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Da un vecchio fallito

22 luglio [s.d. probabilmente 1935]
Carissimo, grazie per quel che mi mandi. Arrivare a qualche idea chiara mi pare sempre il bene più desiderabile. Temo tuttavia che se la discussione si rifacesse nelle condizioni dell’altra sera, poca speranza vi sarebbe di uscire dal vago, dal troppo soggettivo.
Opportuno potrebbe essere: di sospendere almeno a principio della discussione la pregiudiziale offensiva dell’"utopismo”, "città del sole” ecc...; non fa che provocare risentite risposte come "opportunista”, "filisteismi”.
Allo stesso modo: perché non aspettare un esame delle ragioni, forse non tutte assurde, prima di rimproverarmi d’aver assistito alle vicende del bolscevismo -durante 45 mesi- con sdilinquimenti da donnicciola, ed a questi "attacchi di nervi”, attribuire la mia convinzione sulla gratuità di certe alte qualifiche date ad un sistema ultra-militare e burocratico, su un uso della menzogna e del bluff in proporzioni non minori di quel che lo pratica il fascismo e sugli aspetti davvero non trascurabili di certe piccole "immoralità” (quelle per cui tu ironicamente supponevi che avrei spasimato con grida sentimentali sulla "santità della vita umana”; purtroppo non ho avuto occasione di gettare tali grida né allora né poi, perché giudico che non avrebbero nessun effetto su l’attuale generazione, abituata ad ogni orrore, incapace d’indignazione morale; allora, poiché a ben altro bisognava pensare e se con pazienti demarches e qualche volta vere astuzie mi è riuscito di fare uscire dalle cantine della Ceka una diecina di persone, non riesco a considerare ciò come "isterismo sentimentale”).
Per terminare questo esordio dirò ancora, che ammetto benissimo d’essere trattato come un fallito, come un "pariah” non solo nei riguardi economico-sociali; ma ho udito dire da grandi artisti ed anche da uomini d’azione che essi qualche utile suggerimento l’avevano raccolto proprio da taluno che era un vieux raté. Un po’ di esperienza, un po’ di perspicacia si possono acquistare anche nei naufragi. Ed è per questo motivo che mi permetto di "offrire il mio parere” nella speranza che serva di correttivo nei piani elaborati da persone alle quali di tutto cuore auguro successo. ...

Lettera a Carlo Rosselli che prelude alla rottura fra il "gruppo dei quattro” (Andrea Caffi, Nicola Chiaromonte, Mario Levi e Renzo Giua) e Giustizia e Libertà.

Un umanista moderno
Otto anni fa i pochi amici superstiti di Andrea Caffi si rallegrarono perché finalmente di questo raro personaggio si incominciava a parlare: il merito maggiore fu di Nicola Chiaromonte, il più fedele degli amici e fortunato destinatario di molte e belle lettere e attento collezionista dei pochi scritti che Andrea Caffi aveva lasciato di sé. E un lungo articolo gli dedicò Giuseppe Prezzolini, prendendo lo spunto da un libretto dedicato al Caffi da Nika Tucci, a cura dell'Istituto italiano di cultura di Nuova York. Oggi, in un bellissimo volume di Bompiani gli scritti raccolti e salvati dal Chiaromonte vedono finalmente la luce con un titolo impegnativo: «Critica della violenza» e dallo stesso Chiaromonte si annuncia un secondo volume contenente studi storici. Esce cosi dall'ombra un uomo di cultura e uno scrittore, Andrea Caffi, il cui nome alla totalità dei lettori italiani strapperà una domanda: «Chi era costui?»
Di Alberto Spaini


l'altra tradizione
Andrea Caffi


L’estate del 14
Andrea Caffi, intellettuale misconosciuto, ha attraversato tutte le temperie del secolo: volontario nel ‘14, partecipò alla rivoluzione russa fra le file dei socialisti rivoluzionari, fu antifascista in Francia; conobbe il carcere zarista, quello bolscevico e quello nazista. Critico nei confronti di un antifascismo ideologico, acquiescente verso i comunisti, approdò alla nonviolenza radicale. L’amicizia con Albert Camus. Intervista a Marco Bresciani.
Marco Bresciani è ricercatore di storia all’Università di Pisa.

Un ricordo di Andrea Caffi
Angelica Balabanof
Il nome di quest'uomo dalla coscienza adamantina, onestissimo ed altruista, morto pochi giorni fa a Parigi -come muore la maggior parte dei profughi- nell'isolamento e nella miseria, lo lessi e lo pronunciai per la prima volta durante, o l'anno dopo, la prima Rivoluzione Russa, cioè mezzo secolo fa. Da Pietroburgo mi era giunta la notizia dell'arresto di un giovane italiano da parte della polizia zarista perché coinvolto in uno sciopero di tipografi russi. Dalla Liguria, dove allora abitavo, mi recai immediatamente a Roma per pregare Leonida Bissolati ed altri deputati socialisti di occuparsi del caso. Se la memoria non m'inganna, Bissolati era già al corrente e aveva già preso l'iniziativa di una interpellanza al governo.
Questa ebbe esito favorevole poichè, allora, la sola eventualità della deportazione di un solo individuo suscitava più solidarietà e più proteste di quello che non suscita al giorno d'oggi la sorte di milioni di esseri umani condannati dal governo bolscevico ai lavori forzati nella forma più micidiale e più degradante che l'immaginazione umana possa concepire.


La sua discrezione, la sua povertà...
Alberto Moravia
... Appena entrai mi venne incontro e mi abbracciò come se ci fossimo sempre conosciuti. Mi fece una strana impressione. Era un uomo altissimo, con una testa tutta arruffata, i capelli grigi, e un viso con i tratti molto marcati; occhi grifagni e un po’ sbarrati, nasone pronunciato, grande bocca ironica e un’espressione tra ispirata e ironica. C’era in lui insomma il senso dell’uomo romantico, che ha avuto e ha tuttora degli ideali e al tempo stesso un’espressione delusa, ironica, amara e lungimirante con la quale sembrava dire: c’era da aspettarselo. Si trattava davvero di una strana mescolanza. Caffi fin da allora era vestito alla maniera che poi gli ho sempre visto, pantaloni sbrindellati, giacche informi, salvo quando doveva andare nel mondo, perché allora si metteva un vestito blu, abbastanza corretto, ma come insolito, che stranamente gli dava un aspetto di operaio indomenicato. Così vestito a festa aveva una grande eleganza naturale, quell’eleganza che appunto hanno gli intellettuali e gli operai. Non aveva nulla di borghese Caffi, proprio nulla, neanche un po’. ...



L’eremita socievole
Intellettuale militante, socialista, libertario, cosmopolita, pacifista e volontario nella Grande Guerra, rivoluzionario nella Russia del 1905 e del ’17, antistalinista della prima ora, antifascista in Italia e in Francia, Andrea Caffi, vissuto in disparte e in povertà, è una fra le figure più strordinarie e originali della sinistra europea. Intervista a Gino Bianco.... E’ vero, Andrea Caffi non è un pensatore e un militante particolarmente conosciuto, nonostante che, con la sua azione e i suoi scritti, abbia attraversato la storia del socialismo italiano e russo dall’inizio del secolo fino agli anni ’50. Solo recentemente lo si sta riscoprendo, ma ancora gli si dedica meno attenzione di quanto meriti. Il motivo di questo oblìo è forse da attribuire al fatto che il suo pensiero risulta irriducibile a ideologie già costituite. Era certamente, e dichiaratamente, un libertario, ma non fu mai un militante anarchico; era un socialista, ma criticava la politica dei partiti socialisti e socialdemocratici; partecipò al movimento operaio russo dei primi anni del secolo, ma fu sempre un antibolscevico; per qualche tempo militò in "Giustizia e libertà", ma non fu mai un liberalsocialista.
Andrea Caffi era costitutivamente anti-sistematico. Rifiutava ogni ordine di idee fondato su un certo numero di postulati e riducibile a un principio unico; tanto più rifiutava l’idea di trattare la società come un sistema logico o matematico o come un insieme di individui, di gruppi, di meccanismi e fatti materiali, organizzati secondo un criterio unico e dominante. Sapeva che le scienze hanno perduto la grande fede in se stesse che avevano avuto fino alla fine del secolo scorso, e non a caso scriveva: "E’ entrata in crisi la grande credenza che sostituì le credenze religiose: che la scienza conduce alla saggezza, alla conoscenza di sé e del mondo". Cionondimeno, criticava anche il "fanatismo relativista", ossia la concezione che riconduce tutto alle condizioni storiche e sociali.
... Caffi sosteneva, e soprattutto testimoniava con la sua esistenza, che la ricerca del vero diventa un affare equivoco non appena vi si mescolino preoccupazioni di successo, e questo riguarda la politica, ma anche lo scrivere, la letteratura, la narrativa...
Coerentemente con tutto questo, Caffi, viveva in una povertà assoluta e si guadagnava da vivere facendo il "negro" per vari autori, anche importanti, molti dei quali, amareggiandolo, non riconobbero mai il debito contratto con lui. Una povertà che non lo abbandonò mai totalmente, neanche quando Albert Camus lo spinse a diventare lettore per Gallimard. ...



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Il socialismo umanitario
di Andrea Caffi
II contributo che Andrea Caffi ha recato all'azione politica e culturale in difesa dei valori della libertà non ha trovato sinora riconoscimenti adeguati. Già la stessa natura dell'uomo, semplice e modesto, la sua ritrosia a mettere in mostra pensieri lungamente meditati, la sua insofferenza per moduli scontati e per partiti abbarbicati a mantenere accesi fuochi ormai spenti dalla realtà, la sua dura polemica da un lato contro la borghesia colta asservita ai grandi interessi economici, dall'altro contro lo stalinismo i suoi esaltatori ed epigoni.
di Carlo Vallauri

Un grande sconosciuto Di Aldo Garosci
Ignoto, piuttosto che dimenticato, per quasi tutta l'elite intellettuale italiana, lo scrittore internazionale Andrea Caffi (1887-1955). Nato a Pietrotourgo, studente e cospiratore nella Russia zarista, universitario a Berlino, intellettuale nella Parigi di prima del '14, volontario di guerra in Francia e al fronte italiano nella prima guerra mondiale, partecipe di tutte le passioni del dopoguerra italiano e russo, fuoruscito e indipendente pensatore sovversivo nella Parigi tra te due guerre, morto «lettore» di Gallimard...


La parabola di un socialista
Di Enzo Bettiza
Sembrano diverse le ragioni che hanno tenuto finora lontana una parte del pubblico colto da Andrea Caffi. La frammentarietà dei suoi scritti, sparsi per l'Europa, e riordinati a poco a poco con affettuosa pazienza da amici ed estimatori quali Nicola Chìaromonte, Aldo Garosci, Lamberto Borghi, Gino Bianco, consente a chi non conobbe personalmente l'uomo di poterne afferrare solo per gradi la complessità e l'originalità del pensiero: un pensiero, del resto, che non essendo mai fuori ma sempre dentro la vita e che avendo della vita anche una certa frammentaria enigmatica indefinitezza, costituzionalmente si negava all'imbalsamazione accademica...



Un italiano fra i bolscevichi Di Leo Valiani
La gioventù odierna non conosce il nome di Andrea Caffi. Eppure, nel suo rifiuto dei compromessi che tanto i partiti socialdemocratici, quanto i partiti comunisti hanno via via accettato, Caffi ha anticipato, sin dal primo dopoguerra, alcuni dei motivi ideali che animano l'opposizione libertaria dei giovani socialisti e comunisti alle dirigenze e agli apparati in cui non si riconoscono più. La ristampa, a cura di Gino Bianco, che vi ha premesso un breve, ma suggestivo profilo di Caffi, dei suoi scritti politici, apparsi fra il 1918 e il 1949, giunge forse in un momento adatto alla loro rivalutazione. ...


Introduzione a "Critica della violenza" di Andrea Caffi.
Di Nicola Chiaromonte
Parlo di Andrea Caffi come dell"'uomo migliore, e inoltre il più savio e il più giusto" che nel mio tempo io abbia conosciuto. Ne parlo per essergli stato amico durante ventitré anni, dal maggio 1932 quando, a Parigi, Alberto Moravia me lo fece incontrare, al luglio 1955, quando morì nella stessa città, e perché alla sua amicizia devo quel che di meglio posso aver acquistato nel corso della mia vita; ne parlo perché penso che le poche tracce scritte della sua personalità che si sono potute conservare o recuperare meritano di essere conosciute, ma d'altra parte hanno bisogno di essere accompagnate da qualche notizia.

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Quella sua libertà...
La vicenda, straordinaria, di Andrea Caffi, personaggio raro e moderno, trovatosi a vivere tra due rivoluzioni e due guerre mondiali, intellettuale irregolare, cosmopolita, diffidente verso ogni ideologia... Intervento di Goffredo Fofi.






Le due anime
Per Andrea Caffi il socialismo era uguaglianza, libertà, diritti, ma anche felicità; un uomo vissuto tra due secoli e tra tanti paesi, forgiato dalla cultura dell’illuminismo francese, ma anche dal populismo russo, in cui il razionalismo conviveva con la solidarietà per gli umili. Intervista a Nicola Del Corno e Sara Spreafico.



archivio
Intorno a Marx
e al marxismo

Tutti questi discorsi e queste digressioni per concludere che quasi tutte le scuole socialiste del 1848 si pretendevano 'scientifiche' quanto il marxismo. D'altra parte, tutti i temi principali del Manifesto dei Comunisti sono ricavati da 'precursori': l'idea che la storia è storia di lotte di classe dagli storici francesi della Restaurazione; la serie schiavo-servo-salariato dalla dottrina di Saint Simon; la necessità di dare alla lotta di classe una forma politica e di fare democrazia il trampolino della rivoluzione sociale da Victor Considérant; e via dicendo. Engels ha rivendicato per Marx un posto accanto a Copernico e a Darwin in quanto egli avrebbe scoperto e dimostrato rigorosamente il meccanismo della storia umana: come i pianeti girano attorno al sole, così tutta la vita collettiva degli uomini è imperniata sulla tecnica e i suoi progressi; come l'uomo discende dalla scimmia, così il socialismo deriva dal capitalismo… di Andrea Caffi.

Sulla nozione
di diritto

Il fatto è là nella sua "materialità" naturale e storica: degli organismi in stato d'eccitazione hanno speso una certa quantità di energia, subendo una certa alterazione fisiologica; l'aria è stata smossa da vibrazioni sonore, uno o più rapporti fra persone nei quali un'esistenza sociale assumeva un aspetto "normale" hanno subito una trasformazione più o meno violenta e certe attività (per esempio una forma di collaborazione domestica) si sono fermate o modificate; un certo numero più o meno grande di persone è stato influenzato dal mutamento, le une per un momento, le altre forse per tutta la loro vita, dall'episodio in questione. Tutto questo finirà forse nel modo più banale con una breve seduta in pretura; ma forse ne nascerà una tragedia comica come la "Disputa di Ivan Ivanovitch con Ivan Nikiforovitch", oppure una lunga catena di vicissitudini, come quella del processo "Jarndyce e Jarndyce", in Bleak House di Dickens. ... Di Andrea Caffi.

Sull'educazione

Ai programmi d'educazione obbligatoria e inesorabilmente razionale che Platone ha esposto nella Repubblica e nelle Leggi si fa risalire tutto il sistema occidentale delle scuole pubbliche, cioè controllate e dirette secondo certi criteri d'ideale convenienza per fornire sia un ben addestrato personale di governo sia dei cittadini (o sudditi) ben pensanti. Si suppone, cioè, che l'esempio dell'Accademia avrebbe indicato allo Stato (laico o ecclesiastico) il mezzo di dominare anche le coscienze. Qui, per cominciare, si dimentica che, per rigorosa che fosse la disciplina immaginata da Platone nel suo Stato ideale, la nozione della rigidità di un dogma qualsiasi è del tutto assente dalla sua filosofia... Di Andrea Caffi.

Sul despotismo burocratico

Da Lenin, il pensiero torna indietro ai suoi legittimi antenati, i Giacobini. Si sa quanto Albert Mathiez ammirasse Robespierre e l'opera dei Giacobini. Tuttavia, egli non può fare a meno di constatare con tristezza che la dittatura del Comitato di salute pubblica non potè stabilirsi fermamente, nell'aprile 1794, che sopprimendo il tessuto di autonomie comunali e dipartimentali che la Costituzione del 1791 aveva messo in vigore e che la Costituzione repubblicana aveva — teoricamente — rafforzato. Le necessità della lotta contro gli eserciti stranieri e contro la Vandea all'interno costrinsero i Montagnardi del 1793 a ritornare ai metodi di Richelieu e dei trentasei intendenti di Luigi XIV, così come il blocco della Russia da parte della Francia e dell'Inghilterra, unito all'appoggio dato da queste potenze all'insurrezione dei generali "bianchi" dovevano rendere urgente — secondo la lucida espressione di Trotzki — la sostituzione di un "apparato di governo indipendente dalle masse" ai Soviet... Di Andrea Caffi.

Stato, nazione
e cultura

Detto questo, il libretto di T.S. Eliot è ricco di osservazioni assai acute. Per esempio, la seguente: "Gli uomini che s'incontrano solo per scopi seri e ben definiti, in occasioni ufficiali, non s'incontrano veramente... Uscendo da tali incontri, essi si ritireranno ciascuno nel proprio mondo sociale privato e in quello della propria solitudine... L'affiatamento di un circolo di amici dipende da una convenzione sociale comune, da un comune rituale, e da un comune piacere di ricreazione. È una sfortuna, per un individuo, quando il gruppo dei suoi amici e quello dei suoi soci d'affari sono due gruppi separati senza rapporto l'uno con l'altro; ma è d'altro canto fattore d'angustia che siano un unico e medesimo gruppo." ... Di Andrea Caffi.

Società, "élite"
e politica

Da giovane, non credo di aver mancato di fervore per le "cime metafisiche" o le forme sublimi della musica, della pittura, della poesia e del romanzo. Epperò, devo confessare che era con un sentimento di liberazione, e quasi direi di purificazione, che mi accadeva di lasciare un qualche cenacolo di intelletti folgoranti o raffinati dove si erano scrutate le profondità del simbolismo o della durata bergsoniana per andare a raggiungere dei compagni piuttosto rozzi, preparare con loro una qualche ingenua "manifestazione", redigere un appello agli scioperanti imbastito di luoghi comuni marxisti, oppure raccogliere un po' di danaro per dei refrattari in miseria. ... Di Andrea Caffi.

Società e gerarchia

La "scuola riformata" di Pietroburgo, dove durante nove anni ho goduto di un'infanzia straordinariamente felice, riuniva i figli di famiglie assai distanti l'una dall'altra per rango sociale, nazionalità, confessione, professione, livello di ricchezza (o di povertà). Fra i genitori figuravano proprietari nobili, industriali, bottegai, artigiani, artisti, burocrati, ufficiali dell'esercito imperiale, marinai; fra i compagni di classe ho avuto francesi, svizzeri, inglesi, svedesi, uno spagnolo, buon numero di tedeschi, polacchi, ebrei; oltre ai russi, naturalmente... Di Andrea Caffi.

Popolo, massa
e cultura

"Popolo" e "massa" sono due realtà assai diverse. Si può accettare lo schema di Georges Gurvitch il quale, nel distinguere la "comunione", la "comunità" e la "massa" come tre forme diverse del rapporto sociale, sostiene che, nella massa, quel che importa non è il numero degli individui, bensì un certo modo di stare insieme nel quale la personalità dell'altro è totalmente ignorata e il problema sociale si riduce a quello di coordinare meccanicamente i propri movimenti a quelli degli altri: una socialità, cioè, così elementare e, al tempo stesso, così poco umana da obliterare praticamente la coscienza critica e la facoltà di scelta. Il "popolo", invece, presuppone necessariamente il permanere di una "comunità" e delle possibilità effettive di "comunione" nei riti, nelle feste, nei momenti sia di pericolo che di trionfo della comunità...

Nazione e stato

Se "nazione" significa tutte le classi che la compongono è evidente che esse sono solidali. Ma con ciò? Se Epaminonda, nell'invadere la Laconia, avesse avuto a sua disposizione delle bombe atomiche, gli iloti sarebbero periti insieme agli Spartani loro padroni; ma era questa una ragione sufficiente perché, prima di tale catastrofe, ci fosse sul piano umano, su quello economico o su quello politico, una solidarietà qualsiasi fra schiavi e loro proprietari? ... Di Andrea Caffi.

Mito e mitologia

Per il solo fatto di esser messo in forma di racconto o di simbolo, il mito esclude dall'esistenza nel mondo gli esseri, gli eventi, le norme di condotta, le possibilità di successo, le catastrofi, eccetera, che costituiscono il suo contenuto: son tutte cose che sono accadute nel mondo "quando io non esistevo", o che accadono in un mondo diverso da quello nel quale "io esisto". Tuttavia, io ne partecipo, voglio e devo parteciparne, ma secondo modalità assai diverse da quelle dell'azione o dell'" impegno" in virtù del quale peno per sussistere, coopero (o litigo) con i miei simili, lotto contro la natura, e via discorrendo... di Andrea Caffi

Divagazione
sugli intellettuali

Nell'apprezzamento dei fatti dello spirito, l'atteggiamento di Lenin coincide perfettamente con la frase attribuita a un giudice giacobino: "La rivoluzione non ha bisogno di scienziati." Prima del 1917, i bolscevichi sarebbero difficilmente stati ammessi in quell'"ordine" che era l'intellighentsia russa, mentre non si esitava a riconoscere che uomini come Kropotkin e Plekhanov vi appartenevano di pieno diritto. Un mio amico, che era stato corrispondente a Sofia durante la prima guerra balcanica, mi raccontava che fra i giornalisti c'era Trotski, inviato dalla Kievskaia Mysl; ma si teneva in disparte dagli altri (fra i quali c'erano uomini come Ossorghin e Nemirovich-Dancenko), e gli altri preferivano che così fosse: "Noi eravamo là per vedere e informare il meglio possibile, lui condiscendeva a fare quel mestiere; lo faceva, bisogna dirlo, in maniera brillante, ma teneva a rammentarci (e a rammentare ai suoi lettori) che la sua vera missione era 'di cambiare il mondo, non di conoscerlo'". ... Di Andrea Caffi.

"Homofaber"
e "homo sapiens"

quella che Marx chiama "la produzione sociale della loro esistenza" da parte degli uomini. Vi si constatano infatti dei rapporti "determinati e necessari". Marx aggiunge "indipendenti dalla loro volontà", il che sembrerebbe sottintendere una distinzione fra una facoltà di decisione assoluta, spontanea, della coscienza, che sola meriterebbe il nome di "volontà", e le volontà disciplinate, canalizzate, coordinate che si manifestano regolarmente nell'attività degli uomini organizzati in società. Per rendere più precisa l'analisi, bisognerebbe forse distinguere in concreto, secondo propone Georges Gurvitch, fra rapporti di comunione, di comunità e di massa... Di Andrea Caffi.

Critica della violenza

La mia tesi è che un "movimento" il quale abbia per scopo di assicurare agli uomini il pane, la libertà e la pace, e quindi di abolire il salariato, la subordinazione della società agli apparati coercitivi dello Stato (o del Super Stato), la separazione degli uomini in "classi" come pure in nazioni straniere (e potenzialmente ostili) l'una all'altra, deve rinunciare a considerare come utili, o anche possibili, i mezzi della violenza organizzata, e cioè: a) l'insurrezione armata; b) la guerra civile; e) la guerra internazionale (sia pure contro Hitler, o... Stalin); d) un regime di dittatura e di terrore per "consolidare" l'ordine nuovo... di Andrea Caffi.

Sul corporativismo
e un certo tipo
di tecnica. Di Andrea Caffi. Prefazione
di Gino Bianco.

Si potrà far rivivere un umanesimo socialista? E' questo in definitiva l'interrogativo nel discorso caffiano. L'avversione nei confronti delle ideologie, l'immensa cultura e la padronanza dei grandi fenomeni storici dell'antichità e del mondo moderno insieme al senso religioso della giustizia e alla capacità di «concepire l'essenza, la verità viva, la sostanza sacra dei fatti umani come una realtà concreta, non come un'idea astratta, un principio ideologico o un precetto morale», spiegano l'originalità del socialismo di Caffi e la profondità della sua analisi. L'esecrato capitale -ripeteva Caffi- che nella tradizione socialista si incolpava di tutte le sciagure, è appena identificabile oggi fra i giganteschi congegni di pressione politica, sociale e psicologica che stritolano gli uomini e li gettano nell'informe magma della «massa». I centri del potere economico e politico dai quali dipende la produzione e la distribuzione, dispongono oggi di tali mezzi ed apparati di repressione, di informazione e di distribuzione ed in pari tempo hanno acquistato una potenza così decisiva e «razionalizzata» da fare sembrare poca cosa il minuzioso ordinamento del vecchio dispotismo napoleonico. ...

Riflessioni
sul socialismo

Se il socialismo oggigiorno non può essere altra cosa che un «apparato» d’azione politica (con stinte o tarlate coperture ideologiche) impegnato - assieme ad altri partiti - nel mesto compito di mantenere più l’apparenza che la sostanza di regimi «democratici» in una Europa sconquassata e imbarbarita - non vale proprio la pena di essere socialista piuttosto che radicale o liberale o magari democratico-cristiano; se invece intendiamo per socialismo la continuazione - con discesa nel popolo- delle grandiose ed audacissime speranze concepite nel Settecento, di attuare una completa emancipazione della ragione umana, sui principii della quale è unicamente possibile fondare la pace, la fraternità, la felicità per tutti - allora dobbiamo cominciare col riconoscere che tutti gli eventi dall’agosto 1914 in poi hanno calpestato, soffocato, deviato questo movimento - e che... bisogna ricominciare da capo. Spietato, prima di tutto, deve essere l’esame di coscienza... di Andrea Caffi



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