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Intervista a Françoise Rudetzki, fondatrice di Sos Attentats


  
UNA CITTÀ n. 131 / 2005 Agosto-Settembre

Intervista a Françoise Rudetzki
realizzata da Barbara Bertoncin, Alessandro Coppola

SOS ATTENTATS
Una sera qualunque in un ristorante qualunque... Poi un lunghissimo calvario, la lotta strenua per salvare una gamba, la trasfusione micidiale, l’impegno per dare un senso a tutto. Intervista a Françoise Rudetzki.

Françoise Rudetzki, fondatrice di Sos Attentats, recentemente ha pubblicato la propria autobiografia dal titolo Triple peine, Calmann-Lévy, 2004. Vive a Parigi.
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\r Era il 23 dicembre 1983, io e mio marito stavamo festeggiando il decimo anniversario di matrimonio a “Le Grand Véfour”, un noto ristorante di Parigi, quando, alle 22,30, proprio mentre stavamo mangiando, eravamo ormai al dessert, avvenne l’esplosione e io fui ferita molto gravemente agli arti inferiori.
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\r Dovetti combattere molto per le mie gambe. Sarebbe stato necessario amputarne una ma io insistetti molto per poterla conservare. Questo ha comportato una serie infinita di operazioni (mi sono sottoposta a una sessantina di interventi di chirurgia ricostruttiva, con trapianti di tessuto nervoso, osseo, muscolare, di pelle, ecc.) e una convalescenza, spesso in ospedale, durata anni, durante i quali, ovviamente, mi potevo muovere solo con la sedie a rotelle.
\r Volevo conservare le mie gambe, l’integrità del mio corpo. Certo, ho sopportato una sofferenza estrema ma farsi tagliare una gamba sarebbe stata una sofferenza ancora più insopportabile. L’idea di avere solo una gamba mi era insopportabile, molto più insopportabile della sofferenza fisica. Poi c’era una specie di promessa fatta a mio marito. Subito dopo l’attentato, quando capii di essere stata ferita molto gravemente e di rischiare la vita, gli promisi di vivere. Io non credo in dio, però mio marito si era piegato su di me e avevo letto nei suoi occhi la paura che io morissi. Allora gli dissi: “Ti prometto che vivrò, sopporterò il colpo”. Per me era un messaggio d’amore. E la promessa che gli avevo fatto mi ha aiutato a resistere, a lottare contro la sofferenza, a non cedere alla morte.
\r Devo dire che mio fratello mi ha aiutato tantissimo. E’ medico e credo sia stato grazie a lui se i suoi colleghi medici, a suo tempo, hanno tenuto conto della mia volontà e non mi amputarono la gamba. Il fatto che lui fosse lì ogni giorno a far da ponte tra me e i dottori dell’ospedale, a discutere con loro delle mie cartelle cliniche è stato decisivo. Inoltre questo mi ha permesso di essere informata in maniera più esatta e completa sulle mie condizioni di salute. (Oggi le cose sono cambiate, i medici parlano molto di più con i malati, il diritto ad essere informati sulle proprie condizioni di salute è ormai acquisito, ma nel 1983 non era così).
\r Purtroppo quella notte ebbi bisogno di una trasfusione e contrassi pure l’Hiv. (Erano gli anni in cui le trasfusioni erano ad alto rischio). Lo scoprii l’anno dopo, quando volli fare il test.
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\r Fu attraverso il mio caso che mi resi conto che il reato di terrorismo nel diritto francese non esisteva. Nei codici non figurava neppure la parola. Eppure all’inizio degli anni Ottanta, nell’81, ‘82, ‘83, a Parigi erano stati commessi diversi attentati. Che ne era stato delle altre vittime? Qualche tempo dopo un giornale pubblicò un articolo sul ristorante dove era stata collocata la bomba, dal titolo “Le Grand Véfour risorto”. Vi si raccontava che non erano stati lesinati mezzi per la ricostruzione e che la bomba aveva fatto “più rumore che male”, questo il titolo del pezzo. Di getto mandai una lettera a quel giornale e spiegai che io ero ancora all’ospedale e mi stavo battendo per conservare la mia gamba. “La bomba ha fatto molto male”, scrissi. La lettera venne pubblicata e attraverso di essa potei lanciare un appello per rintracciare le altre vittime.
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\r Nacque così l’idea di dare vita a un’associazione che riunisse tutte le vittime di attentati terroristici, e nel gennaio 1986, fondammo “Sos Attentats”. Quando ne diedi l’annuncio tramite stampa, mi scrissero e telefonarono in tanti, tutte vittime di attentati che stavano vivendo esperienze incredibili, persone che non avevano nemmeno i soldi per pagarsi le spese di ospedalizzazione. Tanto per fare un esempio, uno degli esiti abbastanza frequenti degli attentati sono le ustioni gravi, e i grandi ustionati devono indossare degli indumenti speciali, che esercitano un’opera di compressione sulla pelle. Ebbene, queste persone non avevano nemmeno i soldi per poterseli pagare. Allora la nostra richiesta prioritaria fu che le vittime di attentato ricevessero almeno un indennizzo che gli permettesse di sostenere le spese mediche più urgenti.
\r Poi ci battemmo per far introdurre nel codice penale il reato specifico di terrorismo in modo che il risarcimento per le vittime fosse un diritto. Occorre ricordare che nel 1986 la Francia era in campagna elettorale, allora noi scrivemmo a tutti i partiti per chiedere il loro appoggio a questa legge. Le elezioni sfociarono in quella che noi definimmo “prima coabitazione”, ovvero un Presidente di sinistra con un Primo Ministro e una Camera dei Deputati di destra. Riuscimmo a ottenere che la nostra legge venisse votata all’unanimità, sia a destra che a sinistra. Fu così creato un fondo di solidarietà per le vittime, quello che oggi viene definito Fondo Garantito per le Vittime degli Atti di Terrorismo.
\r D’altronde essere vittima di un attentato non è come subire un’aggressione fisica da un’altra persona, non è un fatto individuale tra te e l’altro, è una casualità, è un pescare nel mucchio, è stato fatto a te perché tu eri lì per caso… E’ per questo che è stato importante lottare per il riconoscimento dello status di “vittima civile di guerra”: è la Nazione che riconosce che è stato commesso un attentato contro un organismo, contro uno Stato, contro dei valori democratici, contro i valori propugnati dall’Onu.
\r Questo riconoscimento dello status di vittime civili di guerra ha portato un po’ di quiete alle vittime. Finalmente veniva riconosciuto il debito che la Nazione ha nei confronti delle sue vittime. D’altra parte è un sentimento difficilmente accettabile l’esser stati vittime solo perché si è capitati lì nel momento sbagliato, nel luogo sbagliato, all’ora sbagliata…
\r La Francia è comunque il solo Paese che riconosca il terrorismo come nuova forma di guerra. Questo status garantisce alle vittime forme di protezione molto concrete, come le cure gratuite, l’accesso agli ospedali militari, fatto questo che conferma l’analogia fra le ferite causate dagli attentati e quelle procurate in guerra, ma è soprattutto un riconoscimento della Nazione nei confronti delle vittime.
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\r Questo fu il primo passo. Col tempo, ci rendemmo però conto che l’indennizzo finanziario non era sufficiente, e chiedemmo a un’équipe dell’Inserm, un ente nazionale di ricerca medica, di fare uno studio sulle ferite subite dalle vittime di attentati, studio al quale hanno partecipato 313 vittime.
\r Ebbene, i risultati dimostrarono che queste vittime presentavano gli stessi sintomi delle vittime di guerra: le conseguenze psicologiche erano assolutamente comparabili a quelle sperimentate da chi aveva subito la guerra. E’ su queste basi che ci siamo battuti per vedere riconosciuto il terrorismo quale nuova forma di guerra, e, di conseguenza, lo status di vittime di guerra alle vittime.
\r Per arrivarci furono necessari quattro anni, mentre, ad esempio, per ottenere il fondo di solidarietà erano stati sufficienti solo pochi mesi. I politici non volevano riconoscere il terrorismo come nuova forma di guerra e quindi dovemmo fare parecchia militanza per raggiungere il nostro obiettivo, che pure era suffragato da una ricerca medica. Inoltre, poiché i risultati della ricerca medica furono presentati al consiglio d’amministrazione del fondo di solidarietà, poterono essere create forme di indennizzo specifiche per le conseguenze psicologiche. Ma ci vollero quasi dieci anni…
\r Oggi ci sono delle équipe di medici e psicologi specializzate nel prendersi cura delle vittime degli attentati (e ora anche delle catastrofi), sul luogo stesso dell’avvenimento, con un approccio psicologico su misura.
\r Ma neanche questo è stato sufficiente. Restavano fuori i problemi sociali: l’associazione infatti si era via via resa conto che le vittime di attentato dovevano affrontare difficoltà di tipo sociale non indifferenti. Così ora a Sos Attentats abbiamo due assistenti sociali che ci aiutano a prenderci cura di tutti i problemi sociali con cui le vittime devono confrontarsi. L’approccio quindi è a trecentossessanta gradi: giuridico, finanziario, sociale, medico, psicologico.
\r Tra gli effetti di un trauma infatti sono annoverati anche separazioni e suicidi. E’ un dramma che non coinvolge solo la persona, ma tutta la famiglia. Spesso le vittime vengono poco comprese dalla famiglia o dagli amici. Si sentono ossessivamente dire. “Quanto sei stata fortunata a essere sopravvissuta. E’ una fortuna…”. E’ comprensibile che in un tale contesto ambientale le vittime abbiano difficoltà a parlare della loro sofferenza psicologica.
\r Allora si è cercato di prendersi cura non solo della vittima ma anche della sua famiglia: li si fa venire in associazione, si cerca di spiegare loro che bisogna lasciar parlare la vittima. Questo percorso è ancora agli inizi, e capita tuttora che vittime tentino il suicidio o addirittura riescano a metterlo in atto, ci sono ancora troppe separazioni, divorzi e abbandoni, specie da parte dei mariti, a causa delle ferite, fisiche e psicologiche, che le donne hanno subito.
\r Alcune vittime, poi, avevano dovuto lasciare l’impiego dopo l’attentato ai grandi magazzini La Fayette: non riuscivano a tornare sul luogo di lavoro. Abbiamo provato ad intervenire presso la direzione per chiedere di spostarli -in quel caso l’attentato si era verificato nei sotterranei- magari trasferendo il lavoratore al primo o al secondo piano, ma inutilmente, non ci hanno ascoltato. Così ora le vittime, ogni mattina, devono tornare sul luogo in cui sono state ferite e bruciate.
\r Inoltre ci siamo resi conto che, passato il momento dell’emozione, le vittime vengono dimenticate e che la solidarietà non basta. Ci sono stati casi in cui, nonostante tutto il lavoro fatto dagli psicologi, le vittime hanno dovuto lasciare Parigi e spostarsi in provincia perché non sono state più in grado di usare mezzi pubblici (ad esempio nel caso di attentati alla metropolitana di Parigi). E come si può pensare di lavorare in una grande città come Parigi se non si prende l’autobus o la metro?
\r L’attentato, quindi, non causa solo ferite psicologiche e fisiche, ma rappresenta uno stravolgimento della vita familiare, della vita di coppia, della vita professionale, delle relazioni con parenti e amici che si deteriorano... Anche perché non si può dimenticare. Anche se si fugge, si trasloca, è sicuro che non si può dimenticare. E non servirebbe a niente volerlo fare. Tutto il lavoro psicologico che si fa serve a insegnare alle vittime come imparare a vivere col ricordo dell’attentato. Quelli che hanno abbandonato la città sono soprattutto quelli che non potevano più prendere i mezzi pubblici, la metro. Ma, intendiamoci, nemmeno loro hanno potuto dimenticare.
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\r Le vittime che hanno la possibilità di arrivare a un processo e di guardare in faccia gli autori dell’attentato, hanno maggiori chance di ricostruirsi la vita. Purtroppo, la maggior parte non ha questa “fortuna”. Io ad esempio non l’ho avuta. Il giudice istruttore, dopo appena qualche mese di indagini, ha chiuso il dossier pronunciando la fatidica espressione, “non luogo” a procedere: una cosa rivoltante, raccapricciante, è come se l’atto non fosse stato commesso. E infatti la mia lotta personale ha avuto come scopo anche il diritto ad avere un processo. Ho accompagnato molte vittime ai processi -quando questi sono stati possibili- e posso affermare con sicurezza che se alla vittima viene riconosciuto questo diritto alla fine riesce ad uscire dal suo stato di vittima. Il processo rappresenta l’ultima fase della ricostruzione. Ma non accade spesso purtroppo.
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\r Combattere la battaglia per conservare la gamba, quella contro l’Hiv… Come ho fatto? Dove ho trovato le energie, il coraggio? Forse dipende dalla mia forza di carattere, che probabilmente viene dai miei geni e dall’educazione che ho ricevuto dai miei genitori. E poi ho avuto anche la fortuna di essere circondata da persone valide. Tutto questo mi ha permesso di diventare più forte, grazie all’aiuto degli altri.
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\r Ho intitolato il mio libro “La tripla pena” perché, oltre all’attentato e all’Hiv, c’è un’altra “pena” che ha segnato la mia biografia: provengo da una famiglia ebraica che ha subito la Shoah e ha sofferto molto. Ho avuto tre nonni, tre zie e uno zio deportati nei campi di sterminio.
\r Nel libro ho raccontato un po’ la storia della mia famiglia, dei miei genitori, che dopo la guerra hanno mostrato una volontà feroce di ricostruirsi una vita, e ho voluto rendere loro omaggio perché hanno saputo donarmi questa forza di vivere, a dispetto delle sofferenze patite.
\r I miei genitori hanno sempre parlato poco della Shoah. C’era molto silenzio in famiglia, molti non detti; la loro voglia di vivere era tale che parlavano pochissimo del periodo della guerra. Oggi purtroppo sono morti e restano molte cose che avrei voluto sapere da loro, e non potrò più farlo. Ho due zie ancora in vita e le ho fatte parlare molto della nostra famiglia, delle vicissitudini durante il nazismo, ma certo avrei preferito parlarne con i miei genitori. Ma mia madre diceva che parlare di quel periodo la faceva piangere molto.
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\r In effetti è molto difficile far parlare le persone delle grandi sciagure che hanno subito. Non so perché si instauri tale silenzio, non me lo so spiegare, il silenzio sull’Aids, per esempio. Bisognerebbe chiedere a psicologi o a psichiatri.
\r Di certo, quello che l’associazione cerca di fare è proprio far parlare le vittime e le loro famiglie; in genere si parte da piccole frasi, foto, piccoli ricordi… Ma non è facile. Anche il libro è servito a spezzare la “cospirazione del silenzio”, a lottare contro di essa. E’ per questo che l’ho scritto, perché questo silenzio non pesi sulle generazioni future. Nel libro, poi, ho fatto uno sforzo per riuscire a raccontare tutto di quella serata, di quella cena, con dovizia di particolari, è stato anche quello un modo per attaccarmi alla vita.
\r Sempre per lottare contro l’oblio, agli Invalides abbiamo fatto costruire un Memoriale, un monumento dedicato alla memoria di tutte le vittime del terrorismo.
\r E’ un monumento in bronzo con una fontana, che raffigura una donna decapitata con la testa in mano. Rappresenta la morte, e le parole continuano a uscire dalla sua bocca. Sono le parole delle vittime che trascendono la morte, la travalicano; la fontana invece l’abbiamo voluta perché in tutte le civiltà, l’acqua è simbolo di vita. E’ stato costruito per lottare contro il silenzio e si chiama “Parole portée à la mémoire des victimes du terrorisme”, ed è stato inaugurato il 3 dicembre 1998, alla presenza del Presidente della Repubblica Chirac.
\r Ogni anno, intorno a questo monumento, si tiene una cerimonia in commemorazione delle vittime del terrorismo.
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\r Sul piano internazionale abbiamo ottenuto dall’Onu lo status di Ong. In questo modo abbiamo avuto l’opportunità di portare anche in quella sede la voce delle vittime. Quest’anno abbiamo lavorato parecchio con i loro responsabili per riuscire a creare ovunque nel mondo fondi di solidarietà per indennizzare le vittime e prestare loro sostegno psicologico. Ma siamo ancora all’inizio della nostra collaborazione con l’Onu. Per anni le Nazioni Unite si sono occupate di terrorismo trascurando sempre, però, i diritti delle vittime. Solo ora cominciano a farlo e noi speriamo che questo porti dei progressi per le vittime di tutto il mondo.
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\r Arrivata alla fine del libro, ho deciso di tornare in quel ristorante, dopo tutti questi anni. Fino a quel momento non ci ero più tornata, mi ero avvicinata, ero stata nei dintorni, ma non avevo mai più varcato la sua soglia. Quel giorno ho spinto la porta, sono entrata, ed è lì che ho sperimentato la “quarta pena”, la separazione da mio marito, avvenuta qualche tempo prima. Mi sono resa conto che contava molto per me e che, nonostante la separazione, tenevo molto al suo amore. Ed è stato ritornando sul luogo dove eravamo stati felici per l’ultima volta che ho capito che la sua presenza mi mancava. Forse il tempo farà sì che ci ritroveremo. Il mio libro lo ha emozionato, e dalla sua uscita ci vediamo spesso. Chissà, forse un giorno ricominceremo la nostra vita comune. E’ una speranza, credo.
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\r Noi chiediamo che l’Europa e la Comunità Internazionale si mobilitino maggiormente nella lotta contro il terrorismo, e con più continuità. Non basta mobilitarsi in occasione di grossi attentati come l’11 settembre o il primo marzo, bisogna che mettano in atto politiche di lotta al terrorismo durature ed efficaci.
\r Noi, purtroppo, abbiamo l’impressione che, passati i momenti d’emozione, la lotta al terrorismo non sia una priorità degli Stati democratici, e questo ci preoccupa molto. Non cerchiamo vendetta, in ogni caso siamo contro la pena di morte -anzi è una conditio sine qua non per iscriversi a Sos Attentats- vogliamo soltanto che i terroristi siano giudicati e condannati in tutto il mondo. Perché spesso i veri terroristi sono quelli che finanziano, che forniscono sostegno e aiuto logistico ai gruppi terroristici. Tutta gente che è al sicuro, che non corre pericoli. E questo è grave e angosciante. E io inizio a provare un senso di stanchezza a constatare, dopo vent’anni di battaglie, che la lotta al terrorismo, per gli Stati, è ancora tutta da costruire.
\r Penso che ci voglia un po’ di perdono, ma prima è necessario che gli autori siano giudicati e condannati. Solo allora si può perdonare, si può arrivare a costruire la pace. Serve una certezza della pena, serve che giustizia sia fatta. Perché fa parte integrante del percorso di ricostruzione che la vittima deve fare. Per costruire la pace, bisogna prima costruire la giustizia.

  



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