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Stephen Casale, musicologo, sul nonno emigrato negli Usa dall'Italia nel 1868


  
UNA CITTÀ n. 187 / 2011 settembre

Intervista a Stephen Casale
realizzata da Clemente Manenti

THE MAKING OF AMERICANS
La storia del nonno Giovanni Casale, genovese sedicenne che, dopo aver lavorato in una miniera in Sardegna, arrivò a New York nel 1868; arrotino, fruttivendolo, cuoco, aprì il primo albergo di Revere, a nord di Boston; la figura della zia Kitty, che iniziò i nipoti alla musica e alla cultura. Intervista a Stephen Casale.

Stephen Casale è musicista e musicologo. Appartiene alla "terza generazione” di italoamericani. Vive tra Boston e New York. (Il dvd di cui si parla nell’intervista è "I Knew It Was You: Rediscovering John Cazale”, 2010).

Mio nonno era genovese e si chiamava Giovanni Casale. Quel che ho potuto scoprire della sua gioventù, del suo viaggio, del suo sbarco e dei primi anni che ha passato in America è molto poco. So che era nato a Genova nel 1852, sbarcato a New York il 27 settembre 1868 per trasferirsi a Boston, e che il 13 febbraio 1884 diventò cittadino americano. Pare che a un certo punto, tra il 1868 e il 1884, abbia cominciato a scrivere il suo cognome con la zeta: Cazale.
Non so perché si fosse imbarcato su quella nave, ma lo posso immaginare. Era poverissimo. So che in Italia aveva lavorato da ragazzino in una miniera in Sardegna. Per un genovese già allora era facile raggiungere la Sardegna.
Dopo quella esperienza, tornato a Genova con i soldi per il biglietto, decise di imbarcarsi nuovamente, questa volta per l’America. Forse per evitare di essere richiamato nel nuovo Regio Esercito d’Italia, che si stava costituendo e che magari lo avrebbe rimandato in Sardegna.
Mio nonno era analfabeta, ma sapeva scrivere il suo nome. Aveva u n udito finissimo e un vero talento naturale per la fonetica, come dimostrò la facilità con cui imparò a parlare la nuova lingua. Era un perfetto imitatore di voci. Questo lo so per sentito dire, dato che sono nato un anno dopo la sua morte.
Era un bel giovane, alto e biondo, coi baffi. È possibile che abbia cominciato a scrivere il suo nome con la zeta per mantenere il suono dolce della esse intervocalica (in America i nomi stranieri venivano regolarmente storpiati, per esempio un amico del nonno a Boston si chiamava Cassassa…).
Oppure per non essere subito catalogato come "wop”, un guappo, il termine dispregiativo usato per gli italiani e tanto temuto dal giovane protagonista dei racconti di John Fante. È possibile anche che il cambiamento del nome, seppur minimo, lo confermasse nella sua decisione di tagliarsi i ponti alle spalle. Queste sono illazioni mie. Sta di fatto che il nonno non tornò mai in Italia, né quando era ormai diventato una persona agiata, né più tardi, quando poteva dirsi relativamente ricco.

Dopo 16 anni dal suo arrivo si presentò da un notaio per la richiesta di naturalizzazione, accompagnato da un amico già naturalizzato, secondo le regole di allora. Il notaio prese uno stampato in testa al quale scrisse: Giovanni Casale, con la esse. Poi diede lettura della formula del giuramento sulla costituzione americana: "Giuro solennemente di fare completa e assoluta rinuncia ed  abiura di ogni fedeltà  verso qualsivoglia principe, sovrano, stato o  potentato straniero di cui in precedenza sia già stato suddito, e in particolare verso la regina Vittoria, sovrana del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. Giuro di sostenere fedelmente la Costituzione degli Stati Uniti d’America, con l’aiuto di Dio”. Giunto a questo punto il notaio cancellò con un tratto di penna "la regina Vittoria…” e al suo posto scrisse: "Humbert 1. King of Italy”. Questo documento esiste ancora, è in mio possesso. Con in mano il suo stampato il nonno andò poi all’Ufficio Immigrazione, sempre accompagnato dal Nicolini, e ricevette il certificato di naturalizzazione, intestato a Giovanni Casale, con la esse. Ma nella firma in calce al documento, di pugno del nonno, il nome è scritto con la zeta: Cazale.

Il certificato indicava anche la professione esercitata dal richiedente, fruttivendolo. Io non so se abbia mai fatto il fruttivendolo, in casa si diceva che i primi tempi facesse l’arrotino ambulante. Forse dire fruttivendolo gli sembrava più prudente che maneggiare coltelli. A Boston c’è un quartiere, il North End, dov’erano già insediati molti genovesi. I primi anni Giovanni Cazale li passò lì, dove incontrò una ragazza la cui famiglia veniva da Montebruno, un paese sulle montagne dietro Genova, ma lei era nata a Boston: Annie Cavagnaro, la nonna. Qualche anno fa sono andato a Montebruno per cercare una traccia degli antenati della nonna. Mentre aspettavo che l’ufficio anagrafe del Comune aprisse, feci un giro nel cimitero, e scoprii che su quasi tutte le lapidi era scolpito il nome "Cavagnaro”. Troppa grazia. Al Comune mi dissero che ai tempi dei genitori della nonna l’anagrafe non esisteva ancora come ufficio pubblico. Era il parroco a tenere l’elenco dei nati e dei morti, purché battezzati. Queste carte, sempre che esistessero, potevano trovarsi presso l’archivio del vicariato diocesano di Tortona… Naturalmente lasciai perdere. Un viaggio a vuoto, ma suggestivo, perché in Italia non avevo mai visitato un posto così  profondamente immerso nel silenzio come Montebruno.

Non so quando e dove il nonno abbia imparato a fare il cuoco. Ma quando decise di farlo per mestiere abbandonò il North End per spostarsi a Revere, un villaggio di poche case sull’oceano a nord di Boston, che stava sorgendo in quegli anni e aveva preso il nome da un eroe della guerra d’indipendenza americana. Oggi Revere è quasi completamente inglobata nella città, ma allora sembrava una terra vergine. A Revere il nonno comprò un terreno davanti al mare, si mise in società con due amici, Luigi Nicolini e Jim Parodi, e aprirono un bar. Poi costruirono un grande edificio di tre piani, e in un paio d’anni sorse The Columbus House, il primo albergo della futura stazione balneare a nord di Boston. Più tardi il bar fu chiuso per la  revoca della licenza per gli alcolici, a causa di una prima ondata di proibizionismo, che poi si sarebbe esteso a tutti gli Stati dopo la prima guerra. Al suo posto fu aperto un ristorante e un negozio di frutta e verdura. Il nonno stava in cucina, la nonna alla cassa, Nicolini faceva il fruttivendolo. Sopra c’erano 17 camere per gli ospiti e gli appartamenti delle famiglie dei tre soci. Più tardi vi fu un ampliamento, sempre su tre piani. In un giornale di Revere del 1885 si dice che il ristorante dell’albergo dedicava una speciale attenzione alla cucina italiana e francese. Intorno alla fine del secolo la popolazione residente di Revere si era decuplicata. The Columbus House veleggiava col vento in poppa e il nonno si dedicò all’acquisto e alla valorizzazione di terreni edificabili.
A Revere, dove la famiglia andò ad abitare in una casa propria, Giovanni Cazale era chiamato Honest John dai suoi amici, e fu sul punto di essere fatto sindaco del paese, ma lo salvò il suo analfabetismo, che forse ormai era solo un alibi. Se non sapeva scrivere, certamente il nonno sapeva contare.
Fin dai primi anni del ‘900 cominciò a investire i suoi guadagni nell’acquisto di azioni della American Telephone & Telegraph Company, allora appena fondata, e anche dopo la prima guerra mondiale continuò a rastrellare azioni della AT&T.  Credo di averne ancora un paio da qualche parte. Per più di un secolo la telefonia sarebbe rimasta il settore più dinamico dell’industria americana, prima e più dell’automobile. Anche durante la grande crisi vi fu un’impennata delle telefonate. Ora vendono la banda larga. Eppure, fino alla sua morte il nonno si rifiutò ostinatamente di far mettere il telefono in casa. Il nonno è morto nel 1936.

Della nonna posso dire che era più istruita, aveva un’anima musicale e cantava tutto il giorno arie dell'opera italiana, imparate non so come. Non parlava italiano, ma lo cantava. Mi raccontava che col nonno parlavano in inglese con qualche parola di dialetto genovese, come puia (paura), ceuve (piove), cianze (piange), euggi (occhi)… parole che ho imparato da lei e forse da mio padre. Tranne queste poche parole di dialetto, l’italiano era bandito dalla casa del nonno, come il telefono. Da ragazza la nonna aveva lavorato da operaia tessile in una fabbrica di juta, un’esperienza di cui andava fiera e parlava spesso a noi bambini, mostrandoci il movimento del braccio, sempre lo stesso, che doveva fare al telaio e che noi imitavamo per gioco. John lo imitava meglio di me. Ci raccontava di come il padrone della fabbrica si fosse affezionato a lei, la presentava in giro come "my little Italian girl”. Fu la nonna a trasmettere la passione per la musica alla figlia Catherine, per noi aunt Kitty, la zia Kitty. Prima di lei c’era stata un’altra bambina, Elvira, morta da piccola. Dopo di lei nacquero due gemelli, nel 1898. Erano prematuri, così piccoli che si temeva per la loro vita. Vennero cosparsi di olio d’oliva, fasciati e messi nel vano scaldavivande della stufa. Sopravvissero.

La nonna era prostrata dalla gravidanza e fu chiamata una balia, anche lei di Genova, anche lei di nome Caterina (Katie, per distinguerla). Era una vicina di casa, aveva la sua famiglia, ma rimase ad aiutare la nonna anche dopo lo svezzamento dei bambini, che poi l’avrebbero chiamata Other Mama. Dei due gemelli, quello che il nonno reputò essere il primo fu chiamato John Cazale, il secondo Charles Cazale.
Questi due fratelli rimasero sempre molto legati tra loro. Diventarono entrambi commercianti all’ingrosso di carbone, ma indipendenti l’uno dall’altro. All’ippodromo di Suffolk Downs a Boston, che frequentavano assiduamente per scommettere sui cavalli, quando si incontravano facevano finta di non conoscersi. Dopo la nascita dei suoi tre figli, John Cazale Junior, il primo dei gemelli, si spostò con la sua famiglia in una bella casa a Winchester, un altro sobborgo di Boston, ed è lì che io, mio fratello John e mia sorella Cathy siamo cresciuti. Io sono il terzo figlio di John jr. Mio fratello, di due anni più grande, si chiamò anche lui John, e prima di noi c’era la sorella, che si chiamava Catherine come la zia e che noi chiamavamo Cathy per distinguerla da Kitty e da Katie. Così le due generazioni dei figli e dei nipoti riproducevano lo stesso schema anche nei nomi. La zia Kitty era molto bella e fu lei a portare la musica in casa. I primi dischi a 78 giri che pesavano quanto una padella, il primo grammofono, la prima vera musica: Bach, Haydn, Beethoven, Wagner, Debussy… Kitty aveva studiato pianoforte a Boston quasi di nascosto dal nonno, ma incoraggiata dalla nonna. Poi andò a New York e sposò un ricco commerciante diventando la signora White. Il marito morì poco dopo in California per un infarto durante un viaggio di affari e la lasciò vedova nella sua bella casa di New York, ancora giovane e senza figli. Aunt Kitty fu molto importante per la educazione mia e di John, sia nell’infanzia che dopo, quando anche noi ci trasferimmo a New York. Lei ci portava a teatro, ai concerti, nei ristoranti, alle mostre, e ci introdusse nella cerchia dei suoi amici artisti.

John ed io siamo cresciuti insieme, quasi come gemelli anche noi, nonostante i due anni di differenza. I primi otto anni avevamo frequentato la stessa scuola, in classi diverse, poi mio padre ci spedì in due scuole secondarie private, John a Williamstown, Massachusetts, ed io a Woodstock, Vermont. Scuole lontane sia da Boston che fra di loro. Così ci vedevamo solo per le vacanze a Winchester. Dopo il liceo tornammo a Boston, dove John si iscrisse all’Accademia di arte drammatica della Boston University, io al New England Conservatory of Music. Cathy invece era stata mandata a studiare a New York dalla zia Kitty, dove aveva fatto il liceo e l'università ad Harvard. Finita l’Accademia John, dopo gli esordi a Boston (produsse un sorprendente filmino anarchico di cui era l’unico interprete e prese parte a qualche commedia  televisiva) andò a New York e fece lì la sua carriera nel teatro e nel cinema. Per sostenersi fece il tassista, il fotografo, il fattorino per la Standard Oil, dove conobbe Al Pacino... Io presi il master a Boston nel 1961 con un saggio per orchestra intitolato Imbroglio. Avevo studiato con un grande maestro, il professore Francis Judd Cooke, e sono citato fra i suoi migliori allievi. Subito dopo partii per il servizio militare.

Il mio servizio fu all’inizio della guerra in Vietnam, al tempo dell’invio dei consiglieri militari. Erano gli anni di Cuba, 1961, 1962... c’era già un clima di tensione nelle caserme. Niente al confronto di quello che sarebbe venuto dopo, ma il nervosismo si percepiva nel rapporto delle reclute fra loro. C’era una certa aggressività. Anche se sembra strano, fu in quei mesi che il nome Cazale cominciò a pesarmi. Quel nome che ora portavo cucito sulla giubba militare suonava falso, come la marca di un detersivo, e dava luogo a domande e battute simili a quelle che già avevo subito a scuola. Da bambino mi vergognavo un po’ di essere un "wop”. Poi, crescendo, la vergogna si era tramutata in orgoglio, soprattutto grazie alla musica, a Verdi, a Toscanini che era stato una celebrità a New York, a Dante, al Rinascimento e così via. Chiamarmi Cazale mi sembrava ambiguo, né carne né pesce, quasi un travestimento: poteva essere un nome ispanico, portoghese, mi toccava dare spiegazioni… Già prima del servizio di leva avevo parlato alla zia Kitty della mia insofferenza per un nome nato chissà come, forse per un errore del nonno, e del mio proposito di tornare al nome dichiaratamente italiano dei miei progenitori. La zia, che pure era affezionata alla sua origine italiana, diceva che "gli errori vanno mantenuti”…  Sta di fatto che appena finito il servizio militare andai da un notaio, gli spiegai che c’era stato un errore, e in un lampo il problema fu risolto, come levarsi un dente. Da allora mi chiamo Casale. Da parte dei familiari non ci furono reazioni. Mio padre era morto diversi anni prima, nel 1957. Mia madre, che era irlandese e cattolica, osservava la mia evoluzione italofila con una certa curiosità. La mamma è morta a 99 anni nel 1997. John, divertito, commentò con uno dei suoi gesti sincopati molto eloquenti, che somigliava a quello della nonna al telaio. John non è mai stato toccato dal problema delle radici. Cominciai a imparare l’italiano. Anche la zia Kitty frequentava dei corsi. Eravamo abbastanza bravi tutti e due, e arrivammo a scriverci delle lettere in italiano. Soprattutto, la mia buona pronuncia dell’italiano sorprendeva anche me. Certamente era dovuta al mio "orecchio musicale”.

Arrivai a New York nel 1963. Affittai una stanza, cercai un lavoro. Ho lavorato come commesso in un grande negozio nel reparto delle porcellane, poi come libraio in una libreria vicino a Carnegie Hall, il centro newyorkese della musica che ha celebrato quest’anno il centoventesimo anniversario. Un giorno entrò in libreria Walter Toscanini, il figlio di Arturo. Lo accompagnai per i vari reparti e parlai con lui in italiano. Era un bibliofilo e collezionista, comprò molto e si intrattenne a lungo con me. Era la fine di novembre, nei giorni dell’assassinio del presidente Kennedy. Tornò più volte e diventammo amici, al punto che mi offrì di lavorare con lui. Arturo Toscanini era morto nel 1957 a 90 anni, e aveva lasciato uno sterminato archivio raccolto nella sua villa a Riverdale, sul fiume Hudson. Solo il materiale relativo alle opere della NBC Symphony Orchestra, l’orchestra creata da Toscanini nel 1937 e da lui diretta per 17 anni, era una mole impressionante. Il compito assegnato a me fu il riordino e la schedatura di una quantità enorme di articoli, giornali, fotografie, cartoline e corrispondenza varia proveniente da tutto il mondo e che giaceva accatastata in diverse stanze da anni. Dovevo leggere tutto e organizzare il materiale in modo da renderlo consultabile. Fu un lavoro massacrante che rese la mia vita un inferno. Anche interessante però, perché mi formai una competenza non comune sulla vita artistica e privata del maestro. Walter, che lavorava soprattutto al materiale sonoro, aveva due sorelle, Wanda e Wally. La "W” iniziale dei nomi dati ai figli era un omaggio di Arturo Toscanini a Wagner, che dopo Verdi era il suo musicista preferito.
Walter aveva voluto continuare questo vezzo, chiamando a sua volta Walfredo il proprio figlio. La fatica a Villa Toscanini mi portò via un anno tondo. Alla fine del 1964 cercai un lavoro come insegnante di musica.

Fui assunto come maestro di pianoforte in una scuola per ciechi. Erano ragazzi molto dotati, sensibili e interessati allo strumento. Purtroppo era una scuola privata dove gli insegnanti venivano pagati poco.
Dopo un anno sostenni un esame per l’ammissione alla scuola pubblica e lo superai. Cominciai a insegnare nelle classi frequentate da ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, poi alle superiori, in un istituto commerciale solo per maschi, e infine al liceo, nella Erasmus Hall High School di Brooklyn, dove sono rimasto per 12 anni. È la scuola più grande e più antica di NY, dotata a quell’epoca di un’Accademia delle Arti con dipartimenti di musica, danza e teatro. Dopo quei 12 anni fui trasferito in un altro liceo di Brooklyn. Qui la situazione era il contrario che alla scuola per ciechi: venivo pagato, ma dovevo lavorare con classi accorpate che potevano raggiungere le 50 persone, e ben poche di loro erano seriamente interessate allo studio della musica. Ho fatto molti tentativi di coinvolgere i ragazzi neri, che sono la maggioranza in quella scuola, attraverso il jazz per esempio, ma con poco successo.

Verso la metà degli anni ’70 a NY vi fu una crisi delle finanze pubbliche che si ripercosse anche sulle scuole, e molti insegnanti furono messi in "aspettativa” forzata, tra i quali io, con sollievo.
Colsi l’occasione per tornare alla musica… ossia agli studi, col magro assegno dell’assicurazione. Alla NY University frequentai un corso con Martin Chusid, professore di musicologia e massimo conoscitore di Verdi e di Schubert. Il mio scopo era di conseguire un secondo master durante il periodo in cui ero disoccupato. Alla fine del corso presentai un lavoro sulla Incompiuta, un completamento dello scherzo di cui Schubert ha lasciato solo una traccia. Con questo lavoro, che fu eseguito e registrato alla NYU, conseguii il mio secondo master.

Continuai a lavorare con Chusid all’American Institute of Verdi Studies da lui fondato e diretto. Mi affidò una ricerca che doveva essere svolta soprattutto in Europa, sulla corrispondenza tra Verdi e il suo editore francese Léon Escudier, al fine di pubblicarne una raccolta aggiornata. Verdi ha composto 37 opere, e il libretto di alcune di esse fu scritto direttamente in francese su incarico di Escudier. Così, per esempio, il libretto di Les Vêpres Siciliennes fu scritto e titolato prima in francese dai librettisti Eugene Scribe e Charles Duveyrier, e solo più tardi tradotto con I Vespri siciliani,  che è un errore, perché in italiano la rivolta antifrancese del 1282 si chiama Il Vespro, al singolare. Un errore che ha preso il sopravvento grazie alla fama di Verdi, con buona pace di tanti studiosi che hanno cercato di correggerlo, come il grande storico siciliano Michele Amari. Dunque feci questa ricerca che era un po’ la continuazione del lavoro che avevo fatto all’Archivio Toscanini, ma mi permise di soggiornare a più riprese in Europa, a Parigi alla Bibliothèque Nationale de France dove si trova gran parte del carteggio Verdi-Escudier, a Parma presso l’Istituto nazionale di Studi Verdiani… Nel corso della ricerca feci alcune scoperte, la più curiosa e fortunata è la soluzione di un enigma a proposito di una lettera originale di Verdi, ritrovata molti anni prima e custodita a Boston, dove io avevo studiato, dal mio maestro Francis Judd Cooke. Avevo visto e conoscevo a memoria quella lettera, indirizzata a un certo Scudi, ma la persona che si nascondeva dietro quel nome e il senso di molte delle frasi in essa contenute restavano oscuri. Bene, a Villa Verdi a Busseto trovai una lunga lettera indirizzata a Verdi da Léon Escudier, e dopo minuziose indagini potei stabilire con certezza che la lettera verdiana di Boston non era altro che la risposta a quella di Escudier che si trova a Busseto. Ogni punto combaciava, e il nome "Scudi” stava per Escudier. Dalla dott.ssa Gabriella Carrara-Verdi, che detiene i diritti sui materiali custoditi a Villa Verdi, ottenni il permesso di pubblicare la lettera di Escudier e la risposta di Verdi sulla rivista della NY University.

Così si è conclusa la mia carriera di archivista dilettante, che mi ha dato anche occasione di conoscere meglio l’Italia e di perfezionare la lingua. Ho frequentato anche un corso di lingua all’Università per Stranieri di Perugia, e dopo aver ripreso l’insegnamento sono venuto in Italia ogni anno durante le vacanze estive, fino ad oggi. Ora sono in pensione. Anni fa ho fatto un corso di cucina a Reggello, costosissimo, di una settimana, durante la quale abbiamo imparato un solo piatto, il risotto al ragù di piccione. Il settimo giorno ciascuno ha preparato il suo risotto, ci siamo scambiati gli assaggi e i complimenti e siamo ripartiti. Da allora ho fatto il risotto al ragù di piccione una sola volta, ma non mi è venuto tanto bene.
In Italia visito le città, approfondisco la lingua, ritrovo gli amici, ascolto opere, vado a teatro, nuoto, contemplo il paesaggio e la sua progressiva scomparsa per fare posto alle rotatorie. Io non conosco gli Stati Uniti. Sono stato in quasi tutte le grandi città europee, conosco quasi tutte le regioni italiane e le città grandi e piccole, ma degli Stati Uniti conosco bene solo quelli del New England. Un paio di volte ho fatto un viaggio lungo la costa atlantica fino alla Florida, in auto col mio cane, grande appassionato di acque dolci e salate. Nient’altro.

John
So che non posso concludere questa conversazione senza parlare di John, un capitolo doloroso per me. John è morto il 12 marzo 1978 per un cancro ai polmoni. Aveva 42 anni. È stato un attore il cui talento non ha potuto continuare a svilupparsi. Ha lavorato solo in cinque film tra il 1972 e il 1978: Il padrino (1972), La conversazione (1974), Il padrino, parte II (1974), Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975), Il cacciatore (1978). Tutti questi film sono stati candidati all’Oscar come miglior film dell’anno, e tre di essi (Il padrino, Il padrino II e Il cacciatore) hanno vinto il premio. Per tutti e cinque i film John venne candidato all’Oscar come migliore attore non protagonista.

L’esordio di John era stato nel teatro, con un atto unico scritto da Israel Horovitz e rappresentato nel 1967-’68, The Indian Wants the Bronx (L’indiano vuole il Bronx). Il pezzo dura 45 minuti ed è interpretato da tre personaggi: l’indiano Gupta, seduto su una panca davanti alla fermata dell’autobus per il Bronx, che non parla inglese ed è appena arrivato a New York per visitare il figlio emigrato, e due giovinastri che lo infastidiscono e lo provocano per tutto il tempo, fino ad arrivare a gesti di estrema volgarità e di minaccia. L’indiano non reagisce, conservando il suo decoro e il sorriso. John fa la parte dell’indiano, i due balordi sono impersonati da Al Pacino e Mathew Cowles (John e Al si erano conosciuti quando lavoravano come fattorini della Standard Oil. Più tardi, a Boston, avevano recitato insieme nell’Arturo Ui di Brecht). L’indiano vuole il Bronx ebbe molto successo a New York. Sia Horovitz che i due attori furono segnalati con un Obie Award, il premio assegnato da The Village Voice al miglior lavoro off-Broadway della stagione. In quello stesso 1968 fu presentato in Italia al festival di Spoleto, con gli stessi attori.

Il successo si ripetè con la replica newyorkese di un altro atto unico di Horovitz, Line (La fila), messo in scena con Al Pacino e John Cazale fra gli attori. La fila mostra come in uno specchio segreto i dialoghi e il comportamento di un gruppo di persone allineate in attesa del proprio turno, non si sa verso dove e perché: l’unico arredo di scena è una striscia di carta adesiva attaccata al pavimento per segnalare l’inizio della fila. Di nuovo l’autore, insieme ad Al e John fra gli attori, fu premiato con un Obie Award dalla rivista newyorkese. Ma questa volta alla pièce assistettero due spettatori speciali: Albert Ruddy e Francis Ford Coppola, produttore e regista de Il Padrino, che stavano preparando le riprese ed erano in cerca di un "volto” adatto al ruolo di Fredo, da affiancare ad Al Pacino nei panni di Michael Corleone. Non ebbero dubbi. Fu così che John passò dal teatro al cinema.

In questi due lavori teatrali è già evidente il carattere che John interpreterà anche nel cinema: un uomo fragile, che oppone debolezza alla forza, tenerezza alla durezza, ma lo fa con estrema tenacia e convinzione, quasi con eroismo. Una parte difficile quella di Fredo, che oscilla di continuo tra il comico e il tragico. Questo ruolo, la perfezione di John e la sua espressione, il suo sguardo, lo mettono in qualche modo al centro della scena. Lo rendono, come ha scritto Horovitz, indimenticabile, anche quando (come nel Padrino o nel Cacciatore) il suo personaggio compare solo per una frazione del tempo occupato dagli altri. Del resto a questo ruolo John era preparato. Anche nella vita reale somigliava ai suoi personaggi. Era silenzioso, introverso, con frequenti e improvvise esplosioni di sorpresa, di allegria o di ira. La sua risata era inconfondibile, uno scroscio istantaneo che cominciava e finiva di colpo. Era sempre stato così, fin da ragazzo. Direi che non ha mai parlato pacatamente, era una scala più su. Ma era gentile, attento, altruista e aperto all’amicizia.

Recentemente, per il 30° anniversario della sua morte, è stato realizzato con la regia di Richard Shepard un documentario su John Cazale dal titolo I Knew It Was You, la frase che Michael Corleone (Al Pacino) dice al fratello Fredo (John Cazale) nel Padrino II: "sapevo che eri tu” (colui che mi ha tradito). Il film comincia con un curioso esperimento, un "sondaggio” in una strada del centro di New York. Vengono fermati dei passanti, uomini e donne di età diverse, si mostra loro una foto di John e gli si domanda: Chi è questo? Nessuno risponde è John Cazale; molti, anche fra i più giovani, dicono: Fredo! Se si mostrasse loro una foto di Al Pacino, tutti direbbero: Questo è Al Pacino. Nessuno direbbe: È Michael Corleone.

Meryl
Produrre questo documentario non è stato facile. Infatti ci sono voluti due anni. Tutti quelli che furono interpellati, Horovitz, Al Pacino, Coppola, Robert De Niro, Gene Hackman… tutte le persone che lo avevano conosciuto e avevano lavorato con lui sono state subito pronte a partecipare. Tranne una, la più importante: Meryl Streep. Meryl e John si erano amati appassionatamente.
Si erano conosciuti nel 1976 quando recitavano insieme Shakespeare, Misura per Misura, nel teatro estivo del Central Park, e continuarono ad amarsi e a lavorare insieme per il nuovo film, Il Cacciatore, il cui cast comprendeva sia lui che lei. Si sono amati fino all’ultimo giorno di vita di John.

Quando cominciarono le riprese del Cacciatore, John sapeva già di essere mortalmente ammalato. Una sera eravamo andati a mangiare insieme in un ristorante cinese, John, Meryl ed io, e all’uscita lui ebbe un accesso di tosse e sputò sangue. Gli fu diagnosticato un cancro ai polmoni. John decise che avrebbe partecipato lo stesso alle riprese del film. Informò il regista, ma nessun altro. Michael Cimino riorganizzò le riprese anticipando tutte quelle in cui compariva John. Quando questo diventò difficile, perché John era evidentemente stremato, il cast si accorse delle sue condizioni e qualcuno richiese che fosse allontanato dal set, per non mettere a repentaglio il contratto con l’assicurazione. A quel punto Meryl disse che John avrebbe continuato finché non fosse stato lui a decidere diversamente, e ne fece una condizione per rimanere lei stessa nel cast. Robert De Niro si offrì di raccogliere i fondi per compensare l’eventuale rottura del contratto da parte della assicurazione. John portò a termine tutte le riprese in cui compariva, ma non fece in tempo a vedere il film. Meryl lo aveva assistito e incoraggiato fino all’ultimo.

Un anno dopo la morte di John, Meryl sposò un amico di un suo fratello, lo scultore Don Gummer, continuò a lavorare e a vincere premi, e nel frattempo tirò su quattro figli, un maschio e tre femmine. Di John non parlò più pubblicamente. Quando Shepard le chiese di partecipare al documentario, Meryl gli disse di no. "Non parlo della mia vita privata, e certo non lo farò con persone che non conosco”, fu la risposta. Shepard stava già per abbandonare il progetto, impensabile senza di lei. Poi gli venne in mente di parlare con me. Io andai da Meryl e la convinsi a partecipare. Nel film lei non parla del loro amore, ma di quello che ha imparato da John come attore. Per esempio racconta di come lei, quando si preparava a un nuovo ruolo, tendesse a decidere d’impulso il profilo del personaggio, per poi approfondirne i particolari, mentre John le diceva: "Ci sono mille altre possibilità oltre a quella che hai scelto, devi studiarle tutte”. "Da allora ho sempre fatto così”, dice Meryl. Proprio lo studio maniacale del personaggio permetteva a John di improvvisare sul set. Ci sono una quantità di improvvisazioni clamorose di John, che il film di Shepard passa in rassegna per bocca dei registi e degli attori che hanno lavorato con lui. E sono questi geniali cortocircuiti i punti alti della sua recitazione.

Quando il documentario su John fu pronto, nel 2009, Meryl Streep lo presentò alla Festa del Cinema di Roma, dove parlò a lungo di John "come attore”.

  



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