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UNA CITTÀ n. 194 / 2012 Maggio

Intervista a Nicoletta Stame
realizzata da Barbara Bertoncin

STREET-LEVEL BUREAUCRAT
Il centralismo dello Stato napoleonico, che da noi si è fuso con l'aspetto repressivo del sistema militare piemontese; la cultura della valutazione che stenta a entrare nel pubblico impiego; un sindacato che, difendendo il "basso salario, ma sicuro" in realtà mortifica il dipendente responsabile. Intervista a Nicoletta Stame

Nicoletta Stame insegna Politica sociale nell’Università di Roma "La Sapienza”. Da anni si occupa di teorie e metodi di valutazione. È stata presidente dell’Associazione Italiana di Valutazione e della European Evaluation Society. Ha pubblicato, tra l’altro, Classici della valutazione, FrancoAngeli, Milano 2007. Si dice sempre che il nostro modello amministrativo, così segnato da un rapporto di reciproca sfiducia tra Stato e cittadini e da un forte centralismo, viene dallo Stato napoleonico. Puoi raccontare? C’è tutta una letteratura che individua nel cosiddetto modello napoleonico l’origine di questo nostro sistema centralistico e verticistico. In realtà, non c’è solo questo. Bisogna infatti ricordare che nel nostro paese il modello napoleonico è stato introdotto attraverso la mediazione e l’imposizione del sistema militare piemontese. Quindi quando noi diciamo: "Com’è bella la Francia perché là c’è l’Ena, Ecole Nationale d’Administration e tutto funziona e qui invece no”, il punto non è semplicemente che noi siamo un cattivo esempio di quel modello, noi siamo un modello diverso perché da noi l’elemento repressivo e burocratico è più forte di quello semplicemente centralista che c’è stato in Francia. Qui sta l’origine della grossa difficoltà che noi abbiamo a far funzionare meglio le cose. Cioè nell’imposizione, per legge, di un sistema che non solo non veniva sentito proprio, ma addirittura peggiore di quello precedente. Dopodiché l’imposizione di una legge sentita come estranea è stata fin dalle origini mitigata dal fatto che poi la gente non ubbidisce. Cioè reagisce in modo ritualistico, fa le cose perché le deve fare, ma non c’è convincimento e c’è un tentativo semmai di imbrogliare. Fin dagli anni Novanta, quando si sono cominciate a fare queste riforme della pubblica amministrazione, a seguito delle quali anche in Italia si è cominciato a parlare di valutazione delle politiche pubbliche, mi sono subito resa conto che nel nostro paese questo tipo di cambiamenti sembravano imbattersi in una sorta di incompatibilità, che deriva proprio dalla cultura politica, dal sistema istituzionale italiano. Io ho studiato e sono arrivata ad occuparmi di questi temi partendo dall’esperienza americana. In America le riforme ispirate dal movimento del "reinventing government” (reinvenzione del modo di governare) sono nate all’interno di un sistema federale con una forte cultura pragmatica. Un sistema federale vuol dire che non c’è un sistema centralistico, ma ci sono Stati che decidono cosa vogliono e possono fare. In certi casi la federazione può intervenire orientando le politiche degli stati, come avvenne negli anni 60 in America per fronteggiare il problema dei diritti civili, dei neri, ecc. Cultura pragmatica significa che si è aperti al cambiamento, alla sperimentazione di nuove forme, sempre pronti a cambiare se quel modello non funziona. Questo è il metodo sperimentale. Ecco, negli anni in cui in America venivano elaborate queste cose, in Italia si faceva tutt’altro: si elaborava una grande riforma generale nella prospettiva di applicarla poi uguale dappertutto. Nel sistema americano federale, poi, il concetto è dare fiducia fino a prova contraria. Quindi io parto dall’idea che io sono responsabile e tu sei responsabile. Poi se vedo che tu mi imbrogli allora il discorso cambia. Invece noi abbiamo un atteggiamento difensivo a prescindere, per cui pensiamo sempre che l’amministrazione ci voglia vessare, ma anche l’amministratore pensa sempre che il cittadino voglia imbrogliarlo. È questa mancanza di fiducia da tutte e due le parti che è grave. Quello che bisogna cambiare è proprio questo atteggiamento. Noi diciamo sempre "lo Stato amico che non si fa imbrogliare”. Dev’essere amico e deve fare in modo di non vessare il cittadino, ma al tempo stesso il cittadino non deve imbrogliare lo Stato. Ecco, mentre... [ continua ]

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Lo stato burocratico

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I risultati dell’ultimo rapporto sulla spesa previdenziale e i 13 miliardi di euro di disavanzo. Quei 10 milioni di pensionati che, se non intervenisse lo Stato, non avrebbero quasi nulla. L’attivo dei subordinati e il passivo dei pubblici. L’incredibile vicenda della "busta azzurra”, che non parte. Intervista a Alberto Brambilla.

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Street-level bureaucrat
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La rivoluzione concreta

Arruolare il malato
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L'arretrato
Un si­ste­ma far­ra­gi­no­so, a co­min­cia­re dai mas­si­mi li­vel­li, di fat­to de­re­spon­sa­bi­liz­zan­te, in cui il cit­ta­di­no è con­si­de­ra­to un fa­sti­dio; una len­tez­za mo­struo­sa che con­trad­di­ce qual­sia­si ri­cer­ca del buon ri­sul­ta­to; i cam­bia­men­ti, an­che tec­no­lo­gi­ci, esi­go­no un cam­bio di men­ta­li­tà, sem­pre dif­fi­ci­le e len­to.
In­ter­vi­sta a Da­vi­de Car­ne­va­li.



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