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UNA CITTÀ n. 190 / dicembre - gennaio 2012

Articolo di Stephen Bronner tradotto da Andrea Furlanetto

La casa del bigotto
Religione come guida nella vita quotidiana, saggezza popolare, iniziativa individuale, valori della comunità e nazionalismo, astio verso il welfare e l’assistenza ai poveri, quindi ai neri, verso le grandi banche e i costumi cosmopoliti... Una realtà fuori controllo del Partito repubblicano. Intervento di Stephen Eric Bronner.

La politica americana viene generalmente vista come non ideologica e pragmatica. Qualche volta tende a sinistra, altre volte a destra, ma il pendolo sembra sempre ritornare a quello che lo storico liberale Arthur Schlesinger definiva "il centro vitale”. Eppure è innegabile che i movimenti di estrema destra siano stati una costante. Le istituzioni politiche americane possono minimizzare le prospettive di conquista del potere da parte di partiti politici connotati ideologicamente, ma i movimenti reazionari di massa hanno messo sotto pressione l’apparato elettorale e hanno avvelenato l’atmosfera culturale della nazione sin dalla sua nascita. Il bigotto si è sempre sentito a casa. Gli è stato dato il benvenuto dai "nativisti” xenofobi ("know nothings”) del 1840, dal Ku Klux Klan, dagli "America Firsters” anti-interventisti durante la seconda guerra mondiale che spesso preferivano Hitler a Franklin Delano Roosevelt, dai partigiani di Joseph McCarthy, dalla John Birch Society così come dalla maggioranza "silenziosa” degli anni 60 e dalla maggioranza "morale” degli anni 80. Tutti terrorizzati dal collettivismo strisciante. I loro nemici non erano molto diversi dai nemici dell’attuale Tea Party: l’apparato dello stato sociale, il comunismo, i sindacati e quella che Norman Podhorez chiamava "la cultura antagonista” degli anni 60. Questi movimenti reazionari sono tutti spaventati dalla modernità, dal pluralismo e da un mondo sempre più complesso che minaccia la posizione e i privilegi materiali dei loro costituenti. Questi movimenti costituiscono le radici ideologiche e politiche del Tea Party e gli forniscono nello stesso tempo un ben radicato sistema di significati e valori.
I repubblicani e i loro alleati conservatori insistono nel dire che il razzismo è cosa del passato. Ma il loro partito è ancora il bastione dell’attivismo anti-gay, anti-immigrati, anti-neri e anti-femminismo. È dai tempi della Grande Depressione che la sua base elettorale, la classe medio-bassa, non attraversa tempi così duri. Il Presidente George W. Bush li ha lasciati con due guerre fallimentari in Iraq e in Afghanistan, con lo scoppio della bolla dei mutui sub-prime e con il crollo del mercato dei derivati nel 2007. E poi, come se non bastasse, è arrivata la sconfitta elettorale del 2008 che ha portato il primo presidente nero degli Stati Uniti. Gli errori militari all’estero, il collasso economico in patria e la bruciante umiliazione politica hanno alimentato il testardo radicalismo e il gretto risentimento di quello che sarebbe diventato nel 2009 il Tea Party. Le tradizionali élite liberiste si sono mescolate con i populisti di destra, mentre il nuovo movimento adottava una linea politica fondata sulla riabilitazione della religione nella vita quotidiana, sulla saggezza popolare e sull’iniziativa individuale, sui valori della comunità e sul nazionalismo. Vestendo costumi dell’epoca della Rivoluzione e cappelli a tricorno, interrompendo incontri cittadini incentrati sulla sanità e altre tematiche sociali, maltrattando i rappresentanti progressisti al Congresso e facendo i loro propri comizi, una nuova generazione di attivisti reazionari chiede una "rivoluzione” -per quanto, naturalmente, una rivoluzione che protegga i loro privilegi e interessi.
Il Tea Party ha prosperato nel Sud e nel Mid-West. I suoi sostenitori non vivono in città, ma piuttosto in zone rurali e nei sobborghi, aree omogenee e chiuse in se stesse. Hanno poca simpatia per i sindacati o per il carattere cosmopolita della vita in città. Questi distretti, bisognerebbe notarlo, hanno sempre votato in maniera più conservatrice e avuto opinioni più tradizionaliste che altrove. Nella loro gerarchia la società si divide tra veri capitalisti e dipendenti, i loro membri sono a larghissima maggioranza bianchi, di classe medio-bassa, proprietari di piccole imprese, imprenditori indipendenti e decisamente contrari ai sindacati. Sono istruiti ma pieni di risentimento verso i tipi della Ivy-League, verso la vita di città e le dinamiche cosmopolite della modernità. Mancano del capitale culturale e sociale degli strati professionali più elevati di cui disprezzano stile e privilegi. Guadagnano in genere più della media nazionale, ma non si sentono sicuri per il futuro -economicamente, culturalmente o politicamente.
Nel Tea Party ci sono le persone che si sentono minacciate dal progresso. Condannano la globalizzazione, lo stato burocratico, il pluralismo e la visione scientifica del mondo. Eppure l’ideologia del Tea Party deriva dalla fusione dell’etica del mercato libero tradizionalmente sostenuta dalle élite finanziarie, con il populismo reazionario e la sua visione "parrocchiale” della comunità. Nel corso degli anni 30, per la maggior parte, queste due tendenze erano diametralmente opposte: i liberisti classici avevano poca simpatia per i pregiudizi demagogici, le religioni e lo stato, mentre i movimenti populisti reazionari odiavano i grandi affaristi, il mercato libero e la cultura scientifica della modernità. Ronald Reagan riunì queste tendenze contraddittorie e pose così le fondamenta ideologiche del Tea Party. Fuse insieme l’avversità ai sindacati e gli interessi per la deregulation delle élite sostenitrici dei principi del libero mercato con il conservatorismo culturale e l’iper-nazionalismo della vecchia maggioranza "morale” e dei movimenti religiosi borghesizzanti. George W. Bush ha fondato il suo potere su questa coalizione. Con la fine della sua presidenza, i vecchi dirigenti dell’establishment conservatore hanno offerto la loro esperienza e la loro leadership al Tea Party. Pensavano di poter manipolare questo gruppo di outsider di destra. Ma è accaduto il contrario: la coda ha finito per guidare il cane.
Senza una visione politica propria, ancora deboli per la sconfitta elettorale, l’establishment conservatore si è ben presto trovato sommerso dagli elementi che si supponeva fossero marginali, dalla rabbia per il salvataggio delle banche, la riforma della sanità e l’esplosione dei programmi statali e, naturalmente, un presidente nero.
I repubblicani sono scesi in trincea per resistere alla nuova amministrazione, ma il Tea Party ha riempito il vuoto ideologico. E il bigotto se ne è rallegrato.
I moderati vecchio stile sono spariti dal Partito repubblicano. Voto dopo voto -sanità, ammortizzatori sociali, prestiti agli studenti, taglio delle tasse per i ricchi e una serie di altri disegni di legge- i nuovi politici, in debito con il Tea Party, che aveva portato al successo delle elezioni del Congresso del 2010, hanno rifiutato il compromesso con i democratici. I professionisti del Partito repubblicano non sono più riusciti a far rientrare il genio nella lampada. Il Tea Party non solo ha costretto i repubblicani ad identificarsi con la sua agenda di riduzione del ruolo dello stato e di opposizione al welfare, ma li ha anche portati a diventare più aggressivi dal punto di vista ideologico e culturale.
C’è un vecchio detto: è lo stile che decide l’esito della battaglia. La nuova retorica è stata fornita dalla Fox News e da una pletora di ferali demagoghi dei media tra i quali Glenn Beck e Michael Savage sono i più feroci. Il disprezzo per le truffe al welfare, per i lavoratori sindacalizzati ritenuti sovra pagati e per i disoccupati fannulloni è stato trasformato in odio per lo stato sociale tout court e per ogni tentativo di regolazione del capitale. Specialmente in Arizona, e in altri stati con grandi popolazioni di immigrati messicani, il nuovo radicalismo piace ai gruppi di white power e alle milizie. Ma il Tea Party dice di rappresentare le intenzioni di un ampio elettorato, insultato e dimenticato, che vuole riportare l’America alle sue radici. La persistente recessione economica, la paura di riforme economiche e sociali radicali e la mobilitazione fanatica (associata alla disillusione di coloro che si aspettavano cambiamenti molto più radicali da parte del nuovo regime) ha portato alla schiacciante vittoria della destra estrema alle elezioni del Congresso nel 2010. Con l’influenza crescente del Tea Party sul Partito repubblicano la casa una volta modesta del bigotto è diventata un palazzo.
Il razzismo tradizionale era già rispuntato nel corso della campagna presidenziale del 2008. Era diventato così preoccupante che persino il Senatore John McCain (Arizona) chiese ai suoi seguaci di abbassare i toni. La richiesta non venne ascoltata. In seguito alla vittoria del Presidente Obama, al contrario, il Tea Party ha iniziato immediatamente una campagna denigratoria. è stato denunciato come un afro-americano più africano che americano, senza (apparentemente) un certificato di nascita, un uomo la cui elezione rifletteva la presa del potere dell’Onu sugli Usa. Barack Obama, un colto intellettuale con impeccabili credenziali accademiche, è stato attaccato per essere stato un rivoluzionario da giovane, un socialista oggi, sempre controllato dai poteri forti e persino un sostenitore della Nazione nera. Obama ha fatto esplodere la rabbia del Tea Party: i suoi membri credevano che lui odiasse l’America e, cosa ancora più importante, che avesse pregiudizi nei confronti dei bianchi. L’ultima accusa non ha avuto molto successo quando i conduttori Bill O’Reilly e Glen Beck l’hanno rilanciata nel loro popolarissimo programma televisivo. Ma poi la destra estrema ha trionfato nelle elezioni del Congresso del 2010: i repubblicani hanno preso il controllo della "House of Representatives” (la Camera americana) e hanno vinto anche a livello statale e locale. Si presenta spesso questa elezione come se fosse stata un "referendum razziale”, una reazione dei bianchi contro gli usurpatori che hanno trionfato nel 2008. Ma il Tea Party ha intuito che le "leggi Jim Crow” (leggi emanate tra il 1876 e il 1965 per mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, istituendo uno status definito di "separati ma uguali” per i neri americani, Ndr) non sarebbero state accettabili per un pubblico più ampio. La segregazione razziale vecchio stile aveva fatto il suo tempo. Il bigotto ha capito che era necessario un approccio in qualche modo diverso. Il nuovo bigottismo dimostrerà di essere diventato allo stesso tempo più spudorato e più obliquo, più violento e più egualitario. Il Presidente Obama è spesso rappresentato come l’Anti-Cristo -quando non è un Imam- e non solo dalla destra estrema. Gli spot televisivi hanno paragonato lui e la sua famiglia a degli scimpanzé, mostrato la Casa bianca con file di angurie coltivate sul prato e hanno suggerito implicitamente che il presidente fosse crack-dipendente. Ma c’è di più. I bigotti portano in scena, da protagonisti, i rappresentanti dei nuovi movimenti sociali. Le donne sono importanti portavoce per il Tea Party e non solo per tematiche tradizionali come l’aborto, la famiglia e simili. Gli afro-americani, come l’ex candidato alla presidenza Herman Cain e il deputato Allen West (Florida), così come gli ispanici, ad esempio il governatore Marco Rubio (Florida), sono rispettati membri del Tea Party.
Qualcuno potrebbe considerarli delle pedine o, peggio, come l’equivalente di quelli che una volta venivano chiamati "ebrei di corte” o "negri della casa”. C’è qualcosa di vero in questo. La visione che Cain ha dei neri, secondo la quale sarebbero stati sottoposti al lavaggio del cervello per convincerli a sostenere il Partito democratico, conferma la vecchia credenza bigotta che dice che i neri sono troppo stupidi per favorire un progresso che sia a loro vantaggio. L’identificazione da parte di Allen West del Partito democratico con la macchina da propaganda nazista, è un classico caso di proiezione in quanto i neo-nazisti e l’ultra-destra sono in grande maggioranza nel Tea Party. Le donne, come la ex-candidata presidenziale Sarah Palin, o la parlamentare Michelle Bachmann (Minnesota), riaffermano il ruolo della casalinga o della "mamma che porta i figli al calcio” al cospetto di un’economia in cui la figura del lavoratore singolo che provvede al sostentamento della famiglia è un anacronismo. Una coppia gay (due impiegati di sesso maschile) viene fatta sfilare occasionalmente per presentare i loro complimenti al Tea Party per i suoi valori libertari. Il punto è che queste pedine, che rappresentano gruppi subalterni, vengono incluse nel Tea Party per affermare l’idea che il bigotto sa cosa significa essere una vera persona di colore o una vera donna. Questi individui convalidano l’idea benevola di un’America che non c’è più, dove le tasse erano basse, il governo era poco invadente e il solo colore importante era il bianco.
Sin dall’inizio, il Tea Party ha cercato di far tornare indietro le lancette. I suoi membri si ispirano all’America prima del New Deal di Franklin Delano Roosevelt del 1932, all’immaginaria comunità di padri fondatori dell’America. Vedono la loro immagine idealizzata del passato capitalista minacciata dalle forze cosmopolite della modernità, dai movimenti progressisti e da una società multi-culturale. I suoi membri quindi abbracciano quello che potrebbe essere definito un "fondamentalismo capitalista”. Per loro le unità di analisi sociale sono la "mano invisibile” del mercato e l’individuo (non il processo di accumulo e le classi). Considerano il budget di stato alla stregua di un budget familiare e fanno eco alla famosa affermazione di Margaret Thatcher: "Non esiste la società, esistono solo gli individui”. Considerano lo stato sociale allo stesso tempo immorale e dispendioso, pensano che premi chi non lo merita. Gli individui sono responsabili di se stessi. Il lavoro duro porta i suoi frutti. La mancanza di ambizione e di capacità di predire cosa accadrà in futuro sono le cause della disoccupazione e della povertà.
Un’espressione particolarmente estrema di questo tipo di atteggiamento si è vista nel corso del dibattito presidenziale tra i candidati repubblicani nel 2011. Tutti stavano cercando di aggiudicarsi il favore del Tea Party quando a Ron Paul è stato chiesto come un ospedale dovrebbe agire nel caso in cui una persona in grave pericolo di vita chieda di essere curata senza aver l’assicurazione sanitaria. Mentre Ron Paul cercava una risposta, qualcuno dal pubblico ha urlato: "Lasciarlo morire”. Questo intervento, si noti bene, è stato salutato da un applauso poderoso. Il liberista che si oppone alla guerra in Iraq, il preferito dal Tea Party, che ha chiesto di revocare il Civil Rights Act del 1964, Ron Paul non ha commentato. Ma, dopotutto, nessuno dei candidati l’ha fatto. Fredda indifferenza al colore della pelle sembrava essere la parola d’ordine del giorno. Ma la maggioranza di quelli senza assicurazione sanitaria sono afro-americani, latini e altre persone di colore. I liberisti critici di Medicare, allo stesso modo, evitano di discutere del fatto che il 69% di quelli che si affidano al programma sono donne. Se si ammalano, questo è il pensiero dominante, devono prendersela solo con se stessi. Perché l’uomo comune -e diciamolo chiaramente: l’uomo bianco- deve sempre pagare le tasse, sopportare il fardello e tirare il carretto?
T.W. Adorno ha detto una volta che "il bigotto non ha pietà per i poveri”. Il Tea Party gli ha dato di nuovo l’opportunità di organizzarsi contro i poveri. I suoi tentativi di tagliare il welfare, o di "affamare la bestia” sono stati un successo. L’orologio è stato riportato indietro. Gli studi pubblicati il 29 Ottobre 2011 dalla Bertelsmann Stiftung hanno mostrato come gli Stati Uniti siano precipitati tra gli ultimi cinque delle trenta nazioni del mondo industriale per "tasso di giustizia sociale”, "tasso di prevenzione della povertà”, "tasso di povertà generale”, "tasso di povertà infantile”, "tasso di disparità di stipendio”. I progressisti si trovano ora nella posizione di dover spingere di nuovo il masso in cima alla collina. Le politiche economiche liberiste promesse dal Tea Party sono risultate un attacco alla deliberazione democratica, alla diversità, agli ideali cosmopoliti. Nuovi fardelli sono stati posti sulle spalle di gruppi subalterni, minacciando la vecchia visione comunitaria. Gli afro-americani e gli ispanici vengono già discriminati in ogni campo della vita economica e sociale: educazione, lavoro, sanità, guadagno, mutui, regolamenti nelle zone residenziali -la lista è infinita. Il pregiudizio spinge la destra politica ad abbracciare il libero mercato per quanto lo stesso pregiudizio sia il prodotto di quell’abbraccio.
C’è poco da stupirsi che i repubblicani abbiano dovuto far spazio ai bigotti. A fatica si trova una proposta politica promossa dai repubblicani che non sia a svantaggio delle persone di colore, che soffriranno in maniera sproporzionata delle tasse ad aliquota fissa, così come di tanti altri tentativi regressivi per restringere la base di tassabili e mandare in bancarotta lo stato sociale.
Gli afro-americani e gli ispanici verranno duramente colpiti dalla richiesta di fornire una fototessera o di passare un test di conoscenza della lingua  per poter ottenere il diritto di voto.
La privatizzazione del sistema carcerario ha fatto crescere drasticamente le incarcerazioni in particolare tra le minoranze: le persone di colore costituiscono il 70% dei detenuti, a livello nazionale, e un maschio afro-americano su tre è al momento in attesa di giudizio, in prigione o in libertà vigilata. Visto che i condannati non possono votare, centinaia di migliaia di afro-americani e di persone di colore vengono di fatto estromessi dallo stato con quello che è stato definito "il ritorno di Jim Crow”. Le prospettive di una politica progressista in favore delle persone di colore sono state radicalmente compromesse attraverso l’abolizione del limite di spesa nelle campagne elettorali. Tutte queste politiche sono state sostenute dai repubblicani e ispirate dal Tea Party. Nessuna di queste leggi colpisce un gruppo in particolare. Legalmente, tutte trattano tutti i gruppi equamente. Sostanzialmente però è un altro paio di maniche. Il razzismo del Tea Party è più sostanziale che formale. Attraverso politiche nominalmente indifferenti al colore della pelle, le ingiustizie del passato trovano una sostanziale riaffermazione.
È utile ricordare le parole di Anatole France: "La legge borghese in tutta la sua maestà proibisce allo stesso modo al ricco e al povero di dormire sotto il ponte”.
Il Tea Party ha molti modi di difendere i suoi pregiudizi. I veri credenti insistono sul carattere "cristiano” della società americana: non c’è molto spazio per altre religioni. I "so-tutto-io” non si preoccupano degli allarmi degli scienziati sul riscaldamento globale e non credono nell’evoluzione: hanno solo disprezzo per gli esperti, gli intellettuali e le "teste d’uovo”. Gli inaciditi provinciali non apprezzano il revisionismo storico: è facile determinare da che parte vada l’appoggio del Tea Party nelle "guerre culturali”. Il pensiero mitologico e il feticismo da cospirazione proliferano nell’atmosfera parrocchiale del Tea Party. Che cosa ha davvero prodotto il collasso economico del 2008? Come è successo che la ricchezza si concentrasse in così poche grandi banche? Perché queste banche -"troppo grandi per fallire”- sono apparentemente esenti dalle conseguenze delle loro scelte sul mercato? Che cosa ha portato al declino economico, morale e sociale degli Stati Uniti? Il secolarismo, l’invadenza dello stato, gli immigrati e la cultura antagonista degli anni 60; tutti questi elementi, secondo il Tea Party, hanno avuto un ruolo! E questo complesso di forze è simboleggiato (ovviamente!) da un presidente nero nato all’estero che passa per un vero americano!
Ma poi, dal momento che è nero, potrebbe essere solo uno strumento nelle mani di criminali più grandi come il gruppo bancario Bilderberg, la Commissione Trilaterale, i Massoni, i terroristi islamici o gli ebrei -o tutti questi insieme che lavorano di concerto. Frammenti di teorie cospirative mezzo abbozzate galleggiano nelle menti di molti attivisti del Tea Party. I Suprematisti Bianchi di vario tipo provano a trovare reclute e quindi si mescolano con gli iscritti. I partigiani del Tea Party, che così avidamente abbracciano il capitalismo, non riescono in realtà a capire bene come funzioni. La realtà sembra sfuggirgli di mano. Le domande sorgono e le risposte devono essere trovate. Finora, visto che le risposte non hanno senso, la frustrazione cresce, il risentimento aumenta e la rabbia si intensifica. Gli attacchi ispirati alla più violenta retorica anti-immigrati, omofoba e razzista sono ormai un luogo comune negli Stati Uniti. Sono così diffusi che la maggior parte delle persone semplicemente alza le spalle. Il Tea Party è stato l’avanguardia. L’influenza delle loro parole sulle azioni potrà anche essere indiretta, ma è, ciononostante, palpabile.
La violenza quotidiana (che normalmente non viene riportata) contro omosessuali, immigrati e minoranze è ormai un dato di fatto della vita americana. I dottori che praticano l’aborto fuori dai grandi centri urbani lo fanno a loro rischio e pericolo. L’ossessione del Tea Party per il diritto di portare armi da fuoco (inclusi gli AK-47) non rappresenta solo il desiderio di cacciare le anatre. L’incoraggiamento esplicito a gesti violenti da parte del mainstream del Partito repubblicano è raro. La maggior parte dei membri del Tea Party condannerebbe senza dubbio la violenza. Esattamente come la corrente principale del conservatorismo ha aiutato a legittimare il Tea Party, allo stesso modo il Tea Party dà nuova speranza ai fanatici che stanno ancora più a destra. Il Partito repubblicano non ha avuto il coraggio di opporsi ai bigotti nei suoi stessi ranghi -e la sua tolleranza nei confronti del Tea Party conferma proprio quello che i loro ideologi vorrebbero negare: il razzismo vive e prospera negli Stati Uniti. E, nello stesso tempo, il bigotto sorride. Le strizzate d’occhio d’approvazione che riceve da ogni parte sono evidenti. Uno raccoglie quello che semina. I pregiudizi del passato non sono scomparsi. Basta sapere dove guardare.
Il Tea Party ritornerà ai margini, o forse rimarrà solo nei libri di Storia, quando il Partito repubblicano comincerà a perdere alle elezioni. Ma la sua massiccia base sopravvivrà certamente. Il bigotto non deve preoccuparsi: troverà sempre una casa.
(Traduzione di Andrea Furlanetto)


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