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L'eccidio di Forlì
Nel 1933 io stavo finendo il liceo, l’era nazista stava iniziando. Di circa 20 alunni ero l’unica ebrea e fino ad allora avevo avuto un buon rapporto con i miei compagni. Essendo brava nei temi in lingua tedesca, e soprattutto in francese e in inglese, ma uno zero in matematica, eravamo costretti ad aiutarci a vicenda. Le cose cambiarono bruscamente dopo il 1933. ...



ricordarsi

  

UNA CITTÀ n. 172 / 2010 Marzo

Intervista a Antonio Santini
realizzata da Gianni Saporetti

ADDIO PADRE CAMILLO
Ricordiamo Padre Camillo de Piaz, scomparso il 31 gennaio, con le parole del suo confratello Antonio Santini, e dell’amico Stefano Majnoni, e ripubblicando brani dalle interviste che ci concesse nel 1995 e nel 2004. Ha onorato Una città della sua collaborazione e ci ha aiutato con i suoi consigli. Ci mancherà molto.

Padre Antonio Santini è frate servita e vive attualmente a Trieste.

Lei ha vissuto diversi anni al fianco di Padre Camillo...
Ho vissuto con Padre Camillo dal 1980 al 1985, e poi ho sempre mantenuto un rapporto di grande amicizia con lui segnato anche da visite frequenti alla sua comunità di Tirano, e in particolare negli ultimi anni, quando di fatto è rimasto da solo in quella comunità con la presenza di una signora come badante. Diciamo che lo andavo a trovare circa una volta al mese e lo sentivo al telefono quasi quotidianamente. Sì quindi...
E come lo ricorderebbe?
Beh, innanzitutto come un grande amico fraterno. Tra l’altro, se posso dire, lui è stato uno che per tutta la vita ha fatto il tessitore di amicizie. Aveva la grande capacità non solo di coltivare amicizie, ma di metterle in circolo, creando una vera rete. Quindi lo ricordo innanzitutto come un grande amico.
Poi vorrei segnalare la sua grande capacità, che definirei maieutica, proprio in senso socratico, di sollecitare gli amici a riflettere sugli eventi della storia contemporanea mettendoli sempre in relazione con la fede. Aveva, cioè, una straor­dinaria capacità di coniugare fede e storia contemporanea. Queste sono le due cose che mi hanno colpito di più.
Un terzo elemento è la sua capacità di stupirsi. Io l’ho sentito più volte, ascoltando la parola di Dio nella celebrazione eucaristica, sobbalzare dicendo: "Che bello!”, come se l’avesse sentita per la prima volta. Quella parola risuonava in lui in quel momento in maniera particolare... Questo stupore poi lo manifestava in tante piccole cose. Nella gioia, ad esempio, di percorrere le stradine della Valtellina, per cui tante sere tornando da Sondrio, anziché percorrere la strada maestra lui ti faceva girare per strade e stradine, proprio per ritrovare luoghi da sempre amati o luoghi della sua infanzia. E sempre con una punta di stupore parlava della sua Poschiavo, della sua Valtellina, della sua Carona, da dove venivano i suoi genitori. Ecco io ricorderei queste tre cose, l’amicizia, la forza di sollecitazione critica e la capacità di stupirsi...
Pensando a Camillo a Tirano ho sempre pensato a un esilio. Non so se la parola è corretta. Dell’esilio di padre Turoldo, costretto in giro per il mondo, ce ne aveva parlato...
Sì sì, certo, è così. Padre Turoldo fu esiliato per motivi religiosi...
E padre Camillo in esilio a casa sua...
Diciamo che Camillo ha trascorso due terzi della sua vita lontano da Milano, che è stato il luogo dove lui ha vissuto la sua prima esperienza come frate, come sacerdote, insieme all’amico e compagno Padre Davide Turoldo, e però a Milano praticamente è rimasto se non vado errando dal ‘41 al ‘54. Nel ‘54 tutti e due furono allontanati da Milano, potremmo dire tra virgolette cacciati, ma diciamo allontanati. Davide in esilio e Camillo a Trieste, dove io ora mi trovo. Lui ha passato un anno a Trieste dal ‘54 al ‘55, e ha conservato sempre un grande amore per questa città. E quando gli dicevo: "Ti telefono dalla tua Trieste”, diceva: "Ecco, bravo, la mia Trieste”. Ma lei parlava dell’esilio...
Mi ha colpito questa cosa che lei ha detto dell’amicizia perché l’immagine che mi ero fatta, pensando al suo "esilio”, era un po’ triste, un’immagine di solitudine, di relegazione...
Ecco, no. Guardi che anche negli ultimi anni, e direi ancor più negli ultimi anni, la sua era diventata una presenza di grande saggezza, di grande sapienza, a cui facevano riferimento tantissime persone, che lo andavano a trovare regolarmente o telefonavano per salutarlo, per fargli sentire la loro presenza, la loro amicizia, ma anche e soprattutto per chiedere consigli, a livello culturale o politico, o a livello umano, per le tragedie, le sofferenze che frequentemente capitano nella vita delle persone... Ecco, da questo punto di vista è stato veramente un campione dell’amicizia...
Ma vorrei riprendere però un attimo il discorso dell’esilio perché ci pensavo proprio in questi giorni. Lui aveva vissuto la straordinaria esperienza a Milano con Padre Davide nel tempo della guerra, nel tempo della resistenza, facendo delle cose straordinarie. Mi limito semplicemente a ricordare la Corsia dei Servi, questo centro culturale di promozione culturale religiosa e politica che ha visto il convergere e l’incontro di tantissime persone molto significative e molto importanti poi nella cultura e nella vita politica italiana. A un certo punto, nel ‘54, questa straordinaria esperienza si interrompe, perché vengono, sia Davide che Padre Camillo, allontanati e quindi, dopo l’anno a Trieste, Camillo nel ‘55 ritorna nella sua Valtellina. Ma in realtà continua a fare il pendolare con la città di Milano, mantenendo per molti anni la direzione della Corsia dei Servi. Quindi il suo fu un esilio un po’ particolare. Era una persona itinerante che riuscì, malgrado gli ostacoli, a mantenere questo impegno di responsabilità di animazione culturale. Dunque non dobbiamo pensare assolutamente a un isolamento, è sempre stato al centro di una grande attività culturale religiosa e politica e, come ho già detto, di una rete vastissima di amicizie...
In televisione è passata una brevissima intervista, in realtà pochi secondi, in cui lui dice che né lui né Turoldo avevano mai pensato di abbandonare la Chiesa. A me ha sempre colpito questa cosa, che io associo, forse sbagliando, alla scelta dell’obbedienza, che è pure ammirevole ma anche oltremodo inquietante e triste se si pensa allo spreco enorme di intelligenze, di energie che può comportare...
Credo che qui entriamo in un campo molto delicato dove ognuno di noi fa le sue scelte, giustamente, in coscienza. Io ho sentito molte volte padre Camillo, soprattutto parlando anche in pubblico di padre Davide Maria Turoldo, ma evidentemente riferendosi anche a se stesso e alle sue scelte (in questo senso, si sentivano molto vicini, molto simili) dire che Turoldo aveva una straordinaria capacità di far convivere, di coniugare libertà e appartenenza, cioè di sentirsi pienamente libero sia pure dentro, appartenendo a un Ordine e a una Chiesa. Parlo dell’Ordine prima che della Chiesa, che già è una realtà più vasta, perché Camillo era fiero di appartenere al nostro Ordine. E si può certamente affermare che lui ha saputo interpretare meravigliosamente prima di tutto il carisma dell’amicizia, che certamente gli veniva spontaneo, ma che riconosceva anche come un dono che gli veniva dato dall’Ordine. Io mi permetto di ricordare che il nostro Ordine è stato fondato da un gruppo di persone, da sette mercanti fiorentini nel 1200 di cui si esalta prima di tutto la fraterna amicizia. Poi c’era certamente l’ispirazione mariana, che lui sentiva moltissimo in maniera profondamente evangelica, come deve essere, non devozionistica, o persa dietro alle apparizioni.
Quindi lui nell’Ordine ci viveva, ci stava bene, ne era fiero, anche se in alcuni momenti si è lamentato per la poca vicinanza dell’Ordine alle sue scelte. E nell’Ordine lui non ha mai rinunciato a esprimere liberamente il suo parere, quello che lui sentiva di dover dire. Non c’erano, cioè, vincoli di obbedienza che incatenassero in un certo senso la sua libertà di espressione, la sua libertà di testimonianza. Lo stesso vale anche per Turoldo. Credo che se non ci fosse stata una certa capacità da parte dell’Ordine quantomeno di tollerare, se non accogliere, la testimonianza di questi carissimi fratelli, probabilmente se proprio fossero giunti a un punto di scontro, può darsi che anche loro sarebbero arrivati a scelte diverse; fatto sta che hanno saputo tenere insieme questi due aspetti, per Camillo, ripeto, fondamentali entrambi: libertà, senso profondo della libertà e appartenenza. Ecco, io parlerei più di appartenenza che di obbedienza... Anche perché poi, per noi, il concetto di obbedienza, il valore dell’obbedienza, parlo del nostro Ordine soprattutto, porta con sé molto il senso del dialogo, non solo un’obbedienza cieca ma dialogata, diciamo.
C’è una frase che ci disse in un’intervista: mi considero un laico che è anche prete...
Bellissimo. Anche questo fa parte della natura congenita, costituzionale, del nostro Ordine, che viene fondato da sei mercanti che sono laici. L’Ordine nella fase delle origini è costituito prevalentemente da presenze laicali che solo progressivamente si clericalizzano. Come ogni comunità aveva bisogno di presbiteri così molti diventano sacerdoti e progressivamente l’Ordine si clericalizza... E comunque io stesso ho sentito un priore generale recentemente, parlo di dieci, quindici anni fa, quando furono riviste le nostre costituzioni, cioè le nostra regole di vita, dire di aver difeso "fino all’ultimo sangue” davanti alla Santa Sede la natura laicale dell’Ordine... Invece la Santa Sede ci ha imposto di figurare tra gli istituti clericali. Ma Camillo ci teneva molto a questa dimensione laicale dell’Ordine quindi quella frase era giustissima. Ma lo dico anch’io: prima di sentirmi presbitero, sacerdote, mi sento frate, l’essere sacerdote è un qualcosa in più, di aggiunto come ministero, come servizio, al mio essere frate. Questo probabilmente l’ho imparato io stesso da Camillo. E se posso aggiungo una nota di carattere personale: ho conosciuto bene Camillo all’età di diciotto anni, partecipando ai capitoli provinciali della provincia di Lombardia e Veneto. E come studente mi ricordo che rimasi impressionato perché nei capitoli, nei convegni di quel tempo, c’era un’effervescenza straordinaria, di testimonianze, di cose belle stimolate appunto dalla presenza di padre Turoldo, padre Camillo, di altri frati, promettenti, giovani, che stavano dando un impulso straordinario alla vita dell’Ordine. E ricordo che all’epoca aprii un dialogo con padre Camillo. Successivamente io trascorsi un primo periodo proprio qui a Trieste, dal ‘74 all’80, e da lì venni praticamente allontanato, per i soliti motivi che spesso succedevano e succedono nella nostra vita, nelle nostre comunità, nelle nostre parrocchie, che se uno va, diciamo, controcorrente, può succedere che venga sostituito... Ecco, in quel momento Camillo insistette molto perché io andassi in Valtellina, e devo dire che quegli anni vissuti in una comunità di sei frati sono stati una splendida esperienza di vita comunitaria, forse la più bella della mia vita. E padre Camillo, all’interno di questa comunità, era una presenza stimolatrice e al tempo stesso illuminante...
Quindi l’idea di una vita di Camillo segnata da una fase molto bella, tumultuosa, importante anche per il proprio Paese, seguita da un lungo ritiro, è sbagliata...
Ma guardi che io ho sentito il mio confratello che è stato con Camillo la sera prima della morte, fino alle dieci del sabato sera, e mi diceva che Camillo si è fatto leggere articoli, se ben ricordo proprio della vostra rivista. Quindi una persona che ormai non parlava più, che era in condizioni psicofisiche, soprattutto fisiche, pietose per via di questo tumore alle corde vocali, però per dirle, era ancora attento a quello che succede nella storia contemporanea. E sempre per poter contribuire, dire qualcosa, ma in maniera poi anche molto, molto discreta.
Si sa che Camillo era esattamente il contrario di Padre Davide Turoldo in fatto, diciamo, di impeto oratorio. Padre Camillo era sempre stata una presenza per così dire molto tranquilla, discreta, però non ha mai rinunciato a svolgere questa funzione critica nel dialogo con gli altri e a informarsi. Ogni giorno dedicava alcune ore alla lettura dei giornali e allo studio e mi ricordo il dramma che fu per lui l’ischemia, eravamo nel ‘96, che praticamente gli inibì il meccanismo della lettura. E comunque con un po’ di pazienza... abbiamo organizzato una presenza di amici che quotidianamente gli permetteva di mantenere le sue ore quotidiane di lettura. Anche quando al convento è rimasto da solo aveva sempre qualcuno che andava a leggergli il giornale, le riviste, i libri. Ma poi continuava a restare molto attivo, a parte che nella sua Tirano, in Valtellina, nella valle di Poschiavo, ha svolto un lavoro di promotore culturale non indifferente. E guardi che sto parlando di una persona tendenzialmente pigra. Lui stesso si definiva oblomoviano... Per molti mesi, se non anni, in una rivista, non so se di Poschiavo o della Valtellina, si è firmato "Oblomov”, il personaggio del romanzo russo talmente pigro da lasciarsi rubare la fidanzata. E lui si compiaceva di questa sua pigrizia congenita, e ricordava sempre la battuta dell’amico Lillo Santucci che, prendendolo in giro, si rivolgeva a Dio: "Padre, perdona lui perché non sa quello che non fa”. E però, pur con questo limite, è stato infaticabile nel promuovere cultura e aggregazione umana in tutta la Valtellina e in val di Poschiavo, mettendo a frutto, ecco un aspetto che non va dimenticato, il suo grande amore per l’arte, per la pittura e la poesia. Ha scritto tantissime prefazioni a mostre di pittura che meriterebbero la pubblicazione se avremo la possibilità e la pazienza di metterle insieme. Ma questo non è un gran problema, il suo archivio è conservato molto bene... Fortunatamente ci abbiamo pensato per tempo.
Quando lo colpì l’ischemia io stesso, che in quel momento ero priore provinciale nonché carissimo amico, gli dissi: "Adesso con l’aiuto di qualcuno, con una persona di fiducia che tu ti sceglierai, è il momento di mettere in ordine il tuo archivio”, e lui pazientemente si dedicò a questo lavoro.
Ma, ecco, io vorrei che nessuna immagine di solitudine, di isolamento, di inattività restasse associata a padre Camillo perché in realtà non è mai stato fermo, ha sempre continuato a operare, a lavorare, a promuovere cultura e amicizia. E questo fino alla fine. Aveva un sacco di cose che lui sentiva di dover trasmettere e raccontare. Sono stato con lui l’ultima volta nel mese di novembre, credo il dodici o l’undici, all’inaugurazione di una mostra di una pittrice a Tirano. La mattina dopo è stato ricoverato all’ospedale di Sondrio dove doveva esserci un intervento che poi di fatto non ha risolto nulla, ebbene, nel tardo pomeriggio sono andato a trovarlo all’ospedale di Sondrio e sono rimasto lì fino alle undici e trenta, e non la finiva più di parlare. Già aveva un filo di voce per cui parlava con una certa fatica ma sembrava che dovesse raccontarmi un sacco di cose, provava proprio una gioia nel condividere.
Questo non toglie che lui abbia trascorso periodi più o meno brevi anche di depressione, a volte si deprimeva, ma non tanto per la solitudine, piuttosto per difficoltà e incomprensioni che certamente ci sono state anche in modo molto doloroso nel suo percorso...
Ecco, lo stesso discorso che ho fatto prima per l’Ordine, a proposito di libertà e appartenenza, in maniera più vasta Camillo lo faceva per la Chiesa. Diceva sempre che nella Chiesa ci sono certamente dei limiti, dei condizionamenti gravissimi di fronte ai quali dobbiamo opporre resistenza. Ecco, un’altra parola non solo magica per lui ma chiave di lettura di tutta la sua vita: quella resistenza che lui e Turoldo hanno vissuto negli anni della guerra è come se poi fosse diventata non tanto un programma, ma uno stile di vita. Resistere al male, resistere alle prevaricazioni anche della Chiesa, e però esserci dentro. Ecco, lui sentiva in maniera particolarmente viva questo e sentiva comunque di restare una persona libera anche all’interno della Chiesa e di questa Chiesa.
Vien sempre da pensare alla questione dei tempi, così lenti, così diversi da quelli della vita delle persone che invece passano in fretta...
A questo proposito sia lui che Turoldo, diversamente da altri personaggi ecclesiali, anche frati dell’Ordine, hanno sempre avuto una grande carità e mantenuto rapporti di grande amicizia con i nostri carissimi confratelli che hanno lasciato l’Ordine, per i motivi cui lei stesso sta accennando, cioè questa difficoltà, la lentezza e tutto quanto... Se uno lasciava l’Ordine cercavano di aiutarlo a superare le difficoltà prima di tutto, ma poi mantenevano sempre un canale aperto di amicizia e accoglienza...
Quindi l’amicizia in un certo senso è più grande di tutto...
Certo, non conosceva confini...
L’Aldo Bonomi, mi pare nell’articolo sul Corriere della Sera, ha descritto bene come questa capacità di creare relazione e vivere anche la contaminazione nella relazione certamente faceva parte del suo modo di essere.
Camillo non aveva paura di contaminarsi, di sporcarsi le mani pur di aiutare qualcuno, pur di essere accanto agli amici e alle persone più sofferenti...


  


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