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UNA CITTÀ n. 193 / 2012 Aprile

Intervista a Salvatore Bugli
realizzata da Joan Haim

LE 4 ITALIANE, LE 4 EUROPEE
Un tessuto produttivo, quello di Rimini, che conta circa un’impresa ogni dieci abitanti; il settore alberghiero che tiene e la crisi devastante dell’edilizia; i dubbi sulla riforma, che trascura i piccoli, vera spina dorsale del paese; l’importanza che le 4 locomotive dell’Italia continuino a trainare. Intervista a Salvatore Bugli.

Salvatore Bugli è direttore provinciale della Cna di Rimini, che associa 5600 imprese dell’artigianato, del commercio e della piccola industria.

Come si caratterizza il tessuto produttivo di questo territorio?
Il territorio della Provincia di Rimini conta circa 34.000 imprese. È un tessuto produttivo e di servizi molto diffuso: se consideriamo che la popolazione di questa provincia conta poco più di 300.000 abitanti, parliamo di un’impresa ogni dieci abitanti, il più alto tasso a livello regionale e uno dei più alti d’Italia e d’Europa. Sono tutte piccole attività, tranne ovviamente un po’ di eccezioni, perché anche da noi l’industria manifatturiera è abbastanza presente.
Nel settore dell’industria abbiamo aziende leader a livello mondiale come l’Scm che fa le macchine per la lavorazione del legno e con l’indotto occupa circa 4000 dipendenti. Altre ­realtà importanti sono il gruppo Valentini, che si occupa di arredi e ha attività diversificate anche nell’immobiliare; il gruppo Maggioli con 1500 dipendenti, leader nel settore dei servizi agli enti pubblici. Poi c’è il distretto della moda con Alberta Ferretti, Gerani, Gilmar, che sono conosciute a livello mondiale.
Per il resto è una tipologia di aziende in gran parte artigiane, circa 10.000, commerciali, circa 9000. Di queste, soltanto il 20% occupa dipendenti, per il resto è lavoro autonomo, sono aziendine legate al settore del turismo. Come turismo abbiamo il comparto alberghiero, con la concentrazione forse più forte al mondo: circa 2500 alberghi sparsi su 40 km di costa, di cui da circa 15 anni, almeno 500 fanno un’attività annuale, non sono cioè legati soltanto alla stagione balneare. La destagionalizzazione del turismo è stata imponente dopo l’apertura della nuova fiera di Rimini e adesso con l’inaugurazione del nuovo Palacongressi; due strutture importanti che aggiungono reddito e attività e fanno di Rimini una delle piccole capitali dell’Europa per quanto riguarda meeting, congressi e attività fieristica. La nostra fiera è la quarta a livello nazionale, tra le prime in Europa; il nostro Palacongressi, un investimento finanziato tutto dal territorio senza contributi statali o regionali, si colloca nella fascia alta delle strutture di questo tipo.
L’attività balneare continua a essere sicuramente il fulcro. Noi facciamo circa 12 milioni di pernottamenti. Ogni anno a Rimini continuano a venire tre milioni di turisti, di cui l’80% è un turismo autoctono, italiano. Sta crescendo anche la fascia di turisti esteri: stanno tornando un po’ di tedeschi e inglesi, ma soprattutto ci sono flussi importanti di turismo dal mondo russo, anche grazie all’aeroporto che, negli ultimi dieci anni, è diventato un segmento importante.
Queste sono le caratteristiche principali del territorio.
Come ha impattato la crisi su questa realtà produttiva: quali sono i settori che tengono e quelli invece più colpiti?
La crisi qui è arrivata più lentamente. Rimini ha questa particolarità di essere un territorio largamente condizionato, per quanto riguarda i flussi economici, dall’andamento del turismo, che non ha risentito immediatamente del contraccolpo che poi, via via, ha impoverito tutto il sistema paese portando la gente a risparmiare anche nell’utilizzo del tempo libero e quindi nella vacanza. C’è da dire che già da diversi anni si assisteva a una capacità di spesa più contenuta. L’extra-alberghiero soffriva abbastanza, però in generale il prodotto rimaneva competitivo e anche il 2009 era stata una buona stagione, come anche il 2010 tutto sommato. Nel 2011 la stagione balneare ha cominciato ad avere alcuni primi segni di contraccolpo e le avvisaglie per il 2012 sono decisamente preoccupanti.
Il nostro turismo ha un target di clienti a cui noi offriamo prevalentemente il prodotto all-inclusive, quindi pensione completa a prezzi estremamente bassi, con una qualità del servizio che non ne ha risentito perché i nostri operatori sono stati bravi, secondo me, a tenere la media dei servizi e dei prodotti su un livello decisamente interessante rispetto a quanto si paga.
Gli effetti più devastanti si stanno vedendo, da ormai due anni, nel settore dell’edilizia. Rimini è un territorio che ha avuto uno sviluppo urbanistico importante, non paragonabile ad altri territori. Si è costruito molto, anche in maniera un po’ disconnessa, per rispondere a una crescente domanda di nuove abitazioni. Dieci anni fa questa provincia superava i 200.000 abitanti, oggi, come dicevo, siamo a 315.000. Questo aumento è stato causato anche da grossi flussi migratori, soprattutto extracomunitari, dalla vicina ex Jugoslavia, dall’Albania, ecc.; molta gente si è spostata qui perché c’era e c’è un territorio ricco. Quindi si è costruito molto. C’è stata anche una trasformazione della struttura alberghiera in residence. Direi che oggi il territorio, a livello di carico antropico e urbanistico, non vede ulteriori margini di crescita.
Se a questo aggiungiamo il calo dei prezzi degli immobili, il cortocircuito dei pagamenti, la difficoltà di decollare dell’edilizia legata al risparmio energetico, il risultato è che l’edilizia a Rimini (che occupa circa un terzo delle imprese e un terzo degli addetti) sta conoscendo un contraccolpo micidiale. Ancora più micidiale perché il sistema bancario, se c’è un settore a cui non presta denaro, è quello dell’edilizia. Lo dichiarano apertis verbis, non ne fanno un mistero: temono di non poter rientrare perché la dinamica immobiliare sta vivendo una contrazione drammatica. Per loro è un discorso chiuso.
Questa è una situazione che porterà molte imprese sull’orlo della chiusura: alcune sono già in una situazione prefallimentare o fallimentare annunciata; altre provano a riconvertirsi, a focalizzarsi sui servizi di manutenzione.
La domanda nel settore dell’edilizia è ormai veramente inconsistente.
La stessa ventata di crisi ovviamente c’è stata anche in tutto il settore della sub-fornitura metalmeccanica, dell’abbigliamento e del calzaturiero. A Rimini abbiamo due poli importantissimi: c’è Valleverde, altra azienda ormai in prossimità di una crisi -spero non irreversibile ma comunque in grandissima difficoltà.
Poi c’è il settore della nautica da diporto che a Rimini conta circa 350-400 aziende molto collegate al polo della Ferretti, anch’esso in crisi. Adesso sono subentrati i cinesi; speriamo siano in grado di rilanciare un settore che altrimenti impoverirà rapidamente i tanti operatori che stanno sul mercato.
In questi settori produttivi la crisi delle capo filiera ha avuto effetti a cascata su tutto il resto.
Ha tenuto il balneare. Han tenuto abbastanza bene le attività fieristiche e tengono molto bene quelle congressuali. Con il nuovo Palacongressi sta aumentando moltissimo la domanda: intercettiamo congressi di alto livello. Un buon movimento congressuale potrebbe portare a Rimini 500-600.000 persone all’anno. Tra l’altro, parliamo di un target medio-alto, di gente che quando viene spende; i congressisti in genere sono figure professionali che hanno una capacità di spesa superiore a quella dei turisti che intercetta mediamente la Riviera.
E così dicasi per le fiere, anche se qui il target è leggermente più basso; dipende da fiera a fiera, comunque è un ambito che si è difeso bene. Non abbiamo avuto straordinari contraccolpi, anche se la Fiera di Rimini nell’arco di tre anni ha visto il suo margine operativo lordo praticamente dimezzarsi. È chiaro che in tempi di crisi economica le aziende, se prima facevano due fiere, adesso ne fanno una. Alcune non fanno neanche quella e surrogano l’andare in fiera con il contatto diretto con gruppi di aziende; organizzano meeting con i buyer, ecc. Comunque, in generale, questo tipo di offerta ha contenuto gli effetti più devastanti che abbiamo avuto sul versante della produzione metalmeccanica, dell’abbigliamento e del calzaturiero e, soprattutto, dell’edilizia che, ripeto, è il segmento che qui come altrove rischia di tirar giù la nostra economia.
Imprese e artigiani lamentano una grave stretta creditizia...
È una situazione molto complessa perché fare economia senza il socio di capitale è una gara durissima. Il socio di capitale sono le banche, che dovrebbero non solo aiutare ad affrontare il rischio dell’apertura di un’impresa, ma anche accompagnarla nei momenti di difficoltà, sostenendo le idee innovative. Tutti si riempiono la bocca di sani principi: bisogna innovare, fare ricerca... Il problema è che perché questo succeda ci vuole un sostegno che in questo momento è molto fragile.
Qui abbiamo le cooperative di garanzia, che sono uno strumento importantissimo: storicamente nascono nell’artigianato; sono cooperative che hanno un’impronta di stampo novecentesco, di mutuo soccorso. Nel dopoguerra alcuni artigiani dell’Emilia-Romagna capirono che andare in banca insieme ad altri permetteva di avere molta più forza contrattuale. Decisero quindi di mettersi assieme e costituire un fondo. Oggi nella nostra regione queste cooperative di garanzia associano oltre 100.000 imprese nell’artigianato e circa 250.000 complessivamente. Un’impresa che vuole chiedere un prestito viene accompagnata dalla cooperativa che si accolla parte del rischio fino anche al 50% e più in alcuni casi. A questo punto la banca ha più facilità a concedere il prestito.
Questo ha consentito, anche nella fase di crisi, di sostenere la domanda di credito in maniera più significativa. A Rimini abbiamo la cooperativa di garanzia più grande della regione che quest’anno ha garantito oltre un miliardo di euro di fideiussioni.
Comunque, tornando alle banche, proprio uno studio recente di Fedart (Associazione dei Consorzi e delle Cooperative artigiane di garanzia) riporta che nel 2011 le banche hanno prestato all’artigianato e alle piccole imprese 55 miliardi, contro i 57 dell’anno precedente. Un dato preoccupante, primo perché si tratta perlopiù di rinnovo di prestiti, quasi non c’è nuovo credito; secondo, perché i due miliardi in meno sono maturati negli ultimi quattro mesi.
Ora, quella delle banche non è cattiveria, è che hanno veramente meno soldi. La crisi finanziaria ha messo a sofferenza tutta una serie di operazioni che le banche avevano fatto: se avevano titoli greci li dovranno svalutare, se hanno altri titoli un po’ traballanti dovranno prezzarli in modo più basso. Poi sono arrivati Basilea 2 e Basilea 3, per cui i prestiti devono essere commisurati al patrimonio della banca. Pertanto le banche grandi mantengono una certa capacità di movimento, ma le banche piccole fanno molta più fatica.
Ad esempio, a Rimini, la Cassa di risparmio in questo momento sta chiudendo una fase di commissariamento della Banca d’Italia durata due anni in cui è venuto fuori che questa banca, che fino a tre anni fa valeva circa 500 milioni di euro, oggi ne vale 175. Se l’operazione va in porto, quella banca tra qualche settimana tornerà ad operare, ma con un valore più che dimezzato rispetto a prima.
Ora, se su un territorio tu hai la banca principale che va in crisi, le banche di credito cooperativo con un’operatività limitata perché poco patrimonializzate, e le grandi banche che vanno alla Bce prendono i soldi e poi però non li concedono alle imprese e alle famiglie... Insomma, è difficile.
Anche la catena dei pagamenti ormai è ridotta a una situazione disastrosa.
Si salvano le aziende che hanno molti piccoli clienti. Quelle che ne hanno pochi e grandi, se due non pagano, la commessa non pagata rischia di mettere in ginocchio l’azienda perché la banca non interviene più. D’altra parte, non ha molto senso intervenire per coprire un buco che sicuramente rimarrà aperto.
Tra l’altro, lo scenario che abbiamo di fronte fa presagire che nei prossimi mesi la situazione peggiorerà ulteriormente. Le manovre che ha fatto il governo Monti per allontanarsi dal baratro sono apprezzabilissime, però adesso bisogna cominciare a occuparsi di crescita sul serio, non solo a parole. Le liberalizzazioni, se produrranno effetti, lo faranno tra qualche anno e la riforma oggi in discussione rischia di aumentare il costo del lavoro e irrigidire il mercato. Le misure probabilmente sono giuste, ma in una fase di crisi come questa, irrigidire la flessibilità in ingresso per renderla più semplice in uscita, per le piccole imprese è una sciocchezza.
Il problema vero, io credo, è un altro: occorre rimettere al centro la difesa del luogo dove si produce la ricchezza. E il luogo dove si produce la ricchezza è l’impresa nelle sue varie forme. Il che non vuol dire che chi ci lavora non debba essere tutelato, però bisogna riscrivere il patto e chiedersi anche se è sostenibile una pressione fiscale contributiva che arriva a sfiorare il 65%. Vorrei ricordare che da gennaio-febbraio l’industria ha avuto un calo di produzione del 5%.
La situazione è grave e questa indisponibilità a essere sistema, da parte di tutti gli attori sociali, dall’industria alle piccole imprese ai sindacati, non aiuta.
Quindi hai delle perplessità sulla riforma del lavoro...
L’impressione è che sia tutta pensata per aiutare (poco) la grande industria e (molto) i sindacati -che però dovranno poi contare quanta gente riuscirà a entrare nel mercato del lavoro e quanta ne rimarrà fuori. La piccola e media impresa, cioè i soggetti che, per quanto in modo disordinato e con tanti difetti, hanno tenuto in piedi il nostro sistema produttivo in questi decenni, ancora una volta restano fuori.
Mi sembra un approccio iniquo. Conosciamo i limiti delle nostre ditte, sappiamo che c’è un problema di patrimonializzare, che bisogna stanare i furbi, però bisogna anche mettere quelli che hanno delle qualità nella condizione di essere operativi.
Faccio un esempio: i tassi di esportazione delle piccole e medie imprese del Nordest nei primi sei mesi del 2011 sono stati pari a quelli dei tedeschi. Questo vuol dire che noi abbiamo una realtà vitalissima di imprenditori e di lavoratori che, assieme, stanno anche facendo dei sacrifici.
Quando una piccola o media azienda ha dei dipendenti, ha tutto l’interesse a tenersi quel capitale umano che ha formato. Certo, ci sono sempre le eccezioni negative ma, in generale, nell’artigianato e nel commercio di certe dimensioni, il rapporto che si instaura all’interno del gruppo di lavoro è forte. Non è un caso che i sindacati dei lavoratori facciano tanta fatica a stare dentro queste realtà.
Purtroppo il dialogo avviene sempre all’interno del solito triangolo: Confindustria, sindacati e governo. Insomma, noi in questa riforma del mercato del lavoro non ci siamo. Eppure siamo la spina dorsale del paese, siamo quelli che ci provano.
Come stanno reagendo le imprese, quali strategie mettono in atto? Avete già dei dati su fallimenti o riconversioni?
C’è un grande disorientamento. Noi facciamo tutto il possibile; certo l’impressione è di alzarsi la mattina e dover subito cominciare a correre altrimenti c’è il leone che ti prende.
È anche difficile dare cifre sui fallimenti e le chiusure perché sono tutte viziate dal fatto che molte imprese, pur in una situazione prefallimentare, cercano fino all’ultimo di uscirne, di negoziare il pagamento dei debiti. Talvolta si tratta solo di allungare l’agonia. D’altra parte il fallimento è una brutta bestia: se fallisci diventi un morto che cammina. Il fallimento è un marchio terribile. Poi spesso non conviene neanche agli istituti di credito accelerare queste procedure di fallimento perché a quel punto i crediti esigiti vanno direttamente a perdita. Non a caso la regola è che, finché è possibile, i grossi non si fanno fallire, perché rischiano di far dissestare la banca. I piccoli diciamo che comunque non vengono fatti fallire rapidamente, un po’ per gli stessi motivi. Non sono ancora numeri importanti, però sono situazioni che ormai vediamo quotidianamente.
Anche le riconversioni non sono facili da rendicontare. Faccio un esempio: un imprenditore dell’edilizia che fino a tre anni fa aveva 20-30 dipendenti e 8-10 piccole attività collegate che lavorarono con lui e che oggi ha zero dipendenti e se va bene due-tre attività collegate, non fa più nuove costruzioni, ma prevalentemente manutenzione, è uno che ha fallito o è uno che si è riconvertito? Pensiamoci. Quello che è certo è che quell’imprenditore, se ieri produceva 500 per distribuire 400, oggi prende 50 e redistribuisce 40 e quindi l’economia si è impoverita un bel po’. Non so se questa è un’ipotesi di conversione. Di casi di questo genere ce ne sono centinaia di migliaia. A fallire sono ancora pochi perché ci si mette degli anni.
Noi abbiamo storie di imprenditori che fino al 2008 accedevano al credito con una facilità incredibile (c’è stata anche tanta leggerezza da parte degli istituti bancari), dopodiché all’improvviso si è scoperto che avevano un giro di un milione di euro di fatturato e due milioni di euro di debito...
Da quel momento (2008) i beni sequestrati, se ci sono, cominciano ad andare all’asta nel 2011-2012. Nel frattempo quell’operatore o è fermo o ha trovato un’altra strada per stare sul mercato. Non è fallito. Al massimo rischia la bancarotta semplice o giù di lì.
Sono meccanismi che producono i danni nel tempo. Non è uno tsunami che arriva e in pochi minuti si porta via tutto.
Con la crisi i ritardi della Pubblica amministrazione sono diventati insostenibili.
La Pubblica amministrazione è un cliente che paga tardi e male. È anche un cliente che potrebbe fare di più. Nella logica keynesiana, oggi, se io fossi un amministratore, direi: "Sono proprietario della logistica di tutto il sistema scolastico provinciale, bene, mettiamo in campo un’azione straordinaria, in collaborazione con i privati, per la manutenzione e il rinnovamento di questi edifici”. Invece, anche a causa del Patto di stabilità, è tutto paralizzato.
A Rimini c’è un consorzio che opera nel settore pubblico che fa circa 40 milioni di euro all’anno, distribuendo un buon margine ai propri soci, 400 aziende dell’edilizia e dell’impiantistica elettrica idraulica. Bene, i tempi medi di incasso dagli enti pubblici vanno da 8 fino a 18-20 mesi. Infatti questo consorzio è costretto a fare da banca alle proprie imprese, soprattutto adesso che, nonostante alla Bce le banche prendano il denaro all’1%, quando arriva all’azienda, costa 9-10 punti in più. Anche qui c’è un problema di trasparenza, di controlli: gli spread dovrebbero essere un pochino più contenuti. Per chi ha bisogno di denaro oggi i tassi rischiano di essere quasi usurai.
Insomma, ci sono buoni motivi per essere ragionevolmente preoccupati.
Io però non sono pessimista, resto convinto che con un governo all’altezza potremmo uscirne bene. Si tratta anche di abbattere il debito pubblico e di portarlo a livelli più accettabili in tempi relativamente rapidi, perché oggi il costo degli interessi è insopportabile. Dopodiché bisogna rilanciare sulle reti di impresa, su alcuni grandi filoni d’industria. Io ho fiducia. Questo è un popolo straordinario; speriamo di non spezzettarci, di non dover sentir troppo parlare di Padania.
Una considerazione su questo la voglio fare.
Oggi ci sono quattro regioni italiane che da sole sostengono circa il 70% del gettito all’erario. Sono le locomotive di questo paese. Così come in Europa ci sono quattro regioni (Rhone-Alpes, Lombardia, Baden-Wurttemberg e Catalogna), che sono le locomotive d’Europa. Se la locomotiva si ferma, si fermano tutti i vagoni. Noi abbiamo fatto i conti di quanti miliardi di gettito all’erario deve versare l’Emilia-Romagna ogni anno perché tutti i cittadini italiani possano ricevere le prestazioni a cui hanno diritto.
Sono otto miliardi di euro in più. Ora, io non dico che sia sbagliato, però se di quegli otto miliardi, almeno due potessero rimanere in qui... Intendiamoci, non per fare il leghista di ritorno, ma secondo me, se vogliamo parlare di federalismo, bisogna anche ridiscutere il patto e il buon senso vorrebbe che dove ho più possibilità, dove sono più strutturato, val la pena metterci un pizzico di benzina in più per far funzionare le cose più rapidamente, per il bene di tutto il sistema paese.
Che prospettive vedi per i giovani?
I giovani non vivono una stagione facile. Io credo che ci sarà un fiorire di micro attività. In Cna lo vediamo già almeno da un anno e mezzo. Quindi tante partite Iva, che però, a differenza del passato, non sempre vivono oltre l’anno. In molti casi muoiono nel giro di qualche mese. Con costi burocratici assolutamente insopportabili, perché appena apri una partita Iva devi comunque soggiacere ai costi dei vari enti.
Le possibilità per i giovani sono tutte da misurare rispetto a un quadro economico in grandissima evoluzione, ma che, secondo me, porterà a fare inevitabilmente più scelte obbligate verso forme di lavoro autonomo.
Nel pubblico impiego assistiamo a una progressiva riduzione da ormai molti anni. La ridondanza del pubblico impiego è nota a tutti.
La domanda di occupazione da parte delle imprese dipende molto dalle politiche che verranno messe in atto. Per rendere stabili i precari ci vogliono le risorse, ci vuole denaro e ci vuole anche un costo del denaro sopportabile.
A questo si aggiunge l’aggravante che il collegamento mercato-scuola, mercato-università, non è all’altezza dei tempi.
Abbiamo un’università che, al di là della riforma Gelmini, è in gran parte ancora rinchiusa su se stessa; figlia di vent’anni di scelte che si sono rivelate molto improvvide: il diploma di laurea breve, nonostante quello che si dice, ha prodotto dei giovani meno preparati e ha allungato la loro permanenza nella formazione.
Oggi i giovani si affacciano all’idea di entrare nel mercato del lavoro intorno ai 28-30 anni. E non basta che un sottosegretario faccia una battuta per cambiare la situazione. I giovani entrano tardi nel mercato del lavoro perché noi abbiamo costruito le condizioni. L’università è diventata un cattedrificio. Ci sono più corsi di laurea in Italia che nel resto d’Europa.
La Regione Emilia Romagna (nell’ambito del programma di sviluppo regionale 2008-2013) ha previsto la creazione di dieci tecnopoli, luoghi in cui il mondo accademico dialoga con le imprese. Ecco, io temo che la storia dei tecnopoli andrà anch’essa ripensata, perché quando il pubblico non metterà più i soldi, le imprese non saranno in grado di mettere i fondi necessari per sostenere questi poli di ricerca, tanto più se non vedono in queste realtà una risposta ai propri bisogni.
Servono semplificazioni e identificazione delle priorità. Questo discorso vale per l’università, ma anche per la scuola media superiore. Bisogna creare dei ponti tra scuola e mercato del lavoro. Bisogna che chi studia possa vedere prima dove andare. A Rimini, come Camera di Commercio e Cna, abbiamo fatto alcune esperienze interessanti per tenere in contatto le nostre piccole e medie imprese con la scuola. Non parlo delle visite guidate nelle aziende, ma di imprenditori che vanno nella scuola, di ragazzi che vanno nelle imprese, che si incuriosiscono, che capiscono che l’artigianato non è solo l’idraulico con la chiave inglese; che la domotica non è una scienza strana; che fare l’elettricista forse è meglio che fare il commercialista. In questi ultimi vent’anni abbiamo sfornato decine di migliaia di dottori commercialisti e avvocati in un mercato già intasato, mentre invece non abbiamo formato quelle figure professionali che servivano a dare continuità e ricambio alle aziende. Adesso ce ne accorgiamo. Ma è già un po’ tardi. D’altra parte la scuola è stata tutta curvata in quella direzione e così l’università: è diventato tutto un po’ autoreferenziale. Non a caso i ragazzi oggi difficilmente vanno a fare il lavoro per cui hanno studiato. Normalmente fanno altro.
Noi come Cna cerchiamo di accompagnare i nostri neoimprenditori, diamo un prestito per l’avvio di attività, facciamo formazione gratuita sui fondamentali di gestione dell’impresa, facciamo delle tariffe sui servizi di ingresso, cerchiamo di metterli insieme; abbiamo un comitato di giovani imprenditori che intercetta alcune centinaia di soci che hanno voglia di investire un po’ del loro tempo per discutere delle cose da fare insieme. Abbiamo un comitato che si occupa d’imprenditoria femminile. La Cna può accompagnare, può fare da pesce pilota, però, ripeto, poi il contesto è il mare dove nuoti, e se il mare è in burrasca o di acqua ce n’è poca è chiaro che fai molta fatica.
Lo sforzo che fa il singolo territorio non può essere sufficiente. Dovrebbe essere come in Germania, dove l’intervento è stato sistemico, nazionale. Ci sono alcuni fondamentali che deve fare chi sta a Roma per tutto il sistema paese. Cioè se si dice che l’istruzione, la formazione, la ricerca e l’innovazione sono valori su cui puntare, bisogna che intanto si dica come li sosteniamo. Se non ci sono i soldi per tenere tutto, occorre semplificare, preservando però le cose buone, chiedendo anche al privato di metterci quello che ci deve mettere. E poi una volta che si è fatto questo si abbia il coraggio di cambiare. Anche se questo significa lasciare a casa un po’ di gente per fargli fare altre cose.
D’altra parte se non cambi mai, rischi di lasciare a casa tutti!
(a cura di Joan Haim)


  


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Lo stato burocratico

La busta azzurra
I risultati dell’ultimo rapporto sulla spesa previdenziale e i 13 miliardi di euro di disavanzo. Quei 10 milioni di pensionati che, se non intervenisse lo Stato, non avrebbero quasi nulla. L’attivo dei subordinati e il passivo dei pubblici. L’incredibile vicenda della "busta azzurra”, che non parte. Intervista a Alberto Brambilla.

Presunzione di falsità
Proprio mentre faticosamente una madre sta mettendo in moto un percorso di emancipazione e autonomia per la figlia disabile, l’arrivo della lettera dell’Inps per una verifica sui falsi invalidi, che di fatto costringe a enfatizzare il negativo, cioè le inabilità, anziché il positivo, cioè le risorse.
Intervista a Lucia Robustelli.

Street-level bureaucrat
Il cen­tra­li­smo del­lo Sta­to na­po­leo­ni­co, che da noi si è fu­so con l'a­spet­to re­pres­si­vo del si­ste­ma mi­li­ta­re pie­mon­te­se; la cul­tu­ra del­la va­lu­ta­zio­ne che sten­ta a en­tra­re nel pub­bli­co im­pie­go; un sin­da­ca­to che, di­fen­den­do il "bas­so sa­la­rio, ma si­cu­ro" in real­tà mor­ti­fi­ca il di­pen­den­te re­spon­sa­bi­le. In­ter­vi­sta a Ni­co­let­ta Sta­me.


La rivoluzione concreta

Arruolare il malato
La ne­ces­si­tà, per ri­spon­de­re ai bi­so­gni dei cro­ni­ci, che og­gi so­no cir­ca il 30% del­la po­po­la­zio­ne e as­sor­bo­no il 70% del­le ri­sor­se, di ri­vo­lu­zio­na­re il mo­del­lo sa­ni­ta­rio, ta­glian­do po­sti-let­to ospe­da­lie­ri e ri­pen­san­do il ruo­lo dei me­di­ci di fa­mi­glia, de­gli spe­cia­li­sti e an­che del­le in­fer­mie­re. In­ter­vi­sta a Fran­ce­sco Lon­go.

L'arretrato
Un si­ste­ma far­ra­gi­no­so, a co­min­cia­re dai mas­si­mi li­vel­li, di fat­to de­re­spon­sa­bi­liz­zan­te, in cui il cit­ta­di­no è con­si­de­ra­to un fa­sti­dio; una len­tez­za mo­struo­sa che con­trad­di­ce qual­sia­si ri­cer­ca del buon ri­sul­ta­to; i cam­bia­men­ti, an­che tec­no­lo­gi­ci, esi­go­no un cam­bio di men­ta­li­tà, sem­pre dif­fi­ci­le e len­to.
In­ter­vi­sta a Da­vi­de Car­ne­va­li.



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