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UNA CITTÀ n. 166 / 2009 Giugno-Luglio

Intervista a Bao Tong, Fang Zheng, Pu Zhiqiang, Chen Yunfei, Qi Zhiyong, Zhou Li e Jin Jiangbo
realizzata da Martin Goetteske e Erica De Stales

QUELLA SERA DEL 3 GIUGNO...
Un funzionario del partito comunista, alcuni studenti, un’attivista, la figlia di un ufficiale dell’esercito e un operaio ricordano quella terribile notte tra il 3 e il 4 giugno in piazza Tiananmen in cui i loro destini vennero sconvolti. Interviste a Bao Tong, Fang Zheng, Pu Zhiqiang, Chen Yunfei, Qi Zhiyong, Zhou Li e Jin Jiangbo.

Bao Tong
I leader di oggi non sono responsabili di ciò che è successo nel 1989. Quella responsabilità ricade sul gruppo dirigente di allora, ed in particolare su Deng Xiaoping1, che aveva il potere decisionale. Direi che Deng Xiaoping è responsabile al 99% mentre Li Peng, proprio perché privo di facoltà decisionali, ha delle responsabilità minori, direi per l’1%.
Non penso che la classe politica insediatasi dopo il 1989, e quindi anche gli attuali dirigenti, debbano assumersi la responsabilità per il massacro. Quella decisione fu di Deng e di Deng soltanto. Tuttavia, proprio per le posizioni di potere che ricoprono, essi hanno la responsabilità di raccontare ai propri cittadini la verità. In quanto esseri umani, essi dovrebbero dar voce alle loro coscienze.
Deng diceva di essere il figlio del popolo cinese e quindi il suo compito principale avrebbe dovuto essere la difesa di quel popolo e non del Partito. Non avrebbe dovuto usare le pallottole ed i carri armati contro il popolo. Penso che Deng fosse pienamente consapevole dell’errore commesso, e che fu questa la ragione del suo successivo silenzio sulla questione. Dapprincipio Deng disse che si era trattato di rivolta, di sommossa. In seguito però nessuno ne parlò più. Perché? Divenne chiaro anche a lui che non vi era stata nessuna rivolta o sommossa, e che lui, figlio del popolo, aveva aperto il fuoco ed inviato i carri armati contro la propria madre ed il proprio padre, umiliandoli.
Anche prima di allora, ogniqualvolta sono stati commessi errori, Deng non ha mai ammesso di essere in torto. Si credeva sempre nel giusto.
Bao Tong nel 1989 era membro del comitato centrale del partito comunista cinese e consigliere di Zhao Ziyang, l’allora segretario di partito che venne sollevato da tutti gli incarichi governativi e di partito per essersi opposto all’intervento militare mirato a sopprimere le dimostrazioni. Dopo i fatti del 1989 Bao Tong è stato condannato a sette anni di carcere. Oggi vive a Pechino, sotto sorveglianza strettissima.

Pu Zhiqiang
Nel 1989 seguivo un master alla China University of Political Science and Law. Fui assorbito anima e corpo dal movimento studentesco. In quei mesi ero scontento, e con me molti altri, per svariati motivi: la corruzione, la soppressione delle libertà politiche, i limiti alla libertà di espressione, la morte di Hu Yaobang2, l’inflazione... L’insieme di questi fattori alla lunga contribuì alla formazione del movimento studentesco.
Fui incuriosito da un dazibao e cominciai a visitare altri campus universitari. Il 17 aprile insieme ad altri studenti del mio ateneo mi recai sulla piazza Tiananmen per deporre una corona alla memoria di Hu Yaobang. Tutto ebbe inizio lì. Direi che il movimento studentesco fu qualcosa di inevitabile, e nel contempo qualcosa di improvviso e spontaneo.
Ci avevano insegnato che la lotta di classe, la rivoluzione violenta, la perseveranza erano modalità del progresso storico. Avevamo studiato la storia del partito, la storia dello sviluppo sociale della Cina, la Comune di Parigi, la rivolta di Spartaco e la rivoluzione comunista, sapevamo che tutti questi moti avevano goduto di ampio supporto popolare. Ci accorgemmo che il sostegno popolare al movimento studentesco si stava consolidando e ci convincemmo della bontà delle nostre motivazioni. Credevamo fermamente di essere al centro dell’attenzione globale e della politica internazionale. Eravamo noi a scrivere la storia.
Quando fu dichiarata la legge marziale, intuii che ci sarebbero stati spargimenti di sangue, e tuttavia non provai alcuna paura: ero disposto a rischiare in prima persona e ritenevo giusto morire per la causa. All’epoca mi sentivo come il salvatore del mondo, un capo rivoluzionario.
Nell’apprendere quante persone erano morte nella notte fra il 3 ed il 4 giugno, pensai che si era trattato di un sacrificio necessario. Di certo molti altri studenti all’epoca condividevano questa idea, e cioè che lo spargimento di sangue sarebbe servito a dimostrare la ferocia del partito comunista. Il punto è che non ero minimamente sensibile ai diritti altrui. Questa prova non era affatto necessaria, specialmente perché essa ha comportato il martirio di cittadini innocenti.
Credo esistessero aspettative irrealistiche nei confronti del movimento studentesco del 1989. Noi studenti eravamo persuasi che grazie a noi si stesse consumando un progresso storico, mentre le autorità erano convinte che il nostro obiettivo fosse quello di rovesciare il partito comunista. Il conflitto tra queste concezioni culminò in tragedia, perché la nostra società era immatura, impreparata.
Quando iniziai a cercare lavoro, tutti mi chiedevano cosa mi fosse successo dopo il 4 giugno. A questa domanda, gli altri di solito rispondevano di essere semplici studenti quindi estranei ai fatti. Io non nascondevo di aver ricevuto un’ammonizione disciplinare e così venivo puntualmente scartato. Non ho mai evitato l’argomento, né ho mai ammesso di aver fatto qualcosa di negativo.
Pu Zhiqiang nel 1989 partecipò attivamente al movimento studentesco. Oggi vive a Pechino, dove esercita la professione di avvocato e si batte per la tutela dei diritti civili.

Fang Zheng
Agli inizi degli anni ’80 il clima politico era assai vivace. Circolavano molte idee e si respirava un’atmosfera di apertura in cui ciascuno pensava, rifletteva e nutriva crescenti aspettative di libertà e democratizzazione.
Il movimento studentesco del 1989 si formò subito dopo la morte di Hu Yaobang -un leader liberale caduto in disgrazia nel 1987 a causa delle sue simpatie per le proteste studentesche in favore della democrazia, e proprio per questo un personaggio con cui gli studenti del 1989 naturalmente si identificavano.
Lo sviluppo e la crescita del movimento studentesco nelle settimane successive fu mal gestito dalle autorità cinesi, esempio lampante ne sono la dura condanna del movimento espressa nell’editoriale del 26 aprile3, che dispiacque non poco agli studenti, le condizioni imposte dal governo per un eventuale dialogo e la sostanziale arroganza delle autorità. Insomma, fu proprio a causa della scarsa propensione del gruppo dirigente a soddisfare le legittime richieste degli studenti che un movimento spontaneo e circoscritto si trasformò in un movimento nazionale, caratterizzato da rivendicazioni di tipo politico, con richieste di democratizzazione dirette al partito comunista.
La maggioranza degli studenti non immaginava che il governo avrebbe attuato una repressione così violenta, che si sarebbe giunti al bagno di sangue.
Eravamo certi che il ritiro pacifico dalla piazza fosse la soluzione ideale, evitando così una contrapposizione diretta fra gli studenti, il governo e le forze armate.
Mi è rimasto il dubbio che forse avevamo sottovalutato i rischi ed ancor oggi non riesco a capacitarmi di essere stato investito da un carro armato.
Successe mentre, insieme ad altri studenti, stavo abbandonando la piazza, secondo le modalità concordate con i rappresentanti dell’autorità. Mentre camminavo sulla Chang’An4, udii all’improvviso una serie di esplosioni alle mie spalle, e poi uno scoppio più vicino, molto forte, in seguito al quale fui avvolto da una spessa cortina fumogena. Ero disorientato e mi accorsi con troppo ritardo del carro armato che, velocissimo, avanzava alle mie spalle. Mi gettai di lato ma non riuscii ad evitarlo, vidi il cannone passarmi davanti agli occhi e poi avvertii una pressione tremenda sulla parte inferiore del corpo. Non avevo ancora perso conoscenza e serbo un nitido ricordo della morsa dei cingoli, della sensazione di trascinamento e del rumore che faceva il mio corpo sbattendo sull’asfalto.
Ripresi conoscenza il pomeriggio del 5 giugno e scoprii di aver perso entrambe le gambe. Il 9 giugno iniziarono -in ospedale- gli interrogatori del dipartimento di pubblica sicurezza, che continuarono anche dopo il mio ritorno in università. Mi chiesero di dichiarare che ero stato investito da un veicolo militare e non da un carro armato. Rifiutai. Forse persino gli investigatori avevano difficoltà a concepire che il governo era ricorso ad armamenti normalmente impiegati sul campo di battaglia per reprimere gli studenti.
A ben guardare, fra le rivendicazioni che nel 1989 noi studenti avevamo sollevato si ritrovano molte delle problematiche che stanno oggi lentamente trovando riscontri e soluzioni, anche se ovviamente vi sono ancora grandi disparità. Per questo motivo sono convinto che il movimento studentesco del 1989 continui ad esercitare un’influenza significativa sui processi di riforma nella Cina contemporanea, in qualche modo ha aperto la via ai progressi, per quanto piccoli, di cui siamo oggi testimoni.
Fang Zheng nel 1989 era uno studente presso la Sports University di Pechino, perse entrambi gli arti inferiori dopo essere stato investito da un carro armato durante il massacro del giugno 1989. Negli anni ’90 si è affermato come atleta disabile e ha conseguito due titoli nazionali, ma il partito comunista, imbarazzato dalle origini della sua invalidità, gli ha negato la possibilità di rappresentare la Cina in competizioni internazionali. Nel 2009 le autorità gli hanno concesso il passaporto e si trova attualmente negli Stati Uniti.

Chen Yunfei
Sentii parlare delle manifestazioni perché il nostro campus si trovava vicino all’Università di Pechino ed alla Università Qinghua, ci andavamo spesso a leggere i dazibao. Arrivavo dalle campagne, non ne capivo molto ma più leggevo e più ne ero preso. I primi gruppi ad arrivare sulla piazza per inscenare lo sciopero della fame giunsero attorno all’ora di pranzo del 13 maggio ed anche io vi presi parte con grande entusiasmo. La sera del 18 maggio fui portato in ospedale dopo essere svenuto. Dimagrii parecchio, prima pesavo più di 55 chili e dopo lo sciopero avevo raggiunto quota 35 chili.
Lasciai l’ospedale il 24 maggio, non avevo addosso molti soldi, forse 5 Rmb in tutto, e mi ricordo che comprai dei ghiaccioli da pochi spiccioli per i militari che nei blindati stazionavano di fronte all’entrata del nostro campus; dopotutto, mi dicevo, erano dei compatrioti. Spiegammo loro le ragioni del movimento studentesco, cosa sostenevamo e contro cosa ci battevamo. Avevano le lacrime agli occhi, erano davvero commossi. La sera del 3 giugno ricevemmo una chiamata da un amico che studiava all’Università di Areonautica, ci disse che l’esercito aveva iniziato a sparare e che si stava avvicinando alla piazza. Ci chiese di unirci a lui, quindi ci avventurammo fuori dal campus ma fummo trattenuti dalle forze dell’ordine alla porta nord del Palazzo d’Estate.
Io fui colpito con il calcio di un fucile o di una pistola, dovettero darmi sette punti all’ospedale. Era più o meno mezzanotte. Ricordo che si sentiva l’eco degli spari in un raggio di dieci chilometri. C’era già un gran dispiegamento di soldati alla porta Nord. Non mi arrestarono perché ero uno studente semplice, non uno dei capi, ma mi toccò ammettere i miei errori e fare autocritica, e più e più volte nei giorni successivi. Uno studente anziano della nostra università si suicidò perché non ne poteva più di essere tormentato a quel modo. Dopo la sua morte in qualche modo le vessazioni diminuirono.
Dopo il 4 giugno non ho fatto nulla che fosse apertamente in contrasto con il governo. Mi limitavo ad ascoltare di nascosto radio straniere e a combattere i funzionari corrotti nell’amministrazione pubblica alla quale ero stato destinato. Cambiavano i funzionari ma il marcio non accennava a diminuire. E così decisi di dedicarmi ad altra attività e di battermi, nel mio piccolo, per la tutela dei diritti rispetto a problematiche che mi riguardavano da vicino.
La morte di Zhao Ziyang ebbe su di me un effetto devastante, ero mortificato. Questo grand’uomo nel 1989 si oppose allo scontro armato con gli studenti, anteponendo il Paese e i cittadini ai suoi interessi ed a quelli del Partito. Ed il partito gli riservò un trattamento vergognoso: agli arresti domiciliari per oltre 15 anni, e la popolazione non potè nemmeno partecipare ai suoi funerali!
Alla fine di maggio del 2007, mi recai alla redazione del Chengdu Evening News perché desideravo pubblicare un annuncio che rendesse onore alle Madri di Tiananmen5. Intendevo solo esprimere il mio profondo rispetto per il pertinace lavoro che da anni svolgono e commemorare coloro che morirono nella notte fra il 3 ed il 4 giugno del 1989. La persona che mi ricevette era una giovane fresca di laurea. Mi chiese a cosa si riferiva l’annuncio, mi limitai a rispondere che era dedicato alle madri di minatori deceduti in un incidente. Il suo supervisore, forse un po’ negligente, ne autorizzò la pubblicazione, avvenuta il 4 giugno 2007.
Sinceramente non mi aspettavo la visita della polizia, non avevo detto nulla di scorretto o tanto meno di anti-governativo. Poco dopo la mezzanotte, sette o otto poliziotti arrivarono in auto a casa mia e mi portarono al commissariato. Fui accusato di istigazione alla sovversione. Mi tennero in galera per un giorno ed agli arresti domiciliari per 6 mesi.
Chen Yunfei nel 1989 studiava alla Beijing Agricultural University, ora China Agricultural University. Oggi vive a Chengdu, capitale del Sichuan, e si occupa di frutticoltura. Dopo la morte di Zhao Ziyang, turbato dal silenzio della leadership cinese, riprende ad interessarsi di questioni sociali: sembra non ci sia giorno in cui non partecipi ad una dimostrazione o non si batta per i diritti civili a livello locale.

Qi Zhiyong
E’ come se fosse successo ieri, il passato mi scorre davanti agli occhi.
Nel 1989 lavoravo nel settore costruzioni, facevo l’imbianchino. Quando scoppiò il movimento studentesco, ero stato assegnato ad un progetto nei pressi della Piazza Tiananmen. Passavo di lì tutti i pomeriggi sulla via del lavoro e spesso, insieme ad altri, andavo a curiosare.
Avevo 33 anni, e in piazza Tiananmen scoprii nuove idee e nuovi principi: la lotta ai funzionari corrotti, gli appelli all’integrità ed all’onestà… Mi piaceva stare ad ascoltare gli studenti discutere di cose di cui non sapevo nulla, perché ovviamente la stampa di questi temi non poteva occuparsi.
Al lavoro non avevamo la televisione, ed allora non esistevano i telefoni cellulari. Non sapevamo che la sera del 3 giugno vi fosse un divieto per i cittadini di recarsi sulla piazza Tiananmen. Io ed alcuni colleghi avevamo sentito che era stata innalzata sulla piazza la statua della Dea della Democrazia e decidemmo di andare a vederla. Quando arrivammo a Tiananmen, quasi tutte le tende erano state smantellate, ne restava una manciata appena. Ero stanco ed accaldato, mi sono steso sulla piazza buia, mentre gli altoparlanti trasmettevano in continuazione lo stesso messaggio: i cittadini dovevano immediatamente abbandonare la piazza, coloro che erano a casa dovevano rimanervi e chi era già sulla Tiananmen doveva andarsene perché il governo si preparava ad intervenire. I cittadini che avessero ignorato gli ordini ne avrebbero pagato le conseguenze.
Convergendo sulla piazza da ogni direzione, blindati e carri armati iniziarono l’accerchiamento. I civili tentavano di impedirne l’avanzata accatastando le barriere metalliche che delimitavano le corsie. Ma queste fragili barricate come avrebbero potuto bloccarli? Sarebbe stato come essere passati al tritacarne. Mi venne la pelle d’oca.
Qualcuno si avvicinò dicendo che nella direzione da cui proveniva si era già iniziato a sparare e che c’erano stati dei morti. Poi uno studente coperto di sangue arrivò correndo, s’infilò in una tenda ed intimò agli studenti rimasti di abbandonare al più presto la piazza, perché il governo aveva veramente aperto il fuoco contro la popolazione.
Dovevamo andarcene. Attraversai la piazza e mi diressi verso la Chang’An, perché mi ero messo in testa di recuperare la bicicletta. Ovunque c’erano soldati, carri armati e veicoli blindati. Sulla piazza, ammantata di una luce cupa, regnava una gran confusione. Era come un campo di battaglia. I cingolati sfrecciavano sulla Chang’An come se fosse deserta, sembravano fregarsene, ed investivano la gente.
Ero terrorizzato, volevo tornare il più velocemente possibile da mia moglie, mio figlio e mia madre ma non riuscivo ad attraversare la Chang’An. E poi fui colpito. Due volte, una pallottola in ciascuna gamba. Un proiettile mi si conficcò nella carne e l’altro tranciò l’arteria femorale e l’aorta. Gridai con quanto fiato avevo in gola, aiuto, aiuto! Alcune persone si fermarono a raccogliermi e mi portarono via. Cinque minuti di più e sarei morto.
Qi Zhiyong nel 1989 faceva l’imbianchino. A causa di un proiettile sparato nel corso della repressione lanciata la notte fra il 3 ed il 4 giugno, ha subito l’amputazione di una gamba. Oggi non ha né pensione di invalidità né assicurazione medica perché si è rifiutato di mentire circa l’origine dell’invalidità. Dopo l’incidente, gli era stato offerta la somma di 100 mila Rmb a patto di dichiarare che la disabilità era dovuta ad un incidente sul lavoro. Non ha ricevuto alcun risarcimento in quanto non ha voluto ottemperare a questa condizione. Vive a Pechino e riceve un salario mensile pari a circa 30 euro.

Zhou Li
Direi che l’80 o 90% di noi pechinesi non ha riportato danni fisici durante la repressione del 4 giugno, mentre il trauma psicologico è assai profondo e diffuso. All’epoca avevo 19 anni. Il 4 giugno arrivai sulla piazza Tiananmen poco dopo le sette del mattino, l’area era già stata isolata da cordoni militari. Ricordo che i soldati erano schierati e puntavano i fucili ad altezza d’uomo.
La gente pareva impazzita. La notte prima, convogli militari erano entrati nella capitale. Io vivevo vicino al ponte Sanyuan, dove i veicoli dell’esercito arrivarono all’alba. La gente, che aveva udito gli spari in lontananza, tentava di bloccarne l’avanzata.
E poi presero a sparare… eravamo gente semplice, non avevamo mai assistito ad un reale scontro a fuoco, si sentivano le raffiche. Dopo il passaggio della colonna, mi chinai a raccogliere delle cose che sembravano essere cadute dal cielo. Erano roventi. Stringevo nel palmo della mano i proiettili sparati dall’esercito. Ero scioccata. Il tempo non ha cancellato quei ricordi, li ho ancora presenti e nitidi.
Zhou Li nel 1989 fu spettatrice degli eventi che infiammarono la capitale, oggi vive a Pechino ed è un’attivista per i diritti civili.

Jin Jiangbo
Non ho partecipato direttamente alle manifestazioni studentesche. All’epoca vivevo in una zona rurale dello Zhejiang. Andavo alla scuola media superiore, le lezioni non erano ancora terminate.
Di quel periodo ricordo che molte persone dimostravano e scrivevano dazibao. Ad un certo punto iniziò a circolare la voce che i lampioni della cittadina in cui vivevo erano coperti di slogan: "bombardiamo Pechino”, "è arrivato il grande cambiamento politico nella nostra società”, "totalitarismo”, cose del genere. Dopo tre giorni le autorità arrestarono il responsabile: si erano accorti che la calligrafia in cui erano vergati gli slogan era la stessa che compariva sulle corone funerarie.
Nella nostra piccola città c’era una sola impresa che si occupava di corone funerarie e quindi fu facile risalire al colpevole. Lo rinchiusero per tre anni. Non avevamo idea però di quel che stava succedendo a Pechino. Lo apprendemmo più tardi leggendo i resoconti dei media. Non so se ho il diritto di parlare di questa vicenda così complessa. A prescindere dall’opinione che uno ha -un artista solitamente ha uno spirito indipendente ed è libero di esprimere le proprie opinioni- temo che persone diverse analizzerebbero quanto è successo il 4 giugno secondo parametri differenti, a seconda del proprio personale punto di vista. Non ho riflettuto sulla questione. Se devo essere sincero, io non ricordavo nemmeno che nel 2009 ricorressero i vent’anni dalle manifestazioni in piazza Tiananmen.
Jin Jiangbo nel 1989 era un’adolescente, oggi è un artista multi-mediale interattivo impegnato sul fronte della critical action art. Vive fra Shanghai e Pechino.

(anonima)
Nel 1989 non ero ancora nata, non so molto di quanto successe, e francamente nemmeno mi interessa. So che in quegli anni mio padre era un ufficiale dell’esercito e che fu inviato a Pechino a combattere contro i manifestanti. Un conflitto duro, accanito si stava consumando nella capitale, costituendo una concreta minaccia per lo Stato, per la stabilità del Paese. Gli studenti chiedevano libertà, e la volevano con tale forza che avrebbero preso il potere, pur di far sentire la propria voce ed imporre il proprio punto di vista. Credo che mio padre in fondo non volesse battersi contro gli studenti, ma non poteva venire meno al suo dovere nei confronti della patria.
Studentessa, classe 1990, figlia di un militare che ha partecipato nel 1989 alla repressione del movimento studentesco.
(a cura di Erica De Stales e Martin Goettske)



  


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