Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri
di politica e altro

Piero Bassetti, imprenditore e politico, è stato il primo Presidente della Regione Lombardia


  
UNA CITTÀ n. 200 / 2013 febbraio

Intervista a Piero Bassetti
realizzata da Gianni Saporetti e Giorgio Calderoni

GLOCAL CITY
La necessità di capire che con la globalizzazione gli stati nazionali perderanno sempre più potere mentre il rapporto fondamentale sarà quello fra le grandi regioni e l’Europa e il mondo; i nodi dell’unità del 1861 che vengono al pettine; il grande nord è una realtà economica, sociale e culturale; le 4 glocal city europee, Londra, Parigi, Berlino e Milano. Intervista a Piero Bassetti.

Piero Bassetti, imprenditore e politico, è appartenuto all’area cattolico-sociale della Democrazia Cristiana. È stato consigliere e Assessore al bilancio del comune di Milano dal 1956 al 1970 e alle elezioni regionali del 1970 è stato eletto primo Presidente della Regione Lombardia, dal 1970 al 1974. Nel 2011 ha fondato il "gruppo di iniziativa per il 51%” per sostenere la candidatura di Giuliano Pisapia.

Sono passati quasi 40 anni dalla sua esperienza come primo presidente della Regione Lombardia. Che cosa ne pensa, che frutti può aver dato, quali erano le aspettative e qual è la situazione in cui ci si trova oggi?
Beh, io credo che sia cambiato quasi tutto, e questo, tra l’altro, pone un problema anche alla Costituzione. Quello che ha cambiato tutto è stato l’avvento del glocalismo, cioè il fatto che il rapporto del locale con ciò che non è locale, non è più con il nazionale, ma è col globale o, nel caso europeo, col continentale. Quindi, l’idea dei costituenti, che era di fare le regioni sostanzialmente come una soluzione di decentramento dello Stato, ormai irreversibilmente centrale per le scelte del 1861, non ha più molto senso. Forse ha senso amministrativamente, può riguardare l’organizzazione delle prefetture, ma certo non lo ha per quanto riguarda la vera sostanza del decentramento, che è politica, perché riguarda il processo democratico nella direzione che le è naturale, cioè dal basso verso l’alto. È chiaro che oggi il tema dell’articolazione della volontà politica nelle diverse parti del Paese e quindi nelle sue diversità, ai fini di una ricomposizione ad unità nella dimensione nazionale, non è più il tema dominante, in quanto fuori dalla dimensione locale, per il caso della Lombardia, ma più in generale della Padanìa, cioè del grande nord, si guarda alla dimensione che la trascende, verso l’Europa o verso il mondo. Questa novità assoluta sta travolgendo la certezza, consolidata da Westfalia fino a oggi, che lo stato nazionale, e quindi un popolo, si definiva sulla base di confini, cuius regio eius religio, non della sociologia. Gli italiani sono stati creati dal Risorgimento, e da tutto quello che ha fatto seguito, fino al limite di far diventare italiani gli altoatesini a seguito di una guerra, o i valdostani, salvo poi riconoscere a malapena quelle differenze nella Costituzione del Secondo dopoguerra con le regioni a statuto speciale. Oggi però la dimensione della differenza, essenzialmente fra il nord e il sud dell’Italia, è diventata una dimensione talmente penetrante, da spingere a costituirsi in polis sostanzialmente diverse.
Quindi anche le differenziazioni regionali possono saltare o diventare fittizie…
Teniamo presente che, in fondo, la tripartizione dell’Italia fra nord, centro e sud, ormai scricchiola, perché l’alta velocità ha reso Firenze nord. Se lei glielo chiede, i fiorentini non si sentono più "del centro”, che era, tra l’altro, una connotazione più che altro politico-ideologica, perché il centro era rosso, e anch’essa oggi è venuta meno. La geopolitica fa di Firenze una città che può gravitare ugualmente su Roma o su Milano, ma che progressivamente sta scegliendo di gravitare su Milano, su Torino o su Bologna. A trenta minuti di distanza è chiaro che i rapporti tra Firenze e Bologna sono cambiati radicalmente. Tutto è cambiato moltissimo.
Ovviamente anche l’Europa ha contribuito grandemente al cambiamento…
Certamente. In questo contesto di cambiamenti, che chiamerei ontologici, anche se la parola non si può usare, nel senso proprio dell’essenza della realtà socio-politica, è cambiato anche il quadro istituzionale. Molti dei problemi la cui regolazione era affidata allo stato centrale sono ormai affidati alla dimensione europea. E qui si incontra un altro problema, che è un po’ complicato da spiegare brevemente, ed è che il glocalismo non ha soltanto cambiato la morfologia, la geografia della politica, ma ne ha cambiato anche il funzionamento, l’organizzazione del potere. In un’organizzazione politica costruita sui limiti territoriali, il confine era il punto ad quem per il potere del principe.
Oggi non è più così, perché, mentre il controllo del territorio è andato spostandosi, com’era fatale, verso i poteri locali, il controllo delle grandi funzioni, che sono quelle che innervano la vita politica ed economica, si è spostato, in molti casi, a livello globale. Basta pensare al trasferimento delle attività produttive, alla logica dei costi comparati, che ormai è quella globale. Detto tra parentesi: da questo punto di vista il fatto che l’Europa sia nata come potere funzionale, come Comunità del carbone e dell’acciaio e poi si sia organizzata intorno a poteri funzionali, l’agricoltura, può diventare un vantaggio.
Ma pensiamo alla finanza: attraversa tutta la geografia del mondo. E qui il caso che ci riguarda più da vicino è l’unità monetaria: avere un’unità monetaria che segua logiche non territoriali, ma globali ed europee (pensiamo anche solo ai tassi in finanza) fa sì che il divario fra quello che succede nei territori e quello che succede nelle funzioni, appare molto più rilevante. Basta che in un punto qualunque del mondo e quindi anche dell’Europa o dell’Italia, i costi comparati delle unità produttive non collimino più con la capacità attrattiva del territorio, che l’impianto si sposta. Lo stesso vale per i capitali che ormai viaggiano con una rapidità estrema. Ma questo vale anche per il controllo del territorio: basta pensare a Schengen e all’emigrazione, la gente sbarca a Lampedusa per andare a Bruxelles. Quindi il fatto che il governo delle funzioni principali, a cominciare dalla finanza, dalla moneta, dall’energia, dall’ecologia, tutta la dimensione ambientale, sia ormai fuori dal controllo della dimensione nazionale, è la causa della crisi vera degli stati-nazione.
Quindi una crisi epocale, irrimediabile?
Beh, in un certo senso sì e non è cantando l’Inno alla prima della Scala che si tiene viva l’unità nazionale. Certo, si tiene viva quella simbolica, ed è del tutto naturale che, nel momento in cui si disarticola l’unità reale, tutti sostanzino quella simbolica; così la nazionale di football diventa importante e l’inno bisogna impararlo a memoria, cosa che nessuno di noi aveva mai fatto. Io credo di essere stato un buon italiano anche senza sapere l’inno. Ho fatto la naja volentieri. Ma anche lì, perfino nella naja lo vediamo: adesso uno in artiglieria si trova con gli inglesi, se è nei carri armati si trova coi tedeschi, l’aviazione è un’aviazione Nato, gli aerei sono gli stessi per tutti…
Ora, tutto questo fa sì che non solo la vecchia logica non sia più dirimente dei nostri problemi di vita e di vita politica, ma che la nuova logica ci metta di fronte a nuovi problemi molto complessi. Prendiamo, appunto, il problema italiano delle differenze fra nord e sud: mentre prima potevano essere mediate nel controllo monetario, variando la media con la differenza dei cambi, oggi questo non funziona più. E direi che questo è un problema, o il problema, per tutta l’Europa. Perché si è parlato tanto della Grecia? Perché la produttività di tutto il sud d’Europa è simile a quella della Grecia. Ecco, la produttività dell’Emilia o della Lombardia, invece, è più vicina a quella della Baviera. Allora, se io posso fare la media fra le due e dividermi dal resto del mondo, è chiaro che posso difendere l’unità nazionale facendo la Cassa del mezzogiorno. Ma se devo rincorrere la parità con Helsinki o con la Svezia, o con la Baviera, è chiaro che il giochino rischia di essere impossibile. Infatti sono assolutamente convinto che con l’attuale trend di divaricazione della produttività totale del sud dell’Europa dal nord dell’Europa, l’unità monetaria, rigida com’è adesso, ha poche probabilità di sopravvivere. Io l’ho detto, fin dall’inizio della "questione greca”: tu, un greco non lo fai diventar tedesco neanche se lo bastoni per dieci anni, un greco è un greco, un tedesco è un tedesco. Per rendere il greco simile al tedesco, tu ci metti cinquant’anni, come minimo, e ovviamente solo nel settore produttivo, per avere, cioè, dei livelli di produttività vicini, lasciamo perdere la tradizione culturale dove non ce la farai mai.
Del resto basta riflettere sul caso italiano: la prima repubblica non è riuscita ad avvicinare il sud al nord. C’è stato solo un momento, forse negli anni Settanta, in cui sembrava che il sud Italia avesse un trend di sviluppo più elevato di quello del nord e quindi avesse la possibilità di avvicinarsi, ma oggi la tendenza è decisamente quella di un aumento della divaricazione. E questi sono fenomeni che non hanno tempi veloci come quelli della finanza. Ricomporre l’unità dei livelli produttivi in un Paese come l’Italia non si può fare in tre anni, se non su qualche funzione. Ma, anche lì, è difficile: basta pensare all’Ilva, per capire che per tenerla competitiva con l’acciaio del mondo, ci sono problemi difficilissimi da dirimere in termini nazionali e difatti nessuno ha posto il problema. Nessuno ha posto il problema del costruire un’economia dell’acciaio nazionale per tenere dentro l’Ilva, per fare un esempio...
Allora, lei mi diceva: cos’è cambiato? Io non voglio dire "tutto”, perché non è vero, ma certamente moltissimo. Certamente il glocalismo, processo a mio avviso irreversibile, ha cambiato molti aspetti basilari dell’assetto politico-istituzionale che portò alla costruzione delle unità nazionali.
Quindi? Ognuno per la sua strada?
La questione fondamentale, di solito trascurata, è come cambia il locale quando noi dobbiamo rapportarci col globale. La spinta ad accentuare le diversità, per fare della loro presa d’atto la condizione per stare insieme, diventa fortissima. Se non è più possibile fare la media, io devo organizzare il gioco piuttosto sulla complementarietà, cioè a dire che allora il sud faccia bene il sud e il nord faccia bene il nord per trovare poi, nella relazione fra i due, una maggior forza. Quindi non più relazioni che servano all’unificazione, a un’omogeneizzazione impossibile, ma una complementarietà nella differenziazione: relazioni, cioè, fra soggetti diversi che siano però centripete e non centrifughe, cioè che spingano a stare insieme in un interesse reciproco. D’altra parte in Europa può succedere lo stesso: una spinta delle grandi regioni, prima di andare nel mondo, a rafforzarsi in una dimensione continentale. Quello che sta avvenendo, e che fatalmente avverrà in Europa, è una riorganizzazione della società politica europea con un ritorno alle aggregazioni delle diversità, la loro ricomposizione in un quadro istituzionale moderno, facendo spazio all’organizzazione funzionale. Quindi il problema della democrazia e della rappresentanza, beh, cambierà notevolmente. Proprio oggi mi son letto nell’Economist due pagine di analisi molto accurata sulle possibilità dell’Inghilterra di stare dentro o fuori dall’Europa. E cos’è che viene fuori? Viene fuori che il dilemma è proprio quello degli interessi locali, che vanno dai prezzi dei servizi finanziari a quelli dell’agricoltura, del costo della vita, dell’organizzazione ecologica, eccetera, che sono regolati nei modi più diversi. Ecco allora il duplice problema: ritrovare la dimensione giusta per essere una comunità politica, una polis e trovare il modo giusto per essere nel mondo. Questa è la sfida del glocalismo.
Un’Europa delle regioni, quindi…
Il mondo del futuro non sarà un mondo di stati-nazione, ma di città, di glocal city. Più del 50% dei sette miliardi di abitanti del mondo sarà inurbato. Di questo in Italia non se ne parla, ma l’UE ha già prefigurato l’Europa come una rete di una quindicina di grandi aree metropolitane, fra di loro, fra l’altro, in gerarchia, con quattro grandi glocal city che sono Londra, Parigi, Berlino e Milano, dove a Milano, è affidato, come da Diocleziano in poi del resto, il rapporto tra l’Europa e il Mediterraneo. Di fronte ad una tale sfida, dobbiamo cominciare a ragionare su cosa saranno Torino, Milano, Venezia, Bologna. Avete visto la fotografia dell’Italia dal cielo pubblicata in questi giorni? Beh, le zone di illuminazione arrivano fino a Pesaro. Io ricordo che per la Bassetti, il deposito di Bologna arrivava fino a Pesaro come area commerciale… Ecco, quel colpo di luci lì, da Torino a Pesaro, chiamiamolo nord Italia, chiamiamolo Padanìa -che è discutibile perché dentro c’è anche l’Adige- chiamiamolo Longobardia o Gallia Cisalpina o, come fa l’Europa, Euro-Med (euro mediterranea), dimostra che noi saremo cittadini della stessa glocal city. Sembra una sfida, ma è già lì! Da Bologna a Milano in treno ci metto un’ora, quarantaquattro minuti con Italo da Milano a Torino: sono i tempi dell’M1, la linea uno del metrò milanese.
Questo per dire che cosa? Che bisogna interrogarsi su cos’è la Lombardia, cos’è l’Emilia, perché le caratteristiche della glocal city sono di natura sociologica, socio-economica, anche culturali, ma sono già anche istituzionali.
In Globus et Locus abbiamo fatto un’indagine sulla logistica di Milano e abbiamo scoperto che la logistica di Milano ha due punti di concentrazione: uno a Piacenza e uno a Novara. Piacenza è in Emilia, Novara è in Piemonte. Allora, se uno deve fare una politica logistica, è chiaro che il presidente della Regione Lombardia in quanto tale può solo farla a metà, perché l’IT Transit, che sbocca a Genova, senza la Liguria che cosa fa? La tangenziale est-ovest senza il Piemonte e il Veneto cosa fa? Milano-Roma, senza Bologna cosa fa? Ma basterebbe prendere la mobilità delle persone. Se il mio discorso è vero, in termini di analisi dei fatti, è ancor più vero in termini di analisi del pensiero: la milanesità, piuttosto che l’italianità, sono radicalmente cambiate. Ai miei tempi era chiarissimo cos’era la lingua e cos’era il dialetto, oggi non è più così. Nel mondo abbiamo in giro un sacco di gente che sa il dialetto piemontese e lo spagnolo di Buenos Aires. Il rapporto tra la lingua e quello che noi chiamavano il dialetto non è più quello gerarchico; i dialetti, certe volte, diventano la difesa di specificità, ma rispetto all’inglese. La cultura dei miei nipoti è regolata dal web. Oggi sul Corriere c’era la notizia che i ragazzini chiedono l’iPad alla mamma a nove anni. Questi non sono mica fatti determinati dal Ministero della Pubblica Istruzione, ma direttamente da Palo Alto o dalla California. Qui si vede, anche se per ragioni abbastanza comprensibili, quanto sia vecchio l’attuale dibattito politico nostrano...
Infatti. Lei faceva riferimento al livello istituzionale, ma se pensiamo a cosa sono stati capaci di fare i nostri governi viene in mente solo la riforma del titolo V, del 2001, che è totalmente di retroguardia, fuori dal tempo e ha portato danni...
Assolutamente! Ma, come dicevo, il pericolo è che questa crisi dell’Europa alimenti una tentazione regressiva, quella, appunto, che spinge il Presidente del Consiglio ad andare da Barenboim a chiedere di suonare l’inno di Mameli alla fine del Lohengrin, il che ci fa sembrare fuori dalla storia. Perché avviene? Perché c’è questa inquietudine. Lo dico con tutto il rispetto, sono anche amico personale di Monti e lo stimo moltissimo, ma questo governo è stato regressivamente centralista. Il che è paradossale: se c’è qualcuno intriso di cultura finanziaria, che sente i rapporti col mondo, essendo stato, fra l’altro, presidente del gruppo della Trilateral, è Monti e però, affidandosi ai direttori generali del ministero, ha dato vita al governo forse più centralista dall’epoca di Parri. Il che ci dice quando sia grave il problema e quanto venga da lontano.
In fondo tutti i guai del nostro Risorgimento si sono inverati nel 1861 con le leggi centraliste. Io ho qui uno studio di un’economista francese che si chiama Stéphanie, molto ben fatto, su cosa ci sia di più simile all’unificazione monetaria dell’euro nella storia europea. La cosa più simile è stata l’unificazione della lira italiana, nel 1862-63. Bene, nel 1862, ad avere, diciamo, lo spread più basso, era il Regno delle due Sicilie, che pagava il 2-3% di interessi sui bond, sui buoni, mentre il Piemonte pagava il 9% e la Lombardia pagava l’11%. Cioè a dire esattamente il contrario di quel che succede adesso. In realtà bisognerà pure riconoscerlo: l’unificazione, che dal punto di vista sociologico e culturale, è stata certamente un successo irreversibile, dal punto di vista istituzionale è stato proprio un errore, tanto è vero che, 150 anni dopo, tutti i nodi stanno venendo al pettine. Allora, che una persona colta, formata sui problemi più globali al mondo -e più globale della finanza c’è solo l’ecologia!- se ne venga fuori, di fatto, con soluzioni che ripetono tutti gli errori del centralismo, è significativo di una crisi culturale che attanaglia il potere e quindi coinvolge l’essenza della democrazia. Perché la democrazia cos’è? È il popolo che esercita il potere, e si può avere una situazione in cui c’è il potere e il popolo non lo sa esercitare, ma c’è una situazione, invece, in cui è il potere a non essere esercitabile. E noi siamo in questa seconda situazione di stallo. Questa dispersione nella volontà politica deriva dal fatto che esercitare il potere con una baracca così sgangherata com’è quella degli stati nazionali, nessuno è in grado di avanzare delle proposte "viabili”. Se ho una macchina che funziona, posso mettermi a discutere se andiamo a Bari o a Milano, ma se ho una carretta che non funziona, discutere su dove andare non ha più alcun interesse.
Voglio dire che in una situazione simile, sia la sinistra che la destra, una volta al governo, non possono che fare errori, anche gravi. Lo si vede sull’Imu: come fai a spiegare alla gente che l’Imu è l’unica tassa che tu puoi applicare? Questo forse poteva essere vero nel 1850, ma oggi non è pensabile che tu non abbia un fisco che ti consenta di discriminare tra i ricchi e i poveri, se vuoi farlo. E fra parentesi: io sono un po’ preoccupato, perché se Berlusconi dice: "via l’Imu”, come aveva detto, e fatto, "via l’Ici”, rischia di avere il consenso.
I governi, da un po’ di tempo, non fanno che dichiarare i loro non possumus: si può andare avanti a dire ”certo, questa è una roba disastrosa, vi chiediamo perdono, però non siamo capaci di fare diversamente”? La realtà è che la crisi è nello Stato, è nell’organizzazione della crazia, del potere, dopodiché il modo come questo si rapporta alla volontà popolare diventa un happening. Va al potere Berlusconi e succede tutto il contrario di quello che avrebbe dovuto succedere, andrà al potere il buon Bersani e verrà fatta una sana politica di destra, l’unica che riuscirà a fare. Ecco la vera crisi dei partiti. In questa situazione prendersi la responsabilità di dire: "Noi interpretiamo la volontà popolare, la organizziamo e la trasformiamo in politica”, diventa obiettivamente difficile. Allora, certo, viene fuori la casta, perché se la politica ha perso la sua funzione e io devo selezionare della gente inutile, è chiaro che la selezione della classe dirigente si distorce e l’unica motivazione diventa lo stipendio. Da che mondo è mondo, la gente è motivata dalla funzione.
Se tutto questo è vero, qual è la soluzione?
Prima di tutto bisogna capire che questa politica di scassare i comuni, di stoppare qualunque tentativo di affermazione delle regioni, per ripristinare come unica visione dello Stato, quella nazionale, che non ha più senso storico, è proprio pura follia. Poi la cosa principale da fare è riportare la politica nel locale rispettando la sua dimensione urbana, che vuol dire che la dimensione del locale non può più essere solo quella delle mura cittadine, ma deve essere soprattutto quella della grande regione, quella dimensione per la quale, insomma, se siete urbani a Forlì, lo siete di Bologna e di Milano. Il mio rapporto con Ambrosoli si svolge su queste linee, attualmente. A Milano il problema vero, lo si intravede già, sarà quello dei rapporti tra la Regione e il Comune. Perché se la bandiera della glocal city la prende in mano il sindaco di Milano, cosa resta della Regione? Ecco, l’unica cosa che potrebbe fare il governatore della Regione, se Milano si sveglia (cosa che, ai miei tempi, purtroppo non successe) è mettersi a lavorare, a sua volta, per fare la grande regione. In questo senso sono convinto che il discorso di Maroni sia molto più moderno di tanti altri discorsi. Poi lui ha il difetto di farlo in modo, come dire, un po’ introverso, e però io mi sto battendo per persuadere Ambrosoli che il tema della grande regione del nord non va lasciato ai leghisti, e che quindi anche il partito del nord ha un senso. A mio avviso se le parti devono essere parti a base di grande regione, i partiti devono essere omologhi alle parti. Voglio dire: c’era molta più affinità fra Li Causi e Togliatti che fra Crocetta e Chiamparino e lo stesso vale per i democristiani.
Quindi, bisogna riorganizzare la polis locale, prendendo atto dei cambiamenti. Poi, in secondo luogo, bisogna cambiare radicalmente quella che una volta si chiamava politica "estera”, che deve essere politica "glocal”, cioè di come tu gestisci il rapporto con la dimensione del globale. Un "globale” che non è più "estero”. La politica nel Mediterraneo, oggi, la fa più Paolo Scaroni del Ministro degli Esteri - per la verità questo era già vero al tempo di Mattei. Ma lo stesso vale con Bruxelles. La diplomazia di confine non ha più senso, Draghi certe volte sembra il nostro Ministro degli Esteri a Bruxelles. Ma a cosa servono ventisette ambasciate in Europa? I tre quarti dei fondi della Farnesina sono spesi in Europa quando dovrebbero essere spesi fuori dall’Europa perché la politica estera in Europa la dovrebbe fare, e in parte la fa, Bruxelles, quella che conta s’intende.
Quindi, non solo riorganizzare la politica che una volta si sarebbe chiamata "interna”, che io chiamo "politica locale”, ma anche organizzare il rapporto tra la politica locale e la politica globale. Allora la sfida sarà: come verranno organizzate le grandi regioni e la glocal city del paese che non potrà non essere Milano?
È un tema anche molto concreto. Adesso ci sono tre miliardi di euro per le smart city che si possono distribuire. Allora tu cosa fai? Fai l’onda verde, realizzi la razionalizzazione dei semafori o dell’energia? (E già tutte le industrie produttrici dei sensori sono mobilitate a catturare gli assessori). È questo la città intelligente? Ho partecipato a un convegno proprio a Bologna sul problema delle smart cities e nel mio intervento ho detto: attenzione, ché smart può voler dire due cose; che i semafori sono intelligenti, i lampioni si spengono quando vien chiaro, le aiuole si bagnano quando è secco e non si bagnano quando è umido, che come a Santander i bidoni della spazzatura, quando sono pieni a due terzi, segnalano all’azienda municipalizzata che bisogna andar lì a cambiarli, che se tu vuoi andare in piazza del Duomo e sei inguaiato, ti dicono ‘vai da via Monforte’… Ma questa è solo la smartness dell’intelligenza operativa. Ma la vera smartness di una città è sapere qual è la sua vocazione. Allora, per esempio, per Milano, vogliamo andare a integrarci con Monaco o vogliamo invece rimanere Midland che fa il ponte fra Monaco e Tripoli? Questa è la sfida di Milano: essere un’appendice dell’Europa o la cerniera tra l’Europa del nord e l’Europa del sud? Questo non vale solo per Milano, vale per tutto il Nord-Italia. E il sud farebbe bene a capire che lo stesso è per lui. È la mediazione col nord, ma non via Milano, magari via Barcellona, via Costantinopoli, eccetera. È questa la sua vocazione oggi, come per la verità è stata ieri. Cioè la vocazione delle parti del Paese, che sono sostanzialmente due, va tutta ripensata. Cioè, il modo del sud di andare in Europa non può essere lo stesso di Milano, non è fare l’acciaio a Taranto invece che a Brescia. È, per esempio, capire le prospettive che possono avere il turismo, la cultura, eccetera, e monetizzarle. E allora, probabilmente, se si battono strade diverse, ci si potrebbe trovare addirittura superati dal sud rispetto alle difficoltà di un adeguamento del nord.
Sono abbastanza vecchio per ricordare che quando negli anni Cinquanta si andava a Napoli o a Palermo era presentissima la cultura inglese. Per esempio le boiseries, l’attrezzatura degli uffici, gli sbocchi commerciali, era tutto di imprint inglese o olandese. Perché Napoli in Europa ci andava via mare e anche in politica non ci andava via Roma. Ma che Napoli debba andare in Europa solo via Milano non ha senso. Di questo già si vedono i primi sintomi, perché, per esempio, l’esperienza arancione ha visto suscitare l’interesse di De Magistris prima di quello di Alemanno, sono due grandi aree urbane d’Europa che cercano due diverse soluzioni urbane per continuare ad essere europee.
Ma lo Stato che fine fa?
Secondo me, lo stato centrale, nel prepararsi a sfumare, dovrebbe accompagnare questa trasformazione, perché non è scontato che possa avere altre soluzioni. È chiaro allora che se lo stato nazionale, invece di comprimere i cammini specifici delle parti del Paese, cavalcasse la loro sintesi e fosse in grado di proporre a Bruxelles, in modo corretto, la presenza in Europa del nord come del sud, beh, allora sì che lo stato nazionale, in un certo senso, si dissolverebbe facendo il suo mestiere fino in fondo. Pensate soltanto alla possibilità di negoziare per conto delle grandi regioni. È chiaro che se due grandi regioni d’Europa, come il nord e il sud d’Italia, negoziano insieme, sono più forti. Quindi anche tutta la nostra politica europea bisognerebbe, in qualche modo, ripensarla.
Certo, capisco bene che tutto il mio discorso può sembrare "visionario”, ma spero che lo sia nel significato inglese, che a differenza che in italiano non è un insulto. Tra l’altro è la stessa visione di una parte della sociologia più moderna, ad esempio della Sassen, che vede l’Europa come una rete di grandi glocal city e quindi più vicina alle città anseatiche o all’organizzazione comunale nel nostro Rinascimento, che non all’esperienza degli stati nazionali.
Poi uno potrebbe dire: "Vabbé, cosa facciamo domani?”. Io penso però che se uno ha chiaro cosa vuol fare dopodomani, diventa più facile decidere cosa si fa domani...
(a cura di Giorgio Calderoni e Gianni Saporetti)

  

archivio
Lo stato burocratico

La busta azzurra
I risultati dell’ultimo rapporto sulla spesa previdenziale e i 13 miliardi di euro di disavanzo. Quei 10 milioni di pensionati che, se non intervenisse lo Stato, non avrebbero quasi nulla. L’attivo dei subordinati e il passivo dei pubblici. L’incredibile vicenda della "busta azzurra”, che non parte. Intervista a Alberto Brambilla.

Presunzione di falsità
Proprio mentre faticosamente una madre sta mettendo in moto un percorso di emancipazione e autonomia per la figlia disabile, l’arrivo della lettera dell’Inps per una verifica sui falsi invalidi, che di fatto costringe a enfatizzare il negativo, cioè le inabilità, anziché il positivo, cioè le risorse.
Intervista a Lucia Robustelli.

Street-level bureaucrat
Il cen­tra­li­smo del­lo Sta­to na­po­leo­ni­co, che da noi si è fu­so con l'a­spet­to re­pres­si­vo del si­ste­ma mi­li­ta­re pie­mon­te­se; la cul­tu­ra del­la va­lu­ta­zio­ne che sten­ta a en­tra­re nel pub­bli­co im­pie­go; un sin­da­ca­to che, di­fen­den­do il "bas­so sa­la­rio, ma si­cu­ro" in real­tà mor­ti­fi­ca il di­pen­den­te re­spon­sa­bi­le. In­ter­vi­sta a Ni­co­let­ta Sta­me.


La rivoluzione concreta

Arruolare il malato
La ne­ces­si­tà, per ri­spon­de­re ai bi­so­gni dei cro­ni­ci, che og­gi so­no cir­ca il 30% del­la po­po­la­zio­ne e as­sor­bo­no il 70% del­le ri­sor­se, di ri­vo­lu­zio­na­re il mo­del­lo sa­ni­ta­rio, ta­glian­do po­sti-let­to ospe­da­lie­ri e ri­pen­san­do il ruo­lo dei me­di­ci di fa­mi­glia, de­gli spe­cia­li­sti e an­che del­le in­fer­mie­re. In­ter­vi­sta a Fran­ce­sco Lon­go.

L'arretrato
Un si­ste­ma far­ra­gi­no­so, a co­min­cia­re dai mas­si­mi li­vel­li, di fat­to de­re­spon­sa­bi­liz­zan­te, in cui il cit­ta­di­no è con­si­de­ra­to un fa­sti­dio; una len­tez­za mo­struo­sa che con­trad­di­ce qual­sia­si ri­cer­ca del buon ri­sul­ta­to; i cam­bia­men­ti, an­che tec­no­lo­gi­ci, esi­go­no un cam­bio di men­ta­li­tà, sem­pre dif­fi­ci­le e len­to.
In­ter­vi­sta a Da­vi­de Car­ne­va­li.



chiudi