










La difesa
della normalità

UNA CITTÀ n. 109 / 2002 Dicembre-GennaioIntervista a Giovanni Salierno
realizzata da Katia Alesiano
ALL’AEROPORTO C’ERA MIO PADRE
Gioventù operaia cristiana, delegato sindacale Fiom, militante no-global, il tragitto di un giovane torinese verso l’impegno politico. Intervista a Giovanni Salierno.
Giovanni Salierno ha 32 anni, impiegato, è delegato Fiom in un’industria metalmeccanica della Val di Susa, vive a Torino.
Nella mia ditta siamo 110 lavoratori, metà operai e metà impiegati e commerciali. Nelle ultime elezioni per le Rsu i candidati erano tutti Fiom: io e tre operai; si era infatti pensato che se c’era anche un impiegato era meglio. Siamo stati eletti in 3 con un’elezione bulgara. La mia azienda fa macchine di misura, strumenti per il controllo di qualità sui pezzi che vendiamo alle industrie metalmeccaniche. Fortunatamente non siamo legati alla Fiat, abbiamo clienti in tutto il mondo; l’anno scorso, quando l’Italia e l’Europa erano bloccate, ci ha salvato il mercato cinese. Nel nostro settore siamo leader abbastanza buoni, nel senso che riusciamo a difenderci bene, nonostante le dimensioni ridotte, in un settore dove c’è una grossa multinazionale, la Browning & Sharp, che sta acquisendo in tutto il mondo e ha messo insieme un bel cartello e con un diretto competitore, Zeiss, che fa prodotti nettamente superiori ai nostri, anche come prezzo.
Dopo la laurea in fisica avevo trovato un posto nell’informatica, ho fatto 4 anni nel software bancario per il San Paolo, mi occupavo dei crediti. Il lavoro mi piaceva, ma ero stufo di lavorare per il San Paolo che fa crediti alle ditte produttrici di armi. Politicamente sono di sinistra, mi ero avvicinato ai verdi, ma non sono entrato, per ora preferisco fare politica nelle associazioni e nel movimento legato al Social Forum. E’ dall’età di vent’anni che milito nell’associazionismo, ho iniziato nella Gioc, la Gioventù Operaia Cristiana, che qui a Torino è una realtà molto forte. Per entrarci non bisogna essere necessariamente operai, il suo scopo infatti è l’evangelizzazione dei giovani, anche se come ambito privilegiato ha le fabbriche e le fasce popolari in genere. Io l’ho sempre considerata e vissuta come un’esperienza di frontiera: nelle parrocchie noi della Gioc eravamo quelli che andavano nel quartiere e che stavano sulle panchine coi ragazzi. Una delle esperienze più belle che abbiamo fatto come Gioc torinese sono stati i centri di informazione per i giovani disoccupati; c’era la grossa crisi degli anni ‘80 e lì spiegavamo ai giovani come fare le domande di lavoro, dove farle, facevamo simulazioni di colloqui e garantivamo un sostegno nel tempo, ad esempio nei momenti più difficili. Per fare questo lavoro dedicavamo serate e serate alla formazione: lettura dei contratti, lettura dei giornali, preparazione di lettere d’assunzione. Ci aiutavano sindacalisti, psicologi o militanti che avevano già esperienza nel campo. La Gioc è un movimento molto giovane, sopra i trent’anni si esce, e questo è molto bello perché permette a tutti di crescere, le responsabilità non si concentrano sempre nelle stesse mani. Io provengo da una famiglia di tradizione cattolica, poi c’erano gli amici che già erano entrati, e sì, anche la motivazione personale per stare sulla frontiera, in quartieri come le Vallette o Lucento. Non ho un’estrazione proletaria, i miei erano insegnanti elementari e se devo dire cosa mi hanno insegnato direi la coerenza, poi uno sceglie come viverla, ma ad avere certe attenzioni l’ho imparato da loro. Sono mancati tutti e due abbastanza presto, quindi non so come avrebbero preso le mie scelte attuali, però, quando avevo fatto l’obiezione di coscienza, mia madre aveva capito e accettato.
Il sindacato l’ho conosciuto in Gioc, molte iniziative, come i centri di cui parlavo, ma anche le indagini sulla sicurezza sul lavoro, sono state fatte in collaborazione con la Cisl o la Cgil. Ho scelto la Cgil un po’ perché in fabbrica c’è solo la Fiom e un po’ perché dal punto di vista politico mi sembravano più seri e coerenti, oltre che più vicini alle mie idee. Quando ero in banca ero Fim, perché mi fidavo del loro delegato, un ex Gioc. Non ho mai avuto altra tessera che quella sindacale, una cosa bella della Gioc infatti è che non c’è tessera. Dovessi votare adesso farei fatica, la speranza sono i verdi, perché rifondazione può contare su ottimi militanti, che ci mettono il cuore, ma ha il limite di una grossa struttura di partito che eredita alcune tradizioni troppo pesanti. Ho iniziato come no-global a titolo individuale a Praga, nel 2000, alla manifestazione contro la Banca mondiale. Mi è dispiaciuto sapere di Seattle quando ormai era in corso, l’avessi saputo due mesi prima mi organizzavo per andarci. A Praga ero andato con degli amici, anche loro ex Gioc, volevamo capire cosa si stava muovendo. Se ti sbatti per andare fino a Praga devi per forza capire cosa stai facendo, da allora il mio sforzo principale è stato per l’aggiornamento, seguire queste tematiche, approfondirle.
Vorrei essere in grado di cercare di allargare il consenso su questioni che per me sono molto evidenti, ma su cui i grandi media non ci informano. Penso ad esempio all’ipocrisia con cui ci presentano le guerre. Nel ‘94 facevo l’obiettore di coscienza e si ragionava su come aiutare la crescita di un’opposizione democratica e non violenta in Kossovo, mi riferisco a Rugova, poi però si è scoperto che nel ‘98 Telecom Italia ha fatto affari con Milosevic, salvo pentirsene quando d’improvviso Milosevic è diventato cattivo. Quando parlo di ipocrisia è a questo che alludo. Ci costringono a pensare che la guerra sia l’extrema ratio quando ormai hanno creato le condizioni per l’intervento. Certo la guerra, la globalizzazione, sono temi difficili da affrontare, denunciare non basta. D’altra parte il fatto di sperimentare come Social Forum delle forme alternative di sviluppo -mi riferisco alla finanza etica, al commercio equo, a forme di solidarietà con alcuni popoli, ad esempio i Palestinesi- può essere una via concreta per iniziare un cambiamento. Al Social Forum tutte le idee possono essere portate senza che qualcuno cerchi di metterci il cappello e si prova effettivamente a contaminarsi. Che gente della finanza etica lavori coi disobbedienti per fare delle proposte di contestazione alle politiche per le olimpiadi a Torino nel 2006 mi sembra un grosso risultato, anche perché il livello dell’informazione prodotta è piuttosto alto. Io invece lavoro nel gruppo pace e disarmo, le tecniche sono le stesse, da un lato si fa controinformazione preparando materiale per i banchetti e dall’altra formazione e seminari di approfondimento, ad esempio quello sulle fabbriche di armi in Piemonte.
L’esperienza politica maturata in questi 12 anni tra Gioc e Social Forum mi sta aiutando nella mia attività di delegato sindacale. Sono stato eletto da un anno, sei mesi dopo il mio ingresso in fabbrica. Non avevo nessuna esperienza, in banca infatti ero solo iscritto al sindacato. Rispetto alle forme d’impegno che avevo scelto prima la cosa è un po’ diversa. Quando ti muovi nell’ambito del volontariato, sì, ti assumi delle responsabilità, ma riesci di più a circoscrivere i limiti della tua attività. In una fabbrica, nel momento in cui diventi un delegato, non puoi più circoscrivere i tuoi settori d’intervento, su alcune cose devi esserci a 360 gradi ed esistono dinamiche che non puoi controllare. Inoltre vai a ragionare su problemi come la cassa integrazione, cose che incidono in modo immediatamente tangibile sulla vita delle persone, tratti con grandi numeri, non con casi singoli come in Gioc; è proprio un’altra dimensione. Tante cose ti sfuggono, cerchi di fare il meglio che puoi sperando di portare avanti le idee in cui credi, ma di errori ne fai. Il rappresentante che ci segue come delegati è uno che stimo tantissimo, ma è esterno alla fabbrica e non riesce a penetrare davvero dentro le nostre problematiche. Così finisce che si è un po’ soli a fare certe scelte. Adesso ad esempio siamo in una fase di trattativa in cui gli operai vorrebbero bloccare la produzione, mentre a me pare che sia ancora il caso di trattare con l’azienda; l’altro delegato invece è allineato con la posizione di rottura, quindi siamo a un punto di confronto dialettico anche fra di noi. Il problema è nato dal fatto che c’è una ripresa della produzione, ma gli aumenti vengono riservati ai soliti noti, quando invece ci sono operai che magari sono dieci anni che non vedono un aumento. Stiamo ragionando sulla possibilità di una ridistribuzione più equa, anche perché la Val di Susa è più cara di Torino, magari gli affitti sono più bassi, ma la stessa catena di supermercati ha prezzi più alti in valle che in città; poi c’è il problema dell’assenza di trasporti pubblici decenti, le spese di riscaldamento più elevate. Nonostante questo dobbiamo ritenerci fortunati perché la grossa crisi che sta investendo le fabbriche del torinese ci ha toccati solo parzialmente, per questo credo che ci sia ancora un margine di trattativa per gestire questa fase di forte conflittualità. Noi abbiamo fatto pochi giorni di cassa integrazione, il lavoro c’è sempre stato. A fine 2001 le cose si stavano mettendo male, abbiamo avuto un mese di cassa e gli operai l’hanno patita, adesso però va molto meglio. Io sono un impiegato di sesto livello, ero partito dal quarto e ho potuto constatare che lo sfruttamento c’è, a tutti i livelli. E’ lo stesso che per gli operai, i quali spesso fanno più di quello che dovrebbero e ci mettono del loro, intendo intellettualmente, come competenze, passione e intelligenza che non gli vengono riconosciute. Noi facciamo strumenti di precisione, ogni operazione va fatta con cognizione, ci vuole una certa preparazione. Ci sono dei giovani operai che fanno dei lavori eccellenti e valorizzare le loro prestazioni è più difficile; sono sicuramente più sfruttati di quanto lo sia io. Su un centinaio di lavoratori della mia fabbrica solo 15 o 20 sono iscritti al sindacato e si tratta soprattutto di operai; impiegati siamo io e altri 2. Le assemblee però sono molto partecipate, sempre almeno 50 persone, anche impiegati. Si discute animatamente, visto il precedente della cassa integrazione tutti vogliono capire cosa sta succedendo, poi c’è aspettativa rispetto alla richiesta di una trattativa aziendale che è stata approvata, perché è la prima così articolata. Sicuramente la mia vita sarebbe più tranquilla se non facessi il delegato. Chi me lo fa fare? Innanzitutto la convinzione che non potrei lavorare in un posto senza contribuire a creare le condizioni minime perché ci sia rispetto per tutti. Dove lavoro io non ci sono di certo, perché quella è nata come una fabbrica del tipico imprenditore locale, che è il padrone e allora decide tutto lui, trattando direttamente coi dipendenti e creando disparità di condizioni enormi. Poi c’è il fatto che ritenevo di avere alcune competenze che potevano servire a migliorare la situazione generale, ad esempio riguardo alla lettura dei bilanci o nel campo dell’organizzazione. Provare a discutere in assemblea un bilancio o mettere ai voti una piattaforma sono cose piccole, ma servono a far progredire e a rafforzare la strutturazione di una realtà sindacale dentro la fabbrica, rendendo più seria la trattativa anche agli occhi dell’azienda. Dicevo che vivrei molto meglio se non mi occupassi di questo perché i miei rapporti con gli operai sono difficili, sia perché sono delegato sia perché sono impiegato. Adesso sono piuttosto isolato, ho avuto la dimostrazione che quello non è un posto dove si possano costruire rapporti personali, c’è una forma di diffidenza e direi anche di incazzatura per il fatto che essendo impiegato prendo più di loro, te la vogliono far pagare. Poi non capisco se ad alcuni fa comodo mettermi nei casini perché glielo hanno chiesto dall’alto o che altro. In banca invece i rapporti erano più chiari, si sapeva chi non si sopportava e lo si rispettava riguardo al lavoro, mantenendosi freddi in tutti gli altri campi. Qua non è così, forse perché è una realtà piccola o forse perché ci troviamo in una fase critica, non lo so. Non che ci sia diffidenza verso i delegati, quella la riservano ai sindacalisti esterni, che, nell’opinione dei lavoratori, vengono solo a fare il pistolotto politico, invece di parlargli dei loro soldi. Naturalmente non sono tutti così, ma la diffidenza verso la struttura sindacale territoriale è diffusa. Al delegato invece danno fiducia, ma lo mettono nei casini al tempo stesso. Ti danno fiducia perché capiscono che stai facendo qualcosa per loro, però ti mettono nei casini perché pretendono molto da te e comunque non gli vanno mai bene le tue decisioni, e questo lo dicono anche gli altri due delegati. Le scelte vengono concertate coi lavoratori, ma la battuta non te la risparmiano mai: per loro sei sempre troppo debole. In questa fase fortunatamente il dialogo si sta ristabilendo, stiamo riuscendo a fargli capire che fare una trattativa seria non è facile, che non si può prescindere da un atteggiamento responsabile anche rispetto alle compatibilità con le esigenze della controparte. Forse solo l’azienda non ha ancora capito che stiamo strutturando un sindacato serio.
Noi delegati siamo tutti piuttosto giovani. Anche tra i lavoratori c’è un buon nucleo di giovani, sui 23 o 24 anni, svegli, con la voglia di fare delle cose, ma frustrati dalla crisi aziendale. Poi c’è una fascia di lavoratori più adulti, quelli che hanno esperienza. Apparentemente i due gruppi sono integrati, ma non si riesce a capire quanto sia un’integrazione di comodo e quanto invece sia reale. In questa azienda non percepisco il clima di forza e di condivisione che c’era nell’altra, proprio dal punto di vista della fiducia reciproca, potrebbe anche dipendere da storie passate che io non ho vissuto. Per il lavoro invece c’è passione, siccome il prodotto è bello finito e di qualità uno ha il controllo su quello che fa e questo dà soddisfazione. Anche a me il mio lavoro piace, ho modo di continuare ad imparare delle cose, la giornata mi passa bene, quello che faccio è attinente alla mia formazione universitaria, io infatti ho fatto la tesi in metrologia, insomma, sono soddisfatto. La fatica è quella di alzarsi alle 6 di mattina, perché lavoro a 50 chilometri da casa, tornare a casa alle 7 di sera e poi, dalle 8, fare attività politica. Vivo con mio fratello minore, ma, con questi ritmi, si può dire che facciamo vite separate anche se siamo noi due a continuare il nucleo familiare. Mio fratello maggiore è sposato e vive a Varese e anch’io ero già uscito di casa, sono rientrato quando è mancato mio padre per poter garantire a mio fratello un minimo di tranquillità nel periodo in cui si stava laureando.
Non so dove mi porterà questa scelta di dedicare tanto tempo alla politica, diciamo che sono in un periodo in cui non mi va di dare spazio alla vita privata e di spendere diversamente le mie energie. Per ora ne ricavo delle soddisfazioni intellettuali, del resto, e lo dico con un po’ d’ironia, è il momento storico che lo richiede: era molto che non succedeva che ci fossero i fascisti al potere, guerre ovunque e un’alluvione ogni anno. Vale la pena di provare a cambiare qualcosa e il modo che conosco è la politica.
Nonostante alcune delusioni penso che i partiti servano, personalmente non ho fatto una scelta partitica, per come la penso ora non la farei mai, ma non sono ostile a queste forme di rappresentanza, li riconosco come interlocutori necessari.
A volte ho la sensazione di non fare il delegato nel modo migliore, ad esempio sul piano della conoscenza dei dati precisi, quanti iscritti abbiamo in fabbrica e via dicendo, sono un po’ approssimativo. E’ che la mia decisione di fare il delegato è stata piuttosto impulsiva, nel senso che mi fa incazzare vedere disparità di trattamento tra le persone.
E’ un sentimento che ho da sempre, me l’ha inculcato mia madre. I miei erano di centro, molto meno estremisti di me, eppure raccontando a mia zia che ero sceso a Firenze coi no-global ho scoperto una cosa bellissima, forse me l’aveva già detta mia madre, ma allora non ci avevo fatto caso. La zia mi ha raccontato di quando loro due andarono a Roma per sostenere la Dc nel ‘48. Conoscendo mia madre sono sicuro che le sue motivazioni erano uguali alle mie, anche se militava sotto un’altra bandiera. Quando però ho chiesto a mia zia se pensava che adesso io e mia madre avremmo litigato, lei si è detta certa di sì. Può davvero darsi che saremmo stati in una fase conflittuale, io e lei abbiamo sempre discusso. Con mio padre invece su questi temi il rapporto era più reticente, ha capito che stavo prendendo una strada diversa dalla sua e alla fine lo accettava, ma non ne parlavamo. Comunque mi è piaciuto quando è venuto a prendermi all’aeroporto al mio ritorno da Dyarbakir, nel Kurdistan turco. Ci ero andato nel 2000 con una delegazione per seguire il Newroz (il capodanno curdo). Fu il primo anno in cui la polizia non sparò. Sapevo che mio padre probabilmente non capiva il senso di quell’iniziativa politica né condivideva che corressi dei rischi, ma tra noi continuava ad esserci un rapporto di fiducia, me l’ha confermato venendo all’aeroporto.
Per me accetto la definizione di cattocomunista, in fondo a Torino il cattocomunismo ha fatto delle belle cose, degli incontri tra realtà che difficilmente si sarebbero parlate. Sì, ho una posizione radicale, i dubbi mi vengono sulle strutture e sui metodi, non sulle idee. Tra le altre cose sono socio di una cooperativa per il commercio equo; è chiaro che anche questo non è perfetto, però è una risposta concreta al liberismo, non sono certo le piccole storture a deludermi rispetto al progetto. Direi che per ora mi hanno deluso di più gli amici, con cui ho condiviso un percorso e delle passioni e che adesso non riescono neppure a venire a una manifestazione; sento molto di più questi tradimenti. Sì, perché lo vivo come un tradimento il fatto di trovarmi a fare politica senza nessuno di quelli con cui sono cresciuto e con cui ho condiviso alcuni metodi che si potrebbero riproporre, dal momento che avevano dato dei risultati. Questo mi pesa, per me è una sconfitta sia personale che del movimento dove ho militato, tanto che mi accorgo di aver rimosso il mio essere cattolico, non ne parlo nemmeno più. Diciamo che è rimasto come impostazione metodologica e come esperienza che mi fa sentire più forte, evitandomi di trovarmi davvero nella situazione di chi non ha nessun punto di riferimento politico solido e fa politica in modo isolato.
Haïm Vidal Séphiha
Papa Chissokho
Louisette Ighilahriz
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Ester Fano
Giuliana Ciani
Lucia Calzari
Adriana Musella
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Giuseppe Laterza
Mordechai Morale Bar-on
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Silvia degli Alberti Marsoni
Stefano Majnoni


















