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Quelle sette pietre bianche
L’esperienza sconvolgente di una visita al monastero di Tibhirine dove sette monaci scelsero di testimoniare in silenzio e solitudine e da dove, invece, parlarono a tutto il mondo. Cooperare nel Mediterraneo, compito politico di prima grandezza. Intervista a Massimo Toschi.
Direi che questa storia ha un passato remoto e un passato prossimo. Il passato remoto è stato, nel 1996, la vicenda dei sette monaci di Tibhirine, il loro sequestro e il loro assassinio, il testamento di frere Christian. Questi fatti mi spinsero a far venire il vescovo di Algeri, Henry Teissier, in Italia, per un convegno della rivista missionaria con cui collaboro, "Missione oggi" ... ...Per quelle strane vie della vita, la notte del 31 agosto ci fu il terribile massacro di trecento persone alla periferia di Algeri. La gioia di quell’incontro si mischiava con la tragedia di quanto stava avvenendo in quel paese. Sentivamo di dover fare qualcosa. Teissier propose alla Provincia di Lucca un gemellaggio con Medea, proposta che a noi appariva particolarmente suggestiva, perché proprio nella provincia di Medea c’è il monastero di Tibhirine. E da lì è cominciata la storia. Dopo la proposta di Teissier abbiamo scritto al wali di Medea per fargli la proposta, ma non abbiamo ricevuto risposta.
...Siamo andati perché avevamo chiarissima la percezione che degli amici ci chiamavano. Quando un amico chiama non si può dire di no e l’amicizia copre ogni pericolo. Siamo andati molto tranquilli da questo punto di vista, anche se portavamo un po’ dentro l’ottica di come l’Algeria era sempre stata presentata. E del resto durante quel Ramadan del 98 c’erano stati mille morti. Si andava in un paese che aveva vissuto una specie di elettrochoc di dolore, un paese dove la sicurezza di tutti è a rischio, su questo non c’è dubbio, però siamo andati tranquilli, anche se non avevamo nessuna intenzione di andare in giro blindati.
E’ stato un viaggio importante. Innanzitutto perché abbiamo visto che non c’è un paese blindato, piegato, ma anzi hai la sensazione di un paese dove lo stesso condurre la vita quotidiana è frutto di una scelta di coraggio. E non si tratta di una scelta scontata: per ciascuno che ogni mattina esce di casa, va a fare il suo lavoro, o va a scuola, o all’università è una scelta di straordinario coraggio ordinario. Soprattutto quello delle donne, che rischiano di più. E’ una cosa che proprio si vede, si sente, senza fare analisi troppo complicate, è visibile a tutti. E’ un eroismo di ogni giorno, vissuto senza retorica, senza enfasi...
...Così siamo saliti a Tibhirine.
E’ stata un’esperienza spirituale profondissima. Eravamo i primi italiani che arrivavano al monastero dopo l’uccisione dei sette monaci.
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Lettera circolare della comunità

Cari genitori e fratelli,
amici e conoscenti ovunque siate...

Perché non iniziare con la parola del Cantico che concludeva la nostra cronaca precedente (Avvento 1993): "Ella resta salda, appoggiata al suo Amato". Tenerci a lui ci tiene insieme e ci fa restare qui, casa della sua preghiera e della sua pace, a Tibhirine, in Algeria, oggi -e anche a Fès, naturalmente-, ogni giorno. Durante tutto questo tempo se ne sono viste "cose"! Come parlarvene?
Bisogna innanzitutto tacere, a lungo. Ascoltare il clamore delle "cose" non dette, nascoste, soffocate, represse, deformate... Lasciarsi trafiggere. Stare in piedi. Un calvario da condividere. Anche una tavola, preparata per tutti, dove la speranza impara, giorno dopo giorno, a nutrirsi di quelle "cose" che ci succedono, a bere da fratelli a quella coppa che ci era più facile allontanare che scegliere.

Cose semplici...

Onore al merito: il sole non cessa di levarsi - infinitamente benevolo - "sui buoni e sui malvagi". Di notte, vegliamo. Viene a visitarci, a coinvolgerci nella
sua lotta di luce e a "dirigere i nostri passi sulla via della pace". Quanto alla pioggia, anch'essa cade "sui giusti e sugli ingiusti".

I vostri fratelli di Notre-Dame-de-l'Atlas, qui e là nella memoria di san Giovanni della Croce, 14 dicembre 1995, secondo anniversario dell'uccisione dei nostri dodici fratelli croati cristiani nel vicino villaggio di Tamesguida

ricordarsi
Martiri di Tibhirine - Algeria

I sette frati di Tibhirine
Nella notte del 26 marzo 1996 sette trappisti dell'abbazia di Tibhirine, in Algeria, vengono rapiti. Per due mesi nessuna notizia. Il 21 maggio i fondamentalisti islamici annunciano: "Ai monaci abbiamo tagliato la gola". Il 30 vengono ritrovati...Frère Christian de Chergé, priore della comunità, 59 anni, monaco dal 1969, in Algeria dal 1971. La personalità forte, umanamente e spiritualmente, del gruppo. Figlio di generale, ha conosciuto l'Algeria durante tre anni della sua infanzia e ventisette mesi di servizio militare in piena guerra d'indipendenza. Dopo gli studi al seminario dei carmelitani a Parigi, diventa cappellano del Sacré Cocur di Montmartre a Parigi. Ma entra ben presto al monastero di Aiguebelle per raggiungere Tibhirine nel 1971. È lui che fa passare l'abazia allo statuto di priorato per orientare il monastero verso una presenza di "oranti in mezzo ad altri oranti". Aveva una conoscenza profonda dell'islam e una straordinaria capacità di esprimere la vita e la ricerca della comunità.

Frère Luc Dochier, 82 anni, monaco dal 1941, in Algeria dal 1947. Quello che tutti chiamavano "il dottore" era, per usare una sua espressione "un vecchio consumato ma non disilluso". Nato nel Drome, esercita la medicina durante la guerra e arriva perfino a prendere il posto di un padre di famiglia numerosa in partenza per un campo di prigionia in Germania. Per cinquant'anni a Tibhirine ha curato tutti, gratuitamente, senza distinzioni. Nel luglio 1959 era già stato rapito dai membri del FLN (Fronte di liberazione nazionale). Le crisi d'asma non avevano intaccato il suo hamour salace. Per il suo funerale aveva scelto una canzone di Edith Piaf: Non, je ne regrette rien.

Frère Christophe Lebreton, 45 anni, monaco dal 1974, in Algeria dal 1987. Personalità calda ed esplosiva. Settimo di dodici figli, questo sessantottino ha prestatò servizio civile a titolo di cooperazione in Algeria. E il primo contatto con il monastero di Tibhirine. A 24 anni entra al monastero di Tamié. Ma è innamorato della terra algerina. Verrà ordinato prete nel 1990 e diventerà maestro dei novizi della comunità. Il suo gusto per i rapporti con i più umili va di pari passo con una caparbia volontà di spingersi sempre più lontano nella riflessione di fede e nel dono di sé.

Frère Bruno Lemarchand, 66 anni, monaco dal 1981, in Algeria e Marocco dal 1990. Come Michel e Célestin, proviene dall'abazia di Bellefontaine. Ma prima era stato per quattordici anni direttore del collegio Saint-Charles di Thonars (Deux-Sèvres). Figlio di militare, nell'infanzia ha conosciuto l'Indocina e l'AIgeria. In realtà, è solo per caso che si trova a Tibhirine il 26 marzo 1996. Dal 1990 è 1'animatore della fraternità che,la comunità ha aperto a Fez in Marocco. È venuto per partecipare alle votazioni per il rinnovo della carica di priore. Lo dipingono come un uomo posato e riflessivo.

Frère Michel Fleury, 52 anni, monaco dal 1981, in Algeria dal 1985. Un uomo semplice, per non dire schivo, ma impregnato di povertà. Nato da una famiglia contadína della Loire-Atlantique, era entrato nella congregazione del Prado a 27 anni e aveva lavorato come fresatore a Lione e a Marsiglia, prima di dirigere i suoi passi all'abazia di Bellefontaine. Lì sente la chiamata dell'Algeria. A Tibhirine è il cuoco della comunità e l'uomo dei lavori domestici. È sua la cocolla (abito monastico che segna l'assunzione dell'impegno definitivo) che viene ritrovata sulla strada di Médéa dopo il rapimento.

Frère Célestin Ringeard, 62 anni, monaco dal 1983, in Algeria dal 1987. Due esperienze caratterizzano lo sfondo della sua vocazione monastica. Innanzitutto la guerra d'Algeria nel corso della quale, infermiere, cura un partigiano ferito che l'esercito francese avrebbe voluto finire. Poi un lavoro di educatore di strada a Nantes, in mezzo ad alcolizzati, prostitute e omosessuali. Prete diocesano, sceglie tardi la Trappa. Estremamente sensibile, dovrà convivere con sei by-pass coronarici dopo la prima visita del GIA al monastero nel Natale 1993.

Frère Paul Favre-Miville, 57 anni, monaco dal 1984, in Algeria dal 1989. Un savoiardo fino al midollo, che ha trovato solo a 45 anni il suo cammino verso le vette. Prima è stato idraulico e ha fatto il militare in A1geria come ufficiale paracadutista. A Tibhirine è l'uomo dell'acqua, quello che mette in funzione un impianto di irrigazione per gli orti. Nel marzo 1996 era appena rientrato da una sosta in famiglia, portando una scorta di vanghe e dei giovani faggi da piantare. Perché Tibhirine significa "giardino"...




Testamento di frère Christophe

Il mio corpo è per la terra, ma, per favore, nessuna barriera tra lei e me.
Il mio cuore è per la vita, ma, per favore, nessuna leziosità tra lei e me.
Le mie braccia per il lavoro, saranno incrociate molto semplicemente.
Per il mio volto: rimanga nudo per non impedire il bacio, e lo sguardo, lasciatelo vedere.
P.S. Grazie.

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Martiri della carità
Intervento di Henri Teissier, arcivescovo di Algeri.
Per gentile concessione della rivista Missione Oggi, pubblichiamo brani dell’intervento che Monsignor Henri Teissier, arcivescovo di Algeri, ha tenuto al convegno "Di fronte al nuovo disordine internazionale, quale convivenza dei popoli?", svoltosi a Brescia il 17 e 18 maggio scorsi.

Una chiesa senza cristiani
La prima caratteristica della nostra Chiesa d’Algeria può essere espressa in questi termini: siamo una chiesa senza fedeli. Ma siamo una chiesa: abbiamo 4 vescovi per le 4 grandi regioni dell’Algeria (al momento solo 3 dopo l’assassinio di Mons. Claverie, vescovo di Orano), 110 tra sacerdoti e religiosi, 200 suore e qualche centinaio di laici missionari. Siamo però una chiesa senza cristiani poiché la totalità del popolo algerino è musulmana. Siamo la chiesa di un popolo musulmano perché siamo in mezzo ad esso: ci troviamo con lui nei capoluoghi delle regioni, nelle cittadine della costa, sui monti, sugli altipiani o nelle oasi. Le poche religiose, le laiche, i sacerdoti sono immersi in una popolazione interamente musulmana. Desiderano essere in relazione con la popolazione, solidali con essa, al suo servizio, nel dialogo della vita quotidiana e nella preghiera.


I luoghi di solidarietà con la popolazione musulmana
Non possiamo addentrarci nella scoperta della nostra chiesa senza chiarire una situazione del tutto singolare. E’ abitudine in una chiesa mettere in relazione il numero dei sacerdoti, dei religiosi e delle suore con quello dei laici. La nostra situazione è totalmente diversa. Siamo in tutto fra sacerdoti, suore e laici qualche centinaio. Con i tecnici dei vari cantieri, siamo qualche migliaio di cristiani, di varie nazionalità: francesi, polacchi, spagnoli, filippini... (gli italiani sono circa 600). Tutti questi trovano la ragione della loro presenza umana e spirituale nel condividere la vita e nel collaborare con una popolazione che è invece interamente musulmana.





Quelle sette pietre bianche
L’esperienza sconvolgente di una visita al monastero di Tibhirine dove sette monaci scelsero di testimoniare in silenzio e solitudine e da dove, invece, parlarono a tutto il mondo. Cooperare nel Mediterraneo, compito politico di prima grandezza. Intervista a Massimo Toschi.
Direi che questa storia ha un passato remoto e un passato prossimo. Il passato remoto è stato, nel 1996, la vicenda dei sette monaci di Tibhirine, il loro sequestro e il loro assassinio, il testamento di frere Christian.
 
...E’ stato un viaggio importante...





Gli oscuri testimoni
Frère Christian, Frère Luc, Frère Christophe, Frère Michel, Frère Célestin, Frère Paul, Frère Bruno. Sono i sette monaci trappisti di Tibhirine, nell’Atlante algerino, del cui sacrificio ricorre in questo mese il primo anniversario. La loro caparbietà nel rimanere con i poveri, in mezzo al popolo che tanto amavano, la loro paura crescente per quello che ormai stava per succedere, il loro rifiuto di essere considerati dei martiri cristiani, per non offendere una religione, l’islam, che loro non avevano mai voluto confondere con il fanatismo islamista. Il commovente e straordinario testamento di Christian, il priore, che dà appuntamento al fratello, al suo assassino, al cospetto del Padre comune. Intervista a padre Bruno Chenu.
Padre Bruno Chenu, redattore capo del quotidiano cattolico francese la Croix, ha curato la pubblicazione in Francia degli scritti dei sette monaci trappisti del monastero di Tibhirine in Algeria, sequestrati e assassinati dai terroristi del Gia nella primavera dello scorso anno. Il libro, Sept vies pour Dieu et l’Algérie, è stato appena tradotto in italiano, con l’aggiunta di alcuni testi non presenti nell’edizione francese, da Piemme con il titolo Più forti dell’odio.

Nella storia del monastero di Tibhirine, una svolta fu rappresentata dall’ arrivo di Frère Christian de Chergé…
Sì, fino agli anni Settanta, Tibhirine è stato un monastero tradizionale che si limitava ad assicurare una presenza cristiana nella regione dell’Atlante. Pur essendo l’unico monastero trappista al mondo situato in terra musulmana, non aveva mai coltivato un progetto nei confronti dell’islam. Le cose cambiarono solo con l’arrivo di Frère Christian. Questi aveva fatto il noviziato nel monastero di Aiguebelle nel 1969, era stato inviato in Algeria una prima volta nel 1970, successivamente, per due anni, aveva studiato arabo e islamismo a Roma per poi ritornare definitivamente in Algeria nel giugno del 1974. A partire da quel momento, fece tutto il possibile affinché la comunità assumesse un’attitudine di dialogo con il mondo musulmano.




archivio
Le tombe vuote

La straordinaria e forse unica esperienza delle Madres de Plaza de Majo, che a partire dal loro essere madri alla ricerca dei propri figli si sono fatte carico di tutti i desaparecidos e, in fondo, del futuro dell’Argentina, a cui sono riuscite a restituire l’onore perduto negli anni bui. Intervista a Letizia Bianchi e a Giannina Longobardi.

La buccia delle mele

L’odissea di un giovane ebreo belga, di famiglia sefardita turca, nell’Europa delle deportazioni e "l’assurdo” di Auschwitz; la voglia di vivere e la diffidenza per i ricordi che demoralizzano; le difficoltà, dopo la liberazione, per ritrovarsi e l’indifferenza delle autorità turche; la questione del ladino. Intervista a Haïm Vidal Séphiha.

8 maggio 1945

Una data sulla quale si incrociano memorie diverse: l’inizio di un periodo di pace per l’Europa occidentale, l’inizio dell’occupazione sovietica per quella orientale, il massacro di Setif per i magrebini; l’istituzionalizzazione della memoria crea anche conflitti; la necessità di un’attualizzazione della memoria.
Intervista a Enzo Traverso.
Arrivarono a Auschwitz a piedi

Un interesse, quello per gli zingari, nato per caso, e proseguito nella frequentazione del campo. La scarsa copertura storiografica dello sterminio nazista. Il difficile rapporto con la memoria di una cultura orale. Un pregiudizio diffuso anche a sinistra.
Intervista a Paolo Finzi.

I rituali inutili

La memoria che oggi sembra perdersi nell’attualità, nel consumo degli oggetti, nel non aver più tempo per prendersi una pausa; il ruolo anche positivo dell’oblio che si intreccia con quello del ricordo. La funzione di un di gesto, o di un oggetto mediatore, che sposta, spiazza, apre al ricordo e al dialogo. La pena può essere proprio nello sguardo dell’altro che sa; la scoperta delle complicità.
Intervista ad Andrea Canevaro.


Ruanda
Un gruppo di scrittori africani ha vissuto per due mesi in Rwanda per poi raccontare il genocidio. Il problema che pone l’uso della fantasia letteraria e di lingue leggibili da pochissime persone. Le responsabilità storiche gravissime delle potenze coloniali e quelle politiche, altrettanto gravi, della Francia rispetto al genocidio. Il pregiudizio razzista che l’Africa sia un problema in sé, che sia diversa.
Intervista a Boubacar Boris Diop.

La vergogna
della tortura

Le ferite riportate dalle torture non si cancellano, restano, continuano a riaprirsi in un silenzio dovuto, spesso, alla vergogna per aver abbandonato i cari o per aver subìto violenze psicologicamente devastanti. Un fardello di cui non ci si potrà mai liberare del tutto. E’ lo psicoanalista a dover avvicinarsi alle barriere. L’importanza di far venire alla luce la storia.
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Non provavo colpa, vergogna sì

L’intervento-intervista di Hans Koschnik al convegno di Sarajevo sulla memoria.
La cospirazione del silenzio

Il silenzio e l’indifferenza che fanno più male della persecuzione. Il trauma che infetta l’individuo, ma anche la famiglia, il vicinato, una nazione. L’importanza del risarcimento, della restituzione, della riabilitazione, della commemorazione. Parlare e raccontare è la condizione fondamentale per ogni ricostruzione. L’intervento di Yael Danieli ad un convegno a Tuzla su "trauma e memoria".
Lo sgabuzzino buio

Cosa sanno della shoà i ventenni di oggi? Una ricerca svolta all’Università di Torino con un gruppo di liceali offre una traccia preziosa di lavoro. Perché bisogna evitare di colpevolizzare in partenza i ragazzi. L’importanza delle nozioni e la lotta al pregiudizio, che non è mai vinta per sempre.
Interventi di Anna Bravo e Fabio Levi.

Il quotidiano di allora

Un viaggio a Auschwitz e Birkenau di studenti romani, accompagnati da ex-deportati, organizzato dal comune di Roma nel tentativo di coniugare storia, memoria e spirito di cittadinanza in una città che ha conosciuto le deportazioni. La realtà dei luoghi visti nei film. Il rischio che il concetto di unicità ostacoli la riflessione dei ragazzi.
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Piccoli pezzi di vita

Il problema drammatico di una memoria che non passa più nell’esperienza quotidiana e familiare. Lo spettacolo dell’orrore che rischia di suscitare rimozione e banalizzazione. Il surrogato dei film usati dalla scuola per consegnare la verità ai giovani. Arrivederci Ragazzi e Schindler’s list.
Di Andrea Canevaro.






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