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I sei autoclavisti

Gabriele Bortolozzo, entrato in fabbrica nel ’56 e rimastoci fino al 1990, è morto travolto da un camion mentre correva in bicicletta sul Terraglio nel settembre del 1995, a sessantun anni. Negli ultimi anni aveva raccolto le storie dei sei autoclavisti che nel 1956 avevano avviato l’impianto di polimerizzazione in emulsione del cvm, reparto cv6. Già al tempo in cui scrisse queste memorie, solo due, tra cui lo stesso Gabriele, erano ancora vivi.
in memoria
Gabriele Bortolozzo

Vai avanti, papà

Il fatto che all’improvviso a persone come queste venissero riscontrati tumori diffusi per tutto il corpo a mio padre risultava sospetto. Aveva trovato anche un rapporto sulle società che producevano Cvm in diversi paesi europei, secondo il quale i casi di tumore in Italia erano i più bassi di tutti quelli della Comunità europea. Com’era possibile? Lui sapeva benissimo che le fabbriche nel nord Europa erano più attente alle problematiche legate alla salute dei lavoratori e non capiva come a tutte quelle persone che lui vedeva morire corrispondessero poi delle percentuali così basse. E si era messo da solo a lavorare, a cercare dati. Dall’87, poi, quando fu messo in prepensionamento, iniziò a lavorare a tempo pieno su queste cose. Passava le notti al computer, a battere i suoi appunti. Diceva: tanto sono qui, ho tutto il tempo che voglio Intervista a Beatrice Bortolozzo.


L'obiezione di Gabriele
La lunga battaglia di Gabriele Bortolozzo contro il terribile inquinamento del Petrolchimico Montedison di Porto Marghera. Quell’inizio quando si rifiutò di farsi visitare in azienda, poi la denuncia degli scarichi a mare, la scoperta dei compagni di lavoro che si ammalavano, l’isolamento in fabbrica, l’ostilità del sindacato. L’esempio di un uomo pacato, cordiale, giusto. Interventi di Franco Rigosi, Michele Boato e Beatrice Bortolozzo.


Gabriele non era un grande oratore, non era un trascinatore di folle, né un politico di rottura, capace di finire sui giornali. Era uno di noi, un tranquillo padre di famiglia, un operaio chimico qualunque, ma aveva due caratteristiche che lo distinguevano. Dava un alto valore alla dignità dell’uomo, di ogni uomo, a cominciare da sé. Diceva spesso che non bisogna mai inchinarsi davanti a nessuno, perché siamo nati tutti nudi uguale e finiremo in polvere. E poi era un uomo che cercava la coerenza tra le proprie idee e la propria vita, oggi una rarità. Viveva giorno per giorno, lottando con tutte le armi nonviolente per convincere di questo gli altri.
Sarà ricordato per quella testardaggine che lo ha portato a raccogliere tutti i casi di tumore dei suoi compagni di lavoro, girando casa per casa, e che sono finiti in mano al p.m. Casson, un altro uomo testardo e pignolo. Denunce ce ne sono state tante, infatti, ma se poi non intervengono queste coincidenze fortunate, le cose non vanno avanti e finisce tutto nel cestino delle archiviazioni.
Ho conosciuto Gabriele all’inizio degli anni ‘80 alle riunioni del Movimento consumatori, un gruppo ristretto di folli che volevano diffondere l’agricoltura biologica, l’omeopatia, le medicine alternative. Lottavamo contro gli abusi commerciali e le furbizie delle aziende. Controllavamo le Usl, gli acquedotti, gli enti pubblici. Io per lavoro mi occupavo di tutela della salute sui luoghi di lavoro ed ero collegato a Medicina Democratica. Lui mi parlò del suo lavoro alla Montedison, delle sue denunce. Già nel ’75 si rifiutava di sottoporsi alle visite mediche obbligatorie che facevano nell’infermeria di fabbrica. Diceva che i medici aziendali erano abituati a visitare i lavoratori, constatare la malattia e poi mandare a casa o spostare di reparto. Gabriele si era invece dichiarato disponibile a farsi visitare da strutture esterne, pubbliche, ma non ricevette mai risposta, né dalla direzione, né dal consiglio di fabbrica, né da strutture esterne...


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