









UNA CITTÀ n. 104 / 2002 MaggioIntervista a Francesco Ciafaloni
realizzata da Gianni Saporetti
L’INSULTO
Il bisogno di immigrati per la nostra economia è vitale e ancor più lo sarà per l’arrivo al lavoro delle generazioni “dimezzate”. Allora la nuova legge serve solo a impaurire gli immigrati, a diffondere un senso di ingiustizia, di non gradimento. La liquidazione espropriata per il fondo espulsioni, i ricongiungimenti resi più difficili. L’ingiunzione disattesa sarà reato e le carceri straboccheranno. Intervista a Francesco Ciafaloni.
Francesco Ciafaloni lavora all’Ires-Cgil di Torino e si occupa in particolare di problemi legati all’immigrazione.
Tu sostieni che la nuova legge sull’immigrazione è più che altro un insulto perché sul piano pratico non avrà alcuna conseguenza. Cosa vuoi dire?
Quando dico che la legge è più un insulto che una serie di provvedimenti restrittivi, intendo che l’effetto d’eco, d’opinione, e il conseguente peggioramento della condizione degli immigrati presenti sul nostro territorio che ne deriverà, sarà maggiore dell’effetto di freno reale all’immigrazione. In pratica, siccome la domanda di lavoro è in aumento, e crescerà ancora nei prossimi anni, per forza altre persone entreranno in Italia. E ciò avverrà qualunque sia l’andamento economico -salvo crolli verticali- perché comincia a farsi sentire la diminuzione del numero dei giovani che entrano sul mercato del lavoro, appartenenti a generazioni demograficamente dimezzate, rispetto al numero di coloro che escono. A questo vanno aggiunti alcuni aspetti collaterali, per esempio il fatto che l’ingresso dalla Romania è diventato più facile, perché ora c’è un visto in meno da chiedere, e questo garantisce un afflusso di persone che potenzialmente possono diventare irregolari: entrano, trovano lavoro e si stabilizzano. Quindi questa legge non servirà a frenare l’afflusso, ma solo a diminuire certezze e diritti. Mentre la tendenza precedente, sia pure in maniera ambigua, contraddittoria -perché appunto non si tratta in ogni caso di un problema facile da affrontare- andava nella direzione dell’aumento dei diritti, e quindi allargamento e maggiore garanzia dei ricongiungimenti familiari, creazione di una carta di soggiorno che non andasse rinnovata ad ogni piè sospinto, tutte queste nuove misure tendono a rendere precaria la permanenza dell’immigrato vincolandolo al rapporto di lavoro in atto. Il tutto aggravato dal fatto che il mercato del lavoro in cui oggi entrano materialmente gli immigrati è estremamente precario e flessibile. Oggi non c’è la Volkswagen degli anni ‘60 e ‘70, non ci sono le miniere belghe degli anni ‘50 e ‘60 in cui si moriva ma dove non solo si poteva, ma anzi si doveva, stare lì, si era vincolati alla miniera che ti prendeva in pianta stabile. Adesso si entra soprattutto per periodi brevi, perché ad esempio un lavoro come l’assistenza agli anziani è precario per forza, perché l’anziano muore e quindi il lavoro finisce, poi ci sarà un altro anziano ma intanto bisogna trovarlo; le pulizie sono un lavoro precario, l’edilizia anche, lo stesso indotto della metalmeccanica o della metallurgia o le pulizie industriali, il servizio nel piccolo commercio, per non parlare dell’attività autonoma; sono tutti lavori eminentemente precari. Quindi la mancanza di una garanzia di stabilità si riflette immediatamente sulla condizione umana delle persone. Allora, la legge attuale cosa fa? Colpisce esattamente tutte le possibilità di stabilità, tenta, cioè, di tornare al modello del gastarbeiter: non è la persona, ma il lavoratore in quanto tale che si trasferisce. Però quel modello si associava a contratti di lavoro più stabili di questo.
Ma in che modo cerca di tornarci?
Beh, innanzitutto rendendo più difficili i ricongiungimenti familiari. Questi vengono cancellati per alcuni rapporti di parentela per cui prima erano possibili, resta la possibilità solo in caso di figli minori, di genitori indigenti o se si è figli unici. Attenzione, un genitore potrebbe avere sei figli tutti immigrati in Italia, ma per lui diventerà un problema irrisolvibile ricongiungersi a loro proprio perché non ha un solo figlio, ma ne ha sei. Inoltre il tempo di disoccupazione viene portato da un anno a sei mesi, quindi viene dimezzato. In pratica, dunque, si va realizzando perfettamente la tendenza enunciata in primis da Bossi, cioè il contratto di soggiorno; tu arrivi, lavori, finisci il lavoro e te ne vai.
Tu dici anche che ci sono degli aspetti particolarmente odiosi…
Sì. Per esempio, nella legge passata in prima lettura si prevede che il trattamento di fine rapporto (cioè la liquidazione) dello straniero venga devoluta al Ministero degli Interni, che la verserà su un fondo per le espulsioni, in maniera da far ricadere sugli immigrati il costo delle espulsioni degli altri immigrati. Questo, a dire il vero, era già presente in passato, ma la trattenuta che veniva effettuata su tutti i contratti degli stranieri, e andava ad alimentare il fondo espulsioni, era minore, non era particolarmente gravosa ed era poi stata cancellata dalla legge Turco-Napolitano.
Adesso questa palese ingiustizia ritorna, drasticamente peggiorata. Intendiamoci, non peggiora la condizione dello straniero, non si torna a prima del decreto Dini, quando, in pratica, lo straniero versava i contributi allo stato italiano senza ricavarne nulla in cambio, perché con meno di vent’anni di contribuzione non si aveva diritto alla pensione contributiva, ma solo a quella sociale che allo straniero non spettava; oggi all’immigrato che decida di andarsene i contributi Inps vengono restituiti capitalizzati, però quell’uso della liquidazione è un insulto, che diffonde il senso di ingiustizia: io sono un onesto lavoratore che sta qui col permesso di soggiorno e ho diritto come tutti al trattamento di fine rapporto, invece il Ministero degli Interni me lo frega perché deve espellere un altro, il quale magari non è neanche un mio connazionale, è solo uno straniero; insomma, lo stato italiano per motivi suoi espelle gli stranieri, e il conto lo fa pagare a me. Ora, questo forse chiarisce cosa vuol dire insulto, nel senso che non cambia tanto la condizione, quanto piuttosto il clima, proprio perché lede la sfera dei diritti.
In che senso lo stato viola sistematicamente la legge?
Lo stato viola la legge talmente tante volte che uno perde il conto. Per esempio, la legge attualmente in vigore prevede che la quota di stranieri per cui è disponibile il permesso di soggiorno per lavoro, con contratto o con sponsor, s’intende “uguale a quella dell’anno precedente salvo diversa fissazione”. Ora, il governo sta procedendo come se, in assenza di diversa fissazione, la soglia fosse uguale a zero e non quella dell’anno precedente, il che è in violazione della legge Turco-Napolitano, che ovviamente resta in vigore fino a che non verrà sostituita dalla nuova legge. Poiché negli otto anni trascorsi dalla sua entrata in vigore, il numero dei nuovi ingressi non è stato mai fissato, la legge Turco-Napolitano ha stabilito -per evitare che ci fosse un mancato adempimento da parte degli enti preposti, il che avrebbe portato come conseguenza che nessuno straniero sarebbe riuscito a entrare- che in assenza di nuova fissazione annuale, si sarebbe ritenuta valida la quota dell’anno precedente. Questo governo semplicemente non ne sta tenendo conto. Del resto, siamo ancora in primavera, l’anno non è ancora finito, quindi ci sono ancora diversi mesi per fare qualcosa; la legge è in corso di approvazione, però intanto la gente non può entrare nel rispetto della legge, e questo causa un aumento degli ingressi irregolari. E siccome crescono gli irregolari cresce l’area del ricatto, della violenza, della forza come unica forma per far valere le proprie giuste ragioni.
Per la procedura di espulsione che cosa si prevede?
L’espulsione è una misura inefficace se non viene eseguita direttamente con accompagnamento alla frontiera. Infatti il foglio di via è scomparso con la legge Martelli proprio perché serviva solo a riempire le carceri a causa della semplice inadempienza all’ordine di espulsione della questura; generava un reato continuato dal momento in cui cominciava l’inottemperanza a questo ordine, per cui poi in ogni momento eri in flagranza di reato e dovevi essere arrestato e questo, ovviamente, riempiva le carceri. Ora, invece, la nuova legge, pur senza riproporre il foglio di via, ne riproduce il meccanismo perché ad esempio se lo stato non conosce la cittadinanza dell’espellendo, il quale o non ha o non mostra i documenti, non riuscirà ad eseguire l’espulsione perché non saprà materialmente dove spedirlo. La nuova legge prevede infatti che lo stato ti possa tenere un mese in più nei centri di detenzione temporanea amministrativa, per cercare di risolvere i soliti problemi burocratici che si presentano ad ogni espulsione: sapere di dove sei, trovare il vettore, ecc. Se dopo un mese non ci riesce, ti ingiunge di abbandonare il territorio nazionale, ma questa ingiunzione è cosa diversa dall’espellerti, perché in un certo senso ti dice: “Arrangiati”. E se tu ti fai ritrovare sul territorio nazionale dopo aver avuto questa ingiunzione, a questo punto commetti un reato.
Quindi l’ingiunzione di abbandono genera un reato. C’è un arresto, un processo, una pena, la qual cosa, ovviamente, non va nel senso di diminuire la presenza di stranieri nelle carceri, anzi, fa ripartire un processo di sovra-carcerazione degli stranieri non per reati commessi, ma per violazione di norme amministrative; in sostanza per motivi burocratici.
Tu frequenti molti immigrati, qual è la loro reazione a queste misure?
Il mio è il punto di vista di uno che ha a che fare con le persone, e posso dire che tutte queste misure unite al clima creato dagli attentati dell’11 settembre -che ha generato un’enfasi giornalistica, di stampa, di libri, di polemiche dichiarazioni del presidente del Consiglio nei confronti degli islamici- portano al fatto che i musulmani tendono a crollare; tendenzialmente aumenta il numero delle persone che hanno problemi, che perdono la calma, che si sentono disperate, che sovra-reagiscono, che si mettono nei guai; e la motivazione che loro stessi danno a questi comportamenti è che si sentono sotto attacco.
E però, in questa situazione di maggiori restrizioni, in questo clima negativo, i permessi di soggiorno aumentano. Come si spiega?
Sì, malgrado tutto quello che ho detto, nel 2001 il numero dei permessi di soggiorno, ad esempio nella provincia di Torino, è drasticamente cresciuto, probabilmente perché per quanto riguarda le regolarizzazioni, c’era un arretrato che si trascinava e che si è risolto positivamente. Questo però significa che il mercato del lavoro tira; teniamo conto che a Torino tutti aspettano le olimpiadi invernali del 2006, che comporteranno un certo numero di nuovi impianti, tra i quali il traforo ferroviario in fondo alla Val di Susa, che congiungerà Bardonecchia a Modane e l’alta velocità tra Torino e Milano. Quelli che tengono alte le stime sostengono che ci saranno diecimila nuovi posti di lavoro di manovalanza; quelli che fanno stime basse affermano invece che non occorreranno tante persone nuove perché ci sono già tantissimi irregolari. Che irregolari resteranno anche se si tratta di lavori pubblici, perché nella grande catena dei subappalti, da un certo punto in poi, non si riesce a controllare più niente. Comunque, in ogni caso, si tratta di qualche migliaio di posti di lavoro in più che si aggiungono a quella che è la crescita naturale, e quindi c’è un contrasto fra ciò che accade e ciò che la legge sta cercando di fare accadere.
Vale la pena di ricordare che almeno a Torino le associazioni di categoria della piccola industria, cioè Cna e Api, sono in rivolta perché hanno bisogno di più permessi di soggiorno e, di conseguenza -l’ho sentito alla radio- hanno dichiarato di volersi autodenunciare per lavoro nero se non verranno messe in condizione di assumere le persone che già adesso lavorano presso le aziende loro associate in forma necessariamente irregolare perché non hanno il permesso di soggiorno, né potranno averlo se il governo non farà entrare persone. Già negli ultimi due anni -questo forse sfugge al non professionista- in teoria sono entrate centomila persone l’anno, nella realtà le centomila persone c’erano già, solo che sono uscite dall’Italia, sono tornate nel loro paese -ad esempio in Romania- e poi, dopo essersi procurate un contratto, sono rientrate.
Ma questo aumento può dipendere anche dall’irregolarità dei lavori che ogni volta vengono conteggiati?
Certo, c’è anche il fatto che gli ultimi dati dell’Ufficio Provinciale del Lavoro sugli avviamenti danno per alcune provenienze una crescita molto alta nel 2001 rispetto al 2000, ma questo non è necessariamente dovuto al fatto che nel 2001 sono aumentati i lavoratori avviati, quanto al fatto che gli stessi lavoratori sono stati avviati più volte.
Infatti la crescita del lavoro interinale porta ad avviamenti plurimi con cadenze molto rapide, il che, da un lato, è un dato confortante perché significa che almeno siamo in presenza di lavoro in regola, dove vengono versati i contributi, anche se viene pagato poco e le agenzia prendono l’intermediazione ecc. E però bisogna tenere conto che è una girandola di passaggi rapidi, dove spesso cambia anche il tipo di attività. Da quando è stato abolito il limite verso il basso al lavoro interinale, cioè è caduta la giustificazione del lavoro interinale per attività particolari ed è diventato possibile il lavoro interinale per i manovali, in sostanza è esploso l’avviamento degli stranieri anche attraverso le sedi caritative e le associazioni che fanno collocamento gratuito. Questo è indubbiamente un fatto positivo, purché si tenga conto che così le rotazioni diventano molto rapide.
Ma non c’è un problema più di fondo, riguardo agli immigrati, che ha a che fare con il futuro demografico dell’Italia e dell’Europa? Questo sembra proprio un tabù di cui non si può parlare…
Infatti, io continuo a trovare singolare che la maggior parte dei commentatori italiani non abbia interiorizzato il fatto che il passaggio dell’Italia, in tempi molto rapidi, da un modello di relativamente alta natalità e alta mortalità a un modello di mortalità e natalità molto basse ha portato al fatto che dagli anni ’70 in poi, le generazioni si sono dimezzate rispetto a prima della metà degli anni ‘60. Cioè, grosso modo, si passa da generazioni di un milione di persone a generazioni di mezzo milione. Questo fatto inevitabilmente si ripercuoterà sul mercato del lavoro. Quando uno sente dire che, per esempio, nel 2050 gli italiani saranno 40 milioni, o forse meno, si rotola dal ridere perché ovviamente lo considera impossibile, allora però deve sapere che questo sarà impossibile solo perché arriveranno delle persone che entrano qui da adolescenti o da adulte, ma sono stati bambini altrove. Che piaccia o no sarà così. E teniamo presente che questo ingresso di fatto non impedirà l’invecchiamento della popolazione perché, comunque, aumenterà il tasso di dipendenza, vale a dire che coloro che lavorano in futuro saranno di meno rispetto a coloro che non lavorano o perché troppo vecchi o perché troppo giovani. Quindi se non ci fossero questi nuovi ingressi si creerebbe una società impossibile perché il tasso di dipendenza arriverebbe a livelli assurdi. Ora, io mi sono portato appresso un opuscoletto dell’Onu sulla migrazione sostitutiva del vuoto demografico: nel 2050 per mantenere il tasso di dipendenza al livello del 2000 in Italia ci vorrebbero circa 115 milioni di immigrati. Ora, è chiaro che questo è impossibile, non ci starebbero neanche. Quindi questo non avverrà; il tasso di dipendenza aumenterà, e però se non entrasse nessuno, neanche quei 15-16 milioni che occorrono per mantenere la popolazione complessiva ai livelli attuali, la società imploderebbe. L’opuscolo dell’Onu fa anche un conteggio delle età di pensionamento in un’ipotesi intermedia e, ovviamente, quella italiana schizza verso gli ottant’anni con grande rapidità; ma questo non è realistico perché finché uno dice: facciamo lavorare fino a 65 anni, va beh, io ne ho 65 e mi sento abbastanza sulla breccia; se però uno dice: ti farò lavorare altri 15 anni, diventa una bella scommessa. Sono dati che andrebbero interiorizzati da qualche parte!
Quindi la scelta in realtà non è se farli entrare o no, è come farli entrare…
Sì, la scelta è se trattare chi arriva da essere umano, con diritti umani, civili e politici e con un’adeguata strada verso la cittadinanza, o trattarli ‘da cani’, ma la scelta di non farli entrare non esiste. Ciò non potrà avvenire, qualunque sia il governo e qualunque sia la maggioranza che farà le leggi; tutt’al più si faranno delle leggi che poi sarà consentito violare, ricadendo in quella che è stata, storicamente, l’unica politica seguita davvero dallo stato italiano prima della legge Turco-Napolitano: tollerare l’irregolarità e regolarizzarla con cadenza più o meno quinquennale.
Il fatto è che nessuno afferma in termini chiari che ci vuole rispetto e riconoscenza per chi lascia la famiglia, il paese e il posto dov’è nato; per chi lascia una lingua e ne impara un’altra per venire qui a risolvere i tuoi problemi. Perché è questo che fanno. Intendo dire che anche il modello del gastarbaiter prevede dei doveri di accoglienza. Io mi sono sentito ricordare, anche di recente, che a Francoforte il sindaco accoglieva gli italiani con la banda, dicendo: “Vi ringraziamo perché siete venuti qui a consentire la rinascita tedesca col vostro lavoro”. Dopodiché pretendeva di trattare quell’italiano da lavoratore ospite, dandogli la foresteria, il salario, la disoccupazione, ecc., ma, potendo sempre, un giorno, rimandarlo in Sicilia, in Calabria, in Puglia, in Abruzzo, da dove era venuto. E però non gli diceva: “Straccioni, cosa venite a fare qui?”. Anche di questo è fatta la convivenza, cioè di rispetto.
Questa faccenda che al lavoro è dovuto rispetto forse gli italiani sono in grado di capirlo: a me è capitato di fare dei corsi per guardie penitenziarie, agenti di polizia, che di solito non vengono ritenuti l’elemento della società più aperto, illuminato e favorevole allo straniero, anche perché ne hanno tanti tra i piedi e siccome sono carcerati tutti e due, gli uni con le chiavi, gli altri senza, le due parti spesso non si amano; ebbene, però queste guardie capivano il problema dell’emigrazione; non c’era bisogno di raccontare che cos’era, non c’era bisogno di spiegare niente.
Perché? Da dove venivano? Erano sardi, pugliesi, abruzzesi, calabresi… cos’è stata la miniera lo sapevano. Allora, secondo me, gli italiani sono in grado di capire che il lavoro va rispettato e, quindi, glielo si può dire forte che non si può fare a meno degli immigrati, che sono loro a fare un favore a noi. Invece si continua a guardare solo al ragazzino mendicante, alla criminalità; la posizione politica prevalente è sempre quella di tollerare, non di affermare. Può una forza politica affermare con chiarezza che lo straniero, se viene per lavorare, e si comporta secondo le regole, è benvenuto? O prevarrà sempre il timore di urtare un cittadino che teme l’insicurezza generata dalla presenza dello straniero? Perché se nessuno lo dice, tutti faranno finta che questa sia una cosa che è arrivata e passerà. Ma non è vero: non passerà. Per forza di cose gli stranieri dovranno raddoppiare e triplicare nel corso dell’attuale decennio, e addirittura decuplicare nel corso dei prossimi decenni, perché così è fatto il mercato del lavoro. Anche perché, tra l’altro, noi non siamo stati in grado di inventare un sistema produttivo ad altissima tecnologia, continuiamo ad essere perlopiù l’indotto di qualcos’altro; ci sono alcune produzioni che vengono fatte abbastanza bene e richiedono molto lavoro specializzato, ma in generale non è così: la maggioranza dei lavori sono di manovalanza o riguardano i servizi alla persona. E tutto questo noi pensiamo di farlo fare agli ottantenni?
C’è anche un problema di concorrenza sul mercato del lavoro?
In realtà questa concorrenza c’è, ma bisogna andare a vedere caso per caso, non in generale. Dobbiamo tenere presente che il mercato del lavoro è fatto di tante nicchie, per cui gli spaccapietre non fanno concorrenza ai diplomati, le infermiere non fanno concorrenza ai medici, i medici non fanno concorrenza ai muratori, ecc.
Se però in un determinato settore, per esempio l’assistenza agli anziani, il mercato diventa totalmente dominato dalle immigrate, come in effetti è accaduto, l’eventuale donna italiana che si deve mettere sul mercato per fare assistenza a un anziano -magari perché non riesce a trovare nessun altro lavoro- beh, poi lo dovrà fare ai prezzi e con le regole delle peruviane. Non è che questo non sia vero. Ed è chiaro che i rumeni hanno tagliato la retribuzione reale del lavoro edile ai marocchini, che a loro volta lo avevano tagliato ai piemontesi. E anche se uno fa dell’informazione, anche se ci sono delle organizzazioni, come il Centro istruzione professionale di Torino, che fanno manuali in italiano, piemontese e arabo, rivolti, cioè, ai tanti manovali magrebini sul mercato, resta il fatto che, se ci sono tante persone che vogliono lavorare e i posti sono quelli, la concorrenza c’è.
Ma anche in questo caso, il lavoratore in nero ti estromette se tu non sei disponibile ad adattarti; invece la regolarizzazione pone qualche norma, consente una contrattazione.
Poi va detta un’altra cosa: nelle aziende di piccolissime dimensioni vale la fiducia personale e su questo certamente c’è una generazione di italiani che ha da temere, perché se tu hai dei manovali magrebini che hanno capito che sul cantiere, se si mette a piovere, prima si deve pensare a coprire il cemento e poi ci si può mettere la giacca per andare via, allora o rapidamente lo capisci pure tu, oppure sul cantiere ci resta il magrebino.
Insomma, queste dinamiche, secondo me, sono fatte di pro e di contro: noi abbiamo giustamente creduto, e crediamo, che sul mercato del lavoro bisogna sostenere l’uguaglianza dei doveri e dei diritti, ma bisogna anche tenere presente che questo può cozzare contro il fatto che di svitati, di inadempienti, nelle aree della marginalità, ce ne sono tanti, e se tu puoi riuscire a far rispettare la legislazione sull’handicap nelle grandi aziende, in aziende sotto i 15 dipendenti far accettare il diritto al lavoro di uno che risulta inaffidabile a un datore di lavoro dopo l’altro, è praticamente impossibile, per cui è chiaro che c’è una soglia che si abbassa.
Quindi non è che i problemi non ci siano, soltanto che uno deve anche interiorizzare il fatto che i poveri si fanno concorrenza perché esistono, dovunque stiano.
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