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La difesa
della normalità
Il cancro da "male incurabile” sta trasformandosi, grazie all’avanzamento delle cure e alla loro personalizzazione, in un male cronico, che si può tenere a bada, impedendogli di impossessarsi della propria vita. La battaglia principale è la difesa della normalità. L’importanza della psicologia oncologica. La grande paura del dolore, che oggi però può essere debellato. Intervista a Anna Segre.

storie

  

UNA CITTÀ n. 148 / 2007 Maggio

Intervista a Dorina Palmieri
realizzata da Gianni Saporetti

LUNGO LA VIA EMILIA...
Una famiglia emiliana, socialista per generazioni, fatta di gente dura, cresciuta nel senso del dovere verso la famiglia e la politica. La scelta naturale della resistenza. Le figure straordinarie della bisnonna e della nonna. Intervista a Dorina Palmieri

Dorina Palmieri è libera professionista e vive a Bologna.

La nonna Alfonsina è vissuta a lungo. E’ morta nel gennaio 1986, aveva ottantanove anni, io ne avevo quarantacinque. Era già diventata bisnonna. Sua madre, la mia bisnonna, era diventata trisavola. Dalla bisnonna Marietta alla nonna Alfonsina c’erano circa vent’anni, dalla nonna Alfonsina alla zia Desdemona circa vent’anni, dalla zia Desdemona a mia cugina Tamara circa vent’anni, da mia cugina Tamara a suo figlio Roberto anche meno... Era tutto cadenzato molto velocemente tra la madre e la primogenita, per cui è successo che quando è nata l’ultima figlia della nonna, nasceva la prima figlia della zia Desdemona. Coetanee zia e nipote. Ho delle mie seconde cugine che sono molto più giovani di me, perché sono le figlie della zia Gemma, che era la sorella minore della mia nonna.
Alla mia bisnonna, la “nonna” Marietta, il Comune di Castelfranco diede la medaglia d’oro per il maggior numero di figli impegnati nella Resistenza. Un’onorificenza puramente simbolica, ovviamente, ma siccome era una delle famiglie che avevano scritto la storia dell’antifascismo della zona, l’onorificenza andò a lei che, si può dire, era la capostipite.
La nonna Marietta è vissuta fino a ottantanove anni, io ne avevo quasi quindici. Andavamo da Bologna a Castelfranco quasi tutte le domeniche con il treno che faceva tutte le fermate intermedie: Borgo Panigale, Anzola Emilia, Ponte Samoggia, Castelfranco. A Castelfranco ci ospitava lei, e per noi bambini era una grande meraviglia il suo annusare il tabacco, sì “tabaccava”.
Il bisnonno, il nonno Raffaele, era uno spazzino comunale ed era un musicista, suonava un trombone e faceva parte della banda comunale. Non sapeva leggere né scrivere l’italiano ma sapeva leggere la musica come suo padre. In casa c’era una grande passione: la musica operistica. Gli zii Ivanoe, detto Nino, Arnaldo e Gottardo andavano all’Arena di Verona. Partivano con un carretto trainato da un cavallo avuto in prestito da un amico al mattino presto, per ritornare il giorno dopo. Erano tutti, già dal bisnonno, socialisti. Fra fratelli e sorelle erano dodici, la mia nonna era la più grande, poi dieci maschi e un’altra femmina, la zia Gemma, che era l’ultima. La nonna Alfonsina ha avuto a sua volta sei figli, cinque femmine e un maschio. La zia Gemma sette figli, quattro femmine e tre maschi...

Nel 1938 la nonna trasferì la sua famiglia a Bologna (il nonno era ovviamente impegnato nella lotta antifascista, a casa non c’era quasi mai). Lei manteneva la famiglia cucendo giubbe da soldato, e così diede un mestiere a tutte le figlie. Era una donna molto in gamba, pratica e determinata, con le idee chiare e pochi dubbi. A Bologna, dopo alcune brevi permanenze in altre case, approdò a Vicolo Broglio, che è un piccolo vicolo tra via San Vitale e Strada Maggiore. Molto bello, perché nasce proprio dagli ingressi posteriori dei grandi palazzi di Strada Maggiore e San Vitale; lì c’è l’ingresso di servizio del palazzo dei marchesi Talon come pure del palazzo dove abitò Rossini durante il suo soggiorno a Bologna. A Vicolo Broglio 6 hanno poi vissuto anche i miei genitori fino alla morte.
Si era sempre a casa dalla nonna, con i figli, i mariti, le nuore, i nipoti. La casa era aperta, il nonno ospitava continuamente gente, anche la più varia (compagni, s’intende). Ricordo due giovani studentesse spagnole che stettero lì per diverse settimane, o, in occasione del Polesine, una bimba che tennero in casa fino a che la famiglia non fu in grado di riprenderla. Ciascuno di noi era libero di portare chi voleva, nessuno aveva da ridire. Io ho sempre portato a casa della nonna tutti i miei amici (ovvio che fossero tutti compagni) e per me era un grande orgoglio far conoscere la nonna. E tutti, infatti, la ricordano. Anche a distanza di tanti anni, quando rivedo delle persone, prima o poi mi dicono: “Ma ti ricordi quando mi portavi dalla nonna?”...

Quando scoppia la guerra, loro sono lì e la casa diventa anche una base partigiana: la nonna continua a fare le giubbe da soldato ed entra nel Cumer, che erano gruppi di appoggio alla lotta partigiana, e tutta la loro vita gira così. Lo zio Otello e la zia Desdemona, che sono i suoi due primi figli, se ne vanno con le brigate partigiane nel Bellunese e per un po’ stanno via. Dopo qualche tempo tornano e lo zio Otello, che durante il servizio militare era stato marconista in Marina, diventa l’ufficiale di collegamento attraverso la Linea Gotica tra il comando alleato e il Cnl. La zia Desdemona vive a Modena e opera nelle brigate del Modenese. La zia Ivonne fa la staffetta, la zia Jones fa la staffetta, la zia Magda fa la staffetta. L’unica che non fa la vera guerra partigiana è la mia mamma, che si chiama Spartaca. La mamma nasce nel 1920, il nonno pensava a un figlio maschio da chiamare Spartaco, a quel punto cambia solo la vocale. (Beh, la storia dei nomi… un fratello della nonna a cui nasce il figlio il primo maggio del 1939 voleva chiamarlo “Ero nato il I maggio”. Ovviamente nessuno, all’anagrafe fascista, accetta un nome simile, e allora mio cugino si chiama Ero. Non Eros, Ero. Per dire la caparbietà...).
Non so dirti come sia nata l’adesione di tutti alla sinistra. Chi non era abbastanza coraggioso per partecipare in modo attivo, nessuno lo obbligava, ma era comunque schierato con i fratelli, non era mai contro. Anche le sorelle erano così. Ma questa penso sia la storia di tante famiglie dell’Emilia-Romagna. Quelle loro scelte collettive, quel loro essere di sinistra, erano come un fatto naturale, ed era normale non scappare via, difendere le proprie idee... Per cui anche per me è stato normale. Tutte le cose che ho fatto nella mia vita erano già scritte, ero cresciuta in quella famiglia e non mi è mai venuto in mente che si potesse essere diversi…

La famiglia, dalla bisnonna in poi, è molto vasta, ma io li ho conosciuti tutti… L’unico che non ho conosciuto, di cui ho solo sentito parlare, è stato lo zio Pippo, il più giovane dei maschi, perché venne arruolato di forza e mandato in Yugoslavia o in Grecia, non ricordo, da dove non è più ritornato. C’era l’arruolamento forzato e lui si era nascosto, ma i fascisti lo trovarono in casa della nonna. Lei non lo voleva lasciare andare perché era giovanissimo e il gerarca fascista le disse: “Bene, allora o ce lo dai tu con le tue mani o io l’ammazzo qua”, allora la nonna lo lasciò andare. E non è più tornato. Lo zio Nino, soprannome di Ivanoe, era un uomo molto coraggioso, comandante partigiano. La zia Gemma era la persona “buona” della famiglia. Questa è una famiglia in cui la bontà scarseggia, sono bravi, sono duri, sono forti, sono coerenti, ma non sono molto buoni nel senso lato del termine. La zia Gemma era l’anima buona della famiglia.
Tutti abitavano alle case popolari di Castelfranco Emilia e tutti i vicini sapevano del loro impegno politico, per cui quando i fascisti prendevano la strada si sapeva che andavano dagli Stopazzoni, e questi, essendo che la casa della bisnonna era l’ultima della via, normalmente riuscivano ad avvertirli. Poteva accadere di avere le armi in casa, smontate, nascoste, a volte in mezzo alle fasce dei più piccoli, così se perquisivano la casa era più difficile che le trovassero. Anche i bambini erano usati tranquillamente, nel senso che quel che serviva, serviva, era così. Essendo lo zio un ufficiale di collegamento, a volte quando c’erano messaggi da far passare, superando i posti di blocco, me li nascondevano nei vestiti, il nonno mi metteva sulla bicicletta e poi andavamo. Ai posti di blocco perquisivano il nonno, non me e così passavamo. Cosa mi raccontavano quando sono diventata più grande? “Avevamo una paura, Dorina, a lasciarti andare… ma come si faceva a dir di no, non si poteva dir di no”… L’atmosfera era quella, non so come dire.

Io sono nata nel novembre ‘41, quindi alla fine della guerra avevo tre anni e mezzo. Ricordo solo quando presero mio padre, quello sì. Fu uno degli episodi più terribili che accaddero a Castelfranco. C’era stata una spiata e avevano localizzato una base partigiana. Per evitare di far capire che tutto era nato da uno che aveva fatto la spia, le Ss allargarono di molto il raggio del rastrellamento e presero su anche il babbo per il solo fatto che il suo cognome iniziava per P e loro cercavano un partigiano il cui cognome cominciava con la P. Quella notte il babbo, che solitamente dormiva in campagna tra la canapa (a quei tempi a Castelfranco si coltivava la canapa), siccome pioveva, era venuto in casa a ripararsi. Quello lo ricordo bene, la mamma che piangeva e saliva lungo la scala a chiocciola e io attaccata alle sue sottane.
Sì, il rastrellamento fu terribile. I prigionieri vennero separati in due gruppi, e quelli che loro sapevano essere partigiani furono torturati e poi uccisi, gli altri dopo un certo numero di giorni li passarono a Bologna, a San Giovanni in Monte e da lì, durante un bombardamento, riuscirono a fuggire (il babbo apparteneva a questo gruppo). Durante il rastrellamento, il 13 dicembre 1944, era successo il fatto più crudele. La moglie del comandante aveva tentato di salvare i partigiani. Quando le camionette delle Ss erano arrivate a un bivio, davanti alla sua casa, in piena campagna, le avevano chiesto in che direzione dovevano andare per una certa località e lei aveva indicato quella opposta. Fece guadagnare tempo prezioso a diversi partigiani, anche della mia famiglia, che si misero in salvo. Però, dopo aver mandato via le due figlie, era rimasta per capire cosa sarebbe successo. Quando i tedeschi tornarono indietro... Era incinta. Il 17 dicembre 1944 , sul greto del Panaro, vicino a San Cesario, trovarono i corpi. Lei era senza le unghie dei piedi e delle mani ed era sventrata. Il babbo dice che si sentivano degli urli, dei rantoli mostruosi. A Castelfranco, se tu fai la strada principale, sulla Via Emilia, a un certo punto su un edificio c’è una lapide che è dedicata a Gabriella degli Esposti, medaglia d’oro della Repubblica italiana.

La zia Ivonne era una bella donna, aveva soprattutto delle bellissime gambe, rossa di capelli perché il nonno Raffaele aveva la barba rossa e c’è una vena di rosso nella mia famiglia, di rosso Tiziano, un colore bellissimo. Quindi la zia faceva la staffetta e un giorno, in bicicletta, con la sorella minore, la zia Magda, e la solita borsa con le armi smontate sotto un po’ di roba da mangiare, si imbattè in un posto di blocco di fascisti. Questi si mettono a fare un po’ di battute con le due ragazze, poi loro due prendono la bicicletta, ripartono, fatte poche pedalate si sente uno che dice: “No, ferma!”. La zia ha sempre raccontato: “Lì ho capito che era finita”, perché avrebbero perquisito per davvero, non per scherzo. Invece questo si avvicina e dice: “Ma sai che hai delle belle gambe”.
Il mio babbo, per esempio, era un uomo normale, che non credo fosse neanche tanto di sinistra. Penso, anzi, anche se non l’ha mai detto, che da giovane avesse avuto delle simpatie per quegli aspetti migliori del fascismo perché parlava spesso degli stadi, dello sport, delle case, e di un miglioramento nella vita di tanta gente. Era tipografo. E allora cosa si può far fare a un tipografo? Il foglio clandestino dell’Unità. Con le macchine per stampare in un posto e i caratteri in un altro, così se ti prendevano una cosa non ti prendevano l’altra. Facevano la composizione, assemblavano e poi con la composizione nelle sporte, raggiungevano in bicicletta il luogo dove c’erano le macchine. Un giorno stava percorrendo quello che adesso è Viale dei Giardini a Modena e si scatenò un bombardamento di aerei alleati, ci fu un parapiglia, tutti cominciarono a scappare, lui perse il controllo della bicicletta, la borsa cadde e tutti i caratteri della composizione si sparpagliarono in mezzo alla strada. Per dirti che il clima era tale per cui anche chi non era, per scelta, di sinistra e capitava in quella famiglia, veniva cooptato.
E’ una storia così, fatta di grandi gesti, ma anche di tanta violenza. A volte anch’io violenta a parole, quando mi arrabbio. Ma se io ho imparato a usare le parole in modo cattivo, loro usavano le pistole. Era una famiglia dove non esisteva molto spazio per quella che oggi chiamiamo “comprensione”. Commetti un errore? Se stai dentro la filosofia della famiglia, la famiglia in qualche modo ti aiuta. Ma se esci dalle regole imposte dalla disciplina di partito la famiglia non capisce. Tutto è dovuto alla loro storia, al rispetto della disciplina: fare le cose che venivano decise anche senza capirne le finalità. Si eseguivano gli ordini, perché era l’unico modo per difendere se stessi, gli altri e per continuare a combattere.
Almeno due generazioni, dalla mia bisnonna in poi, sono cresciute così, con un senso dell’obbligo, del dovere, ma anche dell’impegno politico e con un gran senso di appartenenza sia alla famiglia che al partito. Io da bambina ho sempre vissuto in modo molto confuso la famiglia e l’organizzazione. Erano quasi la stessa cosa. Per dirti, il nonno rimase socialista e così quasi tutta la famiglia, solamente il figlio maschio era passato al Pci durante il fascismo. Quando nacque il Psiup, il nonno scrisse una lunga lettera con tutte le motivazioni per cui se ne andava dal Psi, per aderire al Psiup, la fece leggere a tutti e tutti quelli che erano d’accordo firmarono. Poi andò in federazione a Piazza Calderini e consegnò il pacchetto di tessere con lettera allegata.

Così io sono sempre stata abituata a gesti precisi. Bene, nel 1967, direttivo del Psiup, tre compagni di Bologna della federazione giovanile avevano distribuito i primi volantini di Potere Operaio davanti alle fabbriche metalmeccaniche della Bolognina. Un finimondo, perché i dirigenti sindacali del Psiup erano andati a chiedere l’intervento del partito su di loro. Il partito li aveva ammoniti e loro erano tornati a distribuire i volantini. Il partito aveva deciso l’espulsione. In base allo statuto del Psiup la procedura era che il partito decideva l’espulsione, poi la decisione andava alla sezione di appartenenza e la sezione doveva approvare o meno. Poi il partito prendeva la decisione definitiva. La mia sezione non ratificò l’espulsione. All’ultima riunione del direttivo provinciale, presente il segretario nazionale Vecchietti, l’aria si tagliava col coltello. Alle votazioni i tre compagni vengono espulsi con tredici voti contrari. Io ero l’esponente della federazione giovanile psiuppina nel direttivo provinciale di Bologna, il mio era un voto consultivo, e votai contro l’espulsione. In piena riunione mia zia Desdemona si alza, si gira, e mi urla: “imbezela, t’an sè neanch quel ch’at fè, tan capesc ingnita!”. Non mi ha parlato per anni. Era inconcepibile che sua nipote pubblicamente, davanti a tutti, non si schierasse con il partito. Non ero io che dovevo sentirmi un po’ delusa per tanto settarismo, era lei che subiva l’affronto di avere una nipote così...

La mia famiglia è stata tutto questo e anche di più, e io le ho voluto un gran bene. Ho l’orgoglio di essere cresciuta in una famiglia particolare. Certo, finita la guerra le cose sono gradualmente cambiate e ciascuno di loro ha manifestato altri aspetti della propria personalità che hanno preso il sopravvento. Finito il pericolo, era finita la grande tensione che obbligava a essere più che uniti e compatti, perché non ci si poteva permettere di commettere il minimo errore. Finita la guerra avevano perso il nemico esterno e loro erano abituati solo a combattere, a resistere. Quando mia cugina Tamara mi dice: “Ma cosa c’è di bello da raccontare di questa famiglia?”, io provo un grande dolore perché ritengo che questa famiglia abbia un vissuto “bello” da raccontare. Come poteva, un pezzettino di storia l’ha scritta e l’ha fatto con molto coraggio. Sono sicura che a tutti i nipoti sono stati trasmessi dei valori che ci accompagneranno per tutta la vita.
Una volta confidai alla zia Icilia che mi sarebbe piaciuto, essendone capace, di scrivere la storia delle donne di casa. Ma lei mi disse: “Dorina non farlo, non scrivere perché qualsiasi cosa tu dica vai a svegliare i fantasmi”. Era una zia acquisita, un’Argentesi, che era poi la sorella del comandante partigiano di Medicina (sempre lì ci muoviamo), una donna dolce e generosa, che aveva sposato lo zio Otello, l’unico fratello della mamma. Apro una parentesi su questo episodio. Successe tutto durante la latitanza di Otello a Medicina, dove si nascondeva dagli Argentesi. Per ordine del Cln la centrale di cui Otello era marconista (aveva imparato a farlo sulle navi che bloccavano il porto di Barcellona durante la guerra civile) andava chiusa per un po’ perché sembrava in procinto di essere scoperta. Il tempo che il Cln lo richiamasse in servizio e Icilia era incinta. Allora il nonno e la nonna si recarono dagli Argentesi per rassicurarli che in caso di morte di Otello il bimbo avrebbe avuto il cognome.
Sì, fu la zia Icilia a dirmi: “No, Dorina, lascia che questa gente mano a mano che muore si porti con sé la storia”.

Quando la bisnonna è morta, il giorno del suo funerale, il corteo funebre s’apriva con la banda del Comune di Castelfranco che, a mo’ di marcia funebre, suonava Bandiera Rossa, l’Internazionale, Bella Ciao e l’Inno dei lavoratori. Dietro c’era la bara coperta con la bandiera dell’Anpi e la medaglia d’oro appuntata, portata a spalla dai nipoti maschi, poi i gonfaloni dei partiti, dei Comuni, delle associazioni, le corone di garofani rossi, i familiari e tantissima gente. I negozi con le saracinesche abbassate e la gente che salutava coi pugni chiusi. La bara fece sosta di fronte alla stele che ricorda Gabriella Degli Esposti.
Tutto lungo la via Emilia. Fra un capo e l’altro di Castelfranco Emilia.


  


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