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in memoria
Jean Selim Kanaan



Martire della pace e dell'umanesimo
La storia di Jean-Sélim Kanaan, funzionario Onu, impegnato per anni in Bosnia e Kosovo, morto a Baghdad nell’attentato contro la sede Onu dell’agosto del 2003 all’età di trentatré anni. Il riconoscimento della Francia alle vittime del terrorismo. Le critiche mirate, anche impietose, all’Onu che, comunque, resta insostituibile. La critica di Jean-Sélim a un pacifismo troppo dogmatico. Intervista a Laura Dolci.








Non sono andata al Cairo, è stato bruttissimo per me non andare, ma mio figlio aveva un mese e non era vaccinato. Poi era piena estate, c’erano cinquanta gradi, io lo allattavo al seno… Per miracolo il latte era rimasto e il dottore mi ha detto: "Signora, è un miracolo che lei stia in piedi, che il bambino stia bene, non si sottoponga a questo”. Era stato già un tour de force… perché il funerale è stato dieci giorni dopo la morte, tanto c’era voluto prima che il corpo tornasse a casa. Però avevo voluto io che fosse sepolto al Cairo e conoscevo il cimitero perché ero stata sulla tomba di suo padre.
Al Cairo ci sono andata soltanto a febbraio di quest’anno, dopo sei mesi. Mi sono portata dietro il piccolino, e quando sono arrivata sulla tomba… Avevo lasciato carta bianca alla famiglia per la lapide, e la zia s’era presa l’arbitrio, uno: di mettere la "c” al cognome, e poi di mettere "dottore”, "dottor Jean-Sélim Canaan”. Io arrivo davanti alla tomba e faccio: "Ma zia…”. E lei: "Da morto non mi poteva più dire niente, quindi la "c” se l’è beccata”. "E per il "dottore” con tutto quello che ha fatto è più che dottore, quindi il titolo di dottore se l’è guadagnato”. E poi sotto, in arabo, hanno fatto scrivere "martire”, shaid, "per la pace e per l’umanesimo”. Molto bello...


..Io le madri di Srebrenica le ho incontrate, ho partecipato al loro dolore, ho provato a mettermi nei loro panni… Ma ora so che finché non succede a te non puoi avere la percezione… Poi io un corpo l’ho ritrovato. Trovo brutto che nessuno sui giornali ricordi quello che starà passando la vedova di Baldoni che non ha neanche un corpo. Quando non hai il corpo non sai esattamente cosa sia successo fino alla fine. Ed è orribile. Pensiamo alle mogli o alle madri dei desaparecidos….







Lettera di Jean Selim al figlio che doveva nascere
… ma bimbo o bimba, intelligente o meno, bello o no, secondo canoni che si rivelano sempre molto soggettivi, quello che più mi sta a cuore è che tu porti in te la vera bellezza. Quella che uomini e donne sensibili di ogni epoca hanno sempre riverito, quella bellezza che non si vede con gli occhi. Prego Iddio che tu sia un bambino di pace e gioia, un bambino generoso e pieno di attenzioni verso gli altri, soprattutto i meno fortunati e i più vulnerabili. Un bambino che comprenderà in fretta che non è tutto oro quello che riluce. Prego perché Laura e io sappiamo inculcarti la tolleranza e il rispetto per gli altri, il rifiuto della violenza come soluzione di facilità. Che là dove tu passi, ci sia calore umano e tenerezza. Che tu sappia confortare chi è triste e galvanizzare gli animi coraggiosi. Che tu dia prova di coraggio sempre, che tu dica a voce alta e forte, con dignità, quello che credi sia giusto. Perfino nell’avversità e di fronte al biasimo dei più. Senza chinare il capo anche se ti costa, per guardare dritto negli occhi chi ti ama, con la certezza di aver sempre cercato il bene. E cercare il bene vuol dire amare il prossimo, chiunque esso sia. L’importante, figlio mio, è che tu sia felice, che la tua vita sia dolce senza essere inquadrata, che tu ti senta tanto amato quanto amerai e, soprattutto, che tu sia libero”.



Jean-Sélim era una persona speciale, era un ragazzo con un cuore d’oro, e colpiva molto. Ovunque entrava si creava della luce, del movimento. Poi non lo so, sarà anche perché eravamo sposati da poco, era arrivato il bambino, eravamo in un momento di bolla d’amore… Mi sono resa conto che da quando lui non c’è più, è come se io stessa in prima persona, e con me una serie di persone, invece che piombare nell’abisso, pensando a Jean-Sélim cercassimo di essere un po’ migliori. Ci chiediamo com’era Jean-Sélim, come si sarebbe comportato. E’ come se coi propri atti si cercasse di tenere in vita lo spirito di una persona. Non succede solo nella mia famiglia, che è stata sempre molto unita, anche nell’affrontare questa prova, e che il calice a Jean-Sélim lo solleva sempre e penso che sarà così per i prossimi sessant’anni. Ci sono tante altre persone che non fanno parte del clan stretto, che tengono in alto la fiamma. E’ commovente. Un nostro amico americano, che oltretutto è un ex-marine, mi ha telefonato per dirmi che il suo ultimo bambino l’ha chiamato Thomas Sélim. Gli ho detto: "Guarda, che tuo figlio lo fermeranno sempre nella vita…”.





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