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appunti del mese

Appunti del mese di marzo 2014


UNA CITTÀ n. 211 / 2014 marzo

Articolo di Redazione

APPUNTI DI MARZO 2014
Si parla delle condizioni d’uso di Paypal e di quali e quante informazioni su di noi vengono divulgate a terze parti, quando diamo il consenso, del perché consultiamo il dottor Google sia prima che dopo aver parlato con il nostro medico, dei “princìpi” dell’esercito israeliano, dell’8 marzo delle donne curde, del Kansas che ha dovuto fare marcia indietro sui tagli alla scuola, di Detroit e di una catena di fast food albanese, di carcere, eccetera eccetera...

7 marzo. Unipolarismo
Dopo vent’anni di tanto gloriato quanto inglorioso bipolarismo e dopo il colpo di mano, in corso, di imporre il bipartitismo per legge, non è escluso che, alla fine della fiera, torneremo all’unipolarismo di sempre: al centro un partito pigliatutto, paternalista e centralista, feudatario nei territori, poi qualche satellite e il veto alle estreme. Contenti noi...

8 marzo. Morire di carcere
Un detenuto di 42 anni si è tolto la vita impiccandosi nel pomeriggio di oggi nella sua cella del carcere "Borgo San Nicola” di Lecce. L’uomo, Paolo Consoli, di origini campane, era in carcere dal 2013 ed avrebbe finito di scontare una pena per rapina nel 2016. Approfittando del fatto che il suo compagno di cella era impegnato in un’attività lavorativa, si è legato attorno al collo una cintura assicurandola dall’altro capo alle sbarre della cella situata all’interno del reparto infermeria. Poco prima di impiccarsi era stato visto giocare a carte con altri detenuti. I soccorsi prestati dalla polizia penitenziaria e dal personale sanitario sono risultati vani.
Da inizio anno salgono a 11 i detenuti e a 2 gli agenti di polizia penitenziaria che si sono tolti la vita. Sono 26 i poliziotti penitenziari morti per suicidio negli ultimi 3 anni.
(Ristretti.it)

9 marzo 2014. I tagli del Kansas
I legislatori del Kansas dovranno reintrodurre i fondi tagliati alla scuola pubblica. La decisione della Corte Suprema dello Stato è arrivata venerdì 7 marzo; ne ha parlato il "Boston Globe”. Nel 2010 un gruppo di genitori e quattro distretti scolastici, preoccupati per il disinvestimento operato dall’amministrazione, si erano rivolti al giudice distrettuale; questi, l’anno scorso, aveva imposto allo Stato di incrementare di almeno 440 milioni il fondo di tre miliardi di dollari destinato all’istruzione, ma il Kansas si era opposto, chiamando in causa la Corte Suprema di Stato. Ora che la Corte si è espressa, il Kansas dovrà quindi rifinanziare le scuole. Ovviamente con le tasse dei cittadini.
(Boston Globe)

10 marzo. 8 marzo in Kurdistan
L’8 marzo, mentre il mondo celebrava la giornata internazionale della donna, due donne nel Kurdistan iracheno si davano fuoco. A raccontarlo è l’"Economist”. L’autoimmolazione delle donne come estrema forma di protesta è un fenomeno noto in Medio Oriente, dall’Egitto al Pakistan, ma sta diventando tragicamente diffuso nella regione curda del Nord dell’Iraq. Dall’autonomia, raggiunta nel 1991, si stima siano 10.000 le donne che si sono uccise dandosi fuoco, incluse ragazzine di 13 anni.
Falah Muradkan-Shaker, di una Ong del Kurdistan, dice che oramai è un fenomeno che interessa tutte le famiglie. Le donne che sopravvivono spiegano che a spingerle a quel gesto estremo è il fatto di sentirsi prigioniere di tradizioni patriarcali molto rigide che obbligano le giovani a matrimoni combinati già alla nascita. Tra l’altro, in Kurdistan, anche se la legge lo vieta, sono ancora in uso gli omicidi d’onore e quindi la famiglia, anziché un luogo sicuro, diventa un agglomerato di persone che potrebbero aggredirti in qualsiasi momento (molte donne, tra l’altro, subiscono violenza domestica da parte dei padri o dei mariti). Interrogate, confidano: "Mi sentivo già morta e allora ho deciso di accelerare il processo”.
La maggior parte dei suicidi avviene in casa. Lana Chalak, una delle due avvocate che segue queste donne, dice che quando il suicidio fallisce, è sicuro che nel giro di quattro-cinque giorni la donna ci riproverà. È in quella finestra che cerca di inserirsi lei, facendo sentire prima di tutto la sua vicinanza e comprensione e spiegando che ci sono delle vie d’uscita. Non sempre ce la fa. (economist.com)

11 marzo. Quote rosa?
Le quote rosa fan schifo, ma quante medicine che fan schifo curano malattie molto gravi?

20 marzo 2014. La luce di Saad
Hassan Saad, cittadino di Gaza di quarantacinque anni, ha predisposto un ingegnoso sistema per illuminare le cinquanta abitazioni della strada dove risiede. Ne ha parlato il "Jerusalem Post”. Il 17 dicembre avevamo raccontato di come Israele, a seguito di una grave alluvione che aveva colpito il Medio Oriente, avesse deciso di dimezzare le ore di blackout che impone quotidianamente alla Striscia di Gaza. Ora le cose vanno un po’ meglio, ma la corrente continua a mancare per otto ore ogni giorno. I generatori autonomi, per di più, sono spesso inutilizzabili: l’embargo israeliano, cui si è aggiunta la stretta voluta da Morsi sui tunnel clandestini che arrivavano in Egitto, riduce drasticamente l’accesso al carburante necessario per attivarli. "E comunque, fanno troppo rumore…”, spiega Hassan. Il suo sistema, invece, è più silenzioso dei generatori e più economico e potente delle candele, che costano 2 shekel (40 centesimi di euro) l’una. Lui, che è avvocato ma mastica un po’ di elettrotecnica, ha attrezzato le case della strada in cui abita con un sistema di batterie per auto: ricaricandole di acido liquido, sono in grado di far funzionare una rete di luci al led. "Sono più potenti delle candele -racconta Ali, studente- rincaso che è già calato il sole, ora la sera posso studiare!”. La via di Hassan ringrazia, ma l’energia prodotta con le batterie è utilizzabile solo per i led e basta appena per illuminare le case dei suoi vicini. Alla Striscia serve una centrale elettrica: tre mesi fa si era messa una toppa con un fondo di 10 milioni di dollari messo a disposizione dal Qatar. Finiti i soldi, la centrale ha smesso di funzionare ed è stato ancora il Qatar a rimediare con un’ulteriore donazione di carburante.

25 marzo. Turisti
L’Ucraina non è esattamente un "must” nelle destinazioni dei viaggi turistici, eppure…
Un’agenzia di viaggi chiamata "Political Tours” sta organizzando un tour di nove giorni per studiare i disordini in corso nel paese. Nicholas Wood, a capo dell’agenzia, spiega che non c’è niente di voyeristico. Il tour sarà guidato da un giornalista e alla fine sarà possibile incontrare dei politici a cui si potranno porre delle domande. Non è il primo viaggio del genere per quest’agenzia che non necessariamente manda la gente in posti di guerra. Hanno organizzato viaggi in Scozia, per capire la questione dell’indipendenza, in Grecia, per studiare la situazione economica, ma anche in Libia e in Corea del Nord. In genere il gruppo è composto da sole otto persone: partecipano accademici e giornalisti, ma anche persone normali appassionate di politica, che vogliono informarsi. Il tutto ha un costo tutt’altro che contenuto. Il viaggio in Ucraina costa più di 5.000 dollari.
C’è anche chi organizza viaggi all’impianto di Chernobyl, con visita alla "città fantasma” di Pripyat, dove "i visitatori possono girare tra le abitazioni e le cose abbandonate dalle persone in fuga”. C’è qualcosa di "osceno” in tutto questo, riconosce l’autore dell’articolo e tuttavia, se la cosa è fatta in modo simpatetico, in effetti questi viaggi possono essere occasioni preziose per capire situazioni complesse e drammatiche. Il problema è che, conclude il giornalista, la linea che separa l’ottusa grossolanità dalla comprensione empatica rischia di essere molto sottile. (economist.com)

26 marzo. I pacs?
Capiamo che le priorità son ben altre, ma Renzi non voleva che i pacs fossero una priorità per Letta? Cos’è cambiato? (Domanda retorica).

27 marzo. Gli antibiotici e noi
Se si entra in un negozio di articoli per l’allevamento di animali capita facilmente di vedere a terra dei sacchi di antibiotici in polvere, che promettono di stimolare la crescita di pollame e bestiame. Gli antibiotici, si sa, sono ormai una sorta di "super cibo” in grado di produrre carne a basso costo. Ma cosa succede se quella carne siamo noi? Se lo chiede Pagan Kennedy sul "New York Times”. La storia degli straordinari poteri degli antibiotici risale al 1948 quando il biochimico Thomas H. Jukes scoprì l’aureomicina, un farmaco salvavita. Ma la vera scoperta, per Jukes e i colleghi dei laboratori Lederle, fu che quell’antibiotico faceva crescere più velocemente gli animali. All’epoca valeva ancora l’idea che "grasso è bello” e quindi il passo dagli animali agli umani fu breve. Kennedy ricorda come già allora Alexander Fleming si fosse mostrato molto scettico sull’uso di questi farmaci sugli umani. E tuttavia nel 1950 venne condotto un esperimento in una scuola in Guatemala e un altro con alcuni bambini statunitensi disabili. Il risultato fu che in effetti i bambini ingrassavano. Da allora le cose sono cambiate parecchio: intanto c’è un’epidemia di obesi e al contempo nessuno vuole più ingrassare; c’è maggior controllo sugli antibiotici usati nell’allevamento e però il loro uso come medicinali è uscito dal controllo, tant’è che c’è il problema dei ceppi resistenti. Riporta Kennedy che nel 2002 gli americani erano circa un centimetro più alti e 24 chili più pesanti rispetto al 1960. Ovviamente all’origine c’è la dieta e lo stile di vita, ma secondo un numero sempre maggiore di scienziati gli antibiotici potrebbero essere il fattore X. I giovani americani fanno almeno un ciclo di antibiotici all’anno (soprattutto per infezioni dell’orecchio e al torace) e proprio questo uso, se non abuso, di antibiotici potrebbe essere all’origine dell’epidemia di obesità. Ormai si sa che bisogna lesinare sugli antibiotici, ma quando ci si trova davanti a un bambino con un’infezione all’orecchio o una febbre alta persistente la gente non sa cosa fare. Mentre si cerca il legame tra antibiotici e peso, sarebbe allora importante lavorare anche sulla riduzione del ricorso agli antibiotici quando improprio. Per questo sarebbe importante offrire test in grado di dare un feedback immediato riguardo l’eventuale presenza e la tipologia di batteri. Nel frattempo la domanda se siano soprattutto gli antibiotici ad averci trasformato in peso e altezza resta in attesa di risposta. (nytimes.com)

28 marzo 2014. Un test inutile?
A partire da un libro appena uscito, "La grande beffa della prostata: come la Grande medicina ha dirottato il test Psa provocando un disastro nella sanità pubblica” (di Richard Ablin e Ronald Piana), sull’ "Economist” si torna a parlare del controverso test del Psa.
Lo scorso anno, negli Usa, sono stati scovati 240.000 "casi sospetti”, un numero enorme. Il dibattito, molto acceso, riguarda l’efficacia del test che cerca l’antigene prostatico specifico, il Psa appunto, che dovrebbe aiutare a scoprire un tumore in tempo. Molti, tra cui Richard Ablin, autore del libro, pensano che questo test porti a troppe terapie inutili. Se infatti i risultati non rispettano i parametri si ricorre a trattamenti molto aggressivi che possono portare a impotenza e incontinenza. E comunque resta dubbio che questo agire tempestivamente sia così utile, perché è un tumore spesso molto "indolente”.
La prostata è una ghiandola della dimensione di una noce che aiuta a produrre il seme e che produce anche la proteina Psa. Il punto allora è se la presenza di questa proteina dia o meno informazioni utili. Se infatti chi è affetto dal tumore ha valori elevati, non vale la regola inversa: chi ha valori elevati non è detto abbia il tumore e, viceversa, avere valori bassi non esclude una diagnosi di tumore.
Nonostante questi inconvenienti, questo test è in uso dal 1990. In fondo la sua diffusione è legata al fatto che si tratta di un test innocuo: per dosare il Psa è sufficiente un prelievo ematico. Il punto è, di nuovo, a cosa serve.
Dai risultati di due recenti studi (uno americano e uno europeo) viene fuori che gli screening avrebbero avuto un risultato molto moderato: limitatamente alla fascia d’età 55-69 anni, sarebbe stato salvato un uomo ogni mille testati. Un dato che ha convinto il Governo a fare marcia indietro. A quel punto è però scoppiato un putiferio tra gli specialisti che invece insistono sull’utilità di quel test. Con il risultato che ciascuno dice la sua. Così si va dagli accademici del Prostate Cancer World Congress, che raccomandano screening tra i 50 e i 69 anni; all’Aua, che propone l’intervallo d’età 55-69 anni, e al Memorial Sloan Kettering, di New York, dove vorrebbero testare gli uomini dai 45 ai 70 anni fino a chi appunto trova questo test inutile.
Se ormai è chiaro che non esiste un valore che separa quelli in pericolo da quelli al sicuro, è importante arrivare a dei test che distinguano i tumori pericolosi da quelli indolenti (l’industria farmaceutica ci sta lavorando). fermo restando che ci sarà sempre chi preferisce comunque estirpare la malattia piuttosto che stare ad aspettare e guardare. La frenesia attorno al test Psa, conclude l’autore dell’articolo, è appassionante anche perché mette in gioco due caratteristiche umane molto tipiche: il desiderio di sconfiggere il cancro a ogni costo e l’insufficiente conoscenza di come funziona questa malattia.
(economist.com)

1 aprile. Il problema dei problemi
Qual è il problema dei problemi? È l’abuso della prima persona singolare. Mai un "noi”, mai il "voi”. Mai: "Fate voi”.

1 aprile 2014. Coney Detroit
La storia di Detroit degli ultimi decenni è costellata di segni "meno”. La popolazione è calata dagli 1,8 milioni degli anni Cinquanta ai poco più di 700.000 attuali, e ancora peggio è andata alle attività commerciali: secondo la non profit Citizens Research Council, tra il 1972 e il 2007 ne è sparito il 78%. Tanto che oggi la città del Michigan è, tra quelle con popolazione compresa tra 600 e 900.000 abitanti, al penultimo posto per numero di fast food appartenenti a catene famose. Una cosa che invece è cresciuta nel tempo è una catena autoctona di fast food, la Coney Island, specializzata in hot dog. Ne ha parlato Chris Christoff su Bloomberg.com.
Oggi, all’apice della crisi, Coney Island è di sicuro la catena di maggior successo di tutta Detroit, dove ha 150 punti vendita, un numero pari alla somma di tutti gli altri fast food. Negli ultimi mesi è stato aperto un American Coney Island anche in un hotel di Las Vegas. Joe Grimm, giornalista, ha scritto un libro sulla storia della piccola catena, "Coney Detroit”. Il primo Coney Island di Detroit, il Lafayette, venne aperto negli anni Venti del 900 da William Keros, immigrato greco. Poco dopo il fratello avrebbe inaugurato l’American Coney Island, proprio a fianco del Lafayette. Entrambi i ristoranti sono ormai delle attrazioni cittadine: al Lafayette passano trenta secondi tra un’ordinazione e la consegna, e i camerieri non scrivono gli ordini, ma li tengono a mente per poi gridarli ai cuochi. Nelle pareti di entrambi i ristoranti spiccano decine di foto di celebrità con autografo, incluso il vice-presidente Biden. La maggior parte dei Coney Island è oggi gestita da albanesi. "Vengono da noi perché siamo più economici di McDonald e Burger King”, dice Mario Gjolaj, gestore di un Coney Island a Corktown, il quartiere degli immigrati irlandesi. I Coney non temono lo scontro diretto con i giganti dei fast food; Nick Musollaj, che gestisce l’Hollywood Coney Island nell’East Side, ne è convinto: "Se apre un McDonald nel quartiere ci fa piacere. Loro fanno tutto il marketing e portano la gente, che poi viene da noi”. Lo conferma la storia di Lonnie Domgjoni, che gestisce il George’s Coney Island, già rilevato dal padre nel 1982 e ancora aperto nonostante stia proprio di fronte a un Burger King e a un Kentucky fried chicken: un Coney dog costa 1.80$ e una porzione di patatine 1.40$; al Burger King per un panino si spendono 3.49$ e 2.09$ per le patatine. La catena, in cui ogni ristorante ha i propri piatti forti, è entrata nel cuore dei cittadini. Secondo Willie Davis, che gestisce il Detroit Corned Beef and Coney Island: "Appena tornano in città, molti vogliono mangiare nel proprio Coney Island. Li fa sentire a casa”. Ogni Coney Island, infatti, è unico: "Uno non vale l’altro! Alcuni sono tremendi…”, dice Dentae Butler, ventiquattrenne che si fa 16 chilometri al giorno pur di far colazione all’Ed’s Apollo Coney Island, che sta in un quartiere del West Side pieno di case e negozi abbandonati. "Non trovo da nessun’altra parte un’omelette così!”. (bloomberg.com)

1 aprile. Tal, Yusef e Samir
Cos’è peggio? Un massacro casuale o un assassinio premeditato? Cos’è più atroce, un’uccisione inutile, risultato di un errore d’identità, o un assassinio inutile senza errori di identità? L’esercito israeliano, ci spiega Gideon Levy su "Haaretz” del 30 marzo, ha delle precise risposte a queste domande, fondate su dei saldi principi. Il principio, in questo caso, è che non contano le circostanze ma solo l’identità delle vittime.
Tal Nahman, Yusef a-Shawamreh e Samir Awad, prosegue Levy, non si conoscevano, ma il fato aveva riservato loro la stessa morte: tutti vittime dell’esercito israeliano. Tal aveva 21 anni, Yusef 14 e Samir 16. Tutti e tre colpiti a morte in un agguato. Tal dopo che i soldati avevano notato movimenti sospetti e avevano fatto un errore di identificazione; Yusef cercando di attraversare la barriera di separazione per raggiungere il campo della sua famiglia, rimasto dall’altra parte; Samir cercando anche lui di passare dall’altra parte per vincere una scommessa tra amici.Yusef è morto dissanguato in attesa di un’ambulanza. A Samir, colpito e ferito, i soldati hanno sparato altre due volte alla testa e alle spalle mentre cercava di tornare al suo villaggio, uccidendolo. Se nel caso dei due palestinesi non si è sentito il bisogno di approfondire le indagini, la "tragica morte” di Tal ha portato alle dimissioni di tutti i soldati e ufficiali coinvolti. I vertici hanno espresso ai genitori di Tal il grande rammarico per la perdita di "una persona straordinaria”. Non una parola per i genitori di Yusef e Samir. Ecco i "principi”, conclude amaramente Levy, dell’esercito più "morale” del mondo. (haaretz.com)

2 aprile. Medici esauriti
Martin Kanovsky, 61 anni, medico internista al Chevy Chase, era solito vedere un paziente ogni 15 minuti con la costante preoccupazione che tanta fretta andasse a scapito della qualità della cura. A dicembre ha deciso di limitare la sua pratica clinica a pochi pazienti che pagano un supplemento per poter essere seguiti senza orario. Anche Tim Devitt, medico di famiglia nel Wisconsin, abituato a essere chiamato giorno e notte e che aveva l’abitudine di andare perfino a trovare i suoi pazienti all’ospedale, alla fine ha mollato. L’esaurimento dei medici di medicina generale, specie quelli che si trovano in prima linea, sembra un fenomeno in crescita negli Stati Uniti. Aumentano i medici che lamentano di non dormire la notte proprio per la paura che a dover vedere tutti quei pazienti sfugga loro qualcosa. Il fatto poi di dover scrivere tutto a computer per alcuni è diventato un fattore di rallentamento anziché di efficienza (tant’è che alcuni ricorrono a degli "scriba”). Non ci sono dati precisi sul burnout, però una ricerca condotta nel 2012 su 7.200 medici segnala che circa la metà di questi riportava almeno un sintomo di burnout. Il dottor Kanovsky, per poter svolgere la professione in modo adeguato (e per poter dormire la notte) ha ridotto i suoi pazienti da 1200 a 400 e ha cambiato modello.
L’autore dell’articolo, uscito sul "Washington Post”, più che dello stress dei medici si preoccupa però dell’effetto di questo sui pazienti. Medici ansiosi creano infatti pazienti insoddisfatti. La lamentela più ricorrente è che il medico non ascolta e comunque non ha a disposizione il tempo ritenuto necessario dal paziente.
Ma il dato che preoccupa di più non è tanto che medici infelici e frustrati producono pazienti infelici e frustrati, ma che commettono più errori.
(washingtonpost.com)

3 aprile 2014. Condizioni d’uso di Paypal
In questi giorni a chi ha un account Paypal è arrivato un avviso che invita a prendere visione degli aggiornamenti delle condizioni d’uso. Se non l’avete fatto, il consiglio è di accogliere l’invito e andare a leggere. La lettura è molto istruttiva, soprattutto la parte relativa alla Modifica all’Informativa sulla privacy, che entrerà in vigore il 14 maggio 2014. Nello specifico fa una certa impressione leggere il tipo e la quantità di dati che vengono divulgati (ovviamente se l’utente ha acconsentito). In genere questi dati non sono accessibili, ma Paypal sottostà alle leggi del Lussemburgo per quanto riguarda la protezione dei dati e il segreto bancario e tali leggi richiedono un livello di trasparenza più alto rispetto alla maggior parte delle leggi dell’Unione europea. Questo è il motivo per il quale PayPal elenca nell’Informativa sulla privacy tutti i fornitori di servizi terzi ai quali divulga i dati degli utenti, lo scopo della divulgazione e il tipo di informazioni condivise.
Se i dati divulgati ad alcune "terze parti” si limitano a nome, cognome e email, quelli forniti ad altre (come Nanigans Inc. che si occupa di pubblicità personalizzate) vanno ben oltre: "Id pubblicitari associati ai dispositivi iOS Apple quando un utente installa un’applicazione, rilancia un’applicazione, si registra per i Servizi PayPal, effettua l’accesso o una selezione, controlla il saldo, salva un’offerta, completa una transazione, imposta l’immagine del profilo oppure modifica in altro modo il conto nell’applicazione o in relazione all’uso dell’applicazione”.
Ma i dati più numerosi sono forniti alle "terze parti” che si occupano di recupero crediti. Qui l’elenco si fa ancora più lungo: "Nome, indirizzo, numero di telefono, numero di conto, data di nascita, indirizzo email, tipo di conto, stato del conto, ultime quattro cifre del conto degli strumenti finanziari, sort code, saldo del conto, dettagli sulle transazioni del conto e responsabilità, nome del fornitore del metodo di pagamento e copia di tutta la corrispondenza in ogni caso relativa agli importi dovuti dall’utente (o da un’altra persona) a PayPal”.

3 aprile. Il villaggio verticale
Ci tengono a dire che non sono un gruppo di amici, ma solo dei "vicini”. Sono collettivamente proprietari di una palazzina a Villeurbanne (regione del Rodano-Alpi) e al contempo locatari, a titolo individuale, del loro appartamento. Sono coppie e single e l’età va dai 30 ai 60 anni. L’idea è nata nel 2005: quattro coppie volevano comprar casa senza però passare per le agenzie, così si sono rivolti a Habicoop, un’associazione che cerca di rilanciare un modo di abitare cooperativo e così, anche grazie a un prestito garantito dal Comune, sono partiti. L’organizzazione degli spazi è fatta in modo da incoraggiare la socialità: se infatti gli appartamenti sono un po’ più piccoli delle misure standard, ci sono molti spazi comuni: ci sono sedie e tavoli ad ogni piano, un salone comune e un bel giardino dove si fa l’orto. L’intero edificio è inoltre costruito con criteri di sostenibilità e risparmio energetico. Gli abitanti del villaggio non sono dei "militanti” di qualcosa, semplicemente condividono alcuni valori (e non altri). Come cercano di spiegare, non c’è una pratica "comunitaria”, ma collettiva. L’idea di rendere fin da subito gli alloggi accessibili alle persone "a mobilità ridotta” fa comunque pensare che per molti quello sarà il luogo in cui invecchieranno assieme. (monde.fr)

3 aprile. Il dottor Google
Sul magazine francese "Marianne”, si torna a parlare dell’ormai abituale ricorso a Google prima, dopo, o anche al posto, delle visite mediche. Pare che in Francia almeno una persona su due guardi in rete per avere informazioni su malattie e cure.
L’autrice dell’articolo, Clotilde Cadu, si interroga sulle principali ragioni del diffondersi di un tale fenomeno. La prima motivazione è evidentemente quella di reperire informazioni. "Doctissimo”, uno dei siti più noti, conta cinque milioni di pagine viste ogni giorno. La seconda motivazione è la diagnosi e per quanto qualsiasi medico inorridisca quando gli si presenta un paziente che si è già fatto una diagnosi guardando in internet, va detto che le cose stanno cambiando. Su "CrowdMed” ad esempio è disponibile un vero servizio investigativo che coinvolge oltre cinquecento specialisti, studiosi e pazienti chiamati a risolvere i casi "indiagnosticabili”, (anche se il fatto che ci sia un riconoscimento in denaro e che si possa "scommettere” sulla diagnosi giusta, lascia effettivamente un po’ perplessi). Internet è poi usato anche per sapere dove si viene curati meglio. L’altra grande risorsa della rete è di far incontrare i malati. La più grande rete di donne a cui è stato diagnosticato un tumore al seno, le "Impazienti” (lesimpatientes.com), offre consigli, suggerimenti, ma anche sostegno affettivo e incoraggiamento, cose che non sempre le donne hanno la fortuna di trovare in parenti e amici.
(marianne.net)

4 aprile. Senato e Bundesrat
Dicono che il modello del futuro Senato sia il Bundesrat tedesco che riunisce i rappresentanti dei Lander. Peccato che le competenze dei Lander tedeschi siano la scuola, le università, la cultura, la polizia, la tutela del paesaggio e della natura, la legislazione che riguarda i comuni e, in molti campi, quella generale, in collaborazione con lo Stato, una parte del diritto tributario, tutti i tribunali ad eccezione della Corte Costituzionale e delle Corti superiori.
Intendevano certamente dire che faremo la caricatura del Bundesrat tedesco.


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appunti
di aprile 2010
Si par­la dei ri­sul­ta­ti elet­to­ra­li e di Sy­los La­bi­ni, de­gli ef­fet­ti psi­co­lo­gi­ci del­la di­soc­cu­pa­zio­ne, del­la Ser­bia, che for­se più per op­por­tu­ni­smo che in se­gui­to al ri­mor­so, ha in­fi­ne ri­co­no­sciu­to i cri­mi­ni com­mes­si a Sre­bre­ni­ca; di co­me Fa­ce­book e Goo­gle stia­no met­ten­do in cri­si, sul pia­no mo­ra­le e deon­to­lo­gi­co, tan­ti te­ra­peu­ti e psi­chia­tri; di una ce­na a Long Bea­ch, del se­di­ce­si­mo sui­ci­dio av­ve­nu­to que­st’an­no nel­le car­ce­ri ita­lia­ne; del­la vi­ta nei cam­pi del­la Stri­scia di Ga­za do­ve i bam­bi­ni fan­no i com­pi­ti a lu­me di can­de­la, del so­sti­tu­to d’im­po­sta ec­ce­te­ra ec­ce­te­ra


appunti
di marzo 2010
Si par­la di bam­bi­ni mul­ti­ta­sking, met­ten­do in di­scus­sio­ne qual­che ste­reo­ti­po ne­ga­ti­vo sul­la net ge­ne­ra­tion; di co­sa fa­re e co­sa non fa­re in car­ce­re; del­la "tur­bo eman­ci­pa­zio­ne” del­le don­ne po­lac­che; di un bel blog in cui i me­di­ci rac­con­ta­no le lo­ro "not­ti di guar­dia”, in cui può ca­pi­ta­re di ri­pen­sa­re al­le do­man­de dei pa­zien­ti a cui non si è sa­pu­to da­re ri­spo­sta; dell’in­nal­za­men­to dell’età del­la pri­ma gra­vi­dan­za e del ri­tar­do del­la fi­sio­lo­gia ri­spet­to ai nuo­vi co­stu­mi del­le don­ne; di un at­ten­ta­to dei dis­si­den­ti dell’Ira, ec­ce­te­ra ec­ce­te­ra


appunti
di febbraio 2010
Si par­la di Ce­le­ste Frau, 62 an­ni, di me­stie­re rot­ta­ma­io, con­dan­na­to a 12 an­ni di car­ce­re per una ra­pi­na com­mes­sa nel 2007, sui­ci­da­to­si ai pri­mi di gen­na­io; del vac­ci­no del­la No­var­tis con­tro l’in­fluen­za A, ri­ma­sto in gran par­te nei fri­go del­le Asl; di Au­gu­stin d’Hu­miè­res, co­rag­gio­so e ori­gi­na­le pro­fes­so­re di gre­co del­le ban­lieues; del­la cri­si in Ve­ne­to; del tet­to del 30% per gli stra­nie­ri nel­le clas­si e di un’ana­lo­ga espe­rien­za ten­ta­ta ne­gli Sta­ti Uni­ti tan­ti an­ni fa con esi­ti di­sa­stro­si sia per i bian­chi che per i ne­ri; di Car­la Me­laz­zi­ni nel ri­cor­do di Ci­ro Na­tu­ra­le che gra­zie a lei e ai mae­stri di Chan­ce, non so­lo non ha la­scia­to la scuo­la dell’ob­bli­go, ma si è pu­re lau­rea­to; ec­ce­te­ra ec­ce­te­ra


appunti
di gennaio 2010
Si par­la di sui­ci­di in car­ce­re, che que­st’an­no so­no sta­ti 71, il nu­me­ro più al­to che si ri­cor­di; dell’an­ni­ver­sa­io dell’ope­ra­zio­ne Piom­bo Fu­so a Ga­za in cui mo­ri­ro­no cir­ca 1400 pa­le­sti­ne­si; del­la Ci­na che sta ren­den­do im­pos­si­bi­le apri­re dei si­ti ai pri­va­ti; dell’Aids, che per la pri­ma vol­ta sem­bra re­gi­stra­re un de­cli­no del­la pan­de­mia; del cu­rio­so fun­zio­na­men­to de­gli am­mor­tiz­za­to­ri so­cia­li in de­ro­ga, per cui de­gli ope­rai che mai avran­no l’oc­ca­sio­ne di usar­la, so­no co­stret­ti a fa­re un cor­so di ot­to ore di lin­gua in­gle­se per ac­ce­der­vi; dei ge­sto­ri te­le­fo­ni­ci che stan­no tra­sfe­ren­do all’este­ro l’at­ti­vi­tà dei call cen­ter; dei pre­fis­si te­le­fo­ni­ci del Ko­so­vo e del tre­no Bel­gra­do-​Sa­ra­je­vo, ri­par­ti­to que­sto me­se, do­po es­se­re ri­ma­sto fer­mo dal­la guer­ra in Bo­snia

appunti
di novembre 2009
Si par­la di de­stra e si­ni­stra; del cro­ce­fis­so; dell’ospe­da­le di To­ri­no, do­ve so­no di­mi­nui­te le in­ter­ru­zio­ni di gra­vi­dan­za di don­ne stra­nie­re, ma so­no au­men­ta­ti i ri­co­ve­ri per emor­ra­gia; del­la Ci­na che si sta com­pran­do l’Afri­ca; del fat­to che la po­po­la­zio­ne ur­ba­na per la pri­ma vol­ta nel­la sto­ria dell’uma­ni­tà ha su­pe­ra­to la po­po­la­zio­ne ru­ra­le; del­la ri­for­ma "re­stau­ra­tri­ce” dell’Or­di­ne de­gli av­vo­ca­ti, tut­ta a sfa­vo­re dei più gio­va­ni; del­la sto­ria di Tan­gen­to­po­li e di quel che di­ce Mas­si­mo D’Ale­ma; de "Il bec­co gial­lo”, gior­na­le an­ti­fa­sci­sta pub­bli­ca­to in Fran­cia ne­gli an­ni ’30 e dif­fu­so clan­de­sti­na­men­te in Ita­lia; ec­ce­te­ra ec­ce­te­ra






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