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UNA CITTÀ n. 182 / 2011 Marzo

Articolo di Bel Greenwood

LETTERA DALL'INGHILTERRA

Cari amici,
alcuni anni fa visitai un piccolo insediamento remoto di case di legno su palafitte su un istmo chiamato Monkey River, nel Belize, in America Centrale. In una di queste case rivolte verso il fiume, con il mare che si rifrangeva sul retro, viveva un poeta. La sabbia era bianca, il mare grosso, immenso, la mangrovia di palude spargeva acqua scura nell’azzurro delle onde. Un pellicano volava basso all’orizzonte. Toglieva il respiro. Camminavo sola sulla spiaggia, riflettendo sull’invito del poeta a rimanere in quel paradiso. Decisi di partire. Mi annoiavo: una comunità accogliente, un uomo affettuoso e colto, la poesia dell’ambiente naturale erano in qualche modo troppo sicuri, non rappresentavano a sufficienza una sfida. Io avevo bisogno dello stimolo del caos. Fui una sciocca e se adesso potessi tornare sui miei passi, sceglierei Monkey River.

La comunità a Monkey River era cordiale e cooperativa, interdipendente, le persone si sostenevano a vicenda e gli anziani erano rispettati. Avevano un loro posto nella società e la loro sapienza e saggezza venivano apprezzate e la comunità si prendeva cura di tutti i suoi membri. è impossibile immaginare che a Monkey River gli anziani, invecchiando, possano venire "subumanizzati” da chi è stato incaricato di prendersi cura di loro fino al punto da non essere più considerati umani. O che la compassione per gli altri sia qualcosa che deve essere insegnato al personale ospedaliero che studia per il diploma, come se si trattasse di qualcosa di cui prendere accuratamente nota.

Oggi è stato pubblicato un rapporto del Health Service Ombudsman, che ha il compito di verificare in che modo i nostri servizi sanitari rispondano ai principi fondanti del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Il rapporto riguarda l’assistenza agli anziani nei nostri ospedali e mette drammaticamente in evidenza l’incapacità di una parte del personale medico di considerare i pazienti delle persone e non un insieme di sintomi.

"La signora J. aveva 82 anni. Soffriva di Alzheimer e viveva in una casa di riposo per anziani. Suo marito andava a trovarla tutti i giorni e godevano della compagnia reciproca. Il signor J. ha detto all’Ombudsman che: ‘Era così da nove anni. E io ero felice di stare con lei’.
Una sera, il signor J. arrivò alla casa di riposo e scoprì che sua moglie aveva difficoltà respiratorie. Venne chiamata un’ambulanza e la signora J. fu portata al Ealing Hospital NHS Trust alle 22.30 circa, accompagnata da suo marito. Al suo arrivo all’accettazione venne affidata a un Senior House Officer che chiese al signor J. di accomodarsi nella sala d’aspetto.
La signora J. stava molto male, venne prima portata in rianimazione, ma poi trasferita altrove perché erano arrivati due pazienti che necessitavano di un trattamento di emergenza. Fu quindi visitata da uno specialista -intanto vomitava e non reagiva. Si decise infine di non rianimarla. Morì poco dopo l’una del mattino. All’una e quaranta circa il personale infermieristico telefonò alla casa di riposo per dare la notizia ai familiari e venne loro riferito che il signor J. aveva accompagnato la moglie all’ospedale. Il Senior House Officer lo trovò nella sala d’aspetto e gli comunicò che sua moglie era morta.
Nelle tre ore in cui il signor J. era stato in sala d’aspetto, nessuno gli aveva detto che cosa stesse succedendo a sua moglie. Di conseguenza arrivò a pensare che l’assistenza fosse stata inadeguata. Pensò di essere stato separato da lei deliberatamente perché il personale ospedaliero aveva deciso di interrompere i trattamenti. ‘Hanno lasciato che se ne andasse con il pretesto della ‘qualità della vita’ senza prendere in considerazione altro’. Accusava l’ospedale di aver negato loro la possibilità di stare insieme negli ultimi momenti di vita della signora J., lasciandolo ignaro di ciò che stava succedendo”.

Un’altra storia riportata nel rapporto descrive minuziosamente l’assistenza offerta al signor D., ricoverato al Royal Bolton Hospital Nhs Foundation Trust con un sospetto attacco di cuore, ma a cui fu poi diagnosticato un cancro allo stomaco in stato avanzato.
"La dimissione originariamente prevista per martedì 30 agosto, fu anticipata al 27, il sabato di un lungo weekend . Il giorno della dimissione -che la figlia ha descritto come ‘un macello’, la famiglia arrivò e trovò il signor D. in condizioni penose, su una sedia, dietro a una tenda tirata. Da diverse ore era in attesa di tornare a casa. Era sofferente, in disperato bisogno di andare in bagno e impossibilitato a chiedere aiuto perché era così disidratato da non riuscire a parlare in modo comprensibile. Sua figlia ci disse che ‘la sua lingua sembrava un pezzo di cuoio essiccato’. Il bottone d’emergenza era stato messo in un modo tale che per lui era irraggiungibile. L’ago della fleboclisi si era sfilato e il sacchetto con il liquido era caduto e si era sparso per tutto il pavimento bagnandogli i piedi. Quando i familiari chiesero aiuto per sistemare il signor D. sul water, lui ‘si lamentò strillando come un porcellino’ per il dolore. L’ambulanza prenotata al mattino per portarlo a casa sarebbe arrivata solo alle due e trenta del pomeriggio. Allora i familiari decisero di portarlo a casa con la loro automobile. Ci riuscirono con grande fatica e disagio per il signor D.
Arrivati a casa, i familiari scoprirono che al signor D. non era stata data una quantità di antidolorifici sufficiente a coprire tutto il week-end. Gli erano state date due bottiglie di Oramorph (morfina in soluzione orale), non solo insufficienti nel dosaggio, ma anche inadatte nella forma, visto che il signor D. non era in grado di inghiottire.
I familiari furono così costretti a passare il weekend alla ricerca di qualcuno che potesse formare le ricette e dell’assistenza infermieristica richiesta per somministrare la morfina in forma iniettabile. Il signor D. morì tre giorni dopo le dimissioni, il martedì seguente. Sua figlia descrisse l’angoscia profonda e lo stress di uscire a cercare quei farmaci, con la costante paura che lui potesse morire prima che lei tornasse a casa. E poi il dispiacere di aver così sprecato il tempo che avrebbe sperato di passare con lui in quegli ultimi pochi giorni”.

Queste sono solo due delle vicende documentate. Tutte descrivono dettagliatamente l’incapacità di vedere la sofferenza provocata dalla negligenza e dalla mancanza di immaginazione. Credo che l’incapacità di vedere sia il sintomo di una più diffusa incuria della nostra società dove gli anziani diventano via via più invisibili per ogni anno che si aggiunge ai 50. Il problema è in quell’etichetta -"vecchio”, uno che non ha più un nome ma solo marchio: vecchio, vecchia. è come se i vecchi fossero stati derubati delle proprie vite e alcuni dei giovani della propria umanità.
© Belona Greenwood 2011

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