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La difesa
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storie

  

UNA CITTÀ n. 166 / 2009 Giugno-Luglio

Intervista a Lino Lunardelli
realizzata da Barbara Bertoncin

I LAVORI UMILI ANDRANNO VIA...
Gli anni del boom quando nel solo trevigiano c’erano 7-800 ditte che lavoravano per Benetton; le difficoltà, già allora, di trovare giovani disposti a stare alla macchina; un lavoro che oggi per il 30% consiste nel “recuperare” capi che arrivano da India e Cina. La speranza che l’Europa intervenga. Intervista a Lino Lunardelli.

Lino Lunardelli, artigiano, è titolare della La.Li confezioni abbigliamento, che ha sede a Nervesa della Battaglia, Treviso.

Voi lavorate nel settore dell’abbigliamento ormai da 25 anni. Quest’anno per la prima volta avete chiesto la cassa integrazione. Può raccontare?
Devo dire che non ho sempre lavorato in questo settore, ho iniziato con gli elettrodomestici. E’ stato intorno ai 40 anni che assieme a mia moglie abbiamo aperto un laboratorio di confezioni per conto terzi, nello specifico per la Benetton. La nostra è un’impresa familiare, ci lavoriamo io, due figlie, la moglie, e poi abbiamo quindici ragazze.
Abbiamo cominciato nell’86, nel momento del boom. Fino al 2006 il lavoro è andato a gonfie vele, poi negli ultimi 2-3 anni le cose hanno iniziato a peggiorare. Ormai in Italia rimane pochissima produzione, il lavoro è andato nei paesi a basso costo, prima l’Est Europa, poi Cina, India, adesso si stanno spostando in Bolivia, in Turchia. Poi c’è la Tunisia, che ha una buona qualità del lavoro, in particolare nella moda mare, nell’intimo, ecc.
Diminuendo la produzione di abbigliamento, ci siamo orientati sui controlli. Le commesse che arrivano dall’estero infatti sono soggette a controlli, se la qualità non è quella stabilita, le commesse vengono "recuperate”, capo per capo, di modo che al negozio arrivi un capo senza problemi. Cosa vuol dire "recuperare”? Vuol dire eliminare i difetti, le cuciture mal fatte, la sporcizia, le macchie, oppure ritoccare capi che indossano male, che hanno le maniche troppo lunghe, cioè cercare di rendere il capo vendibile. Ecco, un 30-35 % del lavoro che facciamo oggi consiste nel controllare e recuperare la merce che arriva da questi colossi mondiali, India, Cina, ecc.
Questi primi mesi del 2009, in effetti, ci stanno mettendo in difficoltà, nel senso che bisogna tener duro cercando di stare in piedi, per andare avanti. Ovviamente bisogna anche valutare che questa operazione non si riveli controproducente. Perché se ci si fa del male non ha senso.
Proprio in questi giorni ho aperto la cassa integrazione e tre ragazze sono a casa stabili.
Per fortuna noi abbiamo sempre accantonato il Tfr, così oggi abbiamo fermi 100-110.000 euro e questo mi ha permesso di proporre alle ragazze un anticipo, nel caso fossero in difficoltà. Mettere da parte regolarmente il Tfr è fondamentale, perché accantonare una certa cifra ogni anno, o ogni sei mesi, ha un peso, ma a tirarlo fuori tutto d’un colpo, beh, è un’altra faccenda. Le ditte che non si sono mosse con rigore adesso pagano cara questa leggerezza.
Certo è che nel settore dell’abbigliamento è proprio cambiata l’atmosfera: non c’è più quella voglia di investire, di rischiare… E’ venuto meno l’entusiasmo, da parte di tutti: siamo tutti tesi, sotto pressione, sia chi dà il lavoro, sia chi lo fa manualmente. D’altra parte, anche i datori di lavoro sono in difficoltà, non è bello dover prendere delle decisioni, avere il coraggio di dire: "Tu mi chiedi il lavoro, ma non ce n’è...”. Purtroppo la situazione è questa.
Voi siete monocommittenti, lavorate esclusivamente per la Benetton…
Fin dall’inizio abbiamo lavorato solo per la Benetton. Non abbiamo mai corso il rischio di lavorare per altri, o di provare a farci un marchio, perché è impossibile competere. Se vai nei grandi magazzini dei cinesi, nella zona industriale, ti porti via dieci magliette a un euro e novanta: come fai a competere?
Cioè per una maglietta colorata prendi a fatica due euro, se devi andare a prendere la commessa, metterla in lavoro, confezionarla, stirarla, imbustarla, metterci il cartellino prezzo… Non so come fanno quelli che si mettono in testa di crearsi un marchio. Probabilmente acquistano dai cinesi e poi mettono il loro nome!
Noi facciamo la confezione completa, consegniamo il capo pronto per andare in negozio. Non abbiamo grossi costi di gestione. Una volta entrati nel sistema, di solito quando si fa una consegna si è già portato a casa un nuovo ordine. L’importante è la puntualità: si può sbagliare la mezza giornata, non il giorno. Questo è l’ingranaggio, che è ottimo, perché quando le cose vanno bene non devi preoccuparti di cercar lavoro. A fine mese fai i conti ed emetti la fattura.
Beh, pensare solo a produrre è già un bel vantaggio. Ce n’è un altro: i pagamenti sono a 30 giorni, è una cosa che pochi fanno. Non sono così rare le ditte che quando sono in difficoltà trovano una scusa: "Non andava bene, hai consegnato in ritardo...”, per saltare i pagamenti o per spostarli.
Quindi anche se la Benetton, magari, ti dà un po’ meno, però è una ditta seria, puoi andare sul sicuro. In tutti questi anni, quelli che hanno lavorato per queste grosse ditte sono andati bene. Dopodiché c’è chi ha investito nel lavoro, e chi si è fatto la villa, o il parco macchine, poi però alla fine…
Per noi è stato sempre prioritario investire nel lavoro, se poi rimaneva qualcosa si potevano fare anche altre cose. Quelli che hanno sbagliato sono stati i primi a cadere. Chi non ha accantonato il Tfr poi si è trovato a dover vendere la casa.
Noi all’inizio abbiamo preso in affitto un negozio, lo spazio era sui 150 metri quadri. Solo in un secondo tempo, dopo sette anni, visto che le cose andavano bene, abbiamo acquistato il terreno in zona industriale e abbiamo costruito il nostro capannone, altezza cinque metri (più alto nel nostro caso non aveva senso), con il suo bell’impianto di riscaldamento e di climatizzazione. Mi sembra che l’ investimento ammontasse a 75 milioni. Allora non è che avessi i soldi, però c’era una tranquillità, un entusiasmo, abbiamo pensato: "Si parte...”. Ho fatto un leasing di cinque milioni al mese e siamo andati bene, via via abbiamo comprato le macchine che servivano.
Sono stato anche fortunato, perché in quel periodo c’erano agevolazioni per la costruzione, e poi la Provincia ti aiutava se facevi interventi migliorativi per l’ambiente di lavoro, tant’è che mi hanno finanziato l’impianto di climatizzazione al 50% a fondo perduto.
In quegli anni non solo andava bene, ma tutto il contesto era ben disposto, diciamo. Poi le cose hanno cominciato ad andare male…
Una delle cose che mi fa arrabbiare è che nel nostro lavoro ci sono tutta una serie di spese che in qualche modo restano fisse anche se non lavori o lavori poco, cioè le assicurazioni, l’Enel, i telefoni, il medico del lavoro, l’antincendio, quando le cose vanno male, quelli là ci sono ancora! Prendiamo l’Enel: ma se io consumo poco, perché tu mi vuoi far pagare lo stesso? Cioè noi abbiamo una quota fissa che è troppo pesante. Ovviamente conta anche il consumo, però relativamente perché se io faccio 15 giorni di ferie, non è che mi si dimezza la bolletta.
Un altro esempio: l’antincendio. Noi abbiamo gli estintori. Bene, ogni estintore ha una lancetta, se è sul verde è carico, se è sul rosso è scarico. Il fatto è che non posso essere io a dire: "Questo estintore va bene” deve essere un’altra persona che viene, se li porta via, e mi certifica che l’estintore è carico. Ma come, a 60 anni non sono affidabile se dico che il mio estintore è valido?
Così ogni sei mesi arriva il controllo. Intendiamoci, non è che siano cifre esagerate, però quello passa e non sbaglia un giorno! Io poi, per l’emergenza incendio, ho anche una presa d’acqua con un contatore per conto suo. Bene, sono dodici anni che stiamo lì e dodici anni che paghiamo 264 euro ogni anno. Consumo: zero. Allora io dico: ma se non consumo perché vuoi farmi pagare lo stesso? Il giorno che succede la disgrazia, rompo il sigillo e mi esce quello che esce di acqua dopodiché pagherò...
Poi c’è il medico del lavoro delle ragazze. E’ giusto che ci sia, per carità, perché è una tutela per tutti. Però anche lì il costo è sui 70 euro. Insomma sono tutti costi che se lavori senti relativamente, ma se le cose cominciano a non andar bene, ti soffocano.
Nell’area trevigiana l’indotto della Benetton che dimensioni ha?
Quando abbiamo cominciato eravamo tanti, mamma mia... Pensi che per andare a consegnare bisognava prenotare l’orario: "Io consegno alle 15”, bisognava prenotarsi il numero del parcheggio, c’era una marea di aziende, grandi e piccole, c’erano ditte che avevano tre linee di produzione, quindi anche con 45 dipendenti. Adesso entriamo col furgone e non c’è nessuno. Ci sono solo i tir, i container che arrivano dall’estero, occupano tutto lo spazio loro.
Comunque io resto convinto che in questo settore se anche le imprese fossero rimaste in Italia, avrebbero chiuso tutte.
Perché?
Io ho 15 ragazze, sono tutte persone che hanno visto i genitori lavorare, fare sacrifici, che stanno alla macchina con professionalità, c’è quella che stira, c’è quella che cuce, c’è quella che fa determinati lavori, però non è facile trovarle.
Ecco, quello che voglio dire è che non è solo per il costo del lavoro che gli imprenditori se ne sono andati... Qui non si trovava più la gente. Dovevi andare a chiedere: "Per piacere, vieni a lavorare, almeno per quattro ore?”. Sembra impossibile, ma bisogna avere il coraggio di dire la verità. E la verità è che ci si sentiva rispondere: "Ma a me non piace questo lavoro...”.
Ripeto, se le grandi ditte del Veneto, che sono tantissime, fossero rimaste qua, non sarebbero più state competitive nel mercato.
Adesso si stanno allontanando anche dai paesi dell’Est, perché man mano che entrano in Europa, vanno su le paghe, poi ci sono le normative da rispettare, anche sulla salute, e i controlli, le prese a norma, impianti…
Il personale impiegato è tutto femminile?
Sono quasi tutte persone del paese, alcune hanno anche 20-30 anni di esperienza, vanno dai 52, 53 anni a scendere; ce n’è solo una che non è sposata. Io ho quasi tutte mamme, e anche questo comporta dei disagi, perché se c’è un problema in famiglia, è sempre la donna che rimane a casa.
Vengono tutte da ditte che hanno chiuso o son fallite. A Nervesa della Battaglia c’era una ditta che si chiamava Moda Uomo. Faceva abbigliamento, capo spalla, la chiamavano la "sartoria d’Europa”, una ditta prestigiosa che lavorava per tutto il mondo, faceva vestiti, cappotti, tutto fatto a mano, tant’è che una giacca, minimo, costava 7-800 euro… Chi spende più queste cifre? Magari quando uno si sposa... Insomma ha dovuto chiudere.
Quando si è sposata mia figlia ricordo di essermi preso un bellissimo vestito in pura lana, ho speso a quei tempi, 800.000 lire. La Benetton, i vestiti che venivano dalla Romania, allora li vendeva a 120.000 lire. E non era mica roba brutta: un tessuto lava e indossa, se ti siedi, nemmeno si stropiccia, insomma ne compravi sei-sette per la stessa cifra!
Sempre al mio paese c’era un lanificio dove si facevano i tre turni, anche la domenica, fino alle sei del mattino. Sparito, tutto chiuso. Sono andati via. D’altro canto, torno al discorso di prima, la qualità della vita è aumentata e i giovani che studiano, quando finiscono l’università non vanno a sedersi davanti a una macchina, a cucire. La realtà è questa, e dobbiamo accettarla.
Dico anche che l’ambiente di lavoro è sereno, alcune donne, infatti, si vede che stanno meglio al lavoro che a casa. In tutti questi anni non abbiamo mai rilevato la produzione, si lavora per la qualità, si fa la pausa, si va a bere il caffè, c’è la macchinetta, e nessuno alza mai la voce. Cioè se il lavoro ti piace, sai che è questo, l’ambiente è questo, non c’è la frusta. Nessuno è preso alla gola. Quelli che son partiti con me, che si son comperati il cronometro, che si mettevano dietro alla schiena delle ragazze, minacciandole, non esistono più.
Le ragazze se vedono una cosa fatta male, non la mandano avanti, non hanno paura, non hanno soggezione, sono state abituate a essere responsabili.
Voi avete buoni rapporti con i sindacati e siete molto attenti alla qualità, al rispetto delle regole. E’ un atteggiamento che paga oggi in questo settore?
Con i sindacati non abbiamo mai avuto problemi e sul piano del lavoro devo dire che in 23 anni abbiamo avuto due, forse tre contestazioni sul prodotto consegnato, quindi quasi zero. Quando si lavora per le grandi ditte la qualità è decisiva. La qualità poi vuol dire la puntualità, la fiducia perché se sei in regime di monocommittenza non puoi fare il furbo e passare i capi ad altri, o lavorare anche per altri. E’ importante essere precisi anche con la documentazione, le bolle, le fatture, ecc. perché altrimenti fai perdere del tempo a chi segue l’amministrazione e quando c’è una scarsità di lavoro finisce che si ricordano di chi lavora male o in modo approssimativo. Insomma bisogna creare una sorta di cerchio positivo. Poi, ovviamente, si può sempre sbagliare, però sono convinto che se oggi ci siamo ancora è perché questo modo di lavorare è stato premiato.
Negli anni la nostra correttezza è stata riconosciuta. Io comunque sono convinto che oggi più che mai per stare a galla servano qualità e correttezza.
Per dire, la Benetton tempo fa ha fatto degli accordi con la Walt Disney per fare una produzione per bambini, magliette e indumenti con le stampe e i ricami. Bene, la Walt Disney ha posto come condizione dell’uso dei suoi personaggi che non ci fosse lavoro nero, minorile o un ambiente di lavoro non consono.
Pensa che qui sono arrivati degli ispettori da Livorno e hanno controllato tutto, le buste paga, i contributi, la 626, mi hanno chiesto persino delle prese di terra, per cui una ditta è venuta e ha ricontrollato tutto. Si sono addirittura informati su eventuali molestie del datore di lavoro! Insomma l’ambiente di lavoro doveva essere ineccepibile.
Ecco, noi abbiamo avuto la certificazione, beh, non è da tutti!
C’è molto turnover nel personale?
Direi che complessivamente ne saranno passate una sessantina, non che le abbia mandate via io, sono andate via loro, hanno cambiato paese dopo il matrimonio, o trovato un lavoro migliore. Quelle che ci sono ora, come ho detto, si vede che lavorano con passione, sono anche disposte a fare sacrifici. Però son sicuro che se io dovessi aprire un’altra linea, non troverei le persone, perché un conto è andare a lavorare per arrivare alla fine del mese, e un conto è andare a lavorare perché ti piace, e poi la fine del mese arriva. Son due cose diverse, perché tante volte mi arrivano persone: "Ho bisogno di lavorare...”. Cioè loro hanno bisogno di uno stipendio, di una garanzia, di una sicurezza, ma non sempre hanno voglia di lavorare.
Poi c’è un’altra cosa a cui bisogna stare attenti, e cioè che non tutti sono onesti. Mi è successo in due casi: una era una mia cugina, e l’altra una signora del paese. La cugina un giorno mi fa: "Lino, ho bisogno di lavorare...”. Va bene, allora come sempre, prima di iniziare un rapporto di lavoro, siccome non voglio che ci sia neanche un’ora fuori regola, perché non si sa mai, vado all’associazione di categoria e spiego la situazione: "C’è una signora che chiede lavoro, vorrei assumerla, è una mia cugina, possiamo fare il contratto anche per un anno...”, al che l’impiegata mi guarda: "Perché non lo facciamo per sei mesi, perché dobbiamo farlo per un anno?”.
Bene, l’assumo e la quarta settimana mi fa: "Lino, scusa, devo parlare con te. Sono rimasta incinta...”. Ecco, queste sono cose che fanno male... anche perché la grande azienda riesce a sopperire, ma i piccoli vanno sotto sforzo. Allora, un conto è lavori un anno, dai un aiuto a questo artigiano, dopodiché le cose vanno come devono andare, è normale, anch’io sono nonno, ho le figlie, e quindi è una bella cosa, però farlo proprio in cattiva fede…
Anche perché quando una ragazza va in maternità non paga tutto l’Inps. Intanto, ogni mese c’è la busta paga, poi ci sono le festività, le ferie, la tredicesima, il Tfr, corre tutto. Cioè, che lavori o non lavori, un dipendente, matura tutto comunque. Allora noi abbiamo 13 ore e 33 al mese di ferie, 13 ore e 33 al mese di Tfr, 13 ore e 33 di tredicesima, e poi ci sono tutte le festività. E questi li paga la ditta. E poi quando la ragazza torna casomai ha tutte le ferie da farsi.
Ho avuto due casi, così. Una è venuta a lavorare, e poi ha fatto un figlio. Va bene. Poi è venuta a lavorare un altro periodo, ed è di nuovo rimasta incinta. Ma per carità, va benissimo. Poi però, dopo il secondo figlio ha chiesto l’aspettativa. Allora le ho detto: "Facciamo così, stai a casa finché il bambino ha un anno, però poi devi venire a lavorare, se no non c’è scopo”. Beh, non vado a scoprire che nel frattempo lei in realtà andava a lavorare in una pizzeria! Sono state le ragazze a farmelo capire. Una sera sono andato in pizzeria e l’ho trovata in cucina, aveva il grembiule. Così, sono tornato agli artigiani, dove mi hanno consigliato sul da farsi, e si è licenziata. Per fortuna: era già incinta del terzo figlio!
Diceva che ha messo tre ragazze in cassa integrazione. Come ha fatto a decidere chi stava a casa?
Prima della cassa integrazione c’è stata la sospensione, che è a costi zero, perché si ferma il Tfr, la tredicesima, le ferie e le festività. La sospensione è stata febbraio, marzo e aprile. E’ la prima volta che ho avuto questo problema in tutti questi anni, e non è stato facile prendere la decisione, anche perché sono tutte mamme!
Io ho fatto il possibile: due delle tre che sono andate in sospensione tra l’altro avevano un contratto a termine, se l’avessi lasciato scadere non avrebbero avuto più nessun diritto. Allora io ho detto: "Facciamo così, io vi confermo però in questo periodo che le cose vanno male state a casa, intanto prendete qualcosa, poi vediamo”.
Loro hanno capito e mi hanno ringraziato, c’è anche una signora straniera con due figli: "Lino, anche se prendo 6-700 euro al mese, meglio di così!”.
Le altre sono tutte a tempo indeterminato e sono tutte specializzate.
Comunque ho deciso in base alle necessità del momento, non ho fatto discriminazioni, anzi. Per dire oggi ho bisogno di dieci persone in confezione. Domani, finita la confezione, possono arrivare controlli, recuperi, allora devo avere delle persone che sanno fare questo e quello. A casa è rimasta una ragazza dello stiro, perché, diminuendo la produzione, manca lo stiro, un’altra l’ho lasciata a casa perché ancora incerta per cui non la posso mettere a far recuperi, o a far controlli, perché non è sicura, va sempre a chiedere. In questi frangenti uno deve farsi anche i suoi conti. Sai cosa paga la Benetton all’ora? Paga 15 euro e 73 centesimi. La dipendente a me costa 13 euro e 50 centesimi. Quindi a me restano 2 euro e qualcosa. Ecco, non posso permettermi di dover usare più persone del necessario o di dilatare i tempi (perché poi la Benetton li stabilisce a priori: in tot tempo, tot capi), altrimenti vengono meno i margini, per questo è importante che le dipendenti siano sicure, responsabili.
Apro una parentesi: alla Benetton, quando esce un nuovo modello, loro fanno dei tempi a tavolino, dopodiché se tu fai notare che non ce la fai, vengono a verificare e se rilevano uno scarto aumentano il prezzo, ma non solo a te, a tutti quelli che hanno in produzione quel modello. Bisogna poi sapere che quando si va a prendere una commessa, ti danno la scheda tecnica, dove sono riportati tutti i passaggi, le lavorazioni, tutto quello che devi comperare per confezionare la commessa. Sono organizzatissimi. Che un laboratorio sia qui o in Cina a quel punto cambia poco, siamo tutti in rete.
Comunque le ragazze in cassa integrazione prendono circa l’80% dall’Inps.
Non è male. In fondo se una al lavoro prende 950 e quella a casa prende 700-730, alla fine sta meglio quella che è a casa, perché intanto segue la sua famiglia, sta coi bambini. Poi si vedrà.
Quanto può durare una situazione di questo tipo?
Adesso abbiamo fatto questi tre mesi di sospensione (febbraio, marzo, aprile) e poi la cassa integrazione. Eventualmente possiamo riaprirla, però io mi auguro che succeda qualcosa, che intervenga l’Europa e decida, non so, "Teniamo un 10% in Italia” per l’abbigliamento e le calzature. Anche per non perdere la manualità. Perché se molli e poi volessi riprendere, mettiamo fra dieci anni, dove trovi la manualità?
Comunque ora bisogna fare passare altri tre mesi, fino a luglio. Per il momento non si sa nemmeno se e quando avremo le ferie, perché può anche succedere che a giugno e luglio ci siano delle fermate, e poi casomai ci sia lavoro in agosto. E’ tutto incerto. Infatti le mamme sono in pensiero: "Mio marito è a casa le prime due settimane di agosto...”, l’altra: "Il mio le ultime due di agosto”.
E’ un problema. Stamattina è venuto il sindacato, ha fatto l’assemblea in fabbrica, ha spiegato tutte le cose.
Sulle ferie, però, l’ho detto chiaramente: non ne so niente. E non posso certo andare in Benetton e chiedere quando ci sono le ferie, di questi tempi. Fino a poco tempo fa eravamo in 40 aziende, hanno deciso di tagliarne altre 20, o forse qualcuno si è ritirato da solo. E dire che ci saranno state 7-800 aziende, qui nel Veneto, che lavoravano per la Benetton, adesso saremo una quindicina.
Insomma già siamo rimasti in pochi perché non c’è lavoro, come si fa andare a chiedere: "Quando ci sono le ferie?”.
La comunicazione può darsi anche che arrivi all’improvviso: "Si fanno due settimane in luglio” e poi però resta il problema di agosto. Dieci anni fa si sapeva a febbraio: "Le ferie quest’anno saranno...”. Che poi noi in realtà non le abbiamo mai fatte tutte: quelli che sono vicini all’indotto sono favoriti, ma devono anche essere disponibili. D’altra parte c’era gente che veniva dal Sud, arrivavano dalle Marche, dalla Sicilia, coi Tir, per prendere la merce qua in Veneto, ma venivano anche da tutto il vicentino, e poi Padova, Rovigo. Adesso questo non succede più.
Certo in famiglia la preoccupazione c’è. Ho due figlie che lavorano con me e sono tutte e due sposate. Una ha un bambino, un maschietto, il marito per fortuna lavora in una ditta seria. L’altra ha due bambini e il suo mutuo da pagare, quindi dovremmo essere noi genitori, ad aiutare. Lei ha passione, gira col furgone, va a fare i carichi, le consegne, per cui, nel caso peggiore, potrebbe trovare da altre parti.
Io spero di no, che si possa proseguire così, in fondo ci è andata bene. Io mi ritengo fortunato. Una volta che ho finito il capannone, pagato tutto quello che c’era da pagare, ho deciso: "Non voglio più lavorare coi soldi della banca, non voglio il fido, vivo con le mie forze”.
E’ diventato un mio principio di vita. Se io devo comperarmi un paio di occhiali, non vado dall’ottico prima di avere i soldi. Aspetto. Forse è un modo antico, non so, adesso c’è la televisione a rate, la casa a rate, il viaggio di nozze... Ho una ragazza che si è sposata ed è andata in America, poi abbiamo saputo che doveva ancora pagare i tendaggi, però è partita... Adesso il mondo va così.
E’ cambiato tutto. Io penso che i lavori umili andranno via dall’Europa. I ragazzi non sono più disposti a fare i lavori a catena, nessuno studia per far lavatrici o frigoriferi otto ore al giorno. E’ un processo inarrestabile. Quando io ero piccolo, a scuola ci chiedevano: "Cosa ti piacerebbe fare da grande?”, e noi: "L’elettricista”, "Il muratore”, "L’autista, mi piace correre col trattore…”, erano pochi quelli che dicevano: "Il medico”, l’ingegnere non lo voleva far nessuno…
Adesso prova ad andare in una scuola a chiedere e senti cosa dicono…



  


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