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UNA CITTÀ n. 181 / 2011 Febbraio

Articolo di Mariangela Gasparotto

UN POMERIGGIO A JAFFA
In una giornata piovosa, l’incontro casuale, in un bar di Jaffa, con “il più grande calciatore palestinese della storia di tutti i tempi”, Rifaat Tourq, oggi impegnato con i bambini del quartiere Ajami, di Tel Aviv, dove da tempo è in corso un tentativo di espulsione dei palestinesi. Di Mariangela Gasparotto.

La settimana scorsa, di passaggio a Jaffa per vedere lo spettacolo teatrale di un amico, Ra’fat ed io abbiamo trovato riparo da un forte acquazzone nello "Yafa coffee”, un bar accogliente gestito da Michel, un palestinese del ‘48 che ha deciso di offrire ai suoi clienti piatti sfiziosi e ottimi libri in arabo, ebraico ed inglese. Tra un caffè e l’altro, ho avuto l’immensa fortuna di conoscere Rifaat Tourq, un signore cinquantasettenne dagli occhi brillanti che mi è stato presentato come "il più grande calciatore palestinese della storia di tutti i tempi”. Seduti l’uno accanto all’altra, abbiamo cominciato a parlare e, spontaneamente, la nostra conversazione è diventata un intenso dibattito sulla politica e la vita in città. Impressionata dalla sua capacità d’inventarsi e reinventarsi ogni volta che la situazione attorno a lui è cambiata, sono stata ad ascoltarlo per ore. Dopo un’infanzia trascorsa a giocare a pallone sulle strade di Jaffa, ha fatto parte della Nazionale Israeliana di calcio ed ha partecipato ai Giochi Olimpici di Toronto nella metà degli anni ‘70. Costretto ad abbandonare lo sport per via di un problema al ginocchio, Tourq ha avuto la forza di sfruttare la sua popolarità per aiutare i suoi concittadini. Per dieci anni ha fatto parte del Consiglio Comunale di Tel Aviv come rappresentante del partito Meretz ma, unico arabo tra gli ebrei, non è riuscito a far passare alcuna delle sue proposte di legge. Tourq ricorda che quando faceva parte della municipalità era costretto a scontrarsi con otto rappresentanti ultranazionalisti ed ultrasionisti, ma il fatto più triste, dice, è che il suo esempio non è affatto un’eccezione: concretamente infatti, coloro che fanno le veci della comunità araba, tanto a livello municipale che nazionale, non hanno alcun peso politico perché sono schiacciati dalla maggioranza che incarna gli interessi della parte ebraica della popolazione. Rifaat rammenta anche le difficoltà che ha dovuto affrontare per opporsi ad alcuni impiegati comunali palestinesi che, prendendo egoisticamente la strada più facile, hanno scelto di collaborare con il governo israeliano e mi descrive questa situazione come una vera e propria "guerra inter- araba”. Opponendosi ad entrambe queste tendenze, Rifaat ha sfruttato tutte le sue energie a beneficio degli abitanti di Jaffa e in particolar modo di quelli del quartiere Ajami, che costituisce oggi la zona più svantaggiata della capitale. Da tempo il governo israeliano si è proposto di cancellare ogni traccia araba da quelle che erano prima le città palestinesi : la maggior parte dei palazzi storici è stata distrutta e i nomi delle strade modificati. Contro questo provvedimento Rifaat ha chiesto, invano, di nominare una strada "Umm Koulthoum” e un’altra "Edward Said”. Ha infine lasciato la politica decidendo di continuare in altro modo la sua battaglia. Passeggiando per le vie del quartiere "armato” di telecamera, testimonia la penosa situazione dei suoi concittadini. Si è opposto e ha filmato alcune scritte razziste che sono comparse nei muri della città, come quella che incitava ad urinare in un cimitero musulmano o quella che vietava ai palestinesi di abitare vicino al mare. Secondo Rifaat fotografare è un modo diverso di lottare e ha intenzione di "non far dimenticare al mondo la triste condizione dei palestinesi…
per rendere la loro vita un po’ più degna di essere vissuta”. Si è battuto anche contro la costruzione dell’albergo "Hilton” sopra il più grande cimitero musulmano oltre che contro l’inaugurazione di un parco pubblico sui detriti delle vecchie case palestinesi abbattute. Nel 2000 ha fondato "The Association for Sports, Culture and Education in Jaffa”, una struttura che accoglie i bambini della zona durante il dopo-scuola. "Dobbiamo lavorare su di loro perché sono le vittime principali di questo conflitto e perché sono il nostro... [ continua ]

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