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Appello per Berneri

Noi ovviamente non contiamo nulla, ma ciononostante avanziamo una richiesta solenne agli ex-comunisti del Pci (la specifica è necessaria perché ci sono anche gli altri ex-comunisti, quelli del 68, e l’impressione è che i conti con le loro idee e con i loro atti di un tempo li abbiano fatti ancor meno dei primi): convochino un grande convegno sulla figura di Camillo Berneri, grande intellettuale e militante italiano, anarchico eterodosso, antifascista della prima ora e altrettanto rigoroso anticomunista, amico dei fratelli Rosselli, combattente di Spagna, ucciso dai comunisti delle brigate internazionali che ne rivendicarono l’omicidio sul giornale comunista in Francia.
E in questo convegno si faccia luce, finalmente, sul ruolo che ebbe Togliatti in Spagna.
E’ chiedere troppo? E’ una richiesta da pazzi? Forse sì, visto che pensiamo anche che se l’avessero fatto per tempo, negli anni scorsi, forse ora la situazione del nostro paese sarebbe diversa...
E chissà, se mai si dovesse tenere un simile convegno, che non possa svolgersi sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica...

l'altra tradizione

  
UNA CITTÀ n. 97 / 2001 Luglio-Agosto

Intervista a Pino Ferraris
realizzata da Gianni Saporetti

QUELLA SUA ULTIMA INVOCAZIONE AI GIOVANI...
Di formazione mazziniana e risorgimentale, socialista, proudhoniano, grande eclettico, Osvaldo Gnocchi-Viani, fondatore delle Camere del Lavoro, dell’Umanitaria e dell’università popolare, osteggiò con forza la scelta marxista “tedesca” di Turati, che riduceva il sindacato e l’associazionismo popolare a cinghie di trasmissione di un partito votato al socialismo di stato e a un mutualismo paternalistico statalizzato. La sconcertante attualità delle sue idee sul far da sé solidaristico da opporre a quello individualistico liberale. Intervista a Pino Ferraris.

Pino Ferraris ha lavorato nell’Ufficio Studi della Cgil, ha collaborato con l’Flm e la Fiom; ha insegnato sociologia all’Università di Camerino. Ha pubblicato, fra l’altro, Domande di oggi al sindacalismo europeo dell’altro ieri, Ediesse, Roma 1992; Osvaldo Gnocchi-Viani, Dieci anni di Camere del lavoro, Ediesse, Roma 1995.

Osvaldo Gnocchi-Viani è stato il fondatore del sindacato italiano. Perché non se ne sente mai parlare e che senso ha, a parte l’aspetto storiografico, riscoprire la sua figura, il suo pensiero e la sua opera?
Uno dei motivi che spingono ad andare a rileggere personaggi in un certo senso dimenticati della storia del socialismo è la sproporzione evidente tra l’importanza, pratica o ideale, che hanno avuto, e il drastico ridimensionamento che hanno subito a livello di elaborazione storiografica. Merlino è uno di questi personaggi dimenticati, pur essendo, dal punto di vista della teoria politica, importantissimo, sia per l’influenza che ebbe nel suo tempo, seppur poco riconosciuta, sia per l’influenza che avrebbe potuto avere per il futuro, se la sua riflessione non fosse stata censurata, obliterata. E direi che Gnocchi-Viani ha la stessa importanza di Merlino, soprattutto dal punto di vista pratico. Ciò che ha fatto Gnocchi-Viani è durato per tutto il ‘900, e lui invece, nel ‘900, non è riuscito neppure a entrarci. E’ Gnocchi-Viani a fondare il sindacalismo italiano negli anni ‘90 dell’‘800, è lui il padre delle Camere del Lavoro e queste rappresentano la peculiarità del sindacato italiano. Lui fondò la Società Umanitaria di Milano e le università popolari, istituzioni importantissime, che ancora esistono; ciononostante diventò uno sconosciuto, del quale, nel ‘900, non è stato pubblicato più niente.
Quindi il primo interrogativo che ci viene spontaneo riguarda proprio l’interpretazione della storia delle idee e anche delle opere della sinistra nel passaggio dall’800 al ‘900: chi erano queste persone e perché furono censurate e dimenticate?
Ma c’è un altro interrogativo che poi si presenta immancabilmente a chi si avvicina a questi personaggi: perché hanno un sapore di attualità che stupisce e meraviglia, pur essendo personaggi ottocenteschi del tutto datati?
Per dare una risposta al primo interrogativo bisogna ricordare che nell’800 il socialismo è stato un grande fattore di pluralismo culturale; c’erano i saintsimoniani, i fourieristi, gli anarchici, i marxisti, i fabiani, i sindacalisti rivoluzionari, c’era una grande effervescenza di idee, di scuole in polemica fra loro, dove, come dice Viani, il contrasto, il pluralismo, erano la ricchezza, erano la dinamicità; poi, a mano a mano che ha preso piede la dottrina di partito, che è sintesi tra idee e organismi politici e d’autorità, in particolare con il marxismo, prima kautskiano e poi leninista, questo grande ventaglio di idee, di correnti di pensiero, si è come infilato in un imbuto, da dove è uscito quello che io chiamo il pensiero unico di sinistra. Il ‘900 ci ha presentato una sorta di pensiero unico di sinistra. Mi sono sempre considerato un marxista eretico, ma occorre ammettere che le eresie in fondo partecipano, servono anche a confermare le ortodossie.
Quando l’imbuto stretto del pensiero unico di sinistra si è rotto, si è corso il rischio di perdere semplicemente il pensiero, tout-court. Oggi non c’è più pensiero, e sembra non ci sia più neppure un passato di pensiero, a meno di non ripartire da quella pluralità, da quella molteplicità ottocentesca.
Gnocchi-Viani è stato censurato, messo ai margini, messo all’indice perché era un eclettico, ma il suo eclettismo era meraviglioso. Lui è passato attraverso il mazzinianesimo, attraverso Proudhon, attraverso Bakunin, attraverso Marx, senza mai appartenere a nessuna di queste correnti. L’ultimo suo scritto è su Saint Simon.
Ecco, questa sua libertà di pensiero provoca in un vecchio militante come me l’impressione di essere vissuto dentro una sorta di gabbia mentale , dove se tu dicevi: “Io la penso così”, ti sentivi dire: “Questo è marxista?”, “c’è la verifica di un ipse dixit?”.
Quindi la prima questione rimane questa: o rinunciamo a pensare, o rinunciamo ad avere un passato di pensiero, oppure dobbiamo reinventare una tradizione, riaprendo quel ventaglio originario di idee e di scuole. E’ finito il marxismo-leninismo, ma non sono finite le idee e ci sono state tante idee vitali e importanti di altro tipo.
Questo per il primo punto. Ma rispetto all’attualità di queste idee? Stiamo parlando di personaggi lontanissimi…
Certo, Merlino e Gnocchi-Viani sono uomini dell’800, non è che abbiano delle vie da indicare per il presente, delle soluzioni da dare, però la censura di questi personaggi ha comportato la rimozione, l’elusione di problemi che noi non abbiamo affrontato, che la tradizione novecentesca del socialismo e del comunismo ha evitato e censurato. Allora perché stimolano queste persone? Perché fanno insorgere interrogativi che avevamo messo da parte.
I problemi che questi personaggi ci ripropongono sono essenzialmente due ma di grandissima portata: uno è quello della libertà, una libertà radicale e non statalista; l’altro è il problema della singolarità, il problema della singola persona; l’affermazione di un personalismo di sinistra, in cui il soggetto è fortemente rivalutato ma è visto come singolo in relazione con l’altro, non come atomo sociale, come l’individuo che si distacca dall’altro.
Quindi libertà e personalismo dentro la prospettiva socialista sono problemi che noi in gran parte abbiamo rimosso. Al liberismo capitalistico ed alle derive che produce è stato risposto: i rimedi sono lo stato e il collettivo. Come è possibile oggi rispondere al liberismo individualista invocando statalismo e collettivismo? Ma se queste non sono più alternative sostenibili e credibili, il rischio è quello che all’individualismo non si pongano più alternative, e che il liberismo individualistico resti l’unica e indiscussa prospettiva.
Ecco perché queste persone del passato ci dicono ancora qualcosa che riguarda l’oggi, perché ci stimolano a sollevare domande e interrogativi per lungo tempo elusi, a porci problemi cui da anni e decenni non avevamo più pensato.
Veniamo allora più specificatamente al pensiero e all’azione di Gnocchi-Viani…
Si può sicuramente dire che Gnocchi-Viani è innanzitutto un grande suscitatore di forme originali di associazione, di istituzioni operaie. Non si discosta molto, intellettualmente, da Merlino, che è il grande pensatore politico del problema del rapporto fra istanze libertarie e istanze democratiche. Entrambi vanno oltre il pensiero anarchico ma mantenendo un’ispirazione non statalista, entrambi sostengono un gradualismo libertario, un riformismo non statalista. E infatti Gnocchi-Viani, nel momento in cui il marxismo diventerà egemonico, subirà l’ostracismo perché socialista non marxista. Quando nella Seconda Internazionale e anche nei partiti politici, dominava ormai il modello marxista tedesco lui continuava a guardare piuttosto al modello laburista inglese. Per Gnocchi-Viani la differenza tra modello inglese e modello tedesco implicava una diversità radicale nel rapporto tra politica e società civile. Il modello laburista, proprio nel rapporto sindacato-partito, proponeva quella che poi, in sociologia politica, è stata definita una relazione complementare tra partito e società civile, dove la politica era una emanazione del sindacalismo, il partito era una sorta di associazione di associazioni che dalla società si proiettava verso il parlamento, ma lasciando al sindacato tutta la sua autonomia. Il modello tedesco era quello della cinghia di trasmissione, dove il partito ideologico si poneva come alternativo alla società civile, e tentava di inglobarla, la divorava. Allora quando Gnocchi-Viani, sosteneva il modello laburista, tradeunionista, difendeva un rapporto particolare tra politica e società civile, che però lo metteva fatalmente contro Turati, strenuo sostenitore del modello tedesco. Si può dire che la vita, l’avvenire e la fortuna di Turati sono passate sul cadavere di Gnocchi-Viani.
La coincidenza delle date è altamente significativa: nel ‘91 Viani inaugurava la Camera del Lavoro di Milano come avvio di un movimento nazionale di costruzione delle Camere del Lavoro “apolitiche”. Nel ‘91, sempre a Milano, due mesi prima, Turati aveva fatto il convegno operaio per lanciare la fondazione del partito politico della classe operaia. In questi due eventi si condensano due prospettive opposte che anticipano e racchiudono anche le future e ricorrenti tensioni tra sindacato e partito, tra lotta economica e lotta politica nel movimento operaio.
Certamente questo suo dissenso con quella che fu la linea vincente del primato del partito politico mise ai margini Gnocchi-Viani. Ma Gnocchi-Viani fu anche vittima di un ostracismo culturale. Egli aveva una visione pragmatica, sperimentale della conoscenza, rifiutava le ortodossie e pretendeva di muoversi all’interno del più vivace pluralismo delle idee. Quando le grandi dottrine, quasi religioni secolari, si consolidano, la libertà di ricerca viene chiamata eclettismo ed essere un eclettico significa venire bollato di inconsistenza teorica, di labilità culturale e quindi conduce alla marginalità.
Ma in Gnocchi-Viani non c’è come un prestare il fianco all’attacco? Questa sua intransigenza nel difendere principi come l’esclusivismo operaio…
Sì, vorrei dire che nella straordinaria e appassionante vicenda della sua vita c’è qualcosa di anomalo, vi sono scelte che hanno indebolito la sua posizione, agevolato la sua marginalizzazione. Egli ha fatto di tutto per restare dietro le quinte. Lui, infatti, è un intellettuale che rifiuta sia di essere un elaboratore di dottrine, un maitre a penser, (non ha scritto un trattato sul socialismo, tutta la sua filosofia sociale e politica è declinata in opuscoli, in conferenze, secondo le esigenze pratiche della lotta, mai sistematizzata), ma non era neanche un intellettuale capo, un intellettuale politico di professione. Con la sua rigorosa difesa dell’esclusivismo operaio egli si guardò bene dal porsi come protagonista nei congressi operai: il principio per cui l’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi fu seguito in modo intransigente. Non era un leader e non si sapeva come chiamarlo: maestro, promotore, apostolo. Non è mai stato parlamentare, al massimo consigliere comunale, ma solo perché distingueva tra l’amministrazione dei comuni e il potere legiferante e di comando dei parlamenti e del governo.
Attivò processi di autolimitazione per evitare di “sormontare la base sociale”, per immunizzarsi rispetto al circuito sapere-potere che porta gli intellettuali al comando elitista. Egli si rifiutava di parlare in nome e per conto di altri, così come era contrario alla elaborazione di corpi dottrinali coesi ed astratti capaci di forza autoritaria ma slegati e lontani dalla vita reale.
Non fu difficile mettere da parte una persona politicamente scomoda che peraltro non faceva nulla per difendere e affermare un potere personale o di “setta”.
Questa cosa dell’esclusivismo operaio da dove veniva?
Egli non faceva altro che applicare con rigore e coerenza nell’opera di tutti i giorni quello che era il principio della Prima Internazionale: l’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi. Egli poi applicava questo principio di autodeterminazione e di autogestione ad un ampio ventaglio di strati sociali.
Si possono fare due esempi tra di loro molto distanti.
Parliamo dell’impegno forte e costante di Gnocchi-Viani in favore del femminismo. Appoggiò leghe femminili, stimolò movimenti delle donne, lottò per il suffragio femminile e il filo rosso che lo guidava era la convinzione che la liberazione delle donne doveva essere opera delle donne stesse. Questo lo portava in rotta di collisione con le posizioni di Bebel e dei socialisti ufficiali su due punti fondamentali: da una parte rifiutava la subordinazione della liberazione della donna al riscatto del proletariato; in secondo luogo, proprio lui “operaista”, vedeva la lotta delle donne passare trasversalmente dentro i diversi strati sociali assumendo una sua specifica valenza interclassista. L’alienazione della donna borghese interagiva con lo sfruttamento della donna proletaria generando un unico movimento di autoliberazione.
Un altro esempio riguarda l’impostazione che diede alla Società Umanitaria da lui fondata a Milano. Era questa un’istituzione di aiuto, di “assistenza” ai diseredati, agli ultimi, agli esclusi. Nello statuto dell’Umanitaria e nella pratica dell’associazione egli volle precisare che l’assistenza non doveva creare dipendenza, che l’intervento di aiuto doveva invece creare le condizioni perché gli sventurati fossero in grado di rimettersi in piedi e di camminare con le proprie gambe. E’ una concezione modernissima dell’assistenza, che vuole vincere il circolo vizioso della dipendenza che crea nuova dipendenza, per generare invece nuove capacità di autonomia.
E’ per questo che lui era profondamente antistatalista?
Antistatalista, non c’è dubbio, ma di un antistatalismo non dogmatico e assoluto, ma pragmatico, realistico, critico.
La parte negativa di opposizione allo Stato era sovrastata dalle tematiche propositive che si riassumono nella robusta pedagogia del far da sé, diremmo oggi da una proposizione forte delle libertà positive come autonomia. L’intervento dello stato è accettato solo se toglie ostacoli, se libera le capacità di iniziativa delle persone e di raggruppamenti; è rifiutato se blocca, se sostituisce l’agire diretto dal basso, se concede cose rendendo passivi.
Per noi diventa oggi difficile rappresentarci il grado di attaccamento alle proprie autonomie e di diffidenza verso lo stato nel movimento operaio ma era veramente altissimo. Ricordiamo le resistenze e l’opposizione ai primi interventi di legislazione sociale. Se si concedevano vantaggi, ma il prezzo era il cappio che scendeva sulle proprie libertà, allora si diceva di no. Le vicende del mutuo soccorso sono esemplari. Nel 1886 una legge concedeva riconoscimento legale ed alcuni benefici fiscali e patrimoniali alle mutue. In cambio dovevano accettare statuti e regolamenti stabiliti per legge. Otto anni dopo, nel 1894, l’83% delle società (che si trovavano in difficili situazioni economiche) avevano rifiutato il riconoscimento legale ed i benefici connessi. L’autonomia veniva prima dell’economia.
Da un lato Gnocchi-Viani interpretava questa cultura diffusa e dall’altro aveva anche una chiara visione dei rischi inerenti al modello bismarkiano di Stato paterno e autoritario che stava venendo avanti. Le articolazioni dello stato colonizzavano progressivamente la società civile concedendo alcune sicurezze ma sequestrando libertà, capacità di agire in proprio.
Per Gnocchi-Viani i risultati di miglioramento sociale dovevano essere la conseguenza di un vasto e attivo associazionismo che attraverso lo sviluppo delle libertà affermava la capacità di controllo sulla propria vita e sul proprio futuro.
Gnocchi-Viani è costruttore di associazioni e apostolo della scuola del far da sé.
Negli anni 80 dell’‘800 il modello del “socialismo di Stato” prussiano sembrava prendere piede anche da noi con la sinistra di Depretis.
Gnocchi-Viani privilegiava la sfida sul terreno del liberismo sociale della destra storica. Questa si opponeva all’invadenza statale nei problemi sociali e predicava con Smiles il self help, il far da sé individualistico come motore della mobilità sociale, come correttore “privato” della questione sociale. Settori del socialismo politico propugnavano una scelta di soluzione statalista della questione sociale in alternativa alla via individualista del far da sé.
Gnocchi-Viani non ci sta. Non accetta questa alternativa.
Egli si pone sul terreno dell’antistatalismo liberale ma ne cambia il segno: al far da sé individualistico contrappone non la delega allo Stato ma il far da sé solidaristico come fondamento morale e pratico di una ascesa cooperativa dei lavoratori capace di espandere attivamente l’esercizio delle libertà e di trasformare gli ingiusti assetti sociali.
Ma l’indipendenza e l’autonomia delle persone come si ottengono?
La scuola del far da sé può vivere solo all’interno di una società libera, ma non è data una società libera se le singole persone non sono libere e indipendenti.
Una lunga tradizione di pensiero, che vede Locke tra i primi, pone la proprietà borghese (la piccola proprietà, la proprietà che è frutto del lavoro…) come punto archimedico per sollevarsi all’indipendenza e quindi alla capacità di essere liberi.
Se non c’è un qualche grado di autosufficienza materiale -si afferma- è difficile avere la forza e la fierezza della libertà. Gnocchi-Viani è convinto circa la necessità di questo punto, sul quale poggiare la leva delle libertà esercitate ed egli tende a costruirlo come una sorta di “equivalente morale della proprietà” che debbono possedere i lavoratori: sono le “virtù proprie”. Egli elenca innumerevoli volte queste “proprietà”: idee proprie, capacità proprie, sentimenti propri, istituzioni proprie…
Sta qui, quindi, l’attualità di Viani?
Io penso che proprio qui stia l’attualità dei problemi che solleva Gnocchi-Viani.
Il ‘900 può anche essere visto come il secolo della fuga dalla libertà di cui i totalitarismi rappresentano la cifra estrema ma che non si esaurisce in quei singoli fenomeni.
L’essenza del fordismo è accettazione di comando sul lavoro in cambio di risarcimento consumistico; lo stato sociale è anche scambio di quote di libertà contro elargizione di sicurezze; la vita che viviamo è una perdita senza fine di capacità del far da sé, concedendo supplenze ad èlites politiche, tecniche, amministrative, terapeutiche, educative…
In compenso ci viene proposta una versione riduttiva di libertà come ginnastica dell’individualismo competitivo, come darwinismo sociale. Si perde il fondamento materiale e morale della personalità libera mentre scompare il lato cooperativo e solidale della libertà.
E’ quasi una beffa, una irrisione che si pretenda di chiudere la libertà nella Casa berlusconiana. Ma esiste una sfida, una contesa sul terreno della libertà circa modi diversi ed opposti di concepire e di vivere le autonomie?
Non funziona più dire: voi siete individualisti e noi siamo collettivisti, voi siete per il libero mercato e noi siamo per lo Stato…
Ma in che tipo di libertà credeva Viani?
La sua formazione mazziniana portava Gnocchi-Viani a concepire la libertà non solo come godimento di diritti ma anche come dovere di essere liberi, come responsabilità, verso di sé e verso gli altri, della libertà.
L’ “educazione al far da sé” implica sforzo intellettuale, morale e pratico; la libertà è difficile: per questo sovente c’è paura della libertà, per questo può esserci fuga volontaria dalla libertà.
Veniamo alle Camere del Lavoro. Il tradeunionismo inglese, cui Viani faceva riferimento per la sua autonomia dalla politica, era organizzato rigidamente in federazioni di mestiere verticali; Viani invece inventa la Camera del Lavoro, una struttura territoriale confederale, in cui l’orizzontalità è il tratto originale...
Osvaldo Gnocchi-Viani con la costruzione delle Camere del Lavoro segna in modo permanente l’originalità del sindacalismo italiano. In Europa solo le Borse del lavoro francesi raccolgono l’istanza forte della orizzontalità.
E non è un caso che oggi nei Centri sociali si parli di costruire le Camere del Lavoro e del non lavoro e ci sia un grande interesse a conoscere le origini storiche della Camera del Lavoro.
Vi sono almeno tre punti di forza nella creatura di Gnocchi-Viani.
Le prime Camere del Lavoro non sono nate nelle aree di presenza di figure sociali omogenee e compatte, non sono nate nei distretti minerari, nelle vallate tessili o nelle campagne del Mantovano. La Camera del Lavoro è la risposta che nasce là dove massima è la frammentazione, la complicazione, l’incertezza dei profili professionali e delle identità dei lavoratori. Essa si è rivelata come lo strumento più efficace per mettere insieme ciò che è diviso, per ricomporre ciò che le trasformazioni economiche e tecnologiche scompongono.
La combinazione tra mestiere e territorio, tra “affini” per lavoro e “vicini” per residenza non solo servì per aggregare, ma ebbe un significato più profondo, cioè quello di tenere uniti ambiti di lavoro e ambiti di vita, aiutando a vedere il lavoratore in carne ed ossa non solo come un produttore ma come persona immersa nella completezza della sua vita e dei suoi bisogni. Questo comportava un recupero nelle Camere del Lavoro di istanze mutualistiche di reciproco sostegno nei problemi della vita (reinserimento degli esclusi, mutuo soccorso, cooperazione di produzione, formazione professionale, controllo del mercato del lavoro…)
Infine questo orizzonte politico e culturale ampio e complesso agiva come bilanciamento dei rischi di chiusura corporativa delle categorie operaie più qualificate e più forti continuando a proporre il tema della solidarietà, la questione dei più deboli tra i deboli.
Quindi la Camera del Lavoro si rivolgeva agli strati più vari della popolazione…
Certo, la Camera del Lavoro era il luogo della convergenza e della convivenza dell’eterogeneo e del multiforme: l’operaio stabile e professionale e il lavoratore stagionale, il bracciante che faceva anche l’edile con la lavorante a domicilio che si trasformava in mondina, il cameriere che studiava le lingue e il disoccupato in cerca di inserimento: queste pluralità di presenze e di esperienze vivevano e si esprimevano non omologate e genericamente assimilate, ma nella ricchezza della particolarità dei loro percorsi.
Gnocchi-Viani potè immaginare e costruire un’associazione così complessa, polimorfa e tuttavia solidale perché aveva una percezione, una visione precisa e viva dell’articolazione sociale, in opposizione con il pensiero sintetico e riduttivo che tende ad identificare una parte con il tutto.
Viani venne accusato di essere un “operaista corporativo” soltanto perché non aderiva agli schemi della vulgata marxista. In realtà egli ebbe una concezione della società del lavoro molto più aperta di quella di Marx. Gli “emarginati” per Marx sono il sottoproletariato colpito da stigma morale. Per Gnocchi-Viani i “diseredati” rappresentano il “quinto stato” che occorre associare al movimento di emancipazione. Egli polemizza con Marx sul concetto di lavoratori improduttivi perché egli vuole associare i “proletari in giacchetta nera”, gli impiegati del terziario. La sua moderna visione dell’importanza dell’industrialismo non lo porta a sottovalutare il ruolo fondamentale delle lotte nelle campagne. E dentro la “questione sociale” si agita poi il grande tema della liberazione della donna.
Questa visione di una pluralità sociale accettata, di una diversità valorizzata pone in modo diverso il problema del tessuto associativo non come unificazione centralizzata, ma come confederalità in cui le periferie contano più del centro e ciascuno mette in comune ciò che agli altri lo accomuna, senza rinunciare ad autogestire ciò che lo fa particolare e diverso.
E’ soprattutto questa associazione che riesce a tenere viva la solidarietà tra i diversi che si realizzerà nelle Camere del Lavoro di Gnocchi-Viani.
Questo suo federalismo aveva un qualche risvolto anche politico?
Non c’è dubbio che tutto ciò rimanda ad una visione federalista più generale. Egli parla di una “Italia delle Camere del Lavoro e dei Comuni”, delle associazioni autogestite e del territorio direttamente amministrato dai cittadini, attraverso una progressiva distribuzione del potere dal centro alle periferie, dallo Stato alle associazioni. Scrive infatti: “Gradualmente ogni dispositivo, ogni pezzo di potere che riusciamo a prendere dallo Stato, dal governo e a portarlo nelle associazioni e nelle persone singole ben venga…”
Egli non si pone il tema della conquista del potere così come è e là dove si trova, ma piuttosto il problema delle trasformazione e della disseminazione del potere.
Il suo socialismo integrale non gli permette di scindere emancipazione economica, emancipazione politica ed emancipazione culturale.
Veniva accusato di essere un operaista, un corporativista; come è possibile?
Certamente la sua visione di una ampia e pluralistica configurazione di soggetti sociali diversi ma con pari dignità allontanano Gnocchi-Viani da ogni concezione “operaista”. Per lui la questione operaia era il “midollo” di una ben più vasta questione sociale.
Il “corporativismo”, cioè il ripiegamento nella difesa di interessi ristretti e particolari, era ciò che egli più avversava. La lotta economica doveva essere fermentata dal lievito degli ideali e doveva avere respiro politico. Ciò che in realtà gli viene rimproverato è il rifiuto della politica come politica di partito, come tecnica di lotta per il potere statuale. Il rifiuto di questo tipo di politica ha portato con sé l’accusa di essere un antipolitico e quindi un “corporativo”.
Ci racconti un po’ della sua vita?
Gnocchi-Viani non fu un dottrinario, aveva un pensiero originale, una sua filosofia sociale e politica molto precisa, ma che rimase sempre implicita perché non la mise mai in primo piano, ma la calò dentro ai fatti, dentro le cose che faceva e i problemi concreti che discuteva.
Egli fu uno che con coerenza e costanza lavorò a mettere insieme, ad associare partendo dal basso. Negli anni ‘60 operava all’interno delle società operaie mazziniane di Genova. Via via aumentarono i suoi dissensi con Mazzini sulla questione dello sciopero, sull’interclassismo e sul centralismo organizzativo. Questi dissensi anche radicali (soprattutto dopo la Comune di Parigi) non furono mai pretesto per una scissione. Preferiva rispondere in positivo. Venne a Roma a lavorare tra gli edili e i tipografi e fondò la Lega operaia che aderì alla Prima Internazionale. Questa adesione ebbe come conseguenza la sua espulsione dalle società mazziniane. A Roma faceva il correttore di bozze e come operaio tra gli altri operai diede un contributo importante nella costruzione del sindacato di categoria dei tipografi. La nascita nel 1874 del primo sindacato nazionale di categoria è un risultato importante dell’impegno di Gnocchi-Viani in questi anni.
Nel ‘75-’76, collabora con il più importante giornale della sinistra operaia italiana di quei tempi, che è La Plebe di Bignami. Esercita una importante influenza politico-culturale. Egli contesta e contrasta l’egemonia del marxismo in Italia. A Milano diventa caporedattore de La Plebe.
Anni prima infatti, subito dopo la scissione della Prima Internazionale tra bakuniniani e marxisti, egli aveva preso le distanze sia dal politicismo statalista dei marxisti sia dall’insurrezionalismo anarchico. Costruisce con Bignami il Partito Operaio Italiano (Poi), che è una delle esperienze più originali della storia politico-sindacale italiana. Nel 1885 si tiene il primo congresso del partito operaio italiano.
Il Partito Operaio Italiano viene definito da Osvaldo Gnocchi-Viani come un “partito sociale” che si contrappone al “partito politico”. Il partito sociale esprime una politicità che viene dal basso, dal conflitto, dal processo di emancipazione che trasforma uomini e donne da oggetti passivi dell’economia e dello Stato, in soggetti attivi capaci di autogoverno e che, ciò facendo, mutano i rapporti sociali di forza irrompendo in una sfera pubblica non statuale.
A questa politicizzazione del sociale si oppone una politica che nasce dentro e intorno allo stato e che dall’alto scende, come tecnica autoritaria del potere, a conquistare la società. Questo è il “partito politico” che ha le masse come semplice mezzo, come materia da plasmare al consenso e non come fine.
La lotta per la conquista del potere nello Stato, secondo Gnocchi-Viani, anche quando è fatta dall’opposizione ti costringe, facendoti anti-stato, ad incorporare lo spirito della statualità che è autoritarismo. Che è negazione del far da sé, dell’autonomia e della libertà. Per battere le classi dirigenti si diventa come le classi dirigenti…
Diventi come loro...
Esattamente. Il rovello di Gnocchi-Viani è quello di un’azione politico-sociale efficace che, in nome dell’efficacia stessa, non ti costringa ad incorporare le forme e la sostanza dell’azione di quei partiti che sono portatori di autorità e di comando.
Le riflessioni attorno all’esperienza del Partito Operaio producono, nel corso degli anni ’80, le più acute critiche della politica, della classe politica.
Gli anni ‘90 sono invece quelli dell’invenzione e della costruzione delle Camere del Lavoro.
Dopo la crisi del partito operaio gli sforzi di sindacalizzazione che urgono nelle masse lavoratrici sono frustrati dalla concorrenza tra le “sette” ideologiche che vogliono annettersi strumentalmente quote, pezzi della società del lavoro. Prima di riconoscersi come operaio di un mestiere e di un’arte, gli operai vengono forzati a scegliere se essere mazziniani, marxisti o anarchici. Con l’iniziativa del potente sindacato nazionale dei tipografi e con l’apoliticità delle Camere del Lavoro Gnocchi-Viani riesce a superare questo stallo. La Camera del Lavoro accoglie il più vasto pluralismo sociale ma neutralizza il pluralismo ideologico che artificiosamente divide. Possiamo veramente dire che con le 32 Camere del Lavoro dei primi anni ‘90 nasce il sindacato italiano, anche perché sono le Camere del Lavoro che danno una forte spinta alla costruzione delle leghe di resistenza, dei sindacati verticali di mestiere.
E’ stupefacente rilevare come nel molto scrivere delle origini del sindacato in Italia, pochissimo si dica di Osvaldo Gnocchi-Viani. E’ come se si volesse parlare della nascita del Partito Socialista senza nominare Turati.
Quando attaccano le Camere del Lavoro per scioglierle, di fronte alla spinta forte, dal basso, per lo sciopero generale, lui non reagisce. Perché?
Negli anni della svolta reazionaria di fine secolo, che coinvolge e travolge le Camere del Lavoro, Gnocchi-Viani resta come paralizzato di fronte agli eventi: una sua visione ottimistica di progressivo sviluppo della forza associativa del movimento operaio viene messa in crisi. Non sa capire e reagire, si trova prigioniero degli schemi del passato.
Gnocchi-Viani è un personaggio cruciale nella transizione dagli ultimi bagliori del moto risorgimentale alla condizione totalmente nuova dell’Italia post-risorgimentale. Quelli furono decenni di grandi delusioni politiche e culturali. Egli invece interpreta con acutezza e creatività le nuove potenzialità che la chiusura dei problemi dell’unità politica della nazione apre invece sul fronte sociale. Negli anni ‘70, ‘80, ‘90 dell’800 egli è fonte inesauribile di idee e di iniziative.
All’alba del nuovo secolo, con il suo Diario di un internazionalista, cerca di lanciare un messaggio alle nuove generazioni, un messaggio di libertà di pensiero, una invocazione al pluralismo culturale, l’avvertimento a non infilarsi dentro l’imbuto stretto di una dottrina unica e dogmatica.
La storia però andava da un’altra parte.

  
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La proprietà libera?

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Le due anime

Per Andrea Caffi il socialismo era uguaglianza, libertà, diritti, ma anche felicità; un uomo vissuto tra due secoli e tra tanti paesi, forgiato dalla cultura dell’illuminismo francese, ma anche dal populismo russo, in cui il razionalismo conviveva con la solidarietà per gli umili. Intervista a Nicola Del Corno e Sara Spreafico.

Fai il consigliere comunale

La storia del Bund, il partito che organizzava i lavoratori e la vita quotidiana delle comunità ebraiche polacche e che finì con le deportazioni nei campi di sterminio e con la disperata insurrezione del ghetto di Varsavia; Marek Edelman, bundista, medico, dirigente di Solidarnosc... Intervista a Wlodek Goldkorn.

L'associazione

La figura luminosa di Andrea Costa, uno dei fondatori del socialismo italiano, che non rinnegò mai le sue origini libertarie e che sognava un partito federale, decentrato, pluralista, alleato a radicali e democratici; l’esperienza di Imola, primo comune italiano governato dai socialisti; il welfare municipale. Intervista a Carlo De Maria.

L'individualismo solidale

Una rivista nata dall’idea che la frattura novecentesca fra un pensiero socialista e l’individualismo, abbandonato all’egoismo, fosse sbagliata e sanabile...
Intervista a Ferruccio Andolfi.
Capitalismo e libertà

Libertà e capitalismo sono indissolubili? Ogni idea di cambiamento non può che partire dalle condizioni storiche concrete in cui il massimo di libertà si è realizzata. L’idea di libertà non può che essere negativa, come assenza di coercizione; il pericolo delle libertà positive, sempre prescrittive. La libertà è anche quella di non partecipare. Il grande errore della sinistra di legare libertà a risorse.
Conversazione con Nico Berti.
Ricordiamo Koestler
e gli altri

La vicenda di Arthur Koestler, e di tanti come lui, che dopo aver aderito al comunismo, ne rimasero talmente inorriditi che, pur nel periodo più duro della lotta antinazista, non cedettero al "ricatto antifascista” e lottarono anche contro l’altro totalitarismo. Il Congresso per la libertà della cultura e i soldi della Cia. La tragica debolezza dell’anticomunismo di sinistra.
Intervista a Marcello Flores.
 
Riformismo rivoluzionario

Il tragitto politico e intellettuale di Riccardo Lombardi, dapprima strenuo sostenitore di una politica pianificatrice dall’alto, che presupponeva la conquista della "stanza dei bottoni” e, dopo il fallimento del centrosinistra, fautore di un’"alternativa socialista”, basata su forme, dal basso, di autogestione. L’appoggio decisivo all’elezione di Bettino Craxi, di cui ebbe a pentirsi.
Intervista a Francesco Grassi.

Ma perché
il maoismo?

L’ultrastalinismo del Partito comunista italiano e il fatto che abbia dato un grande contributo alla costruzione della democrazia sono due aspetti veri entrambi. Il fideismo verso l’Urss una vera religione. Il mistero di un movimento antiautoritario, quello del 68, caduto quasi subito nell’ideologia comunista. Nessuna manifestazione per Praga. Una rimozione più che una vera autocritica.
Intervista a Marcello Flores.
Quell'ansia di prendere il potere

La sincerità sconvolgente, per la sinistra innanzitutto, di Pasolini. Se del 68 Chiaromonte rigetta la ricerca dell’appagamento di tutti i desideri, cardine della società dei consumi, Pasolini denuncia l’identificazione con l’aggressore di tanta sinistra giovanile e, al fondo, dello stesso marxismo, che ama il capitalismo e la sua tensione al futuro. Un populismo libertario e il "fondo oscuro dell’esistenza”.
Intervista a Filippo La Porta.
Se Jefferson...

Il modo ambivalente di guardare all’America della sinistra europea dipende dalla storia: quando qua regnava il privilegio là si diceva "una testa un voto”, qua si aspettava sempre la rivoluzione là pensavano di averla già fatta; il deficit terribile di liberalismo della sinistra italiana. Intervista a Pietro Adamo.





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