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UNA CITTÀ n. 189 / 2011 novembre

Intervista a Paolo Calzini
realizzata da

LA PRIMAVERA CHE NON ARRIVA
Un’istanza, quella per la modernizzazione economica e politica, non più rimandabile e però il dubbio se Putin sia l’uomo giusto per guidare il processo; un paese immobile, grazie anche all’aumento dei redditi e delle libertà personali, la cui società sta tuttavia lentamente cambiando, con esiti ignoti. Intervista a Paolo Calzini.

Paolo Calzini è visiting professor in European Studies alla Johns Hopkins University. L’intervista è stata raccolta prima delle ultime elezioni.

Come dobbiamo interpretare questo annuncio della candidatura di Putin per un terzo mandato?
L’annuncio è arrivato a sorpresa, senza preavviso, a conferma del carattere chiuso, segreto, impermeabile, del sistema decisionale esistente ai massimi livelli del Cremlino. D’altra parte non era inatteso, essendo considerata una delle ipotesi più probabili in vista della tornata elettorale per la presidenza dell’anno prossimo. Infatti, al di là delle ambiguità di questa diarchia, di questo tandem, che aveva visto la presenza di Putin alla presidenza del Consiglio e di Medvedev alla presidenza dello Stato, era evidente che Putin fosse rimasto l’uomo forte del sistema. C’è una barzelletta in Russia che recita: "Ho mandato una lettera al presidente del consiglio così arriva direttamente a Putin”. Ecco, questo si sapeva.
Ora, la scelta dichiarata per la candidatura alla presidenza mette fine alle illazioni di possibili altre soluzioni, cioè, ad esempio, che Putin restasse Primo Ministro, ma con delle competenze accresciute, cioè che si rafforzasse il ruolo del presidente del Consiglio rispetto a quello della presidenza. Quando poi si parla delle elezioni, il fatto è che parliamo di procedure dall’esito scontato. In real­tà, il problema è di ottenere una partecipazione al voto sufficiente che superi una certa soglia, ma la vittoria di Putin è garantita sia perché c’è un consenso effettivo, anche se calante, alla sua persona, sia perché esistono forme di controllo e di manipolazione dello scrutinio che garantiscono un esito favorevole al governo. A questo punto, il dibattito fra gli osservatori si è concentrato sul significato politico di fondo di questa scelta.
Putin, certo, rappresenta ancor oggi l’uomo forte del sistema, quello che può assicurare continuità al potere. Putin, come si dice in inglese, è sia boss che broker, cioè è l’uomo che controlla la sua élite, garantisce la stabilità del paese e, allo stesso tempo, è anche il mediatore tra le varie forze politiche ed economiche alla base del regime. Pertanto è una figura politicamente insostituibile a questo livello. Questo per due ragioni: perché controlla la macchina del potere al massimo livello (e quindi le élite che ne dipendono -un’élite di estrazione tecnocratica e capitalista e una che proviene dai servizi di sicurezza, i cosiddetti siloviki) e gode di una base di consenso nel paese. Qui è importante però intendersi sul concetto di consenso che non vuol dire legittimità. Il suo consenso è infatti in larga misura passivo, nel senso che nasce da una forma di inerzia, di assuefazione all’esistente dovuta soprattutto al fatto che non c’è alternativa. Il sistema istituzionale è gestito dalle autorità in modo tale che, anche se c’è un potenziale dissenso, non trova sbocco perché non vi sono partiti o forze di opposizione che possano canalizzarlo. Il partito di governo, Russia Unita, per i motivi già indicati ha la vittoria assicurata. L’unico partito con una ridotta base politica è quello comunista, ma opera su un voto residuale che è quello dei nostalgici. Non gioca certo sul voto giovanile. Le forze liberaldemocratiche restano marginali.
Parliamo quindi di un consenso maggioritario che non va visto come il risultato di una convinta adesione al governo di Putin. Resta d’altra parte da tener presente che l’immagine dell’uomo forte, della personalizzazione del potere al quale delegare il proprio voto è nelle corde della cultura politica della Russia e quindi non costituisce un fatto anomalo. Il quesito di fondo, a questo punto, riguarda quale sarà la scelta politica di Putin in questo terzo mandato, per i prossimi sette anni, che possono addirittura raddoppiare a quattordici.
La Russia, pur con i suoi problemi economici, demografici e l’assenza di tutela dei diritti umani, dà un’impressione di stabilità...
La stabilità, conclamata in tutti questi anni come valore legittimante del regime, ha un significato conservatore, cioè di mantenimento dello status quo, grazie soprattutto, come dicevo, a un sistema politico che non permette alternative. Questa continuità istituzionale dipende molto, come sempre avviene, da una sua situazione economica favorevole che, nel caso russo, è dovuta agli straordinari introiti dalla vendita di gas e petrolio.
La forte domanda di queste materie prime ha fatto sì che negli ultimi dieci anni il loro prezzo sia aumentato di diverse volte. L’introito da gas e petrolio oggi copre più o meno il 60% del bilancio nazionale.
Un tale assetto, però, è anche un elemento di potenziale precarietà dell’economia russa e quindi del suo sistema politico. Per certi aspetti, la Russia è assimilabile ai cosiddetti "Petro-State”, cioè Stati legati al petrolio; una condizione di organica vulnerabilità, perché dipendente, tra l’altro, dalle oscillazioni del mercato internazionale.
Oggi, anche negli ambienti responsabili russi si discute molto della dipendenza strutturale dell’economia dall’esportazione di queste materie prime, perché è ormai opinione diffusa che sia un elemento di potenziale fragilità.
Infatti, da tempo, la parola d’ordine è quella della modernizzazione, cioè di cambiare gradualmente questo modello economico, facendo in modo che gas e petrolio non siano più il settore dominante dell’economia, ma si accompagnino alla ripresa dello sviluppo industriale e tecnologico, crollato con la fine dell’Unione sovietica. Il termine è "diversificare”, cioè allargare la varietà dei settori produttivi, che significa in sostanza passare da un’economia di rendita a un’economia di produzione.
Questo non solo darebbe maggiore stabilità al sistema, ma corrisponde al modello dei paesi capitalisti (sia a regime democratico che autoritario) più avanzati, che non basano la propria economia sull’esportazione di materie prime. Essere esportatori di materie prime vuol dire certamente godere di grossi vantaggi economici (pensiamo all’Arabia Saudita e ai paesi del Golfo), ma anche essere relegati in termini di potenza a posizioni di secondo piano a livello internazionale. Invece la Russia ambisce a essere una grande potenza (ed è un motivo di fondo della sua azione politica a livello regionale e globale). Quindi, quando si parla di modernizzazione si fa riferimento a una dimensione economica, ma anche politica, che ha a che fare con la stabilità interna e con il prestigio esterno.
Ma Putin è l’uomo giusto per portare avanti un processo di modernizzazione?
La questione è appunto questa. Putin dovrebbe infatti operare una trasformazione della sua immagine, per non dire della sua personalità, passando dal ruolo di leader politico manifestatosi come stabilizzatore a quella di modernizzatore.
Putin, come dicevo, è popolare. Ha avuto anche dei meriti perché dopo gli anni Novanta, che avevano visto un crollo dei consumi, tensioni e disordini, aveva riportato appunto stabilità in Russia assicurandosi una base effettiva di consenso (se non legittimità).
Ora ci si chiede: può lo stesso individuo cambiare veste e ruolo diventando un innovatore e un modernizzatore? Può lo stesso individuo, che ha una cultura politica di tipo autoritario-statalista, essere allo stesso tempo l’uomo che apre alle forze dinamiche del paese, alla società in un’altra direzione? Putin, in quanto uomo della Real­politik, è probabilmente consapevole di questa contraddizione. Cambiare veste, d’altra parte, comporta una mutazione psicologica che pone dei problemi. Non solo: questa raggiunta stabilità si è fondata sulla costruzione di un apparato di potere dominato ai massimi livelli da un’oligarchia burocratico-manageriale, cioè una combinazione di uomini politici e di grandi capitalisti, i cui privilegi, prestigio e influenza dipendono dal mantenimento -quali che ne siano le contraddizioni-dell’attuale status quo.
Ma la modernizzazione consiste sempre in un movimento, un processo, che cambia lo status quo, che mette in moto nuove forze, nuove energie, che in sostanza tende a mutare gli equilibri politici economici esistenti. Se si vogliono superare le carenze dell’attuale regime, la stabilità del sistema (nei termini in cui si propone oggi con l’evidente tendenza a tradursi in ristagno) verrà inevitabilmente messa in crisi. C’è, infatti, un’evidente contraddizione tra riforme e stabilità. Anche se solo attraverso una politica di riforme si può muovere a una stabilità di tipo più avanzato. Resta il fatto che, dal punto di vista delle élites al potere, si temono i possibili effetti di un cambiamento nello status quo.
Qui poi il problema è che per riformare l’economia si dovrebbe prima riformare lo strumento (in questo caso l’apparato statale burocratico) attraverso il quale si vorrebbe trasformare il paese. È un po’ il dilemma che aveva avuto Gorbaciov che voleva introdurre un sistema più aperto: per riformare il sistema sovietico doveva operare attraverso il partito comunista, che doveva essere a sua volta riformato. È un problema che si presenta sempre quando vuoi promuovere un regime piu avanzato moderno, possibilmente democratico, in assenza delle istituzioni adatte allo scopo.
Tra l’altro, il sistema statale burocratico russo risulta intrinsecamente fragile, assai più -per fare un paragone- di quello autoritario capitalista cinese, che appare a tutti gli effetti più efficiente e meritocratico.
Nel sistema russo gli elementi di rendita, di vantaggio di posizione, sono molto forti e la meritocrazia finisce per essere punita. Ma queste, in fondo, sono caratteristiche intrinseche al sistema economico basato sulla rendita, che è per definizione parassitario perché non spinge a investire, a rischiare, non premia l’imprenditorialità. E poi c’è il problema della corruzione, unanimemente individuato, sia negli ambienti economici russi che occidentali, come un fenomeno gravissimo perché endemico. Come sappiamo, un po’ di corruzione può essere anche un elemento che facilita, che rende flessibile, ma oltre un certo livello pesa fortemente anche sulla produttività del sistema.
In conclusione, se Putin vorrà cambiare, avrà come prima difficoltà quella di doversi mettere contro quell’élite burocratica e dei servizi di sicurezza che è poi la sua guardia del corpo, favorendo invece elementi tecnocratici, se non addirittura democratico-liberali a lui meno affini.
Quella funzione di "boss and broker” a cui alludevo verrà quindi messa in difficoltà perché chiaramente i gruppi autoritari conservatori oggi ancora dominanti sono per il mantenimento del sistema politico esistente.
Perché in Russia non c’è stata alcuna "primavera”?
C’è una prima considerazione da fare: in Russia le grandi riforme, per considerazioni di vario ordine, radicate nella realtà economico-politica e culturale del paese, tendono a venire solo dall’alto. Storicamente, infatti, dal basso viene solo la rivoluzione. Perché la rivoluzione? Perché esiste un sistema in qualche modo bloccato, per cui la società non è in grado di operare spostamenti graduali.
Ora, alla domanda sul perché in Russia non ci stata una "primavera” ci sono tante risposte possibili. C’è intanto l’elemento demografico. A differenza del Maghreb e del Medio Oriente, dove c’è un alto tasso di popolazione giovane, la Russia sta invece assistendo a un calo della popolazione dovuto, oltre che alle non nascite, alle morti premature. E già questo è un indicatore di una situazione generale meno incline al mutamento.
C’è poi un dato culturale e antropologico, oltre che politico, che è la debolezza della società civile russa. In Russia il ceto medio è in questa fase molto legato allo Stato e poi è concentrato in alcune grandi città, quindi non è un elemento sufficientemente propulsore, e poi c’è la vastità del territorio, tutta una serie di elementi che rendono debole il rapporto della società con lo Stato e che giocano a favore dello status quo.
Anche il ruolo dell’intellighenzia, per quel che poteva e doveva essere, è venuto meno perché è stata in larga misura marginalizzata quando non cooptata dalla autorità.
Altro dato importante, probabilmente decisivo, che spiega perché non vi sia stata ancora alcuna "primavera” è che negli ultimi dieci anni i redditi, e quindi i consumi, sono aumentati di due o tre volte, anche se con una crescente polarizzazione tra un pugno di grandi ricchi e una diffusa massa molto povera. Mi pare che il coefficiente Gini della Russia (la misura della diseguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza) sia equivalente a quello di un paese particolarmente arretrato sotto questo profilo come il Brasile. In questo c’è stato un cambiamento radicale rispetto al periodo sovietico, dove pure c’erano differenze di condizioni, ma perlomeno sul piano economico incommensurabilmente meno pronunciate. E poi c’era il minimo garantito. C’era quella che potremmo definire una vitarella assicurata.
Infatti, se uno va in Russia incontra spesso della gente, soprattutto della vecchia generazione, che rimpiange il periodo precedente proprio nei termini che dicevamo, della garanzia di una vita modesta però garantita.
Ora, invece, ci sono questi fenomeni di povertà accentuati dall’esistenza di un’élite molto ricca, e -questo fa parte della tradizione russa- molto portata a esibire i propri privilegi. Mentre i nostri capitalisti ai massimi livelli puntano sulla riservatezza, i nuovi ricchi russi ostentano.
Per spiegare l’assenza di un aperto e diffuso dissenso verso il sistema di potere russo, va considerata anche la specificità dell’autoritarismo di questo regime, che è repressivo in modo selettivo (anche se poi in Russia si ammazzano i giornalisti, c’è una violenza diffusa, con un problema di durezza e di diffidenza nei rapporti personali) e al contempo aperto, se non sul piano dei diritti, su quello delle possibilità di avanzamento e intraprendenza a livello individuale, cioè libertà di discussione, possibilità di viaggiare, di usufruire di una propria proprietà. Tutto ciò che nell’epoca sovietica era riservato all’élite del partito oggi -entro limiti abbastanza ampi- è permesso. Un’apertura all’emancipazione personale senza dubbio liberatoria rispetto al passato, di cui gli elementi piu dinamici della società, ancorché minoritari, sono in grado di usufruire. Adesso è da parecchio che non vado in Russia, ma gli amici mi dicono che soprattutto a Mosca, a Pietroburgo, c’è vita, dibattito, teatro, la gente si diverte, esce.
Per la Russia, non a caso, si usa l’espressione "autoritarismo morbido”.
I russi per esempio oggi possono andare all’estero. Ovviamente parliamo sempre di una quota minoritaria della popolazione -mi sembra il 15%- però, insomma, se uno va in Russia, riscontra un livello di apertura significativo nella vita di tutti i giorni. C’è, come sottolineavo, una maggiore libertà personale. Con un limite intrinseco alla natura autoritaria del regime: che il privato non si traduca in iniziativa politicamente significativa nel pubblico.
Questa è un po’ la fisionomia del nuovo capitalismo autoritario che può contare inoltre su quello strumento formidabile di condizionamento della società, costituito dal controllo dei media. La televisione è monopolizzata, nessun esponente importante dell’opposizione critica può accedervi, con gli effetti sulla manipolazione dell’opinione pubblica che questo comporta. In questa situazione generale di autoritarismo morbido, il sistema può anche permettersi di lasciare spazio a giornali come "Novaja Gazeta”, il più intelligente organo di critica del regime, a radio private e alla rete di internet sostanzialmente marginali in un paese della vastità della Russia con 143 milioni di abitanti.
In sostanza quella russa resta una società coatta bloccata: non è praticabile una partecipazione politica effettiva e il sistema burocratico parassitario rende molto difficile anche avviare delle attività imprenditoriali libere. Noi ci lamentiamo della nostra burocrazia, ecco, in Russia è dieci volte più complicato che in Italia. Tra l’altro lo Stato russo è aumentato di effettivi rispetto a quello che era lo Stato dell’Unione Sovietica. Questo, se da un lato crea una base di consenso per il potere (perché aumenta, a spese dell’efficenza, il numero dei dipendenti del governo), diventa un elemento di soffocamento di qualsiasi spirito imprenditivo. C’è la sensazione, soprattutto nei ceti più giovani, di essere in un sistema in cui, nonostante i progressi nelle forme di vita personali, vivere pienamente la propria vita, farsi avanti è particolarmente difficile. La meritocrazia non paga, pagano invece i compromessi, le connessioni politiche con il potere, eccetera. Tutti questi elementi hanno un ruolo nel diffuso senso di frustrazione che spiega anche la spinta all’emigrazione di elementi qualificati delle élite professionali e scientifiche; l’attrazione dell’Occidente, che sia la Germania, gli Stati Uniti o Israele, è molto forte.
Per venire alla sua domanda, gli elementi che ho indicato spiegano perché non siano prevedibili, per adesso, delle rotture politico sociali, come avvenuto, ad esempio, in Ucraina. Che poi, anche in Ucraina... Il fatto è che le cosiddette rivoluzioni colorate non erano rivoluzioni in senso proprio. È questo il problema. Le rivoluzioni implicano una rottura anche politico-ideologica (per non dire psicologica) non semplicemente un cambio di élite al vertice e una generica apertura alla società senza una corrispondente riforma nel senso di una modernizzazione delle istituzioni. Anche in Georgia in fondo c’è stata solo la sostituzione di un’élite con un’altra, anche se alcune riforme sono state portate avanti grazie anche al sostegno occidentale. È il rischio che corrono anche i paesi investiti dalla "primavera araba”.
Se non altro, però, almeno in questi paesi, e in Ucraina in particolare, c’è stata anche una mobilitazione popolare dal basso che ha dato vita a un sistema più aperto al gioco politico e poi ci sono i partiti, ci sono dei media liberi. In Russia tutto questo risulta sostanzialmente mancante, anche se per certi aspetti formalmente previsto.
Ma questa situazione di stallo può tenere nel lungo periodo?
Molti ne dubitano perché nel frattempo, con tutti i limiti, la società sta cambiando.
Anche se si dice che i giovani sono altrettanto passivi dei vecchi, la società è cresciuta. Anche la creazione della Borsa, l’istituzione dei diritti di proprietà, hanno svolto un loro ruolo. Può darsi che gradualmente la società russa si vada dunque emancipando. E se questo processo continuasse, le pressioni dal basso verso l’alto potrebbero diventare talmente forti da favorire la rottura degli equilibri ai massimi livelli, determinando una svolta effettiva in direzione di un rinnovamento dell’assetto politico istituzionale.
Fino ad oggi le tensioni politico-sociali sono rimaste sotto controllo perché, grazie alle risorse petrolifere, la Russia non ha troppo risentito della congiuntura economica internazionale. Ma se la crisi economica durasse, se il prezzo del petrolio scendesse, verrebbero meno anche le risorse per garantirsi questo consenso. A quel punto, tra l’altro, non è detto che il regime sarebbe in grado di gestire una situazione di rivolta. Una polizia troppo corrotta, infatti, rischia di rivelarsi uno strumento di controllo inefficace e in Russia non vi è una tradizione bonapartista di assunzione del potere da parte dei militari. L’autoritarismo soffice ha lo svantaggio che, se deve diventare duro, non è detto che ne sia capace. Stalin sapeva come fare, se c’erano delle rivolte usava la maniera forte, e poi c’erano i campi.
In base alla teoria tradizionale, oggi però messa in discussione dall’affermazione di una serie di regimi di capitalismo autoritario apparentemente saldamente radicati (Cina e Vietnam in Asia Orientale), in una fase iniziale di sviluppo si impone un sistema autoritario che poi però matura e diventa di tipo democratico occidentale. Quindi alcuni si chiedono: non è che, fatalmente, questo sistema (che è parte comunque del "Grande Occidente”), anche per ragioni economiche, di efficienza, legate alla logica del capitalismo, a un certo punto dovrà muovere a un livello superiore, pur attraverso crisi, contraddizioni eccetera?
Il regime russo, proprio per l’animus che le dicevo, tenterà di fare una modernizzazione limitata all’economia, cioè trasformare l’economia per renderla efficiente (perché si è capito che se no il paese ristagna), però senza toccare la politica. E qui il dibattito è di fondo: si può trasformare l’economia senza arrivare a toccare la politica? Questo è il dilemma.
Alla fine, il caso russo è interessante perché è ambiguo. Intanto, a differenza della Cina, è più vulnerabile alle influenze esterne. Mentre il sistema cinese ha una sua logica culturale particolare, è più un mondo a sé, per la Russia il referente obbligato a cui riferirsi, il benchmark, resta l’Occidente.
La storia russa, da Pietro il Grande a Stalin, è stata costantemente segnata da questo tentativo di mantenere la propria strada, guardando però all’Occidente.
L’ambizione era sempre quella di adottare il modello occidentale e poi russificarlo. Ma proprio nel russificarlo si è arrivati quasi sempre a provocare delle conseguenze disastrose: il nostro socialismo è diventato il sovietismo e il nostro capitalismo è diventato il capitalismo selvaggio russo. E anche oggi le élite parlano di fare una democrazia "come la pensiamo noi”. Quindi c’è anche questa costante, di prendere il modello esterno perché è più avanzato, cercare di adattarlo alla situazione interna e in questo modo, però, pervertirlo. Alla fine è la storia della preesistente condizione di arretratezza russa.
La Russia avrebbe anche l’ambizione di tornare a essere una grande potenza...
Una parte della legittimità e del consenso dell’élite al potere si fonda sulla sua abilità di fare della Russia una grande potenza che conta sul piano internazionale. Ma per contare sul piano internazionale bisogna essere uno Stato moderno. Ecco un ulteriore stimolo a uscire da questa situazione di un paese limitato sostanzialmente ad essere un esportatore di materie prime.
Come dicevo, oggi poter contare su importanti riserve monetarie è un elemento di forza. Tuttavia se nel contesto internazionale la Russia non si accontenta di sopravvivere, ma vuole essere presente, influente e importante, la strada è un’altra. E qui c’è anche tutto il discorso di mantenere una certa condizione di equivalenza, se non di parità, con gli Stati Uniti, l’Europa e la Cina. Quindi c’è tutta una serie di condizionamenti, anche esterni, sul piano della sicurezza e dell’economia, che pongono un problema. La Russia, ormai, è integrata al mondo esterno, subisce -come dimostrato dalla crisi finanziaria- le fluttuazioni dell’economia mondiale, non è più la roccaforte che può decidere per conto proprio. Oltre tutto, dobbiamo ricordare che se la Russia vuole essere un gran paese deve consolidare il suo status di potenza euroasiatica, di cerniera transcontinentale, non solo perché i quattro quinti del suo territorio sono in Asia, ma anche perché là si trova la sua ricchezza, in Siberia ecc.
In questo momento è in corso pure un tentativo di recuperare un rapporto economico con i propri vicini, anche per impedire che questi entrino nell’Unione europea. In realtà adesso l’Unione europea è talmente condizionata dai suoi problemi di coesione interna che ha rinunciato alla sua espansione a Est mirante all’integrazione dell’Ucraina, della Moldavia, ecc.
In qualche modo è un periodo favorevole per la Russia perché, da un lato, si è rafforzata e, dall’altro, gode del vantaggio che nel frattempo l’Occidente si è indebolito. Resta aperto il problema dell’ascesa della Cina ai suoi confini asiatici. Il rischio è la megalomania, cioè che non calcolino bene il rapporto mezzi e fini. Più volte nella storia russa si è verificato questo tipo di improvvisazioni. Resta il fatto che l’ambizione a essere una grande potenza è fondamentale, anche psicologicamente. Il cuore del dibattito torna quindi alla modernizzazione, una modernizzazione necessaria, in teoria inevitabile, ma problematica. Il timore che il sistema -se non a breve, a medio termine- non regga a causa della persistenza di contraddizioni non risolte è presente in vari settori della popolazione. è in primo luogo l’élite dei super ricchi a nutrire queste preoccupazioni nel timore che i mutamenti (per non dire sconvolgimenti) di natura politica possano colpire i propri privilegi, tant’è che comprano case, esportano capitali e mandano i propri figli a studiare all’estero. Oggi, ed è un tema presente ai responsabili del Cremlino, si dibatte sull’assenza di una vera borghesia nazionale. L’élite dei grandi ricchi, degli oligarchi, non esita a costituirsi una base di riferimento, un eventuale rifugio al di fuori dei confini russi.
Il fatto è che questo ceto non è stato in grado di socializzarsi ai valori dei paesi più avanzati, risulta di regola pessimo sul piano antropologico. Adesso esagero, però è evidente che tengono in scarso conto le regole della convivenza civile, per non dire della democrazia. Io li definirei un ceto ex comunista nella versione burocratico-opportunistica peggiore che non ha saputo e voluto evolvere. In qualche modo hanno conservato la vecchia mentalità sovietica acquisendo i vizi della nostra. Come sempre, quando perdi un’ideologia forte contano solo i beni materiali. Fino a quando, e se la società russa si limiterà a esprimere queste élite, è difficile che scatti l’aspirazione a una maggiore libertà politica ed economica, perché non parliamo di una classe che crede nella meritocrazia. Già i cinesi che emigrano sono diversi. Ma questo è vero in generale: in Russia non ci sono, ad esempio, quei fenomeni di scontri di massa, di ricorrenti proteste che avvengono in Cina. I cinesi sono più combattivi e intraprendenti dei russi, si ribellano. I russi proiettano da sempre questa immagine di rassegnazione, anche se -dai e dai- alla fine esplodono e provocano uno sbocco eversivo rivoluzionario della situazione, con tutti i drammi che questo comporta.
Per concludere, cosa dobbiamo aspettarci, se le tensioni dovessero aumentare?
Il rischio di queste tensioni interne, secondo alcuni, è che se il regime entra in una condizione di difficoltà potrebbe optare per una virata in direzione di un nazionalismo radicale a copertura di una scelta di autoritarismo forte.
La Russia è tradizionalmente contraddistinta da questi elementi di inerzia e passività, ma cosa avviene se questo assetto va in crisi? Forse si configurerebbe un’alternativa addirittura peggiore, come del resto temono molti russi. Ora banalizzo, ma loro la democrazia l’han già bruciata negli anni Novanta e l’esito delle rivoluzioni colorate non è stato quello sperato (come dimostra il caso delle difficoltà registrate nella gestione politica nel caso dell’Ucraina). Infatti Putin non si preoccupa più dei rischi di un contagio democratico proveniente da quella direzione: "Volete davvero essere come questi qua?”.
Ecco, se scricchiola questa legittimità basata sul paternalismo, non è detto che l’esito sia quello sperato in alcuni ambienti occidentali, perché nella storia di questo paese i precedenti rivelano un’altra opzione possibile, e cioè che si muova verso un regime nettamente piu coercitivo di quello attuale.
(a cura di Barbara Bertoncin)



  


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Ora che i mariti
sono tornati

Le donne palestinesi stanno discutendo di come far valere i loro diritti nella futura costituzione. Il problema dell’inter-pretazione della legge islamica, finora al maschile. L’esempio illuminato tunisino e la beffa subita dalle donne algerine. La tradizione inventata del velo e il rischio che la donna diventi oggetto di negoziato fra islamici e Olp. Il grande realismo della donna araba. La possibile delusione sugli accordi. Intervista a Ruba Salih.
Colei che vede chiaro

Le donne algerine, dopo aver sfidato in questi anni il terrorismo integralista difendendo la vita quotidiana delle donne, dopo essere andate a votare in massa dimostrando quanto fossero false le analisi che prevedevano un bagno di sangue, ora si stanno organizzando per la lotta politica contro quell’infame codice della famiglia che le condanna ad essere minorenni a vita. Intervista a Khalida Messaoudi.
La madre, Chicago, Harvard...

L’originalità di politiche e gesti di Barack Obama non si esaurisce nel suo carisma e nell’uso della rete, ma affonda nell’infanzia segnata dalla madre antropologa, nell’esperienza di organizzatore di comunità e ad Harvard. La figura e il ruolo di Saul Alinsky e l’importanza dell’arte di ascoltare. Intervista a Marianella Sclavi.

Il potenziale
di cambiamento

L’Amministrazione di Obama si sta dimostrando aperta al dialogo, non islamofoba e capace di criticare Israele. La questione, intricata, di Pakistan e Afghanistan. L’importanza di tenere alta l’attenzione in Iran, senza però interferire. L’impegno del ritiro dall’Iraq, ormai improrogabile.
Intervista a Stephen Bronner.

La nostra casa

Quella mattina, poco dopo la fine della guerra, in cui si presentarono tre palestinesi e chiesero di dare un’occhiata alla "loro” casa, la difficile scelta di farli entrare e poi la nascita di un’amicizia e la decisione di fare della propria casa una "open house” per israeliani e palestinesi.
intervista a Dalia Landau.
Due sarte togolesi

Un’associazione, Seniores, che mette insieme professionisti prossimi alla pensione disponibili a viaggiare e a trasmettere gratuitamente l’esperienza accumulata nel corso della vita e l’idea di due sarte di fare un corso di alfabetizzazione femminile nel mercato principale di Lomé...
Intervista a Paola Piva.
Posso sempre
andare in Ecuador!

All’indomani delle elezioni locali, in cui questa volta hanno votato anche i serbi, il Kosovo si presenta come un paese "quasi normale”; il paradosso di un paese al centro dell’Europa i cui abitanti non possono andare da nessuna parte e i problemi di un’economia che stenta a partire.
Intervista a Vjosa Dobruna.
In Cecenia è genocidio?

Il 20% della popolazione uccisa, il 50% profuga. Un terrorismo di Stato circondato dal silenzio di una stampa imbavagliata. La disperazione dei ceceni. L’indifferenza colpevole dell’Europa. Intervista a Olivier Dupuis.

Bob Dylan a Teheran

Democrazia in Iran, difesa dei diritti umani, dare voce a chi vuol diffondere le proprie idee, sono gli obiettivi di una radio fondata da iraniani emigrati che trasmette dall’Olanda; un sito con un milione e mezzo di passaggi al mese, molti dei quali dall’Iran dove sono attivi 62.000 blogger... Intervista a Kamran Ashtary.





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