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storie

UNA CITTÀ n. 173 / 2010 Aprile

Intervista a Papa Chissokho
realizzata da Gianni Saporetti

DA ITALIANO, TORNO VIA
Dopo diciannove anni, iniziati vendendo accendini e calze e dormendo per strada, e tanti anni passati a lavorare undici ore al giorno e anche il sabato e la domenica, e dopo aver ottenuto la cittadinanza italiana per sé, per la moglie e i figli, la decisione di tornare in Senegal a cercar la fortuna. Intervista a Papa Chissokho.

Papa Chissokho vive a Nembro, vicino a Bergamo, con la moglie Alima e i figli Farma e Modou. Nella pagine seguenti la foto ritrae un poster di Malcolm X, appeso in salotto, su cui è incollata la foto della madre di Papa. Sì, abbiamo deciso di tornare…
Perché? Beh, abbiamo pensato che oramai era il momento di provare anche altre cose. L’ultima volta che sono stato giù ho visto cose un po’ diverse dagli altri anni, ho avuto anche l’opportunità di aprire una piccola impresa, ho detto: "Proviamo”. Vediamo come andrà. Io sono in Italia dall’89, dal 13 dicembre ‘89. Prima a Pisa e poi, dall’aprile del ‘90, qui a Bergamo. Ho sempre lavorato, ho sempre fatto il mio dovere fino ad adesso, e ora mi sento di tornare a casa e cercare altre vie. Sì, abbiamo tutti la cittadinanza italiana. Mia moglie l’ha presa a ottobre e io e i miei figli a dicembre. Purtroppo è così la vita, un po’ di sofferenza l’ho avuta, ma sono pezzi di storia che rimangono nel cuore e nella mente…
I miei figli li ho portati a vedere dove ho dormito per tanti mesi. Avevo un amico che aveva un’Alfa Romeo vecchia e la parcheggiava sempre qui dietro al giornalaio nel piazzale, tutte le sere alle dieci arrivava. Ogni tanto c’erano i gay che erano lì al parcheggio e tu tu tu, bussavano sopra la macchina per svegliarci e chiederci se volevamo andare a casa con loro per 100 mila lire. E alcuni andavano, soprattutto i marocchini. No, io non ci ho mai pensato. Il destino ti manda dove meno te l’aspetti. Io avevo scelto l’America, avevo in mente di andare là fino a quindici giorni dall’acquisto del biglietto. Poi è arrivato un vicino di casa dall’Italia e ha detto a mia mamma: "Guarda che in America c’è gente che è lì da vent’anni e non riesce a prendere un documento, invece in Italia c’è una legge che sta uscendo, che se parti adesso -era dicembre- già ad aprile o maggio puoi prendere un permesso per andare a lavorare”. Lì mia mamma ha ribaltato tutto: "Se vuoi andare in Italia, ci sono qua i soldi, ma purtroppo bastano solo per il viaggio”. Aveva venduto il braccialetto d’oro che il papà le aveva regalato. Ho preso quei soldi e sono venuto in Italia. Sono arrivato a Roma il 13 dicembre ‘89, e subito ho preso il treno per Pisa, dove avevo dei conoscenti. Per alcuni giorni sono rimasto a casa, mi spiegavano un po’ come giravano le cose. Il 23 dicembre ero per strada con una scatola di accendini, calze e tutte quelle cose lì. Ricordo che alcuni ragazzi della mia età mi prendevano in giro e ogni tanto mi nascondevo da qualche parte e mi veniva da piangere. Dopo qualche mese ho detto: "Basta, devo prendere i documenti, se prendo il permesso di soggiorno non vado più a vendere”. Mi è arrivato nel mese di marzo. Avevo fatto la richiesta nel ‘90 con la legge Martelli, dopo quindici giorni ho preso anche il libretto di lavoro, e ho deciso di venire a Bergamo. Non direi tutto se non dicessi che a Pisa mi era capitata la grande fortuna di aver conosciuto la signora Chiara che per me è stata come una mamma. Sì, non riesco a parlare di lei perché è come se parlassi della mia mamma, per tutto quello che ho avuto fino ad ora posso solo ringraziare lei. Lei voleva che restassi a Pisa ma io le dicevo che dovevo andare a fare la mia vita, dovevo cercare di superare gli ostacoli della vita, che non sarebbe andato bene se avessi avuto tutto facile. Avevo lasciato dietro di me la mia mamma e volevo essere un sostegno per la famiglia, insomma non potevo lasciarmi andare. Quando le dissi così, lei mi rispose: "Allora vai, ma ricordati che dovunque tu sia, ti sono sempre vicino”. E così è stato. Quando, da Bergamo, le dissi per telefono che avevo trovato un lavoro la sentii piangere. Ma a Bergamo era anche più dura, perché dormivo fuori per strada, su una macchina, a volte sulle panchine della fermata del pullman, a volte anche alla stazione, nei vagoni dei treni... [ continua ]

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