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UNA CITTÀ n. 188 / 2011 ottobre

Articolo di Ilaria Maria Sala

Lettera dalla Cina

Cari amici,
sono da poco tornata dal Giappone, dove ho cercato di vedere che cosa sta succedendo nelle aree colpite dalle catastrofi dell’11 marzo, e la mia partenza dal Paese è coincisa con l’anniversario del 18 settembre 1931, quando le truppe giapponesi diedero inizio all’invasione della Cina del nord. L’anniversario è stato celebrato a Shenyang in massima pompa, per vari motivi: intanto, è l’ottantesimo, e i numeri tondi piacciono sempre per gli anniversari. E poi, visto che il governo è nervoso per tante altre cose (la successione al potere il prossimo anno, il perdurare delle tensioni sociali che scoppiano con manifestazioni un po’ in tutta la Cina, per iniziativa di quella "classe media” che avrebbe dovuto sentirsi solo miracolata della sua nuova ricchezza, la situazione economica che brilla meno di quello che sembra dall’esterno, con disparità che preoccupano il potere, ecc.), ecco che decide che sottolineare il più possibile un anniversario "patriottico” è la cosa più saggia. Dunque, al museo dell’"incidente del 18 settembre”, a Shenyang -un bestione di cemento con la stessa ideologia ipernazionalista di cui vi ho parlato altre volte, che rende eroici i comunisti, tacendo il ruolo del Kuomin Tang (Partito Nazionalista) nello sconfiggere i giapponesi, e limitando molto anche l’importanza dell’intervento americano e sovietico- la commemorazione è stata molto sentita. C’erano gruppi di giovani nazionalisti, mostrati in tv rossi di sdegno e rabbia con una maglietta con su scritto di non dimenticare "l’onta nazionale”, e poi (non mostrato in tv) un bruciar di bandiera giapponese con i consueti slogan antigiapponesi.

Poi, nei giorni successivi, ci sono stati degli sviluppi interessanti, con alcune voci che si sono levate per chiedere che si smetta di commemorare questi avvenimenti con questa retorica vecchia e priva di analisi storica; la guerra che c’è stata è stata lunga, seria e dolorosa, e non si può continuare a fare film e sceneggiati in cui dei bambinetti, eroici in quanto cinesi, riescono a uccidere dieci giapponesi, mentre gli adulti ne uccidono cento e i soldati mille.
Mentre questo tipo di propaganda vecchia maniera continua, i cinesi che vanno in Giappone di solito restano abbastanza di sasso. Intanto, dopo che lo scorso anno la Cina ha superato l’economia giapponese (in termini di Pil) arrivano a Tokyo e stentano a credere alla ricchezza che vedono: un mio amico, Yang Shuo, cineasta molto patriottico, arrivato a Tokyo ha detto: "Oddio. Sono più avanti di noi di almeno una generazione!”. E poi, quello di cui si rende conto, lui come tutti i cinesi che conosco, è quanto il loro vicino sia diverso da quello che si immaginavano: un paese democratico, pieno di dibattiti aperti in televisione o alle università, libero, con improvvisi momenti incomprensibili (come quel mostruoso tempio Yasukuni, dove sono consacrate le anime dei caduti di guerra, criminali di guerra inclusi), ma con un senso civico e una pulizia che lascia tutti esterrefatti. Tanto più che in Cina, invece, a tener banco nelle discussioni è l’enorme corruzione. Ora, per esempio, il fatto che i figli dei promotori immobiliari, ormai divenuti ventenni, vivano spadroneggiando, abusando e facendo gare automobilistiche nei viali cittadini con le loro macchine di lusso è l’ultimo degli scandali che infiammano il web cinese. E poi ci sono le conseguenze di questa crescita mozzafiato e sbilanciata del paese.
Michael Anti, il blogger di cui spesso vi parlo, qualche mese fa era in Giappone proprio mentre c’ero anch’io. Oltre a manifestare il suo amore per tutto quello che usciva da una cucina giapponese, mi diceva: "Ma hanno costruito un paese splendido! Efficiente, interessante, particolare... Però dovrebbero svegliarsi sulla Cina, non ne sanno niente e se continuano così se ne pentiranno”.
Insomma, più ancora dell’Europa o dell’America, il Giappone stupisce i visitatori cinesi -che continuano a considerarlo un nemico, il Paese che ha umiliato la nazione e di cui invidiano lo sviluppo. Però, di doverne invidiare anche la coesione sociale e la civiltà, i turisti non se l’aspettano.

Ora, se il Giappone volesse una volta per tutte essere onesto e fosse disposto a riflettere sul passato storico, analizzando la follia militarista che spinse le truppe del Sol Levante a compiere crimini atroci, quanto meglio sarebbe per tutta la regione! Invece, questi sperano che il passar del tempo li esoneri dal riflettere, e quelli stanno ad accecarsi di propaganda, e nulla si sblocca.
Ilaria Maria Sala

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