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in memoria
Jacek Kuron


Quegli scout rossi...

L’esperienza straordinaria dei Walterowcy, specie di scout rossi, dove i "suoi” bambini impararono a "dissentire”. Una vita trascorsa in jeans, senza patente, né soldi in tasca. Il carcere, gli affetti e quella casa dalla porta sempre aperta dove tutto avveniva. Gli ultimi anni, segnati dalla malattia ma anche da una nuova lotta, quella per l’Ucraina democratica.

Intervista a Nelly Norton
e Marta Petrusewicz.




Mi commuove sempre parlare di Jacek

Mi commuove sempre parlare di Jacek. Avevo tredici anni quando l’ho conosciuto. Mia madre era disperata perché ero una ragazzina "complicata” cioè difficile, ribelle, che andava male a scuola creando problemi non indifferenti, tant’è che mi aveva anche portato da un neuropsichiatra infantile che mi aveva sottoposto a vari test. Ebbene, gli specialisti le avevano consigliato di inserirmi in un gruppo, un’organizzazione di ragazzi della mia età. Così, attraverso un amico comune di mia madre e di Jacek Kuron, sono entrata nei "pionieri rossi”, rossi a differenza di quelli ufficiali, dello Stato, che pure si consideravano tali… ma noi lo eravamo di più, portavamo anche il fazzoletto rosso al collo…

Sono così entrata nei Walterowcy, questo il nome dell’organizzazione, e lì ci sono i ricordi più belli della mia infanzia…
Le attività erano le stesse dei pionieri ufficiali, salvo che noi partecipavamo con uno spirito completamente diverso, più autentico. A seguirci c’erano dei ragazzi un po’ più grandi di noi e in tutti c’era una grandissima attenzione alla trasmissione dei valori supremi, che per me e per la stragrande maggioranza di chi ha fatto questa esperienza cruciale sono rimasti tali: la difesa dei deboli sempre ovunque, a qualunque prezzo, la partecipazione, la vicinanza, la solidarietà, la verità, la correttezza, il rispetto nei rapporti interpersonali…
Ricordo soprattutto i campi estivi, in cui andavamo a dare una mano ai contadini nelle campagne; vivevamo accanto ai loro figli che andavano in giro per i campi a badare le mucche scalzi. Ecco, per dire, ad un certo punto, spontaneamente, da soli, avevamo deciso di toglierci anche noi le scarpe, ma con una totale naturalezza, non c’era nulla di imposto.
Un altro valore che Jacek ci insegnava era quello dell’internazionalismo: noi non siamo soli, non siamo isolati, facciamo parte del mondo intero e siamo uniti nella "fratellanza dei popoli” -slogan del regime comunista, ma che per noi era una sfida affascinante. Tant’è che noi ragazzini cantavamo canzoni in tutte le lingue; dalle canzoncine cinesi a quelle delle brigate internazionali della guerra di Spagna, alle canzoni in francese, e soprattutto in Yiddish. Io mi ricordo in particolare le canzoncine che si accompagnavano ai balli vicino al falò. Il messaggio era che anche quella era la cultura della Polonia, del posto dove vivevamo. Tra di noi c’erano tanti figli di ebrei più o meno mascherati, all’epoca tutti nascondevano la loro origine ebraica...
Intervista a Nelly Norton



Nella foto: 1986, decimo anniversario del Kor (Comitato di difesa degli operai). Accanto a Jacek Kuron, con i fiori, Marek Edelman; alle sue spalle Helena Luczywo; accanto a lei (seduto) Jan Zieja; dietro di lui Adam Michnik; in fondo vicino alla porta Leslaw Maleszka (come poi si saprà agente della polizia segreta); all’estrema sinistra (con gli occhiali) Konstanty Gebert.


Il santo laico

E’ difficile dire in due parole cosa rappresenti per me Jacek Kuron. Credo che Jacek sia la persona che più si avvicina alla figura del santo laico, o del profeta, tra tutte quelle che ho conosciuto.Lo conobbi quando avevo otto anni. Frequentavo la seconda o la terza elementare, ed entrai a far parte dei Walterowcy, una specie di organizzazione scoutistica che aveva creato Jacek e che rispecchiava la sua impostazione pedagogica. Per lui l’impostazione pedagogica e quella politico-sociale erano una cosa sola. I Walterowcy sorsero nel 1956, ed io vi entrai quasi subito. Era il momento del disgelo -c’era già stato l’ottobre polacco- e anche di un processo di riappacificazione tra il potere e la Chiesa. Vi era stato una specie di patto tra Gomulka ed il cardinale Wyszynski che aveva ricondotto le organizzazioni scoutistiche polacche alla tradizione patriottica e religiosa e le aveva allontanate da quella pionieristica, che veniva vista, invece, come imposta dai sovietici.
Jacek, in qualche modo, portò avanti per tutta la vita il sistema educativo dei Walterowcy. Secondo lui i bambini avevano certamente dei diritti, ma anche dei doveri. Avevano il diritto di autogestirsi, di percepire la giustizia e l’ingiustizia, e di organizzarsi in maniera giusta. E la maniera giusta era quella della protezione del più debole, sempre e comunque; era dividere tutte le cose che si hanno. Non vi era alcun richiamo cristiano in questa impostazione, che si basava, invece, sulla sua concezione delle attitudini naturali della persona. Successivamente Jacek trovò supporto a queste sue concezioni pedagogiche intuitive nelle letture di Piaget e nelle scuole linguistiche di impostazione desaussuriana.
Secondo lui, i bambini vogliono agire in gruppo, vogliono condividere, vogliono proteggere più che prevalere perché questo è un bisogno naturale della persona umana. La prepotenza non è naturale. Ciò che nel bambino è naturale è la voglia di fare. Se il bambino è prepotente, quindi, lo è per ragioni dettate dalla frustrazione o dall’infelicità, e queste vanno capite...
Intervista a Marta Petrusewicz



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