









UNA CITTÀ n. 185 / 2011 giugno 2011Intervista a Bartolomeo Cerio
realizzata da Paola Sabbatani e Enrica Casanova
IL FUMISTA
L'arte di costruire stufe su disegno si fonda su un'approfondita conoscenza dei materiali, della sicurezza e della dinamica dei fumi; l'invenzione di quella "porticina" che ha rivoluzionato il mondo della fumisteria; un lavoro anche fisicamente faticoso, senza orari, ma che offre grandi soddisfazioni. Intervista a Bartolomeo Cerio.
Bartolomeo Cerio, fumista, costruisce stufe in maiolica, cucine economiche e canne fumarie; vive a Busseto, Parma.
Lei costruisce stufe in maiolica...
La definizione giusta è "stufe su disegno ad accumulo di calore in refrattario” perché le possiamo fare come vogliamo: mattone su mattone, col rivestimento in maiolica, con l’intonaco, che non è l’intonaco edile, è un intonaco radiante, perché deve far passare il calore. Ecco, l’altra particolarità è che queste stufe non hanno misure, sono fatte per l’ambiente in cui vanno installate. E poi si parla di stufe "ad accumulo” perché il principio di queste macchine, che sono nate più di cinquecento anni fa sull’arco alpino, è quello di trattenere il calore. Infatti è come se ci fosse dentro un’altra stufa. All’interno c’è la "pancia” e poi c’è tutto un percorso di giri di fumo. In queste stufe la legna viene messa un’unica volta. Quella che ho a casa io la carico di quindici chili di legna al giorno e tiro via la cenere una volta ogni due mesi, perché accensione dopo accensione, le particelle si sminuzzano progressivamente. Non come certi camini che con venti chili di legna ne fai dodici di cenere! Dopodiché una porticina, che ha una centralina elettronica, si chiude. A quel punto non si vede più il fuoco acceso, la fiamma diventa prima violacea e poi scompare del tutto nel giro di sei-dieci secondi, ma la stufa non è che si ferma: la fiamma e il fumo passano attraverso il percorso dei giri di fumo, il refrattario si carica di calore e poi lo cede alla mattonella. La mattonella, per irraggiamento, lo spande lentamente, senza soluzione di continuità, in tutto l’ambiente.Ecco perché queste stufe vanno dimensionate, perché con una stufa più grande non hai più caldo e rischi di buttare via del materiale interno e chili di legna.Con una stufa di questo tipo non è che hai 28 gradi, ci si attesta sempre sui 20-21 gradi. Quello che avremo, sicuramente, è un calore diffuso. Poi subentrano altri fattori: se hai una casa con il "sistema cappotto” all’esterno, quindi con le pareti verticali opache, come ora si chiamano, se ci sono degli infissi di qualità, con la vetro-camera, con la tripla-camera, con l’argon, se c’è l’isolamento a pavimento, è chiaro che la stufa rende molto di più. Però la stufa lavora sempre lo stesso, è la dispersione che viene a cadere. Cioè, se il calore prodotto dalla mia stufa in queste condizioni mi si disperde dopo quindici ore, in una casa isolata, con il guscio molto più protetto, può durare il doppio. Il principio è quello.La particolarità di queste stufe, come dicevo, è di trattenere il calore. E questa è una cosa fondamentale, importantissima, che fa la differenza tra tutte le altre stufe presenti sul mercato, indipendentemente dalla marca.Per quanto riguarda la parte esterna, io posso usare le mattonelle di varie aziende. Poi all’interno, utilizzo sempre del materiale da fumisteria. Comunemente si crede che per costruire una stufa basti un refrattario qualsiasi. È una grossa bugia. I refrattari non sono tutti uguali. Il refrattario che si usa nel siderurgico è diverso dal refrattario che si usa nei laboratori per fare altre lavorazioni.Le dico solo questo: c’è un refrattario per cucinare le pizze e c’è un refrattario per cucinare il pane, le potrà sembrare una stupidaggine, ma le assicuro che non lo è perché la pizza ha dei tempi molto rapidi, mentre il pane ha bisogno di un paio d’ore.Le stufe, poi, devono essere tutte chiuse, sigillate, altrimenti non riescono a trattenere il calore. Il condotto fumario è buona norma pulirlo una volta l’anno, intendo proprio la canna fumaria vera e propria. La stufa invece va pulita ogni quattro o cinque anni. Per poter entrare nei vari giri di fumo ci sono dei tappi di ispezione. Io pulisco solo le stufe che ho fatto io. Si tolgono i tappi, si va dentro con lo scovolo, con l’aspirapolvere, si pulisce e si richiude. È un’operazione meccanica e per altri quattro, cinque anni è a posto. Questo sempre rispettando determinati parametri, bruciando la legna giusta, con il giusto tasso di umidità; i criteri sono quelli delle macchine che usano combustibile a biomassa, cioè della legna spaccata, stagionata almeno due anni, con un tasso di umidità sotto il 20%, nella giusta pezzatura e non tondini interi, perché la legna rotonda intera ostruisce il flusso d’aria al suo interno.Tutti credono che la legna di essenze "dure” sia da preferire, io dico che qualsiasi tipo di legna va bene. Per la verità una differenza c’è, ma è solo per noi specialisti, il cliente deve sapere che un chilo di legna produce da 3,25 kilowatt a 4,25. Punto. Il problema può essere l’umidità perché, se brucio dell’acqua, non faccio un piacere a nessuno. Uno, non scaldo, e, due, sporco il condotto fumario e quindi sporco la stufa, insomma, è un disastro.
Diceva che quella porticina che si chiude è fondamentale...
L’ideatore di quella portina è Leo Bicker, un austriaco che è il proprietario di questo marchio, Hafnertec, che vuol dire tecnologia del fuoco, e che io considero un mio maestro. Ci ha messo quattro anni di studi e ricerche, ha investito qualcosa come seicentomila euro. Però alla fine ce l’ha fatta. Quella portina lì, per chi non ha mai visto una stufa, sembra una portina normalissima. Invece le dico che ha rivoluzionato il mercato e il mondo della fumisteria. Magari sembra la cosa più banale e più ovvia del mondo, ma avere una centralina elettronica comandata direttamente sulla portina ha segnato la svolta della fumisteria.
Come ha imparato? Chi le ha insegnato questo mestiere?
Posso dire, senza presunzione, di aver imparato da solo e di aver fatto una dura gavetta. Io vengo dal settore dei mobili: montavo arredi, camere, cucine, anche in muratura... Ho dovuto smettere per disperazione. Nel senso che, per come sono fatto io, che veramente non mi risparmio, non mi trovavo proprio. Io sono uno che non ha orari. Le farei vedere l’ultima stufa che ho fatto, roba da tornare a casa alle dieci, alle undici di sera. Ecco, con i mobili ho dovuto smettere per una ragione, perché i mobili si montano in due ed era sempre una pena. Cioè se lei ha comperato la cucina dal mobilificio pinco pallino e come montatore arrivo da solo, perché il ragazzo che doveva aiutarmi il sabato e la domenica non si sa che cosa abbia fatto e non si presenta, io ho un bel chiamare il mobiliere e dire: "Ascolta, qui non s’è presentato, cosa faccio?”, perché la cliente può essere la persona più comprensiva del mondo, ma al minimo mi dirà: "Sì, ma io ho preso una giornata di ferie”. Insomma non è possibile e così alla fine ho smesso perché non sopportavo di essere ostaggio di queste persone.
All’ultimo operaio avevo anche fatto prendere il permesso di soggiorno, dopodiché lui mi si presenta dicendomi: "Vengo fino a venerdì”, "Fino a venerdì?!?”, avevo tre mesi di lavoro davanti . Così, per non perdere le commesse, mi sono dovuto appoggiare a delle agenzie che prestavano della manodopera e lì è stato proprio un massacro. Non le dico che cosa arrivava: guardi, c’erano delle volte che mi vergognavo di andare nelle case con certe persone... no, non si poteva andare avanti così!
Il montaggio dei mobili non è una cosa semplice. Fare una stufa, per tanti versi, è molto più complicato. Però, almeno è una cosa che posso fare da solo. O meglio, non posso fare tutte le fasi da solo, però se domani mattina io devo iniziare a montare una stufa a casa sua e la persona che doveva venire non viene, guardi, il cantiere non si ferma. Ci metterò tre giorni di più, ma io vado avanti, capisce? Ecco, questo, per me, è tutto.
L’ultimo apprendista, un ragazzo tra l’altro bravissimo, è stato con me tre mesi, il tempo di capire come funzionava, poi ha deciso di smettere. E allora i giovani perché sono giovani, gli stranieri perché non sanno la lingua...
Ma lei mi chiedeva come ho cominciato. Queste stufe non le conoscevo nemmeno, però, avendo la passione per la ceramica, un giorno ho mandato una lettera alla ditta Thun, che tra l’altro non mi ha neanche risposto. All’epoca lavoravo con un mobiliere di Parma e stavo montando alcuni arredi in provincia di Reggio Emilia. Così, per caso, sono passato davanti ad un negozio che vendeva e installava questo tipo di stufe, un bel negozio, molto curato. Quel giorno però era già chiuso. C’era un numero di telefono, ma non ho chiamato. Sono passati altri mesi, fino a che vado a fare un altro montaggio in quella zona e a quel punto mi decido. Insomma, ho chiamato questa persona e gli ho detto: "Ascolti, mi darebbe la possibilità di imparare?”. Lui era un po’ sorpreso, ma alla fine ha accettato e per due stufe mi ha mandato a lavorare assieme al suo operaio.
Da lì mi sono attivato, ho avuto la fortuna di incontrare quello che all’epoca era il rappresentante della Thun della mia zona, ci siamo incontrati ed è nata proprio un’amicizia che è andata molto oltre il rapporto commerciale. Da lì ho conosciuto altri fumisti. Poi ho fatto domanda per entrare nell’associazione dei fumisti...
Diceva che la vostra è un’associazione molto particolare...
Entrare nell’Assocosma è stato difficilissimo perché non basta dire: "Voglio iscrivermi”. Ti rispondono: "E allora?”. Loro vogliono sapere cosa sai fare, ci sono degli esami interni, bisogna sostenere delle prove pratiche, insomma vieni messo in gioco. Comunque il mio percorso è simile a quello di altri amici e colleghi, che hanno fatto la gavetta andando a imparare da altri. Poi, se uno ha voglia, ci sono i corsi di aggiornamento con le prove pratiche, tantissima teoria, ecc. Certo la strada è stata tutta in salita. Poi devo dire che ho conosciuto il numero uno della fumisteria in Italia e con lui, per esempio, abbiamo fatto il lavoro più grosso quest’anno, qui a Gazzola, in provincia di Piacenza. Abbiamo costruito una stufa che ho disegnato io. Al centro della casa c’è la stufa ad accumulo in materiale refrattario alimentata a legna, che nel caso specifico si sviluppa per metà nella stanza soggiorno e nella parte restante nel corridoio, costituendo la scala per accedere al piano rialzato.
L’energia prodotta dalla combustione della legna che avviene all’interno di un inserto in ghisa e refrattario, riscalda la massa della stufa di circa 4000 kg (quattro tonnellate!) e anche l’aria contenuta all’interno della stessa, che viene prelevata e convogliata verso uno scambiatore aria/acqua situato al piano interrato, quindi esterno alla stufa ma vicino all’accumulatore situato nel vano caldaia. È un sistema molto complesso, parliamo di una stufa che ha 9,86 cm di giri di fumo. Cioè, per capirci, la fiamma e il fumo caldo, prima di imboccarsi nel condotto fumario, percorrono dieci metri circa. Non so se mi spiego...
Fondamentalmente ci sono due modi di costruire le stufe. C’è la cosiddetta tecnica piena: io prendo il mattone di refrattario, ci metto della malta refrattaria, dell’argilla refrattaria, e poi ci attacco la mattonella. Le mattonelle hanno dietro la cosiddetta "fortezza”, che poi va riempita. Un tempo si costruiva in questo modo. Chiaramente le argille che si usavano per costruire le mattonelle erano molto più grossolane, infatti c’erano delle sbeccature, dei calcinelli, lo smalto non era preciso. Ora la tecnica si è evoluta, però il principio resta quello, quindi tecnica della stufa piena. E chiaramente le stufe scottavano molto, però allora l’importante era riscaldare, quindi...
Un’altra tecnica di costruzione è quella a ipocausto, che è la mia. Vale a dire che la parte interna della stufa (camera di combustione e giri di fumo) è separata dalla struttura esterna, dalle mattonelle.
Le mie stufe sono tutte certificate. Quando le vado a progettare e disegnare, da un punto di vista tecnico, c’è proprio un programma che se faccio delle cose sbagliate, non mi stampa l’okay. L’ultima stufa su cui stavo lavorando ha un rendimento dell’80%. La temperatura d’imbocco è di 144° e partiamo da una temperatura iniziale di circa 900°. Questo è lo stato della tecnica. Il perfezionamento della tecnica nella fumisteria ha portato a dei risultati veramente strabilianti. Queste stufe non solo producono un caldo totalmente diverso, ma hanno anche emissioni molto più basse e in generale consumano di meno; insomma, non sei schiavo della macchina! A me piace il fuoco, mi piacciono le stufe, ma se dovessi stare davanti a un caminetto a buttare via carriole di legna... Guardi, lo dico a tutti: "Comprate un bruciatore a gas!”.
Quanto costa una stufa?
Allora, guardi, io fornisco sempre questo valore: una stufa su disegno, mediamente, come peso, parte da 800-900 chilogrammi. Il parametro che uso sempre è di mille euro per cento chilogrammi. Quindi, se una stufa pesa mille chili costerà circa diecimila euro. È un conto così, approssimativo, ma non lontano dalla realtà.
D’altra parte, se lei pensa che per una delle ultime stufe che ho fatto ci sono volute tre settimane di lavoro, dodici-tredici ore di lavoro al giorno per due persone... Solo come tempo sono trecentosessanta ore di lavoro! Poi ci sono quattromila e quattrocento euro solo di maiolica. Una mattonella di quelle a me costa cinquantadue euro. Ecco, mettendo in fila le varie spese, la cifra è quella. Non è bassa, ma consideri che una stufa del genere non è che uno la costruisce per smontarla dopo due anni.
Una stufa ha una durata pressoché illimitata, nel senso che davvero deve succedere qualcosa, ma qualcosa di grave, tipo che deve venire un terremoto. Allora è vero che è un impianto che ha un certo costo, però uno lo deve spalmare nell’arco di una vita.
Diceva che le farebbe molto piacere insegnare il mestiere a un giovane...
Guardi, se domani mattina trovassi un ragazzo che vuole imparare, per me è già assunto!
Perché è vero che c’è la crisi, io ho perduto due lavori di cui uno da dodicimila euro, però, paradossalmente, se mi viene un cliente, io gli devo dire che prima di tot mesi non se ne parla.
Ma comunque coi giovani è difficile. L’ho già detto. Bisogna che ci sia la volontà di mettersi a imparare giorno per giorno. Al ragazzo che mi ha lasciato dopo tre mesi, io avevo pagato anche la formazione. Perché noi, per andare ai convegni, paghiamo, non è mica gratis, non sono i convegni dei medici, per capirci, a cui offrono la suite in albergo a cinque stelle. Qui ci paghiamo tutto noi. L’ultimo corso erano 350 euro, e poi c’è il dormire e il mangiare. Insomma, io il ragazzo l’avevo pure portato con me a degli incontri, ma non era assolutamente interessato, si vedeva. Questa è una cosa che mi ha ferito. Ma Caravaggio, quando è andato a bottega, cosa faceva? Macinava i colori. Se vuoi imparare, devi fare la gavetta. Io non ci trovo assolutamente niente di strano. Dobbiamo smettere di pensare che questi giovani li dobbiamo accudire e tutto. Io, con i miei figli, mi arrabbio tantissimo, continuo a ripetergli: "Non potete mica pensare che vi cade tutto dall’alto. Quando non ci saranno papà e mamma che vi tirano fuori dai guai, che cosa fate? A chi vi rivolgete?”.
Comunque non so cosa darei per avere un giovane di cui potermi fidare, sarei felicissimo.
Anche perché veramente sono tirato all’inverosimile. Io non ho un’ora di tempo libero, lo dico sul serio. Ormai lavoro anche alla domenica. Non è per guadagnare di più, semplicemente se il cliente ha bisogno devi andare. Perché poi tante volte è il servizio, la disponibilità, che fa la differenza. Io ho dei clienti storici. Ora, per esempio, c’è il problema della legna: in giro si trova solo della legna molto umida e per le stufe non va bene, così sono costretto a occuparmi anche di quello, allora gliela vendo io, che vuol dire che gliela porto, gliela scarico, gliela sistemo... I clienti apprezzano molto il servizio. Questo, però, in termini di tempo, vuol dire che quest’anno sono indietro con la pulizia delle canne fumarie, perché tutto non riesco a fare. Posso lavorare anche 14-15 ore al giorno, ma alla fine sono da solo.
È anche un lavoro duro. Con il mio maestro mi è capitato di fare una stufa d’inverno, una settimana prima di Natale, e io stavo fuori a tagliare i mattoni con una sega ad acqua che taglia le tavelle. Beh, faceva così freddo che l’acqua non usciva perché si ghiacciava nel tubicino. Quindi immagini com’era tagliare a mano: era come se gli aghi ti si conficcassero dentro... Per costruire una stufa in un condominio ho fatto delle acrobazie... Se le faccio vedere la pianta di quella casa, si prende paura, perché non c’era lo spazio, non ci stava niente! Beh, ho lavorato otto giorni inginocchiato, spalmato per terra come un lombrico, perché il giro di fumo era tutto in orizzontale, però il risultato è stato notevole. Tra parentesi, queste stufe possono stare anche negli appartamenti, non è che ci vogliono case particolari. Io, se ho dei dubbi, chiedo le perizie, facciamo fare la valutazione, ma in un angolo di un’abitazione normale, anche al ventesimo piano, fino a quindici quintali non chiedo il permesso a nessuno, tiene quello che vuole.
In un’altra occasione c’era un signore che mi dava una mano e quando abbiamo finito m’ha confessato: "Ti devo dire la verità. Mentre la facevi pensavo: questa stufa non funzionerà mai”. Infatti mi chiedeva: "Ma come fa il fumo a fare cinque metri spalmato sul pavimento? Il fumo sale...”, "Sì, ma esce anche con forza”. "Ma ce la fa ad andare avanti?”, "Caspita se ce la fa! È stata calcolata!”.
Insomma, è faticoso, ma è anche un mestiere che dà grandi soddisfazioni. Alla fine dei lavori, quando uno accende la stufa è sempre un’emozione.
Lei fa anche canne fumarie, un componente scarsamente considerato e invece fondamentale...
Una qualsiasi stufa presente sul mercato, quelle che io chiamo le "stufe bidone”, quelle che lavorano per convenzione, quelle che bisogna continuamente star lì a mettere la legna; ecco, con una qualsiasi di queste stufe, nella migliore delle ipotesi, il caldo va tutto nella canna fumaria, con delle temperature enormi, e con tutti i problemi legati al fatto che nei condotti fumari non viene effettuata la manutenzione. A Parma, due settimane fa, sono bruciati due tetti, quindici giorni fa ne è bruciato un altro, ogni tanto ci scappa anche il morto. Infatti io dico sempre: "Quando va bene, brucia la casa, quando va male si finisce all’obitorio”. Perché è questa la verità.
Io costruisco stufe e condotti fumari, ho l’abilitazione per farlo e rilascio chiaramente anche la certificazione.
Le persone pensano che una canna fumaria valga l’altra, ma è una scemenza assoluta. Io normalmente installo tra i sei e gli otto tipi di canne fumarie, perché in base a quello che c’è a valle metto a monte il camino idoneo.
Però, anche questa conoscenza si fa fatica a farla passare. Uno pensa: "Ma come, ho speso duemila e cinquecento euro per la stufa e me ne chiedi quattromila e ottocento per la canna fumaria”. E allora si trovano i postini, i vigili del fuoco, gli agenti di polizia penitenziaria, il personale Ata, i bidelli, i muratori che nel tempo libero mettono le canne fumarie...
Dietro il vostro lavoro c’è molta tecnica, molta teoria, calcoli complicati, certificazioni di sicurezza...
In questo lavoro uno non si può improvvisare. In base a quello che scrivo e che firmo, e che consegno al cliente, se sorgono dei problemi, io mi gioco anche il pullover che indosso. La prima persona con cui ho lavorato mi ha detto: "Ricordati che qui non puoi scherzare, perché hai a che fare con la vita delle persone”.
Noi usiamo il programma di calcolo della Österreichischer Kachelofenverband, l’associazione dei fumisti austriaci. I libri che usiamo sono mutuati dalla scuola professionale austriaca; l’Assocosma, la nostra associazione, ha la licenza d’uso. L’Austria è la punta di diamante della fumisteria al mondo. Quello che oggi fanno in Austria, noi forse qui lo faremo fra sessant’anni. Attualmente questa nazione copre oltre il 50% del suo fabbisogno energetico con la biomassa...
D’altra parte là c’è una cultura del fuoco che qui non c’è. Basterebbe guardare alla produzione industriale per capirlo: una macchina di produzione estera ha la possibilità dell’accumulo, una macchina di produzione italiana non sa nemmeno che cos’è l’accumulo. Ho già detto tutto. In più loro stanno guardando avanti. Leo Bicker, l’anno scorso, nonostante la crisi, ha costruito uno stabilimento nuovo, in una zona depressa peraltro, e ha assunto venti persone.
L’Austria è anche l’unico paese europeo dove c’è una scuola di fumisteria da cui esci "maestro fumista”. Io non ho potuto frequentare nessuna scuola in Italia. Ora l’Assocosma sta avviando un esperimento in questo senso, un primo passo per istituire una scuola professionale di fumisteria. Chiaramente con la speranza di avvicinare anche i giovani.
Certo è che qui c’è sempre da imparare. Io, quando posso, soprattutto sui condotti fumari, partecipo sempre, perché la formazione è tutto. Poi ti scambi delle esperienze con dei colleghi, ti racconti le cose, anche le sventure, perché non è che va sempre tutto liscio, ci son delle volte che dico: "Non mi convince, non mi convince”, e allora poter chiedere fa la differenza...
Poi c’è tutto il capitolo sulle certificazioni. Lavora con me una ragazza che viene un paio di volte la settimana e che si occupa solo di redigere le schede per il prodotto e le certificazioni dei condotti fumari. Anche quello è un lavoro. Con l’ultimo cliente, quello della stufa a forma di scala, solo per produrre la documentazione necessaria, siamo stati dalle otto e mezza di mattina fino alle sette di sera. Solo per quel cliente lì. D’altra parte io faccio un lavoro che veramente comporta delle responsabilità enormi. Oltre a certificargli la stufa, c’è la perizia iniziale, la perizia finale, c’è il calcolo della stufa... Non le dico i documenti che gli ho mandato! Qui ogni parola ha un senso e comporta delle responsabilità. C’è una normativa per ogni cosa. La dichiarazione CE, la norma di riferimento EN 1856-1, il manuale d’uso e manutenzione...
Poi c’è la scheda tecnica del modello, la targa fumi. Se c’è scritto T450 vuol dire che ti ho messo su un condotto fumario che sopporta 450 gradi. Poi c’è la sigla N1 perché questa è una stufa che funziona a tiraggio naturale, cioè non è una stufa a pellet. D sta per la resistenza alla condensa, cioè quella è una stufa che lavora a secco. Il V2 sta per la resistenza alla corrosione, L50 è la sigla, secondo la norma Uni, che indica che tipo di acciaio è stato usato. In questo caso io ho utilizzato un’Aisi 316 L, mentre all’esterno è un 304; 0,40 è lo spessore. G sta per canna fumaria resistente al fuoco di fuliggine. Questo è fondamentale, cioè io certifico che se in questa canna fumaria qui dovesse scoppiare un incendio e nell’incendio si superano i 1000 gradi, questa canna resiste allo shock termico e 75 è la distanza minima dai materiali infiammabili...
Ecco, queste sono le certificazioni e alla fine io firmo. E se c’è qualcosa che non va, Bartolomeo va in galera, come è giusto, perché è così che si deve lavorare.
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