








UNA CITTÀ n. 111 / 2003 MarzoIntervista a Carlo Galli
realizzata da Franco Melandri, Gianni Saporetti
JUS AD BELLUM
Con un mix micidiale fra guerra di missione, per abbattere un tiranno, e guerra imperialistica ottocentesca, volta alla conquista dell’heartland, gli Stati Uniti hanno distrutto l’ordine uscito dalla II guerra mondiale, fondato sulla rinuncia da parte degli stati sovrani allo jus ad bellum. Quello che si prepara è un nuovo disordine mondiale. Un Occidente senza nord, sud, senza Oriente? Intervista a Carlo Galli.
Carlo Galli insegna Storia delle dottrine politiche presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, sede di Forlì, ed è vicedirettore della rivista ‘Filosofia Politica’. Fra i suoi ultimi libri: Spazi politici. L’età moderna e l’età globale (Il Mulino, 2001) e La guerra globale (Laterza, 2002).
Al di là dell’andamento sul campo, che cosa pensa della guerra?
I responsabili militari americani avevano sempre detto, anche per cautelarsi, che la guerra sarebbe stata pesante, e non una sciocchezza. Sanno che non basta la superiorità tecnologica per vincere le guerre. Una guerra come questa -che è una guerra fatta per costruire un impero- richiede l’occupazione militare del terreno. Gli angloamericani, quindi, non possono semplicemente radere al suolo qualche città, al di là dei costi politici che ciò comporterebbe, ma devono andare proprio a prendersi pezzo per pezzo un territorio.
La soluzione di questo problema è consistita nel fatto che, almeno nelle prime fasi, gli americani hanno puntato sulla divaricazione tra regime e popolo: da una parte bombardamenti precisi e, dunque, attenti a risparmiare le popolazioni, e dall’altra, violento scarico di potenza su chi fa resistenza, in modo da far collassare la struttura, disarticolando le catene di comando politico-militari e terrorizzando i combattenti. In questo modo perseguivano un triplo obiettivo: fare in fretta, tenere il territorio e non farsi odiare dalla popolazione. Il regime baathista, da parte sua, ha perseguito l’esatto opposto: impedire quanto più possibile i bombardamenti selettivi, attraverso l’oscuramento del cielo di Baghdad con il nerofumo del petrolio, e tenere strettamente collegati i vertici politico-militari, quindi il regime stesso, al popolo, costruendo un fronte nazional-patriottico, anche di tipo islamico, contro gli americani, e soprattutto utilizzando la popolazione come ostaggio, come insieme di scudi umani contro le operazioni militari alleate. Per di più, ha iniziato a ricorrere alla guerriglia e al terrorismo. Il tutto con l’obiettivo di distruggere il morale interno degli Stati Uniti, attraverso le esibizioni televisive delle stragi di civili e dei prigionieri di guerra Usa. Insomma, mentre gli americani vogliono che questa sia una guerra nel senso classico del termine, fondata sul confronto fra forze armate, fra élite politico-militari, Saddam vuole il linkage fra il popolo e il regime, vuole cioè che questa diventi una guerra tipicamente novecentesca, quindi anche una guerra ideologica, che oggi significa religiosa. A ogni elemento della strategia statunitense corrisponde in senso inverso e speculare un elemento della strategia irachena.
Qual è il punto più preoccupante di tutta questa vicenda?
Nessuno ha difficoltà a sostenere che quello di Saddam Hussein è un regime infame -forse era meglio esserne consapevoli anche 20 anni fa, quando era trattato da benemerito in quanto in guerra contro l’Iran-, ma il punto più preoccupante di tutta la vicenda sono le modificazioni della democrazia americana, cioè il pericolo che, sotto stress, gli Stati Uniti ritornino a comportamenti razzisti: le schedature di coloro che provengono da paesi islamici, il crollo delle garanzie civili stabilito dal Patriot Act, i dibattiti a mezzo stampa sulla tortura, la riduzione dello spazio politico del dissenso, sono elementi inquietanti.
Voglio dire che il rischio, che non si è ancora realizzato, ma che è incombente, è che, a causa della paura, che è sempre una pessima consigliera, si vada all’imbarbarimento dell’Occidente sia al suo interno sia verso l’esterno. Dell’imbarbarimento verso l’interno ho già detto i sintomi, mentre verso l’esterno esso potrebbe concretizzarsi come regressione alla logica politica dei gesti sovrani, cioè della guerra senza altra giustificazione che il fatto di poterla fare. Sarebbe un ritorno non alla barbarie nel senso di comportamenti ‘primitivi’, ma a quella che è l’essenza della sovranità moderna: lo Stato moderno aveva il diritto alla guerra semplicemente perché poteva farla quando voleva -anche ‘preventiva’- purché contro un nemico ‘giusto’ (un altro Stato). Ciò disegnava uno scenario internazionale di straordinaria complessità e instabilità, in cui si poteva raggiungere tutt’al più un momentaneo equilibrio. L’Onu è stato precisamente un tentativo di superamento delle logiche delle prerogative sovrane: si entrava nell’Onu pagando come ‘tassa d’ingresso’ proprio la rinuncia allo jus ad bellum (art. 51 della Carta dell’Onu). Oggi, invece, il rischio concreto è che gli Usa ritornino alla concezione classico-sovrana della guerra, precedente l’Onu.
Ma perché questo ritorno?
Le cose sono complesse. Nel dna degli Stati Uniti c’è il rifiuto della guerra nella sua concezione classica, come atto politico a piena disposizione della sovranità. Gli Usa sono nati come repubblica democratica contro lo Stato sovrano; la sovranità del popolo americano si esprime o nel rifiuto della guerra o nella guerra di missione, che può anche essere una guerra senza limiti, ma mai come atto puramente e semplicemente sovrano a disposizione della politica. La guerra, per gli americani, non è un mero strumento: ha una connotazione morale (positiva o negativa, secondo i casi).
Ebbene, come è allora possibile che proprio l’America riscopra la guerra sovrana (come guerra preventiva)? In realtà, gli Usa stanno operando un mix fra la guerra di missione e la guerra sovrana; da una parte, infatti, il presidente Bush riafferma continuamente l’universalismo tipico della concezione della politica estera degli Stati Uniti -che concepisce la proiezione esterna della potenza statunitense come la liberazione dei popoli dai loro tiranni-, mentre dall’altra gli intellettuali neoconservatori che formano il pool dei consiglieri del Presidente degli Stati Uniti ritornano, dopo gli anni del multilateralismo ‘liberal’ (cioè dell’Onu, e del diritto internazionale) all’idea della guerra come strumento fondamentale per la realizzazione dell’ordine internazionale. Anzi, quella statunitense è una linea di vecchia geopolitica europea: il mondo sarà in ordine quando sarà sotto controllo quello che i geopolitici chiamavano l’heartland, il cuore della terra, cioè l’Asia centrale; si domina il mondo, lo si tiene sotto controllo, quando si controlla l’heartland.
Per tutto questo la guerra in corso è anche una guerra imperiale, proprio nel senso antico del termine, finalizzata alla costruzione di un impero: la basing strategy dell’attuale amministrazione consiste nel costruire una cintura di basi militari nei punti focali dell’Asia centrale: dalla guerra in Afghanistan, infatti, è uscita la costruzione di un paio di basi gigantesche, una in Turkmenistan e una in Afghanistan. Quella Bush, insomma, è un’amministrazione che non è del tutto fiduciosa nella forza ordinativa del capitalismo, e lo è di più nella forza delle armi che deve essere rivolta non contro i popoli, ma contro le élite ‘sbagliate’.
In che senso l’amministrazione Bush è meno fiduciosa nel capitalismo?
L’attuale amministrazione repubblicana imputa alla precedente amministrazione democratica un’eccessiva fiducia nel capitalismo. Clinton affidava primariamente alla potenza del capitale la capacità di estendere l’egemonia statunitense e di creare nel mondo condizioni di relativo ordine funzionale (è a questa fase che si riferisce il libro di Negri Empire); questa amministrazione, invece -che ovviamente è pur sempre un’amministrazione “capitalistica”- parte dal presupposto che il capitalismo, da solo, non porta ordine, e anzi crea motivi di disordine, che soltanto la proiezione della potenza delle armi statunitensi possono sedare. E qual è il disordine fondamentale? E’ lo squilibrio derivante dal fatto che un dittatore pazzo (così viene percepito Saddam Hussein), completamente imprevedibile, inaffidabile, che martirizza il proprio popolo, con la sua stessa permanenza al potere esponga ad un rischio inaccettabile non solo le risorse petrolifere, così importanti, ma tutta l’Asia mediorientale e centrale.
In pratica, per gli Stati Uniti questa guerra significa “fare ordine”, significa costruire condizioni di prevedibilità nell’andamento della politica in Medio Oriente attraverso una via facile, semplificata: la guerra e l’occupazione del territorio in Iraq (la via difficile sarebbe stata quella di obbligare Israele a fare la pace con i palestinesi, obbligare Saddam a dimettersi, esiliandolo, obbligare l’Arabia Saudita a diventare un paese civile e non quella specie di lager religioso che è).
La guerra è sempre una semplificazione, ovviamente, e a volte si tenta di semplificare dove non si può semplificare affatto, e sono disastri. In questo caso, la semplificazione consiste nel fatto che la guerra attuale sta tentando di sovrapporre alla guerra globale -nuova e di difficile concettualizzazione e gestione- una guerra classica, territoriale, neoimperiale: la “quarta guerra mondiale” (la terza è stata la guerra fredda), per il trionfo della democrazia in Medio Oriente, come ha recentemente spiegato James Woolsey, ex capo della Cia, agli studenti della Ucla.
Per di più, le cose sono rese ancora più complesse dal fatto che pertiene all’essenza della sovranità classica di essere plurale, di prevedere cioè accanto a sé altre sovranità; ma ciò è proprio quello che gli Usa negano, poiché non riescono a immaginare una guerra contro un ‘nemico giusto’, ma solo una guerra ‘giusta’, di missione, una guerra in cui gli Usa (coi loro alleati-vassalli) detengono il ruolo del Bene, e dall’altra parte c’è una sorta di ripugnante non-essere, il Male.
La ‘semplicità’ della supremazia americana coniuga geopolitica e moralismo, in una guerra che è legittimata da ben altro che dall’autodifesa contro il terrorismo o dalla volontà di punire l’Iraq perché detiene armi di distruzione di massa contro le risoluzioni dell’Onu.
Ma in questa semplificazione della supremazia americana c’entra anche l’Europa?
Sotto il profilo geopolitico questa è una guerra che, oltre a quello di non costringere Israele a fare la pace e di mandare un messaggio durissimo all’Arabia Saudita (“Vedete di che cosa siamo capaci, la prossima volta tocca a voi se continuate a fare i vostri sporchi giochetti con Al Qaida”) e alla Siria, oltre che all’Iran (possibili prossimi obiettivi della ‘democratizzazione’) ha anche come obiettivo l’Europa, alla quale si dice: “Noi facciamo quello che vogliamo, sempre, comunque e dovunque, e siamo anche capaci di spaccare l’Europa”. Il che è avvenuto, e purtroppo, l’Italia si è collocata nella metà “sbagliata”, cioè nella metà acriticamente filoatlantica.
L’asse franco-tedesco era la grande occasione europea; avrebbe dovuto essere franco-tedesco-italiano, cioè coinvolgere il nucleo duro dei firmatari dei patti di Roma del 1957.
E’ stata una sventura che la scelta di Berlusconi sia stata opposta.
Questo che cosa significa per il diritto internazionale?
Significa la fine del diritto internazionale così come lo conosciamo noi, cioè un diritto di Stati e fra Stati, un diritto che -originariamente fondato sul rapporto da “particolare” a “particolare” (cioè fra i singoli Stati sovrani)- con l’Onu era diventato un diritto universale, nel senso che gli Stati rinunciavano allo jus ad bellum, ossia, salvo che per l’autodifesa, alla prerogativa dell’esercizio della forza in funzione del proprio interesse particolare. In qualche modo, così, con l’Onu si andava creando un mondo di uguali che non doveva essere un mondo indifferente perché era comunque un “mondo orientato”. La struttura dell’Onu, infatti, prevede sì un mondo di Stati tutti sovrani, tutti ugualmente rinunciatari allo jus ad bellum, ma cinque di essi -i membri permanenti del Consiglio di sicurezza muniti di diritto di veto- sono più uguali degli altri. L’orientamento di questo ordine, l’inclinazione di questo cristallo, era il frutto della storia, cioè dell’ordine antifascista instaurato dai vincitori (reali o solo formali) della II guerra mondiale. Era un ordine che, come tutti gli ordini politici, era tale perché aveva sconfitto un nemico, come del resto anche la nostra Costituzione è una costituzione politica perché nasce dalle forze che hanno vinto il fascismo. Ecco, gli Stati Uniti hanno azzerato questa struttura internazionale.
Si dice che questa struttura andrebbe riformata…
Sarebbe giusto farlo. Tutt’ora, infatti, l’Onu pretende di produrre la pace neutralizzando ciò che non è più la causa primaria delle guerre, cioè neutralizzando le sovranità degli Stati; ma oggi, in realtà, le guerre non nascono quasi mai per colpa delle sovranità, quindi per decisione degli Stati: le decine di guerre attualmente in corso nel pianeta non sono prevalentemente guerre fra Stati, ma fra bande, mafie, strutture terroristiche, popoli senza Stato. Così, possiamo anche dire che l’Onu non è mai stata rispondente ai tempi, perché, quando ha funzionato, ciò è avvenuto, in realtà, perché la pace era garantita dalla contrapposizione dei due grandi blocchi.
L’Onu avrebbe avuto effetti positivi nell’età in cui gli Stati erano i veri soggetti della politica internazionale, ma in quell’età gli Stati mai e poi mai avrebbero dato vita all’Onu. E tuttavia l’Onu è stata importante perché ha espresso l’idea che possa, e debba, esistere un diritto internazionale fra uguali. Ora, il fatto grave non è che gli Stati Uniti vogliono dimostrare che l’Onu non funziona, ma è che vogliano rifare la storia, che si sentano veramente portatori della capacità di dare inizio a una nuova epoca, in cui per questa idea non c’è posto. Il loro alleato Berlusconi l’ha detto: la struttura del diritto di veto nel Consiglio di sicurezza è superata, e come sul piano interno ha sdoganato l’Msi, così adesso dichiara la fine dell’ordine internazionale antifascista rappresentato dall’Onu. Certo si può anche dichiarare l’Onu superato, ma a patto di creare un nuovo ordine internazionale, fondato anch’esso sull’uguaglianza, sulla giustizia e rispondente alle esigenze dei tempi -che registrano grandi ingiustizie mondiali, ma al tempo stesso ampie e consapevoli domande di giustizia- invece gli Stati Uniti hanno semplicemente riaffermato il diritto della forza.
Qualcuno potrebbe chiedersi perché, alla fine, non debba essere così…
Certo, il diritto della forza non necessariamente è soltanto brutalità: anche Roma affermava il diritto della forza. Se c’è una superpotenza conscia di sé, del proprio destino, della propria superiorità morale e civile, oltre che militare, economica, organizzativa, della propria responsabilità verso il resto del mondo, il diritto della forza, pur restando un retaggio barbarico, ha anche qualche aspetto positivo. Ma bisogna chiedersi se gli Stati Uniti siano in questa situazione: hanno verso il mondo una superiorità tale da giustificare questo loro protagonismo assoluto, questa loro missione civilizzatrice e ordinatrice? Questa guerra, al di là del fatto che abbia o meno una legittimità -che sulla base del diritto internazionale di oggi non ha-, porta ordine?
Io sono portato a pensare che gli Stati Uniti siano oggi portatori di squilibrio, non di equilibrio. Roma esportava le legioni e il diritto romano, ma non esportava un sistema economico destabilizzante come invece fanno gli americani. In realtà sono gli Usa a produrre disordine, e non perché siano particolarmente malvagi, ma perché il capitalismo, così com’è concepito oggi, ha una tale dirompente potenza che, ovunque non ci sia una società civile evoluta in grado di assorbirlo e addomesticarlo, produce squilibri tali da generare come contraccolpo fanatismi religiosi, dittature, aggressioni, aggressività e quant’altro, cioè disordine; non solo povertà, quindi, o comunque squilibri sociali, ma proprio disordine, anomia. Non si può andare oltre il capitalismo, né predicare ritorni a presunte stabili ‘radici’ delle società; il capitalismo globale lo si può solo accettare come orizzonte, e governarne la forza con la politica. Ma l’attuale amministrazione Usa crede, e questo è veramente tragico, che siano le armi e non la politica a poter risolvere le contraddizioni del capitalismo; così, in ogni punto di crisi dell’economia globale, e sono tanti, gli Stati Uniti si sentiranno autorizzati, obbligati, a fare ordine; e allora avremo il paradosso che la grande sintesi di universalismo e geopolitica che è all’origine di questa guerra produrrà l’esatto contrario di ciò che vuole essere: produrrà un nuovo disordine mondiale. Questo è tanto facilmente prevedibile da non dover essere neppure descritto, se non come mix fra uno scontro di civiltà despazializzato (generato non dalle teologie ma proprio dalle logiche conflittuali della globalizzazione) e il dispiegarsi del terrorismo.
Gli americani, con la loro idea di dovere e di potere mettere ordine nel pianeta, corrono il rischio di essere attratti nell’immane palude che è la globalizzazione. Temo che questo sia l’ingresso trionfale non nell’anno uno dell’impero americano, ma nell’anno uno di un nuovo, gigantesco, Vietnam, esteso quanto il mondo. Insomma, questa guerra in nome della sovranità imperiale è in controtendenza non solo rispetto all’epoca dell’Onu, ma anche rispetto all’attuale trend del mondo globalizzato: la guerra imperiale che vorrebbe por fine alla guerra globale rischia di esserne un momento, di essere risucchiata nel vortice della mobilitazione globale.
L’attuale classe dirigente americana e il pensiero che esprime sono in grado di capire questo mondo? Fa impressione il loro continuo richiamo alla religiosità…
Io non credo che dietro l’attuale politica dell’amministrazione statunitense ci sia un fondamentalismo religioso. L’autentica religiosità personale di Bush non detta le sue linee di direzione politica. In realtà Bush è un uomo semplice, diverso da suo padre, che era un gentiluomo della Nuova Inghilterra, educato certo al privilegio del comando ma come si veniva educati a ciò sessant’anni fa, cioè con precoci e personali esperienze del mondo e delle responsabilità: non a caso sia Kennedy sia Bush andarono in guerra. Questo Bush, invece, è un provinciale che non conosce il mondo, che non ha percezione dell’esistenza di culture diverse dalla sua che, peraltro, conosce in modo assolutamente schematico. E’ veramente l’uomo medio, chiuso, compiaciuto di sé e delle proprie poche idee, e quindi anche capace di essere bastantemente feroce, come tutti gli uomini medi (e poi è anche, personalmente, molto religioso).
I suoi consiglieri, poi, non sono estremisti religiosi, ma degli ultraconservatori, cresciuti nelle accademie e nelle istituzioni più di destra degli Usa. Sono loro a credere che oggi l’universalismo tradizionale della politica statunitense debba dotarsi di armi e di competenze geopolitiche perché è oggi che, per la prima volta, queste finalmente possono essere applicate. Questi consiglieri pensano che, non essendoci più l’Urss, gli Stati Uniti abbiano un’occasione storica per applicare la verità eterna della politica, che è la guerra di potenza. E’ questa la tragedia epistemologica: negli Stati Uniti non c’è mai stata la critica del positivismo, c’è ancora l’idea che esistano “leggi profonde” della storia e della politica che, conculcate per un certo periodo di tempo da circostanze esterne, oggi finalmente si possono e si debbono applicare. L’America oggi scopre, contro la vecchia Europa, appunto il pensiero vetero-europeo della politica di potenza.
Una delle giustificazioni di questa guerra, che risuona anche in Italia, è infatti che fare politica significa fare la guerra, e tutto questo vien fatto passare per realismo politico, mentre non è altro che la banalizzazione di un complicato percorso intellettuale e storico che l’Europa ha effettivamente elaborato, però producendo, al contempo, anche gli anticorpi. Invece qui siamo allo “stadio zero”; per molti ‘realisti’ Tucidide e Hobbes dicono la stessa cosa: la ragione è del più forte, l’unica ragione è la forza e le uniche modalità di comportamento sulla scena internazionale consistono nel perseguimento del massimo di utilità possibile; e se oggi, fatto il calcolo costi-benefici, il massimo di utilità possibile comprende anche occupare il Medio Oriente e restarci, perché non lo si dovrebbe fare?
Io credo che la progressiva diffusione del discorso dei pacifisti, che in sostanza dice: “Non vogliamo più che la guerra coincida con la storia. Nell’attuale stadio dell’evoluzione dell’umanità non ci sentiamo più di accettare la guerra come strumento normale”, sia probabilmente il fatto nuovo di un’età globale, in cui accanto all’iperpotenza globale si fa sentire una potente opinione pubblica globale. Ma al di là di tutto, anche a prescindere dal potente movimento di opposizione alla guerra il punto è: questo calcolo costi-benefici è giusto? Io ho paura che non lo sia.
Da questa vicenda può venire una nuova spinta all’Europa? Tutti dicono che l’Europa non può nascere contro gli Stati Uniti…
Adesso ci sarà un semestre italiano di presidenza che cercherà di ricompattare l’Europa in senso filoamericano. Invece l’Europa se esisterà veramente, lo dovrà a un senso se non antiamericano certamente a-americano. Altrimenti l’Europa sarà solo un pezzo di Occidente, e l’Occidente è un’invenzione americana. Quando l’Europa era una realtà politico-culturale significativa non si diceva “Occidente”, ma si diceva “Europa” ed infatti sono stati gli americani che si sono inventati il concetto di “Occidente”: con la dottrina di Monroe si sono inventati il concetto di “emisfero occidentale” in funzione difensiva proprio contro l’Europa, e poi, lentamente, con Roosevelt, a partire dal 1940 c’è stato questo spostamento della linea dell’emisfero occidentale, che è avanzato inglobando mezza Europa, finché nel 1945 non è andato a urtare contro la cortina di ferro sovietica. Questo avanzamento, però, ha implicato che l’Europa sia diventata un’appendice, un segmento, di un Occidente la cui testa sono gli Stati Uniti. Per questo, se oggi si vuole ancora parlare di “Occidente”, l’Europa non può non essere un elemento di differenziazione, anche potente, interno all’Occidente stesso. Questa differenziazione ovviamente non riguarda i valori, che possono anche coincidere, in ultima istanza, ma gli interessi e soprattutto la modalità con cui quei valori vengono declinati. Se l’Europa va a rimorchio degli Stati Uniti è il vagone di un treno che ha una sola locomotiva. Invece i treni devono essere due. Ci sono due monete, ci siano due entità geopolitiche indipendenti tra di loro, animate da buona volontà, da amicizia, ma consapevoli di essere ormai dei cugini di secondo grado.
Secondo lei il concetto di “Occidente” andrebbe quindi abbandonato?
Certamente sì, in quanto principio di contrapposizione propagandistica. Ma anche per un altro motivo, più radicale. L’Occidente oggi tende a mondializzarsi, a coincidere col mondo, e dunque avremo un Occidente senza Oriente, senza nord, senza sud: e una figura spaziale che ha soltanto un dentro e non un fuori è veramente difficile capire cosa sia.
Un siffatto ‘Occidente’ non è un punto cardinale che serva ad orientare alcunché. Senza essere schmittiani a tutti i costi, non abbiamo mai avuto nel pianeta una configurazione ordinativa fondata sul principio dell’Uno. La nostra cultura, la nostra storia, ci portano a pensare che un mondo ridotto a unità da un’egemonia solitaria dell’unica potenza occidentale sarebbe un gran brutto mondo. Non c’è bisogno di amare la diversificazione politica che si manifesta in ‘radicamenti’ - non si tratta di contrapporre pseudo-radici a una pseudo-unità mondiale-; bisogna semplicemente rendersi conto che oggi l’unità del mondo definita ‘globalizzazione’ è percorsa da contraddizioni paurose perché avviene nel segno di un capitalismo selvaggio e nel disprezzo dei diritti dei due terzi dell’umanità. E teniamo presente che, anche se il capitalismo è praticamente l’unico orizzonte della crescita mondiale, vi sono tante forme di capitalismo, da quello manchesteriano a quello keynesiano, e, dunque, non è indispensabile dare del capitalismo sempre e solo la versione più violenta e sprezzante dei diritti umani. Ci sono capitalismi oligopolistici e capitalismi diffusi, capitalismi di Stato e capitalismi privati; ci sono tanti modi per far sì che questa forma economica venga coniugata in modi non devastanti per la società.
Quindi, lo ripeto, la soluzione non sta nell’inventarsi dei provincialismi sempre più chiusi, retrogradi, reazionari, radicati, da contrapporre a questo “Uno” globale; sta piuttosto nel “lasciar essere differente”, in una capacità comunicativa mondiale che deve basarsi sulla giustizia, non solo sulla buona volontà. Giustizia vuol dire tante cose, ma essenzialmente vuol dire far sì che l’umanità abbia la propria esistenza sotto il proprio controllo. Un mondo di cui gli uomini non capiscono niente della propria storia -e la vivono come un destino da cui sono agiti- non può essere giusto. E questa guerra è oggi giustificata proprio così: come inevitabile.
Per concludere, questa guerra è quindi la manifestazione di qualcosa di più profondo, grave, che ci coinvolge tutti?
Sì, è una guerra strutturale, che nasce per cause più profonde dell’occasionale presenza al governo degli Usa di Bush e dei suoi consiglieri; una presenza che l’ha facilitata, ma non provocata. E’ certo voluta dal presidente degli Stati Uniti, ma a sua volta egli la vuole perché crede, facendola, di rispondere a esigenze strutturali: e non ha tutti i torti. Solo, crede di agire e non capisce di essere agito. Io non voglio togliere a nessuno le sue responsabilità, però credo che l’idea di una responsabilità comune dovremmo averla: la causa di questa guerra che si vuole antiglobale, territoriale, è proprio nella globalizzazione, e il mondo globale è troppo complicato e troppo squilibrato perché se ne possa dare la colpa solo a Bush.
Quando il Papa parla di “strutture di peccato” sta dicendo questo, cioè che c’è una struttura mondiale che è intrinsecamente malata ed è per questo che i movimenti mondiali hanno tanta importanza: sono la risposta adeguata a una malattia mondiale. In linea teorica, se questo movimento continua a crescere potrebbe voler dire che le persone disposte a fare la guerra caleranno drasticamente. E l’affermarsi globale di una radicale volontà di pace -un affermarsi non emotivo né episodico, certo- sarebbe una speranza, anche se piccola. Però, piuttosto che accettare la guerra come destino dell’umanità…
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