste cose da cinquant’anni. Bisognerebbe invece puntare a una formazione professionale di qualità che, attraverso la formazione lungo tutta la vita, serva anche per rientrare nella cosiddetta cultura alta, se proprio uno ci tiene; ecco, una battaglia di questo tipo non è mai stata fatta.
Non ci si è mai battuti o posti il problema di fare in modo che la formazione professionale non fosse un luogo dove si “finisce”. Per moltissimi la formazione professionale è un posto da dove si comincia. La cosa che noi vediamo è che la peggiore delle formazioni professionali, quella più addestrativa, più “canina”, quella che meno fornisce cultura alta, per certi ragazzi è l’inizio di un percorso di riscatto. Ed è anche un inizio di percorso intellettuale, perché solo chi non l’ha mai fatto non si rende conto che qualsiasi cosa si faccia con le mani richiede anche lo sviluppo dei mezzi intellettuali appropriati. Certo, se si lascia la formazione in mano a dei maneggioni senza capacità di riflessione, è chiaro che si crea un mondo di domatori e animali addestrati. Ma le cose non stanno per forza così. Perché poi si sviluppa un pensiero. Naturalmente se dall’altra parte c’è una prevenzione così profonda, tra i ‘vili meccanici’ possono svilupparsi anche pensieri distruttivi nei confronti della cosiddetta cultura alta, razzismi, intolleranze…
Quindi anche l’altra grande questione, la formazione professionale, rimane fuori dai piani socio-sanitari-educativi. Invece non dovrebbe essere così perché il fatto che la gente possa svolgere un’attività, che possa bastare a se stessa “previene” tutta una serie di disagi.
Il diritto al lavoro fa parte ancora dei diritti elementari.
Noi ora stiamo pensando -purtroppo ci mancano proprio le energie- a un’utilizzazione del servizio civile come un’occasione (almeno una nella vita di questi ragazzi) che dovrebbe essere data a tutti i giovani, a 18 anni, di fare qualche cosa di utile e di significativo, e di sperimentare situazioni di lavoro che non siano illegali.
L’ultima volta che ci siamo visti stava per essere approvato l’ “obbligo formativo”. A che punto siamo?
Francamente io non ho ancora ben capito, al di là dei discorsi propagandistici, quali saranno i cambiamenti sostanziali, per esempio per chi, come noi, si occupa degli ultimi. Nel frattempo infatti hanno cambiato le carte in tavola. La vera sfida comunque continua a riguardare chi lascia la scuola.
I tecnici del settore dicono che con questa riforma, per la prima volta, avremo un vero canale professionale, per cui la formazione dovrebbe elevarsi al livello degli istituti professionali. Pochi scommettono sul fatto che questo avvenga sul serio…
Premesso che per i nostri ragazzi l’unica (o quasi) strada praticabile è quella della formazione professionale, noi ovviamente vorremmo una formazione professionale di qualità, che mentre cerca di far apprendere un mestiere (spesso di non elevato livello, perché le basi cognitive sono troppo deboli, perché i comportamenti sono troppo imprevedibili, non pensati, non gestiti e non gestibili) garantisce i diritti della persona e continua anche un’attività di educazione.
Oggi ci si straccia le vesti sul fatto che il ragazzo che fa formazione professionale viene privato della bellezza idealistica delle discipline scolastiche. Però un ragazzo che frequenta corsi professionali viene privato anche dell’attività sportiva.
Un ragazzo del liceo classico fa due misere ore di educazione fisica alla settimana, quello della formazione professionale neppure quelle. Così per le attività artistico-espressive. Allora, noi crediamo che queste cose vadano garantite, come pure uno spazio di riflessione e di pensiero sui propri progetti di vita; va approntato uno spazio per la relazione, per il benessere con se stessi e anche la possibilità di sviluppare quelle conoscenze elementari, che sono appunto la base per l’apprendimento per tutta la vita.
L’unico ragionamento serio, che non sia idealista e sottilmente razzista, sulla conoscenza astratta, scolastica è che questa -proprio perché astratta- è aperta a tutti gli sviluppi, è fungibile e quindi è la base per l’apprendimento per tutta la vita. I buoni intellettuali non sono quelli che hanno pensieri di grande formato, ma quelli che sono in grado, per tutta la vita, di apprendere.
E’ allora evidente che chi possiede solo conoscenze situate -relative a una situazione- tutte le volte che cambia la situazione, si trova spiazzato, con grandi difficoltà ad adeguarsi.
La flessibilità buona è la capacità di trasformare se stessi di fronte a situazioni nuove. Ma paradossalmente si chiede la flessibilità proprio a quelli a cui è stata negata la possibilità di diventare tali. In questo senso è vero che la buona cultura, quella aperta, è anche una buona base per le culture professionali. Ciò che è in questione sono le strade per pervenirci.
Nella scuola prima impariamo la teoria generale, poi le applicazioni, poi forse impariamo il mestiere in cui queste applicazioni vanno usate. Bene, esiste anche il processo inverso: dalla cultura pratica, professionale, posso tirar fuori idee e cultura di carattere più generale. Storicamente e geneticamente le cose sono andate proprio in questo modo. Galileo diceva che il suo metodo l’aveva appreso dagli operai dell’arsenale.
E’ chiaro che chi accede al sapere astratto è avvantaggiato (anche se corre il rischio di innamorarsene e restare intrappolato nel verbalismo). Però non è detto che chi parte dal sapere concreto non debba poter accedere al sapere astratto. Questo è un percorso lungo e difficile e soprattutto non lineare: si va avanti ed indietro, ci sono isole felici e zone di perenne ombra; il percorso è pieno di totem e tabù, e quindi va assistito e accompagnato.
Il vostro lavoro a Chance in fondo è proprio questo…
Esattamente. Noi abbiamo messo delle persone di grande qualità umana, intellettuale, culturale a sviluppare percorsi che partono da pratiche elementari e scarsamente riflesse. In questo modo c’è una speranza che dalle esperienze irriflesse vengano fuori dei pensieri ed un progetto. Se viceversa per la formazione professionale si utilizzano persone a loro volta portatrici di un pensiero rigido, acritico, apodittico, puramente imitativo è chiaro che stiamo creando un ghetto senza uscite. Una forza lavoro formata in questo modo, dopo l’impiego a breve, non potendola semplicemente buttare via, ce l’avrai sul groppone. Una formazione professionale aperta al futuro è una scommessa importante, a cui bisognerebbe dedicarsi in modo positivo e propositivo.
Ma per fare bene queste cose ci dovrebbe essere un patto complessivo tra i soggetti sociali attivi in un territorio: datori di lavoro, artigiani, commercianti, associazioni sindacali e padronali, scuole, unità sanitarie ecc. che dovrebbero dire: “Bene, in questo territorio il progetto sociale, educativo e sanitario avviene con queste risorse; si può imparare in fabbrica, per strada, a scuola, nella formazione, in piscina, nel campo di calcio, nelle strutture rieducative delle Asl; questi sono i luoghi deputati”. Questo insieme di attori non chiede al giovane di adeguarsi o inserirsi, ma lo accoglie e gli offre la possibilità di costruirsi un percorso personale. Questo non è un piano socio-sanitario che gli uffici calano nel territorio, ma un patto sociale.
Questa è la politica di cui si parlava all’inizio: il contratto sociale non è un pensiero idealistico, ma un processo concreto di continua riscrittura e di negoziato tra gli attori. Cittadinanza attiva significa semplicemente questo: che la città, la polis, deve essere continuamente rifondata, e questo avviene principalmente di fronte ai giovani.
Per coinvolgere i giovani, guidarli nella complessità dei sentimenti, delle relazioni, delle conoscenze, sono necessarie misure pratiche.
Una è che ci siano i tutor. Dopo che l’ha usata la Moratti sembra un’altra parola maledetta, ma io lavoro sulla pratica di “tutor” da 15 anni e non posso abolirla perché la Moratti ne ha parlato.
L’idea del tutor che noi stiamo realizzando è appunto quella di una persona adulta che diventi un riferimento complessivo: il tutor non si riferisce alla disciplina, è una specie di madrina o padrino (anche qui parola maledetta) che ti accompagna in questo viaggio di formazione, che non riguarda più solo l’aula scolastica, ma i molti ambienti, in cui si apprende, e che quindi assolve proprio il bisogno di riorganizzare queste conoscenze; una sorta di “specialista di apprendimento”; si potrebbe dire “maestro del pensiero”, se non fosse anch’essa un’espressione un po’ inflazionata. Però la cosa giusta sarebbe proprio questa: un “mastro” del pensiero, cioè uno che ti fa da apprendistato nello sviluppo del pensiero. Si tratta anche di una guida per aiutare il superamento delle emozioni connesse alla conoscenza. Per essere breve cito il Virgilio di Dante che lo sostiene e consola quando piange, quando sviene, quando è terrorizzato.
La figura del tutor è essenziale se si pensa a educazione, istruzione e formazione, come a un percorso complesso, in cui non c’è qualcuno che mi dà una pappa già organizzata; ho gli ingredienti, ma la cucina è mia e c’è bisogno di avere vicino qualcuno che ne sa più di me.
Per questo io parlo spesso di “educazione per sé”, finalizzata alla crescita di sé, perché questo è produttivo anche di socialità e di professionalità. Se infatti l’educazione non è innanzitutto per sé, non può essere né per gli altri, né per l’industria, né per nessuno.


  


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