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La chitarra

Quella sera stavamo passeggiando lungo il mare.
I visi abbronzati dei ragazzi splendevano di gioia. Ridevano tutti. Si parlava allegramente, di amicizia, innamoramenti, simpatie.
Finita la passeggiata ci siamo tutti sistemati sulla terrazza.
C’era un gran chiasso in terrazza quella sera e per sentirci l’un l’altro dovevamo urlare. A un certo punto si è avvicinata al gruppo Milena. In mano aveva una chitarra. Stava cercando di accordarla, spiegandoci che è una cosa molto difficile. Tentava, tentava, ma senza successo. Le ragazze la osservavano e guardavano quello che stava facendo. Anche Nermina la guardava. Seguiva ogni suo movimento. Come se in quel momento per lei esistessero solo le mani di Milena e la sua chitarra.
"Sai, mio padre aveva due tamburi -iniziò a raccontare Nermina- lui prendeva per mano me e mia sorella Merima. Ci portava fuori, davanti alla nostra casa e suonava per noi. Qualche volta cantava pure. Davanti alla casa c’era un prato, con l’erba e gli alberi, in realtà c’era più erba verde che alberi. Me lo ricordo bene. E’ l’immagine più bella della mia infanzia rimasta impressa nella mia mente. Lui amava molto me e mia sorella. Mentre lui suonava per noi, mio fratello giocava con altri bambini davanti alla casa. Mio padre cercava di insegnargli a suonare il tamburo. Ma lui non amava suonare. Preferiva giocare a pallone con i compagni.
"E tua madre?” ho chiesto alla ragazzina.
"Lei stava in casa a cucinare. Una volta finito usciva e stava con lui”.
All’improvviso aveva smesso di parlare. Continuava a guardare Milena e la sua chitarra. Piano piano abbassò le mani e accarezzò dolcemente le corde. Alzò gli occhi verso Milena e si allontanò velocemente.


ricordarsi
Srebrenica

11 luglio 1995


L'ultimo giorno...

Quello è stato l’ultimo giorno in cui vidi mio marito e mio figlio Nihad. Nino, resosi conto del precipitare della situazione, era fuggito attraverso il bosco in direzione di Tuzla, dove non arrivò mai. Era un giornalista di Srebrenica. Aveva raccontato l’assedio della nostra città fino all’ultimo giorno. Il 10 luglio aveva lanciato un appello al mondo: "Aiutateci o questa sarà l’ultima volta che sentite la mia voce. Non rimarrà nessuno a Srebrenica”. E così è stato.

I rientrati
Diario di viaggio a Srebrenica.
A otto anni dalla fine della guerra in Bosnia, anche i musulmani originari di quella che dal 1995, con i patti di Dayton, è stata riconosciuta come la Repubblica Serba di Bosnia (Republika Srpska) hanno cominciato a tornare a casa.

Lo Stato della Bosnia Erzegovina (BiH) è composto da due entità, ossia la Republika Srpska (Rs) e la Federazione croato-musulmana (Fbih), e un Distretto (Brcko).

La Repubblica Serba di Bosnia, autoproclamatasi nel 1992 (presidente Radovan Karadzic, con capitale Pale) è una curiosa entità: senza continuità territoriale, si estende a macchia di leopardo sulle città e i villaggi che durante la guerra sono stati oggetto della pulizia etnica da parte delle forze nazionaliste serbe. I patti di Dayton hanno di fatto legittimato l’esito di tale operazione criminale.

A separare le tre entità che costituiscono la Bosnia Erzegovina sono confini amministrativi; non ci sono i controlli classici che si incontrano tra due stati. Viaggiando nelle aree circostanti Tuzla capita così di entrare e uscire dalla Repubblica Serba senza accorgersene. O quasi: nella Repubblica Serba la toponomastica è rigorosamente, a volte esclusivamente, in cirillico, come pure i nomi dei ristoranti, dei caffè ecc. Prima della guerra non era così. Nella stessa Serbia è raro trovare scritte in cirillico. L’uso della lingua, o meglio dell’alfabeto, qui è prettamente simbolico: l’intera popolazione della ex Yugoslavia è benissimo in grado di leggere e comprendere entrambi gli alfabeti; il cirillico però segnala una precisa appartenenza etnico-religiosa.




Ricordi di bambini

"Ti sto dicendo. Mio padre è morto in combattimento durante la guerra. Ora mia nonna gli ha fatto una lapide. Ma io non ci sono. Ha scritto sulla lapide che gliel’ha fatta lei. Ha messo solo il suo nome. Come se io neanche esistessi. Sulla lapide di mio padre non c’è il mio nome - non c’è, come se io non lo volessi. Come se io non esistessi”.
 







Questi disegni sono stati raccolti da Ljubica Itebejac, pedagogista che da tempo collabora con l’Associazione Tuzlanska Amica. I bambini sono tutti originari dell’area di Srebrenica.





Ricordiamo Srebrenica
Tuzla, maggio 2001
Elmina, originaria di Tuzla, ha 20 anni e sta per iscriversi all’università. Mirela, 18 anni, fa le magistrali, dopo le superiori vorrebbe studiare Lingua e Letteratura Bosniaca. Mirsada, 18 anni, originaria di Srebrenica, frequenta la scuola per tecnico di laboratorio chimico. Edin, 21 anni, di Bijelina, finita la scuola di chimica, vorrebbe andare a Sarajevo e diventare professore di lingua bosniaca, all’università musulmana. Semsa e Mensura, 18 anni, sono sorelle.




Cronache di Srebrenica
intervento di Fabio Levi
"International Cooperation for Memory" si chiamava l’incontro convocato a Srebrenica dall’associazione Tuzlanska Amica e dalla Fondazione Alexander Langer. Dal 27 agosto al primo settembre la città è stata animata da incontri pubblici, seminari, workshop, eventi musicali, artistici e culturali. Sono arrivati in tanti a Srebrenica, oltre 150 persone, dall’Italia soprattutto, e poi da Croazia, Serbia, Polonia, Belgio, Svizzera, Germania, Inghilterra, naturalmente anche dalla Bosnia Erzegovina, a portare il loro contributo di idee, con il desiderio di capire e di solidarizzare. Tra di loro più di 30 giovani volontari, compreso un piccolo gruppo di Srebrenica, che hanno messo artigianalmente in piedi un’infrastruttura davvero ospitale, che ha fatto sì che gli incontri nelle famiglie, al bar e per le strade assumessero grande significato. Un evento davvero straordinario per la città, forse davvero una prima volta, un nuovo inizio. Un ritorno all’uso -anche duro e problematico- delle parole e delle immagini. Un riconoscimento infine del lavoro concreto e tenace svolto in questi anni da Irfanka Pasagic che si è proposta ed ha proposto a molti l’ambiziosa utopia di "Adottare Srebrenica", la sua città. Pubblichiamo qui un racconto di Fabio Levi che ha partecipato all’incontro. Nel sito della Fondazione www.alexanderlanger.org il programma dell’evento, i nomi dei principali partecipanti, i documenti approvati, alcune prime riflessioni.



archivio
Le tombe vuote

La straordinaria e forse unica esperienza delle Madres de Plaza de Majo, che a partire dal loro essere madri alla ricerca dei propri figli si sono fatte carico di tutti i desaparecidos e, in fondo, del futuro dell’Argentina, a cui sono riuscite a restituire l’onore perduto negli anni bui. Intervista a Letizia Bianchi e a Giannina Longobardi.

La buccia delle mele

L’odissea di un giovane ebreo belga, di famiglia sefardita turca, nell’Europa delle deportazioni e "l’assurdo” di Auschwitz; la voglia di vivere e la diffidenza per i ricordi che demoralizzano; le difficoltà, dopo la liberazione, per ritrovarsi e l’indifferenza delle autorità turche; la questione del ladino. Intervista a Haïm Vidal Séphiha.

8 maggio 1945

Una data sulla quale si incrociano memorie diverse: l’inizio di un periodo di pace per l’Europa occidentale, l’inizio dell’occupazione sovietica per quella orientale, il massacro di Setif per i magrebini; l’istituzionalizzazione della memoria crea anche conflitti; la necessità di un’attualizzazione della memoria.
Intervista a Enzo Traverso.
Arrivarono a Auschwitz a piedi

Un interesse, quello per gli zingari, nato per caso, e proseguito nella frequentazione del campo. La scarsa copertura storiografica dello sterminio nazista. Il difficile rapporto con la memoria di una cultura orale. Un pregiudizio diffuso anche a sinistra.
Intervista a Paolo Finzi.

I rituali inutili

La memoria che oggi sembra perdersi nell’attualità, nel consumo degli oggetti, nel non aver più tempo per prendersi una pausa; il ruolo anche positivo dell’oblio che si intreccia con quello del ricordo. La funzione di un di gesto, o di un oggetto mediatore, che sposta, spiazza, apre al ricordo e al dialogo. La pena può essere proprio nello sguardo dell’altro che sa; la scoperta delle complicità.
Intervista ad Andrea Canevaro.


Ruanda
Un gruppo di scrittori africani ha vissuto per due mesi in Rwanda per poi raccontare il genocidio. Il problema che pone l’uso della fantasia letteraria e di lingue leggibili da pochissime persone. Le responsabilità storiche gravissime delle potenze coloniali e quelle politiche, altrettanto gravi, della Francia rispetto al genocidio. Il pregiudizio razzista che l’Africa sia un problema in sé, che sia diversa.
Intervista a Boubacar Boris Diop.

La vergogna
della tortura

Le ferite riportate dalle torture non si cancellano, restano, continuano a riaprirsi in un silenzio dovuto, spesso, alla vergogna per aver abbandonato i cari o per aver subìto violenze psicologicamente devastanti. Un fardello di cui non ci si potrà mai liberare del tutto. E’ lo psicoanalista a dover avvicinarsi alle barriere. L’importanza di far venire alla luce la storia.
Intervista a Anna Sabatini Scalmati.

Non provavo colpa, vergogna sì

L’intervento-intervista di Hans Koschnik al convegno di Sarajevo sulla memoria.
La cospirazione del silenzio

Il silenzio e l’indifferenza che fanno più male della persecuzione. Il trauma che infetta l’individuo, ma anche la famiglia, il vicinato, una nazione. L’importanza del risarcimento, della restituzione, della riabilitazione, della commemorazione. Parlare e raccontare è la condizione fondamentale per ogni ricostruzione. L’intervento di Yael Danieli ad un convegno a Tuzla su "trauma e memoria".
Lo sgabuzzino buio

Cosa sanno della shoà i ventenni di oggi? Una ricerca svolta all’Università di Torino con un gruppo di liceali offre una traccia preziosa di lavoro. Perché bisogna evitare di colpevolizzare in partenza i ragazzi. L’importanza delle nozioni e la lotta al pregiudizio, che non è mai vinta per sempre.
Interventi di Anna Bravo e Fabio Levi.

Il quotidiano di allora

Un viaggio a Auschwitz e Birkenau di studenti romani, accompagnati da ex-deportati, organizzato dal comune di Roma nel tentativo di coniugare storia, memoria e spirito di cittadinanza in una città che ha conosciuto le deportazioni. La realtà dei luoghi visti nei film. Il rischio che il concetto di unicità ostacoli la riflessione dei ragazzi.
Intervista a Fiorella Farinelli.
Piccoli pezzi di vita

Il problema drammatico di una memoria che non passa più nell’esperienza quotidiana e familiare. Lo spettacolo dell’orrore che rischia di suscitare rimozione e banalizzazione. Il surrogato dei film usati dalla scuola per consegnare la verità ai giovani. Arrivederci Ragazzi e Schindler’s list.
Di Andrea Canevaro.









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