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Tre anni e undici mesi di carcere per una chiave. Intervista a G. Ciani


  
UNA CITTÀ n. 20 / 1993 Marzo

Intervista a Giuliana Ciani
realizzata da Gianni Saporetti

LE TENDINE
Tre anni e undici mesi di carcere per una chiave. Il collettivo "arcobaleno" e le brigatiste rosse. La fine di qualcosa e la nascita di qualcos’altro. Il racconto di Giuliana Ciani.

Essere arrestata per me è stato come essere scaraventata all’improvviso nel mondo di quelli con cui mi ero sempre schierata. Io studiavo, ricevevo i soldi dai miei e poi andavo dagli occupanti delle case, famiglie del sud, gente che aveva un mare di problemi e mi schieravo con loro. Ecco, quando ti arrestano è come se ti dicessero: "Volevi lottare per gli oppressi? Adesso ti ci mandiamo proprio in mezzo, così vedi". E infatti quando sei dentro dici: "ah, ma io avevo le mie sicurezze...".

Per me e la mia amica, poi, era l’anno in cui per la prima volta avevamo una casa in cui non stavamo in venti, in cui non c’erano tutte le mattine montagne di piatti da lavare, in cui non c’era quello che nella camera accanto si faceva e che poteva rubarti i soldi. Quell’anno per la prima volta avevamo persino la macchina che per noi era il top e un progettino di viaggio in Irlanda come ciliegina sulla torta.

Ricordo che me ne stavo seduta lì, mentre perquisivano, guardando davanti a me il baratro che si era aperto e in cui sarei sparita...

Tutto avvenne nel ’77, anno del quale, per altro, io mantengo un bel ricordo. Il ’77 è stato disponibilità, curiosità, desiderio del nuovo, insomma la sensazione che in ogni momento potesse succedere qualcosa di bello, di fondamentale, che ogni cosa fosse possibile. Si stava insieme, si fumava, si ascoltava la musica. Poi, piano piano, fra noi si è infiltrata la politica e con la politica il mito dell’organizzazione e quello è stata la fonte dell’aberrazione. Ma fuori c’era l’eroina e allora sembrava che facessimo politica per non diventare o degli inquadrati o dei peromani. Per lo meno così ce la raccontavamo.
Mi è rimasta impressa l’immagine di noi dopo il ’77, quando c’erano già i latitanti e vi era un certo fascino della clandestinità: pur avendo ancora dentro il senso della ribellione, non lo davamo più a vedere, per distinguerci dagli emarginati, che avevano preso la via delle pere o la via dell’India, si andava tutti vestiti bene.
Insomma, ci si rifugiò nell’organizzazione come fosse una famiglia che difendeva dai lupi cattivi. E in ogni famiglia ci sono i ruoli, con un padre che lavora, che rischia, che fatica e che impone la sua volontà.
Poi è stato tutt’uno: Brigate Rosse, omicidio Moro, paranoia, una gran paura che ti fa chiudere ancora di più e che rende sempre più difficile la scelta di uscire dall’organizzazione dopodiché, a quel punto, chi resta resta, anche se non sa bene dove, come, per fare che: casomai per essere disponibile a dare la chiave della casa o quella della macchina, senza voler sapere altro. Fino ad allora tu accettavi solo la violenza della piazza, considerandola in fondo qualcosa di psicologico, uno scaricamento di stress, di tensione, di aggressività, una specie di training autogeno collettivo, e non accettavi affatto quella del terrorismo, quella che con freddezza individua l’obiettivo, ma la paura di restare sola e abbandonata, alla fine, ti spinge ad accettare tutto. Nell’organizzazione, nella "ditta", come la chiamava Prima Linea, tu hai amici e pur di restare uniti a qualcuno, pur di restare in famiglia alla fine non dirai di no...

Inevitabilmente, nel frattempo, dopo l’omicidio Moro, lo Stato stava facendo i suoi passi e si finiva dentro. Io dò la chiave del mio appartamento a una persona che doveva incontrarsi con altre persone. La cosa mi viene detta con segretezza e quindi intuisco che c’è qualcosa sotto, però a quel punto, siccome non avevo detto che "mi toglievo dal mezzo", c’ero dentro anche se non volevo sapere più di tanto. A quanto pare la polizia pedinava un latitante e così arriva a casa mia. E cosa succede? Succede che sull’onda di Moro, del 7 aprile, anche
Firenze, per restare à la page, deve avere il suo blitz e io con altre quattro persone finisco su tutti i giornali con titoli così: "arrestati i cervelli di Prima Linea!". All ’attivo mi ritrovo non solo la costituzione di banda armata ma tutti i reati attribuiti a Prima Linea: una decina di rapine, un tentativo di evasione, via delle Casine, dove c’era stato il morto, quindi omicidio. In carcere ci sono rimasta 3 anni e 11 mesi. Poi al processo le imputazioni gravi sono tutte cadute, la costituzione è diventata partecipazione, mi hanno condannato a quello che avevo già scontato e sono uscita.

In carcere ho provato la grande oppressione dell’ideologia, aggravata dai ruoli che si ricreavano. Anche dentro il nostro collettivo dove se parlava la Fiora... E beninteso, erano ruoli reali perché c’è chi ha più esperienza, chi sa più di politica, però alla fine, anche questi ruoli diventavano un’ulteriore galera perché non ci si può sempre rapportare a quello che ha fatto un altro: "ah sai, lei è stata di Potere Operaio, ah sai, lei ha scritto dei libri, ah sai, lei ha fatto questo"... Alla fine si crea una gerarchia e tu non riesci più a esprimere te stessa. Ti venivano dei problemi a dire: "Guardate che io non ho mai ammazzato nessuno", "guardate che io non ho mai letto Marx"...

Ma questo clima oppressivo lo sentivi in particolare per il rapporto con le brigatiste. Potrà sembrare assurdo, ma era come se il controllo delle guardie, già così pesante in un carcere speciale, si raddoppiasse. Se, per esempio, nell’ora d’aria me ne stavo da sola ad ascoltare musica, venivo individuata come "diversa" non solo dal brigadiere, che si faceva i suoi filmini e cominciava a pensare che potessi essere una possibile pentita, ma anche dalle altre prigioniere: "Come, stiamo discutendo e te ne stai ad ascoltare musica?". Così anche tu dovevi raddoppiare l’autocontrollo: da una parte, essendo in un carcere speciale, dovevi stare attenta che non ti spiantonassero di botte, dall’altra per la paura che una delle compagne ti avvicinasse per dirti: "Te lo dico da amica, stai attenta...", cercavi di comportarti non diversamente dalle altre. Poi, forse, era più paranoia che altro, però la paura ti veniva. E comunque ricordo bene quando arrivò una detenuta di Azione Rivoluzionaria: aveva la sua linea di difesa e prese subito le distanze, a mio avviso con molto buon senso, ma si trovò contro il mondo intero e fu trattata da infame, anche da me. Eravamo entrate in una condizione psicologica particolare con le Brigate Rosse che fuori sparavano e noi, da dentro, a dire che era un bene che sparassero... Ci sentivamo coinvolte, ci eravamo già convinte di essere coinvolte e l’atteggiamento di lavarsene le mani era considerato una specie di tradimento. ,

Alla fine era come se dovessimo forzare noi stesse a fare certe cose, anche a stare tutte insieme. Così però perdevamo il nostro buon senso e la realtà diventava come svasata. Il comunicato delle Br ti dava fastidio, ma d’altra parte ogni discorso di buon senso che riguardasse la nostra vita in carcere, la nostra condizione di imputati, spesso senza prove, diventava più improbabile dei deliri brigatisti. Per esempio quando i compagni dell’autonomia di Milano fecero la lotta per avere "socialità" in carcere, che voleva dire banalmente incontri fra maschi e femmine, tutte quante ci siamo dette "ben venga!" perché in carcere la sessualità è uno dei problemi più gravi. Ma le brigatiste cominciarono a dirci che eravamo matte, che volevamo fare il carcere rosa, il carcere con le tendine. Ma se devo stare qui dentro perché non starci al meglio? La loro logica invece spingeva al peggio, e infatti le rivolte portarono all’articolo 80, ai braccetti speciali, a Voghera che è un’allucinazione reale. Dovevi essere un "prigioniero politico" per forza, da liberare insieme a tutti gli altri, altrimenti diventavi la pecora nera. Così abbiamo sprecato le nostre energie mentali senza confrontarci concretamente con il problema "giustizia". Ci rifacevamo di continuo il discorso dell’eroe, quello era il ritornello: "noi siamo forti, noi resistiamo, noi non siamo infami, noi abbiamo qualcosa in cui credere". Già, avevamo tanto in cui credere che poi non siamo riusciti a salvare neanche il valore dell’amicizia! Per una cosa astratta abbiamo dimenticato quelle cose quotidiane, ma fondamentali, come i rapporti umani, come il fatto che è primavera e uno vorrebbe uscire, che la vita è fatta di tanti momenti e non di idee e potrebbero realizzarsi chissà quando o mai...
Logico, poi, che, uscendo, abbia avuto un bruttissimo impatto col quotidiano.

Sul Manifesto ho letto di Alunni che in carcere cura i fiori. Infatti... Rischiavamo di diventare dei mostri, dimenticare i fiori, che peraltro non potevamo tenere, dimenticare le cose della vita. In questo ci ha danneggiato forse più l’ideologia degli sbirri. Avremmo potuto lottare per star meglio, che so, per un’ora d’aria in più. E infatti poi ci si è arrivati. Io ero già uscita quando sono arrivati quei corsi di computer che sono stati così importanti per stare meglio dentro e per avere una carta in più da giocare una volta fuori. Hanno messo su delle cooperative. Insomma, le cose sono cominciate a cambiare.

Purtroppo io non sono stata troppo fortunata coi tempi. Mi sono fatta dentro tutto il periodo clou di pentiti e carceri speciali, ‘79-‘83, senza riuscire a vedere le cose che dentro cominciavano a cambiare. E credo anche, ironia della sorte, di essere uscita troppo presto, nel periodo peggiore. Fra i compagni di un tempo la disgregazione era allucinante, da rimpiangere la galera. Continuamente ti sentivi dire: "Ah lui, poi te lo devo dire...", "Ah, saluti quello lì, ma non sai cosa è successo...". Ho capito che tipo di galera avevano subito quelli di fuori: avevano vissuto malissimo il discorso dell’infame. Mentre noi l’avevamo discusso, superato, fuori no, il dissociato era ancora un infame. In fondo la lentezza, il tempo lungo, interminabile, senza impegni del carcere, per un certo verso orribile, ti permette di avere un rapporto con te stessa, di pensare, di meditare. Lì ho acquisito una libertà di pensiero che fuori non avevo, perché fuori dovevo studiare architettura, dovevo fare politica, avere dei rapporti, ero distratta... In galera ti potevi annoiare, ma potevi anche riflettere. Ho ricevuto da altri detenuti lettere stupende, tanto che ho pensato che alcuni avessero scoperto qualità di scrittura che fuori non conoscevano. E penso che a molti, in carcere, sia successo di scoprire se stessi. Ma fuori? Quelli di fuori non mi hanno mai scritto. Ma come? Fino a ieri stavamo insieme, abbiamo mangiato e dormito insieme e non mi scrivi neanche una cartolina? Non si ricordano chi sono? Non sanno che mandandomi una scatola di cioccolatini mi farebbero felice? Fuori c’è stato un panico devastante, una gran repressione psicologica... E così, dopo poco che ero fuori, sono scappata da Firenze con un rifiuto totale della politica, sono tornata al paese e mi sono messa a ripensare a quello che mi era successo, a cercare di capire me stessa.

Ecco, noi in galera abbiamo avuto il privilegio della libertà. Noi non avevamo più niente da perdere, forse ci abbiamo anche giocato un po’ con questa visione romantica, avevamo la fantasia della barca alla deriva, parlavamo della "sensualità delle vite disperate", questo è Paolo Conte. Eravamo coscienti che le nostre vite erano disperate, ma non so se siano stati meglio quelli fuori che avevano ancora qualcosa da difendere.
Poi in carcere ho conosciuto tanta gente interessante. Che so, una principessa africana arrestata con chili di marijuana, una pittrice di Bruxelles che ancora mi scrive, la donna di Turatello, affascinante, bellissima che raccontava di alberghi favolosi e in carcere cenava a caviale... Quando mai avrei potuto conoscere nella mia vita questi vip della malavita? Ma non era solo il fatto della provinciale che resta a bocca aperta, in realtà ho imparato che non c’è il male da una parte e il bene dall’altra... Insomma, il carcere è un’esperienza che sarebbe meglio non fare, ma una volta che ci sei bisogna restare vivi... Per quel che mi riguarda, mi sono convinta che se fossi rimasta fuori sarei diventata una gran disgraziata.

Malgrado tutto nel nostro collettivo lavoravamo molto sui rapporti personali. Passavamo molto tempo a riderci addosso, a criticarci, a fare una specie di autocoscienza. Riuscivamo a fare anche tante cavolate, scherzi agli sbirri ai limiti della goliardia. Sono le cose più belle che ricordo di Messina. Nello stesso tempo però convivevamo con le Brigate Rosse, con queste riunioni pallosissime a cui dovevi partecipare per forza. "Questa mattina riunione con le Br". "Noooo!!!". Era come il compito in classe, c’era chi si dava malata, chi si metteva a letto... Quella loro giornata tutta programmata, con la ginnastica, il comunicato, la riunione, era triste, grigia. Siccome le Br andavano avanti "per campagne", quando ci fu la campagna brigatista fondata sul "bisogna fare le rivolte", il nostro collettivo fu in difficoltà. Da noi, con tutte le contraddizioni che avevamo, se la Fiora dava ordini potevamo anche riderci su, ma con la Mantovani no. Se venivano a dirti: "C’è la rivolta, ci state o non ci state?", beh, ti mettevano comunque nei problemi anche se le consideravi già delle alienate. La loro logica era quella di fare una qualche azione clamorosa che finisse sui giornali, così noi dovevamo lottare per impedire che venissero fatte cose più gravi. A quel tempo l’onda per le brigatiste era che la vita umana... Ma quando gli sbirri sono entrati dentro chi avranno menato? Non le brigatiste, ma quelle del collettivo. Perché gli sbirri avevano capito che toccare la Fiora era un conto, toccare la Mantovani era un altro. Per di più sapevano che la Fiora era ricca, imparentata con gente famosa, le stesse brigatiste, dalla posta, lo sapevano, la consideravano un’intellettuale borghese, così si accanirono spezzandole una gamba. Sembrava che lo Stato avesse l’obiettivo di accomunarci alle brigatiste, tant’è che dall’80 ci mischiarono nelle celle, il che, poi, si rivelò un bene, perché convivendo con loro avevi occasione di metterle in discussione. Che so, quando battevano il loro comunicato, potevi interromperle per parlare, per riportarle su un piano umano.


Una delle cose che più mi hanno dato fastidio una volta fuori fu quella di essere considerata una brigatista. Ma come? Abbiamo lottato per non farci appiattire in galera, esco fuori e sono una brigatista? Di nuovo a dover lottare contro l’appiattimento, contro l’equazione galera-brigatista!

E alla lunga L’arcobaleno l’ha spuntata sul Pccc o come si chiamava, perché alla fine si sono dissociate anche loro. Ma era inevitabile perché non credo alla brigatista "cattolica" così convinta della sua fede, del suo dio superiore in nome del quale martirizzarsi. Alla fine non ci credeva più neanche la Mantovani. Credo che i loro muri siano cominciati a crollare quando fuori hanno ucciso Roberto Peci e hanno fatto il filmino. A tutte noi è venuto naturale dire: "Buon Dio, che porcheria, che cosa orribile!". Loro si controllarono ancora nel giudizio, ma in fondo al cuore…

Ora ho una bambina, faccio dei lavori precari, ho la casa, per me è già tanto. D’altra parte quando esci fuori dal carcere, da quella specie di limbo, cosa potevo fare? Non avevo la laurea che, come dicevano i nostri genitori, è importante, concorsi non ne potevo dare perché ero interdetta per 5 anni, mi presentavo da un privato ed ero una terrorista. Per assurdo, poi, essendo uscita per prima, non ero riuscita a farmi neanche la patente della dissociata che poteva servire. Avrei potuto darmi da fare, coi computer e altro, ma poi ognuno ha il suo carattere e io, uscendo, mi ero molto depressa vedendo crollare tutti i rapporti di amicizia e così non avevo più tanto spirito di iniziativa. Mi stava addosso la remissione del debito processuale che viene condonato solo a chi ha la buona condotta e a me è rimasto. Non è che in carcere abbia fatto chissà che, ma a Rebibbia, per esempio, che è una specie di città dove ci sono tantissimi tossici, quando vedevi un tossico in collasso lasciato lì, senza che intervenisse subito il medico, ti veniva da incazzarti. E questo voleva dire denunce. Già: il valium, l’anestetico dati come fossero caramelle e poi il rifiuto di far vedere un film, di fare una partita di calcio, di fare un concerto...

Non ho grandi sicurezze, ma anche in questo il carcere ti abitua a non avere più garanzie. Ti insegna ad aver sempre le valigie pronte, perché i trasferimenti arrivano di notte, all’alba, e in mezz’ora devi preparare tutto e ti sbattono dove? Lo impari solo sul cellulare quando un caramba paterno ti dice: "Allora, signorina, si va a Roma". Ricordo le angosce terribili di notte quando sentivamo gli scarponi degli sbirri "Trasferimento! Chi sarà?". E poi quegli strappi affettivi, di punto in bianco lasciare gli amici che nel carcere erano l’ancora di salvezza... Così mi guardo bene dal dire: "Sono a posto". Ma nello stesso tempo ho imparato a pensare che alla fine qualcosa succederà, qualcuno ti aiuterà. Così è stato anche per il figlio. Il primo flash l’ho avuto al processo di Firenze. All’improvviso mi sono vista con un bambino che mi tirava per i pantaloni in una casa di campagna e mi son detta: ecco cosa potrei fare. E l’ho fatto, ci sono riuscita, anche se la casa di campagna era una cosa talmente allucinante da mettere immediatamente la retromarcia a tutto gas, ma per il figlio non mi sono fatta problemi più di tanto. Volevo un punto fermo e un figlio, a differenza del maschio, non ti frega, poi a me i bambini piacciono, cresce lei cresco io, ci scambiamo delle cose e che non abbia un padre forse sarà un problema quando andrà a scuola, ma me lo porrò allora.

La cosa dei figli è interessante perché tutte le prigioniere appena uscite hanno fatto un figlio, anche quelle che ormai avevano una certa età, il che dimostra che lo volevano veramente. Alcune, con la compiacenza di qualcuno, l’hanno anche concepito in carcere e l’hanno partorito in carcere. Altre compagne che devono continuare a dormire in carcere non si sono spaventate di allevare un figlio senza essere a casa la notte e non deve essere semplice. Trovo che sia molto bella questa dinamica comune. Sai, per me, qual è stata la nostra più grande vittoria politica al processo di Firenze di Prima Linea? Che sono rimaste incinte due detenute. A Milano era capitato ad una che ha dato il "la". Io non sono rimasta incinta al processo, però lì ho maturato la decisione. Forse è anche un fatto biologico, vedi la fine di qualcosa e subito nasce qualcos’altro.

In definitiva? Sono finita dentro senza esserci invischiata veramente e non sentirmi, in fondo, colpevole di nulla devo dire che mi ha tenuto su. Non potevo sentirmi colpevole per aver fatto parte di un collettivo, perché andavo in piazza, perché accettavo la violenza di piazza. Certo, se avessi ammazzato qualcuno, non so come ci sarei stata, ci sarebbe stato il tormento della coscienza, ma io sono mediocre, sono finita dentro per disgrazia e devo dire che la cosa non mi è mai dispiaciuta. Come ho già detto, solo in carcere questo è stato un problema. Quando mi chiedevano: "Tu cosa hai fatto?", ormai me lo inventavo, di aver fatto qualcosa, mi venivano dei complessi... Mi capitò anche di andare a leggermi il manuale delle armi per darmi un’infarinatura, giusto per restare un po’ à la page, visto che non le avevo mai viste in vita mia...


  



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