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UNA CITTÀ n. 138 / 2006 Aprile

Intervista a Mordechai Morale Bar-on
realizzata da Francesco Papafava, Asher Salah

IL PRIMO A SION...
I genitori emigrati nel 1924, la nascita in Palestina, il kibbutz e la gioventù comunista, l’arruolamento, da ragazzo, nei battaglioni formalmente inquadrati nell’esercito britannico, poi la guerra del 48 e una carriera nell’esercito scandita dal 56, il 67, il 73, l’82. Gli studi storici, la convinzione della necessità di uno Stato palestinese, l’impegno pacifista e la fedeltà al sionismo... Intervista a Mordechai Morale Bar-on.

Mordechai Morale Bar-On, sabra, nell’Hagana fin da ragazzo, è stato il più giovane comandante di compagnia nella guerra del ‘48. Noto critico militare, responsabile dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore e quindi capo dell’Ufficio Educazione dell’Esercito israeliano, dal 1977 è membro di Peace Now. Sua l’introduzione del volume Dal sogno alla realtà. Lettere ai figli combattenti. Israele 1947-1948, di Gualtiero Cividalli, (a cura di Francesco Papafava) , La Giuntina, 2005. L’intervista è stata fatta prima delle ultime elezioni palestinesi e israeliane. Ci può raccontare un po’ della sua infanzia. Lei è nato in Palestina? Sì, nel 1928, quando ancora vigeva il mandato britannico sulla Palestina. I miei genitori arrivarono dalla Germania nel 1924. Mio padre era un sionista, e mia madre una cattolica tedesca che si era convertita all’ebraismo prima del matrimonio. Credo che pensassero che la loro vita insieme sarebbe dovuta cominciare in un nuovo paese lasciandosi alle spalle l’Europa. Gran parte della mia famiglia ebraica rimasta in Europa venne distrutta, ma anche molti dei miei parenti cattolici morirono durante la guerra o diventarono profughi. I miei genitori invece vissero una vita piena di soddisfazioni e riuscirono a veder crescere i propri figli, realizzarsi e formare a loro volta delle famiglie altrettanto realizzate. Sia per loro che per noi il sionismo era la strada giusta da percorrere. L’inizio non fu facile e mia madre pianse per tre giorni quando arrivò qui, anche perché nel 1924 la Palestina era un paese povero e desolato. Ma lentamente si abituò alla situazione e divenne un’ardente sionista. Io crebbi in un piccolo villaggio che a quei tempi chiamavamo moshav che, in ebraico, significa “colonia”. Il termine non aveva ancora quella connotazione negativa che ha assunto oggi e ci sentivamo orgogliosi di essere stati capaci di creare una “colonia”. Il mio moshav si chiamava “Rishon le Zion” (significa “Il primo a Sion”) . Era un ambiente prevalentemente rurale e agricolo: piccoli campi di cedro, vitigni, pollai. Ricordo ancora l’odore dolce dei fiori di cedro in primavera e quello del vino fresco in estate. I miei genitori, comunque, non erano contadini. Mio padre era un ingegnere specializzato nel settore dell’equipaggiamento pesante, trattori e camion. Eravamo dei piccoli borghesi, se vuole. Avevamo una piccola casa con un campo di alberi da frutto e qualche animale per uso domestico. Mio padre era uno dei pochi cittadini della colonia che aveva sempre avuto una macchina. Come ogni ragazzo e ragazza della comunità ebraica in Palestina, nel 1942, all’età di 14 anni, entrai nell’Hagana, la milizia militare ebraica clandestina. Partecipai ai cosiddetti “Battaglioni della Gioventù”. I miei fratelli più grandi entrarono nell’esercito britannico e combatterono a fianco della Brigata Ebraica in Italia, vicino a Ravenna e Bologna, lungo il fiume Senio. Io ero ancora troppo giovane. Nei Battaglioni della Gioventù veniva dato un addestramento militare che non prevedeva ancora l’uso delle armi. Venivamo utilizzati come segnalatori e corrieri. All’età di 16 anni entrammo in un’unità chiamata Unità sul Campo dove imparammo a usare fucili e piccole mitragliatrici. In quel periodo continuavo a studiare al Ginnasio e, naturalmente, vivevo ancora a casa. Le missioni che venivano affidate alle Unità sul Campo erano: nascondere armi illegali e ricevere gli immigrati clandestini che sbarcavano di notte in qualche spiaggia isolata, e che venivano nascosti tra le famiglie dei veterani prima dell’alba. Collaboravamo anche alla costruzione di nuovi insediamenti. Dovevamo costruire i nuovi villaggi di notte e assicurarci che al mattino seguente ci fossero qualche casa di legno, un muro difensivo e dei recinti, una torre di controllo per le comunicazioni e i segnali d’allarme, nel caso gli arabi o gli inglesi... [ continua ]

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