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UNA CITTÀ n. 111 / 2003 Marzo

Intervista a Angela Romanin
realizzata da Martina Melis

IL RIFUGIO
La piaga sociale del maltrattamento domestico delle donne, fatto di offese, privazioni economiche, violenza fisica e stupro. La difficoltà delle donne a denunciare, irretite nei sensi di colpa, e in parentele sempre pronte a consigliare la sopportazione. Le case rifugio segrete dove la donna può cominciare una vita da sola. A Bologna i finanziamenti per le donne dirottati sull’associazione dei padri separati. Intervista a Angela Romanin.

Angela Romanin da una decina d’anni lavora a Bologna presso la Casa delle donne per non subire violenza.

Com’è nata l’esperienza del Centro Antiviolenza?
Il Centro ha aperto i battenti all’inizio del ’90, per volontà di un gruppo di donne che aveva cominciato a interessarsi del problema della violenza ancora verso la metà degli anni ’80, in conseguenza di una serie di stupri avvenuti in città. Queste donne, una decina, alcune della sinistra Ds e altre che invece non si riconoscevano in alcun partito, erano accomunate dall’appartenenza alla sinistra e al movimento femminista e venivano dall’esperienza di gruppi di donne del bolognese. Cominciarono a riunirsi al Centro di Documentazione e a riflettere sulle problematiche legate alla violenza contro le donne, studiando il fenomeno sotto il profilo teorico e confrontandosi anche con analoghe esperienze di donne straniere -grazie soprattutto a una di loro, che era di Bolzano e aveva contatti con le donne del movimento femminista tedesco-; si resero così conto che all’estero l’elaborazione di questi problemi era molto più avanzata. Visitarono anche dei centro antiviolenza di altre nazioni, attivi già da anni, mentre in Italia non se ne sapeva niente. Giunsero così alla scoperta di un elemento nuovo, almeno sul piano della conoscenza: lo stupro è solo una goccia nel mare delle violenze; la parte del leone la fa il maltrattamento domestico, che è costituito da una somma di violenze. Il maltrattamento domestico consiste infatti in una serie di comportamenti quali l’uso della violenza fisica insieme a quella psicologica, vale a dire denigrazioni, ricatti, offese, minacce, pedinamenti, controllo del corpo, oppure chiudere la donna in casa o, viceversa, lasciarla fuori di casa; e poi la violenza sessuale e, spesso, anche quella economica, che può andare dalla privazione dello stipendio al lasciare moglie e figli senza alimenti. Fino ad arrivare, addirittura, alle minacce di morte. L’uso congiunto di queste forme di violenza crea il pattern del maltrattamento domestico, che è una forma gravissima di violenza, che gli studi scientifici equiparano ad una situazione estrema: il sequestro di persona con tortura, che subiscono le detenute nei regimi dittatoriali.
Sulla base di tale elaborazione personale e politica, questo gruppo di donne mise a punto un progetto e lo presentò al Comune di Bologna, all’allora assessore alle Politiche Sociali Silvia Bartolini. Il Comune lo accolse e diede un finanziamento e una sede, la sede storica di via dei Poeti. Da allora il centro riceve ogni anno circa 350 richieste d’aiuto, di cui una parte dà luogo a un percorso, oltrepassa cioè la prima telefonata. Il 70-80% delle chiamate proviene da Bologna, un altro 20-30% dalla provincia, e un’altra piccola parte dalla regione o extra-regione.
Puoi raccontarci come si articola la richiesta d’aiuto?
Di solito la donna chiama perché ha saputo da qualcuno del nostro numero, dalla rete amicale, dalle riviste femminili, dove spesso vengono pubblicati i nostri recapiti, oppure, a volte, anche dalla polizia o dall’assistente sociale. Telefona perché si rende conto di aver bisogno d’aiuto, di non farcela da sola, magari perché ha esaurito la rete amicale e i parenti non ne vogliono più sapere di lei. Occorre tener presente che in queste situazioni, all’inizio funziona moltissimo l’idea che “sì, cambierà, passerà”, “io ti salverò, io ti cambierò”; c’è tutto un vissuto di speranza legato al miglioramento della coppia, al sogno di salvare l’unione, soprattutto considerando come veniamo cresciute noi donne, nella mistica del principe azzurro, che purtroppo funziona e agisce nel concreto. Infatti, di solito, il percorso che porta le donne a uscire dalla violenza non è lineare; non è che una prende la decisione e va; spesso la ricerca d’aiuto ha un carattere circolare, di corsi e ricorsi che si muovono lungo una spirale. Anzi, spesso molte donne ritornano dal marito violento. Questa dinamica riproduce un po’ anche il circolo della violenza domestica, nel senso che anche il maltrattamento segue dei cicli che hanno l’andamento di una spirale crescente, in cui la violenza aumenta progressivamente. Magari inizia con un conflitto di coppia, e la donna, che nella dinamica relazionale ha più facilità a confliggere con le parole -a noi insegnano a fare così da bambine, siamo più brave a parlare- non vuole mollare e lui, visto che non riesce ad averla vinta con le parole, passa alle vie di fatto e agisce la violenza, come fanno i bambini quando si arrabbiano. Dopodiché c’è una fase di remissione, in cui lui chiede scusa e lei si sente in colpa. C’è un trasferimento di responsabilità: “Vedi, ti ho picchiato perché tu mi fai arrabbiare, devi essere più compiacente”. E poi: “Scusami, vedrai che non capiterà più”. Poi magari le regala dei fiori, mette in atto azioni di compensazione, e così via, fino al nuovo episodio.
Questa fase di remissione serve a mantenere la donna all’interno della relazione, a impedirle di allontanarsi, di sottrarsi. E il percorso va verso un crescendo continuo; il ciclo della violenza prevede che se lui le ha dato degli schiaffoni e lei non l’ha denunciato -dopodiché è seguita la fase della remissione- ecco che la volta dopo lui potrebbe sentirsi autorizzato a picchiarla con dei calci o addirittura a minacciarla di morte.
Le richieste d’aiuto riproducono un po’ questo movimento. Allora la prima volta la donna telefona per chiedere informazioni: “Volevo sapere che cosa fate”; però non lascia nome e cognome (naturalmente noi lavoriamo in anonimato, questo è uno strumento essenziale); allora l’operatrice le spiega brevemente la nostra attività; oppure la donna può presentarsi anche con una richiesta ipertecnica, superspecialistica, magari di tipo legale, a volte anche mettendo in difficoltà l’operatrice; le domande comunque non sono altro che un mascheramento della richiesta d’aiuto. Fino a che l’operatrice, dopo aver risposto a queste domande, chiede: “Ma perché ci chiama? Di cosa ha bisogno?”. La donna allora comincia a raccontare, perché si sente ascoltata, e si può allora arrivare a fissare un appuntamento, se la donna chiama da Bologna o dalle zone limitrofe; evidentemente a chi chiama da fuori viene dato il riferimento di un centro antiviolenza più vicino.
Si arriva così al primo colloquio, in cui è importante ascoltare, perché di solito il problema è coperto innanzitutto dal silenzio e dalla vergogna. Se ti borseggiano per la strada oppure ti capita una lite sull’autobus, facilmente ne parlerai e andrai alla polizia a sporgere denuncia; se invece ti capita di prendere le botte dal tuo compagno, sarà molto più difficile perché tutto rimane all’interno della relazione di coppia; siamo cresciute con l’idea che “i panni sporchi si lavano in famiglia”, e poi la dinamica della violenza produce direttamente senso di colpa. Infatti è provato scientificamente che è molto difficile uscire da questa situazione perché la violenza crea una destabilizzazione psico-fisica piuttosto grave; per uscirne, la donna deve riprogrammare tutta la sua vita, magari ha dei figli oppure non può contare su aiuti finanziari dall’esterno. Spesso ci sono problemi economici, oppure quello della casa; ad esempio a Bologna trovare casa con un affitto decente costituisce un problema enorme. Inoltre è molto più facile che una donna venga incoraggiata, spesso anche dalla famiglia, dagli amici, a rimanere, per salvare l’unione matrimoniale, per i figli, nella speranza che lui cambi. “Ma sì, non ti preoccupare -dice a volte il poliziotto- con tuo marito ci parlo io”, e magari si limita a fargli la paternale.
Il lavoro dell’operatrice, nel corso del primo incontro, consiste nell’“aprire” il vissuto di violenza, incoraggiando la donna a parlare di quello che le è capitato. In genere non ci vuole molto perché qui entra in atto una dinamica molto specifica, che riguarda il contenitore. Vale a dire che se io vado a parlare di me in un posto che si chiama “Casa delle donne per non subire violenza”, con tanto di targa fuori, mi sento autorizzata a farlo perché il mio problema è già nominato nella struttura a cui mi rivolgo. Se invece dovessi farlo di fronte a un’assistente sociale farei molta più fatica. Poi chiaramente l’operatrice ha degli strumenti professionali appositi per aiutare la donna maltrattata a parlare della violenza e a “nominarla”. Molto spesso, infatti, la violenza non viene nominata, viene bypassata, e questa è una conseguenza diretta del maltrattamento. Quindi, in questo primo incontro è essenziale aiutare la donna nello sforzo di “nominare” gli episodi, le cose successe. E’ uno sforzo individuativo molto importante, che dà finalmente alla donna la possibilità di poterne parlare, perché nessuna l’ha mai veramente fatto. La donna comincia col dire: “Mio marito a volte fa anche delle cose brutte”. “Sì, ma cosa sono queste cose brutte?”. “Delle cose tipo…”, e in genere si comincia con i maltrattamenti più leggeri, tipo: “Mi ha chiuso in casa”. Andando a fondo: “Dove, come, quando l’ha fatto? Dov’erano i bambini? Tu come ti sei sentita?”, cerchiamo di stimolare il racconto, sempre con domande aperte, in modo che non prevalga un senso di giudizio.
Dopo questa fase di “apertura” del vissuto di violenza, in cui la si nomina, si cerca di aiutare la donna a separare i problemi, a scomporre le ansietà: quella per i figli, per il proprio sostenimento economico, ansie che riguardano le vicende giudiziarie: “Lui m’ha detto che se chiedo la separazione l’assistente sociale mi porta via i figli” - frase tipica. “No, non è così, se ti separi hai il 99,9% di possibilità che siano affidati a te, se sono piccoli”.
Poi, sul lungo periodo, si cerca di aiutarla a recuperare e rinforzare la propria autostima, affidandole piccoli compiti che sia in grado di eseguire. Ad esempio si può fornire alla donna il nominativo di un avvocato per la separazione e all’incontro successivo si chiederà se l’ha contattato; se non ci è riuscita si lavora ancora su cosa gliel’ha impedito, sugli ostacoli, ecc.
A questo punto, il percorso d’aiuto prevede un progetto, che la donna e l’operatrice stilano insieme sulla base delle risorse personali della donna e di quelle che può mettere a disposizione il centro, grazie anche alla rete d’aiuto che nel tempo ha costruito, quindi contatti con la polizia, con le assistenti sociali, con altri centri e associazioni.
Il progetto prevede obiettivi a breve, medio o lungo periodo e si aiuta la donna a realizzarlo, tenendo presente, appunto, difficoltà e risorse. Sono obiettivi che comunque è la donna stessa a porsi, noi non diciamo mai: “Devi separarti, devi venir via di casa”. Ad esempio ci sono molte donne che vogliono rimanere sposate: “Però voglio che lui non mi picchi più”. In questo caso è dura! Lo si fa presente alla donna che quello è un obiettivo difficilissimo da raggiungere, però insieme si cerca di vedere quello che si può fare. Ovviamente tutto questo avviene senza che l’uomo entri mai in causa, nel senso che il centro antiviolenza non incontra mai l’uomo. E questo per una scelta politica, e anche professionale, perché se lo facesse non sarebbe più un luogo d’aiuto di parte, come invece è oggi.
Ma le donne in genere non parlano con gli uomini del contatto preso?
Questa è una domanda molto interessante, nel senso che a volte lo fanno, parlano con il partner: “Sai, sono andata in questo centro”, anche per farsi forte verso di lui: guarda che ho chiesto aiuto a un’istituzione. Infatti noi siamo vissute, e giustamente, come un’istituzione; è come se fossero andate alla polizia. Con la donna si lavora anche su questo, sul perché gliel’ha detto, su come pensa di sfruttare questa cosa, e poi sulle eventuali conseguenze. Perché a volte questa scelta di dirlo “serve” solo a bruciarsi una possibilità d’aiuto. Altre volte serve per proteggersi: ho parlato, c’è qualcuno che sa. Nella maggioranza dei casi, comunque, le donne mantengono il segreto, anche se a volte può essere molto difficile; spesso ci sono partner molto “controllanti”, che vogliono sapere sempre dov’è e la controllano con continue telefonate in tutti i suoi spostamenti; in questo caso è necessario raccontare molte bugie.
Noi, concretamente, non prendiamo alcuna iniziativa senza il consenso della donna, e lo chiariamo subito. Ad esempio, volendo essere un luogo di parte, di supporto, se la donna non vuole, non denunciamo il maltrattatore; non siamo la polizia. Se vuole lo può denunciare lei; noi le spieghiamo come, la informiamo, la sosteniamo nella denuncia, ci possiamo anche offrire come persone informate dei fatti per essere interrogate dalla magistratura, possiamo accompagnarla al processo. Oltre ai colloqui e ai gruppi di sostegno, noi forniamo accompagnamenti, testimonianze, indirizziamo a usufruire della nostra rete e, infine, offriamo ospitalità nella casa-rifugio.
Cos’è la casa-rifugio? E come funziona?
La Casa delle donne ha tre appartamenti. Uno dedicato alle donne che fuggono dalla prostituzione forzata, che ha una decina di posti letto. Poi ce ne sono altri due per le donne vittime di maltrattamento; quello più grande ha tre camere da letto doppie o triple, può tenere al massimo otto donne, anche con bambini. L’altro è un monolocale e ha al massimo due-tre posti. I tempi di permanenza nelle case-rifugio non sono lunghissimi; infatti sono concepiti come struttura d’emergenza e per questo devono avere un ricambio abbastanza alto. Le donne rimangono nella casa-rifugio per circa cinque mesi; dopodiché si prevede che abbiano trovato una sistemazione autonoma. C’è da dire che i tempi sono stati allungati un paio di anni fa (prima erano tre mesi) a causa della gravissima crisi del mercato degli alloggi a Bologna. Ora, tre mesi vanno bene per le donne sole; in un mese trovi lavoro e in due mesi, se devi pensare solo a te, riesci a trovare anche un posto-letto, Bologna infatti è una città di studenti e non è difficile sistemarsi. Molto più grave è il problema per le donne con bambini, tenendo conto anche del fatto che ormai i servizi sociali non danno più con facilità la casa popolare alle donne sole con bambini, perché hanno altri soggetti più deboli da sostenere, malati terminali, anziani soli… Noi comunque ospitiamo solo le donne a rischio, che non hanno altre risorse abitative e che sono costrette a nascondersi dal partner. Infatti gli appartamenti sono tutti a indirizzo segreto.
Questo nascondersi comporta il non poter uscire di casa?
No. Ogni caso è a sé. L’appartamento è gestito in autonomia: sono un gruppo di donne che lavorano e condividono un appartamento; le operatrici compiono visite giornaliere per fare opera di supporto, per aiutare le donne ad avere una buona organizzazione e una buona armonia, a tamponare i conflitti. Chiaramente le donne che entrano nella casa-rifugio fanno un percorso molto più importante più intenso rispetto alle altre, anche perché sono seguite dal Centro con dei colloqui settimanali sul loro percorso individuale. Inoltre nella casa-rifugio si fanno delle attività, c’è un gruppo che lavora con le donne ospitate, però non c’è un orario di rientro, o altre cose del genere. Certo, c’è un regolamento, ma l’unica regola importante è la salvaguardia della segretezza, e, purtroppo, se viene infranta, noi dobbiamo chiedere a chi l’ha fatto di uscire immediatamente dall’appartamento perché in questo modo vengono messe in pericolo anche le altre donne. Perché può succedere anche questo: che la donna faccia venire il marito nella casa-rifugio, si faccia venire a prendere o accompagnare da lui, lo stesso marito dal quale è fuggita. Per fortuna è capitato molto raramente; le case-rifugio sono ancora abbastanza sicure dal punto di vista della segretezza. Per entrare c’è tutta una procedura, bisogna prendere accordi, sostenere dei colloqui; la donna in qualche modo sottoscrive un contratto con noi, per cui noi la ospitiamo e lei si impegna a mantenere la segretezza e una buona convivenza con le altre ospiti. Non prendiamo mai nessuno su due piedi, salvo rare eccezioni, tipo la donna che arriva coi bambini e le valigie…
Ma perché le donne violano la segretezza e portano il marito nella casa-rifugio?
Mah, lo ripeto, il percorso di uscita dalla violenza non ha un andamento lineare, è un processo circolare con corsi e ricorsi. Ecco, magari era la prima volta che questa donna veniva via di casa, e lo ha fatto per saggiare un po’ le sue reazioni e quelle del partner; sta fuori un po’ di giorni, allora lui la cerca sul telefonino, oppure è lei che lo cerca; lui magari piange e si dispera, casomai è davvero scombussolato perché lei non l’aveva mai fatto. Questo può accadere soprattutto dopo un po’ di giorni, quando le donne, superato il periodo più faticoso di adattamento alla nuova situazione, si rilassano perché finalmente trovano un ambiente protettivo, in cui potersi sentire al sicuro. Invece, nei primi giorni di permanenza nell’appartamento, sono stressatissime, hanno la sindrome post-traumatica da stress con tutto quello che comporta: non dormono, non mangiano, si sentono in colpa di essere venute via; puliscono la casa furiosamente e stressano le operatrici per avere detersivi, perché la casa è sporca… Dopo aver fatto questo mini-percorso, finalmente ricominciano a mangiare e dormire; dopodiché lui le chiama -oppure sono loro a chiamare-, oppure i parenti si intromettono; a volte lei chiama la mamma, e questa comincia: “Sai, è venuto qui, ha detto di aver sbagliato, vuole incontrarti…”, c’è tutta la mediazione della mamma o del papà, dei fratelli, che vanno dal marito maltrattatore e gli dicono: “Se tocchi ancora mia sorella ti spacco la faccia”. E può capitare che la donna si convinca e ritorni indietro. Ora se la donna torna a casa senza aver infranto la segretezza, può essere riospitata da noi, ovviamente dopo essersi chiarita meglio nei suoi obiettivi. Altrimenti no. Anche perché se non c’è la segretezza, tutte le volte che la donna è raggiungibile è ricattabile.
Quante chance vengono offerte in questo senso?
Quante volte si può entrare e uscire dalla casa-rifugio? Poche. Abbiamo ospitato due o tre donne che sono andate e venute in tutti questi anni. In genere, mai più di due volte. Non avrebbe neanche senso, significa che forse a questa donna serve altro per uscire dalla violenza. E questo non vuol dire che non ce la farà mai: ognuna ha i suoi tempi; c’è chi ha bisogno di venire due volte nella casa-rifugio e chi ce la fa senza doverci entrare. O ancora chi ne ha avuto bisogno una volta e poi si è organizzata in modo diverso, si è costruita un’autonomia lavorativa, all’insaputa del marito ha messo da parte dei soldi con cui è riuscita a trovare un appartamento e a staccare; spegne il telefonino, cambia la scheda e sparisce per un bel pezzo.
A volte hanno buon esito anche percorsi in cui lei fa sapere tutto al marito per tenerlo buono; così, piano piano, un passettino alla volta, come una formichina, senza produrre situazioni di rottura… Però questo lo può fare chi non rischia tantissimo. Chi invece è a rischio della vita… Tutte le donne che vengono ammazzate dal partner, di cui leggiamo sui giornali, avevano tutte alle spalle dieci-vent’anni di botte. Non ci si arriva mai per caso... Non è il dramma della gelosia, quella è un’enorme cazzata giornalistica; l’omicidio da parte del partner o dell’ex partner è il culmine di una serie di maltrattamenti. Addirittura si parla di “incidenza” di questo fenomeno, cioè quanta popolazione ne viene colpita. Teniamo presente che dal 30% al 50% delle donne sposate o conviventi (almeno una su tre), secondo dati internazionali, subisce violenza non occasionale dal partner. Sicuramente oggi le donne ne parlano di più, denunciano di più.
Prima parlavi anche di violenza sessuale all’interno del rapporto di coppia…
Sì, c’è il grande mare degli “stupri matrimoniali”. La maggior parte delle donne che subiscono violenza domestica subiscono anche stupri, o almeno dei rapporti sessuali accettati per non essere picchiate, per paura delle violenze, per tenerlo buono; “staccano la spina” e accettano il male minore, per così dire. Con conseguenze veramente devastanti. Intanto un calo dell’autostima. E poi considera che la sfera sessuale è quella più intima del nostro corpo e della nostra psiche e quindi un’invasione in questo campo, anche se non con un’aggressione diretta, è pesantissima. La donna poi si sente in colpa: non ho fatto niente per impedirlo. Una donna, per non sentirsi in colpa, dovrebbe farsi massacrare!
Accennavi anche a dei gruppi di sostegno…
Sì. Chiarisco che non sono gruppi terapeutici, ma interventi di tipo relazionale e di sostegno, questo per una scelta anche politica: se è il 30% delle donne a prendere le botte, questo problema non può essere ricondotto a una dinamica di masochismo; insomma l’etichetta di masochista data alla donna che viene picchiata a noi non sta più bene. Finché è una su mille… Ma con questa rilevanza di dati, il problema esce da una patologia di tipo psichiatrico-psicologico per essere ricondotto al campo delle patologie sociali. Allora se la Casa delle donne, da un lato, dicesse -ed io condivido appieno questo approccio-: “No, non sei pazza se prendi le botte (perché alcune si credono pazze) capita a un sacco di donne”, però dall’altro offrisse delle terapie, beh, sarebbe un approccio contraddittorio, una conferma indiretta della patologizzazione psichiatrica del maltrattamento. Quindi facciamo gruppi di sostegno, che però non vanno più di tanto in profondità, si lavora un po’ sull’autostima, sul ciclo della violenza, sul rafforzamento dell’identità, sulle relazioni. Questi gruppi sono una grande risorsa, spesso si stringono amicizie, che durano anche fuori. Chiaramente se una donna lo desidera, e in presenza di problemi più gravi, la indirizziamo a una terapia vera e propria.
C’è una tipologia particolare? Le donne che si avvicinano a voi hanno delle caratteristiche sociali peculiari?
Assolutamente no. Il maltrattamento domestico è trasversale, colpisce indifferentemente tutte le categorie socio-culturali-economiche, sia per quanto riguarda la donna maltrattata che per il maltrattatore. Può essere il primario ospedaliero quanto -come magari è più facile immaginarsi- il disoccupato che si ubriaca tutti i giorni al bar. La tipologia più rappresentata è la classe media, che però è anche la più rappresentata nella nostra società. Questo è testimoniato non solo dai dati che noi raccogliamo (sempre in forma anonima), ma anche da tutte le ricerche svolte finora sia in Italia che all’estero. Notiamo che la difficoltà a chiedere aiuto è maggiore man mano che cresce la classe sociale di appartenenza, forse perché una donna che ha tante risorse intorno, anche di tipo economico, più strumenti per uscirne, una discreta stima di sé, ossia un buon lavoro e una buona cultura, si vergogna più di altre a non farcela da sola, a chiedere aiuto. Ma questo non significa che ci sia meno violenza, ci sono state richieste d’aiuto anche da parte di mogli di giornalisti, persone molto facoltose…
So che avete avuto dei gravi problemi con questa giunta…
Sì, abbiamo avuto dei problemi grossissimi. Forse sono stati determinati anche dal fatto che sul piano dell’autonomia finanziaria, l’associazione aveva un rapporto di forte dipendenza con il Comune di Bologna, viveva esclusivamente grazie alla convenzione con esso. Questa cosa aveva già prodotto un momento di crisi nel ’98, perché la giunta, ancora di sinistra, aveva rinnovato in ritardo la convenzione, lasciando scoperto finanziariamente il centro per più di otto mesi. Quindi i conti sono andati in rosso, mettendoci in difficoltà perché la nostra è comunque una piccola impresa che deve marciare anche dal punto di vista gestionale, amministrativo, finanziario. Ci siamo trovate così con un buco finanziario da ripianare, che è stato chiuso a suon di volontariato, ossia con lavoro non pagato. Così, piano piano abbiamo sviluppato la convinzione che dovevamo un po’ sganciarci dalle istituzioni. Adesso la Casa delle donne si sostiene differenziando le convenzioni, cioè dipende sempre da enti pubblici, per la maggior parte dei suoi finanziamenti, ma non da uno solo.
Comunque, nel 2000, l’assessore Preziosa, di Alleanza Nazionale -l’aveva promesso in campagna elettorale, d’altronde è un misogino terrificante - ha cercato di far chiudere la Casa delle donne e ha portato avanti il suo obiettivo con molta determinazione, tra l’altro in accordo con Dinacci, anche lui di An e presidente dell’Associazione Padri Separati. Teniamo presente che l’Associazione Padri Separati a Bologna difende ancora i mariti maltrattori e noi l’abbiamo avuta come controparte in più di una situazione. Del resto Preziosa aveva cercato di togliere i finanziamenti anche al Centro di Documentazione; cioè le uniche due istituzioni storiche di donne della città.
Così, quando a marzo 2000, la convenzione col Comune è scaduta, Preziosa non l’ha rinnovata e ha messo in appalto il servizio. Ha fatto uscire il bando alla fine di luglio -noi chiaramente abbiamo partecipato- e ha invitato un gruppo di associazioni del privato cattolico a parteciparvi. Queste, in appoggio a noi, si sono rifiutate, riconoscendoci il lavoro fatto in tutti questi anni e l’esperienza acquisita sul problema del maltrattamento.
Del resto da sempre lavoriamo con loro, quindi c’è un riconoscimento reciproco e non ci sono conflitti.
Ebbene, l’unica associazione che ha partecipato assieme a noi era un’associazione creata ad hoc, una specie di associazione fantasma, costituita legalmente, da questo Dinacci dell’Associazione dei Padri Separati. Non solo, il bando scadeva a mezzogiorno del 28 luglio 2000 -me lo ricorderò finché vivo- e noi alle 13, sempre del 28 luglio, sapevamo già che avevano vinto loro: il loro progetto era stato giudicato “qualitativamente migliore” del nostro. Quindi il Comune di Bologna ha affidato la gestione del Centro Antiviolenza, con un finanziamento anche cospicuo, per aiutare le donne che subiscono violenza, all’Associazione Padri Separati! Come dare la tutela di una foresta a un’associazione di piromani! Comunque alla fine, l’assessore Preziosa ha un po’ pagato questa scelta politica perché poi l’operazione è stata smascherata dai giornali, anche di tiratura nazionale come Repubblica. Però questo ha significato che nel giro di 15 giorni ci hanno sfrattato e la nostra sede storica è finita a loro, che ancora oggi la occupano. Insomma, una pugnalata che, credimi, ancora oggi duole.
Noi però non abbiamo chiuso nemmeno per un giorno; ci siamo arrangiate. Nel corso dell’inverno 2000-2001, visto che eravamo senza finanziamenti, ci siamo buttate alla ricerca di altri soggetti e abbiamo avuto un riscontro enorme da parte di tutti i comuni dell’area bolognese. In particolare la sindaca di Castelmaggiore si è fatta promotrice di un progetto grazie al quale abbiamo ottenuto i finanziamenti che ci servivano per quell’anno. Hanno fatto davvero un’opera meritoria di salvataggio! E’ stato infatti grazie a loro che il centro non ha mai chiuso un giorno, siamo anche riuscite a conservare il numero di telefono, mantenendo così la nostra “clientela” delle donne che chiedono aiuto. Abbiamo imparato la lezione, infatti abbiamo scelto di non chiedere di nuovo una sede pubblica al Comune di Bologna, proprio per preservare la nostra autonomia, anche se questo evidentemente ci costa, però preferiamo così. Oggi abbiamo anche dei finanziatori privati; nel frattempo siamo diventate Onlus. Poi Preziosa, a settembre 2000, è stato allontanato dalla Giunta perché, oltre al pasticcio che riguardava il nostro centro, che è uscito sui media -nella primavera 2000 abbiamo raccolto più di 13.000 firme di sostegno!- ha fatto dell’altro… Poi, piano piano, c’è stata una timida opera di riavvicinamento da parte del Comune nei nostri confronti e il nuovo assessore, pur non essendo particolarmente sensibile, ha creduto in qualche modo di rimediare all’errore fatto dal suo predecessore e nel 2001 ha riaperto il bando, questa volta non più a vincitore esclusivo ma dividendo le risorse in base al punteggio ottenuto. Ora, dal punto di vista finanziario, siamo abbastanza soddisfatte, abbiamo di che vivere. Chiaramente non è mai una situazione in cui ci si possa sedere… Adesso comunque abbiamo cambiato sede, e questa cosa mi riempie di gioia, anche se il trasloco è stato pesantissimo. Però la nuova sede è molto bella e offre più spazio per tutti i nostri progetti. E’ come se il 2000 fosse stata una fase adolescenziale nella vita della Casa delle donne: buttate fuori di casa, ora ci siamo emancipate.
Questo mutamento per cui le donne hanno acquisito più potere rispetto al passato, mettendo in crisi gli uomini, potrebbe avere una relazione con la violenza domestica?
In realtà non c’è una relazione diretta. Intanto in Italia, va detto, indagini sulla violenza domestica ce ne sono pochissime; siamo l’unico paese europeo che non ha fatto un’indagine vittimologica seria; l’Istat ce l’ha in programma per i prossimi anni. Quindi non abbiamo dati certi e attendibili sulla consistenza del fenomeno, che peraltro non è facile da indagare, perché non basta il numero delle denunce; le denunce sono solo la punta di un iceberg, pochissime donne lo fanno.
Certo, può essere che una donna più intraprendente possa suscitare violenza, però in realtà siamo tutte a rischio di essere vittimizzate. Invece questa maggiore apertura, autonomia, intraprendenza, sicuramente, aiuta di più le donne in caso di violenza, perché hanno più risorse, possono chiedere aiuto. Del resto, i dati sulla depressione affermano che le donne sposate sono più depresse delle single, mentre tra gli uomini vale il contrario: sono più depressi i single. Allora il matrimonio fa bene ai maschi e fa male alle donne, questo è poco ma sicuro. Ciononostante noi siamo cresciute con la mistica matrimoniale. E poi, alla fine, tu puoi difenderti, proteggerti, però non sei tu la responsabile di questi atti, non sei tu che pratichi la violenza.
Ecco, servirebbero dei centri d’aiuto per gli uomini; all’estero ci sono dappertutto e funzionano, gli uomini ci vanno. In Italia purtroppo non c’è proprio niente. E guarda che a volte hanno telefonato qui, proprio a noi!


  


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