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la storia di un colono
Per la route 60
Le colonie in Cisgiordania, naturale proseguimento del sionismo dei padri; la questione strategica della demografia e quella della terra, poca per gli ebrei, tantissima per gli arabi. Chi fa una guerra e perde, perde territori, legge antica. La religione come legame comunitario dopo che il modello kibbutz è diventato improponibile. Il punto di vista, e la storia, di un colono. Intervista a Israel Harel.

in altri continenti
Israele e Palestina

Uscire e vedere la devastazione...
Gaza, all’indomani del ritiro israeliano, è un luogo di desolazione materiale e psicologica; la preoccupazione per i traumi, soprattutto quelli dei bambini, e per i loro effetti futuri. Intervista a Eyad El Sarraj.

Noi ricostruiamo


interviste e interventi di Jeff Halper,
del Comitato Israeliano contro la demolizione delle case (Icahd)





Gaza, l'Iraq, l'Iran...
Una guerra, quella di Israele, ingaggiata per lanciare un messaggio a Obama, e, forse, per rendere più difficile l’annunciato dialogo con l’Iran. Un Iraq senza costituzione che con l’inevitabile ritiro degli americani, forza occupante ma con un ruolo, oggi, di peacekeeping, sembra avviato di nuovo verso il baratro. Intervista a Andrew Arato.


Per mano


Chi poteva immaginare che sarebbe stato proprio lui...
Il racconto di Aaaron Barnea, dei Parents Circle.

Il 17 novembre 1977 il Congresso ebbe termine e io mi accinsi a tornare a Bruxelles. All’aeroporto Ben-Gurion mi fermai a comperare Haaretz, e notai subito un trafiletto in prima pagina, scritto a caratteri piccoli, che riportava un discorso di Sadat al Parlamento egiziano: il Presidente annunciava che era pronto a venire in visita a Gerusalemme. "Che sciocchezza”, pensai subito: Sadat! Tutti sapevamo chi era! Appena atterrato a Zaventem, a Bruxelles, acquistai subito un altro quotidiano, questa volta l’International Herald Tribune, il giornale più letto a Bruxelles da chiunque si occupasse di politica e affini. Ebbene, questa volta non c’erano dubbi: sull’Herald Tribune c’era un titolone, a caratteri cubitali, forse mai usati prima da quella testata: "Sadat a Gerusalemme” o qualcosa del genere. Io continuai a pensare: "Che stupidi! Non sanno nemmeno di cosa parlano”. Andai in ufficio e trovai subito un’enorme quantità di telefonate provenienti da mezza Europa, tutti volevano sapere cosa stesse accadendo. E io a ripetere di non prendere la cosa sul serio, perché conoscevo gli arabi e via discorrendo.
Due giorni dopo, il 19 novembre 1977, eravamo nella casa di Bruxelles con tutta la famiglia, e tutti i canali televisivi del mondo -avevamo la televisione via cavo- mostravano la stessa scena: Sadat che scendeva dall’aereo, all’aeroporto Ben-Gurion, e abbracciava i leader di Israele e dell’opposizione, Golda Meyer compresa, e tutti sorridevano. Noi eravamo seduti lì, con i nostri tre figli, e io non riuscii a trattenere le lacrime. Mi ricordo che dissi, me lo ricordo come fosse ieri: "Finalmente non ci saranno più guerre!”. Noam era nato da pochi mesi… Chi poteva immaginare che sarebbe stato proprio lui, ventun anni dopo, a pagare il prezzo più alto di questa guerra infinita.

Il 12 aprile 1999, alla vigilia del giorno in cui in Israele si commemora la Shoah, ero andato con mia moglie a far visita a sua madre che era molto malata. Tornati a casa, la sera, accendemmo la televisione per guardare la cerimonia che ogni anno accompagna questa ricorrenza. Il Presidente Ezer Weitzman stava tenendo il discorso ufficiale quando suonarono alla porta. Andai ad aprire e vidi una scena di cui nessuno in Israele ignora il significato: sulla soglia c’erano tre persone, due in uniforme militare e una in abiti civili. Ricordo che l’unica cosa che dissi, gridando e piangendo, fu: "Noam!” Anche mia moglie capì subito. Noam era stato ucciso qualche ora prima, esattamente alle 16.39, cinque giorni prima di finire il servizio militare.








questione nazionale o coloniale?


L’avamposto
Una crisi indotta anche da ondate immigratorie in nulla simili alle precedenti; il "racconto” del ‘48, smentito dai nuovi storici. Una cultura sionista comunitarista, impregnata di populismo russo più che di illuminismo; il binomio nazionalismo-socialismo e i leader che continuano a venire dai kibbutz. L’incapacità dei palestinesi di uscire da logiche di "liberazione nazionale”. Intervista a David Bidussa.

La radice coloniale
Il necessario e ineludibile riconoscimento del carattere coloniale, non solo nazionale, del conflitto. Perché il '67 non può cancellare il '48. La visione di Peres di un grande Medio Oriente, di una confederazione fra Israele, Giordania e stato palestinese, in cui gli ebrei siano finalmente integrati. Perché di Gerusalemme non si doveva assolutamente parlare. Arafat, in fondo, voleva fare come Ben Gurion. Intervista a Wlodek Goldkorn.

archivio
Quella chiave...
Una famiglia costretta a due diaspore, nel 48 e nel 67, la vita nel campo profughi di Deishe, dove alle cinque chiudevano i cancelli e per andarsene bisognava firmare che non si sarebbe tornati per tre anni, e poi la partenza, gli studi e il sogno di tornare, un giorno, ad aprire un laboratorio di biologia. Intervista a Nasser Salameh.

Le loro storie...
L’infanzia in un villaggio della Galilea e poi gli studi artistici e l’incontro con Emile Habibi, intellettuale, padre della letteratura palestinese dell’assurdo; l’importanza di raccontare la verità, a tutti i costi; le traversie del documentario "Jenin, Jenin” che gli ha procurato l’accusa di vilipendio... Intervista a Mohammad Bakri.


Democrazia
in Medio Oriente?
La cultura democratica si fa con la democrazia e ogni processo democratico è un’attività di gruppi; l’incapacità degli Stati Uniti di capire l’importanza di partiti politici, anche se religiosi, come quello marocchino o quelli egiziani; il disastro iracheno e l’inevitabilità di un dialogo con l’Iran. Intervista a Marina Ottaway.

Alla sera andiamo
a Beit Sahour

Diario di viaggio in Israele e Territori. Di Paola Canarutto

La nostra casa

Quella mattina, poche settimane dopo la fine della guerra, in cui si presentarono tre palestinesi e chiesero di dare un’occhiata alla "loro” casa, la difficile scelta di farli entrare e poi la nascita di un’amicizia e la decisione di fare della propria casa una "open house” per israeliani e palestinesi; intervista a Dalia Landau.

Verso Gaza
Il progetto, fallito, di rompere l’inaccettabile assedio cui è sottoposta la popolazione di Gaza con una marcia internazionale a cui hanno aderito persone provenienti da 43 paesi; l’errore di sottovalutazione nei confronti dell’Egitto; le manifestazioni al Cairo e le lezioni apprese per il futuro; intervista a Carlo Tagliacozzo.

Madre di Yakub

L’esperienza di un’associazione, Humans Without Borders, che cerca di far curare bambini palestinesi ammalati in ospedali israeliani, facendoli passare fra i tanti posti di blocco; l’imperativo morale che spinge tanti israeliani a far qualcosa per i palestinesi pur in un contesto politico di disperazione. Intervista a Jennie Feldman.




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