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UNA CITTÀ n. 177 / 2010 Settembre

Articolo di Bel Greenwood

LETTERA DALL'INGHILTERRA

Cari amici,
l’erratico calore estivo è arrivato anche qui. I giornali hanno pubblicato liste di libri da leggere nei languidi pomeriggi accanto a un mare scaldato dal sole. Gruppi di giovani sono stesi sull’erba dei giardini pubblici.
Le persone pallide, non ancora baciate dal sole, popolano le panchine del parco come strani uccelli malinconici.
I bambini, abbigliati con vestiti colorati, si radunano nei luoghi dei giochi. A volte, nelle giornate calde, non c’è niente di meglio che andare al cinema, dove c’è l’aria condizionata e, magari, ci si può imbattere in un film inglese con un sorprendente twist e un tocco di humour britannico come "Wild Target” o un’elegante film drammatico d’epoca come "Bright Star” che racconta la storia dell’amore del poeta John Keats per Fanny Brawne. E’ estate, il momento di allentamento dai ritmi stressanti, è anche l’occasione per godersi la rinascita dell’industria cinematografica britannica.
Ma poi l’estate viene brutalmente infranta. Se stessimo scrivendo una sceneggiatura, questo sarebbe l’evento che scatena l’azione. Il governo annuncia l’intenzione di "decapitare” il Film Council del Regno Unito. Un’esperienza di successo economico e culturale che contribuisce a mantenere 100.000 posti di lavoro nel settore e che con 15 milioni di sterline porta un bottino di 4,8 miliardi di sterline al Pil nazionale. Perché allora Jeremy Hunt, il Culture Secretary si comporta come la folle regina rossa in Alice nel paese delle meraviglie che grida: "Tagliatele la testa!”.
Il Film Council verrà abolito. E’ incredibile. "Tutti sono attoniti e nessuno riesce bene a capire cosa succederà adesso. I soldi della lotteria verranno ancora usati per finanziare il cinema britannico e se sì chi li amministrerà e come? O il governo pensa di tagliare i fondi definitivamente?”, ha scritto Ronan Bennett, sceneggiatore, sul Guardian. La produttrice indipendente Rebecca O’Brien l’ha chiamato "un taglio senza senso fatto solo per far quadrare i numeri”. Una decisione che non si capisce da dove venga, senza un pensiero dietro, tanto più sorprendente perché il Film Council aveva già iniziato a razionalizzare i costi per soddisfare il 25% dei tagli pretesi dal governo.
Per un governo che ha fatto credere che il suo più grande desiderio sarebbe stato di consultare il pubblico su quali tagli si dovessero fare -non c’é stata nessuna consultazione con il Pfi né con il pubblico e certamente non con il UK Film Council.
Lord David Puttnam, Presidente dell’associazione dei distributori di film ha ben spiegato cosa significa il Council per chi fa cinema in questo paese. "Negli ultimi dieci anni, il Film Council ha rappresentato quel collante che ha tenuto assieme i pezzi di quest’industria. Saranno in molti a sentirne la mancanza, tanto più perché l’industria del cinema inglese è al centro di una profonda trasformazione con il passaggio al digitale”. Importanti attori inglesi, guidati da Bill Nighy and Emily Blunt, a capo della Britfilm, hanno scritto una lettera aperta al Dipartimento per la cultura, i media e lo sport pubblicata sul Daily Telegraph in cui si chiedeva un dietrofront. La lettera ribadisce che quest’industria fa guadagnare cinque sterline ogni sterlina di sussidio statale. Hanno scritto: "Tuttti, anche gli uomini dell’industria cinematografica, sanno che sono tempi duri. Ma la Ukfc non spreca denaro, ne fa invece. Grazie agli sforzi messi in campo, la nostra industria cinematografica -che vale 4,5 miliardi di sterline l’anno- non è mai stata così forte”.
Mike Leigh, regista di film importanti, come "Vera Drake”, ha detto: "E’ difficile capire cosa verrà sostenuto e cosa verrà abbandonato... E’ come se all’improvviso dicessero: "Stiamo per abolire il servizio sanitario nazionale. Non ha senso”.
Perfino Clint Eastwood ha espresso il suo sostegno. Sarebbe già abbastanza per il nostro cinema, che è come David contro Golia quando si tratta di fare e distribuire film con la concorrenza di Hollywood. Ma l’Ukfc fa di più: sostiene i nuovi talenti, sovvenziona progetti sco­lastici, promuove i "film club” delle scuole di tutto il paese, per sviluppare una cultura del cinema contro l’egemonia di Hollywood. Tutto questo rischia di sparire, perchè anche se il governo dice che il ruolo dello Ukfc verrà preso dal British Film Institute, è difficile credere che funzioni perché il Bfi è un’organizzazione che si occupa di festival, archivi e formazione, non un ente di produzione. Non ha la stessa esperienza, competenza, nè lo stesso potere.
Ci sono ovviamente i detrattori, quelli che accusano l’UK Film Council di aver soffocato la sperimentazione nella competizione per il successo economico. Io non sono d’accordo. Mi sono sorbita abbastanza film di studenti con improbabili effetti sonori e un immaginario superficiale, quanto basta da esigere che i miei film abbiano un rigore professionale.
Cinque anni fa mi venne richiesto di collaborare con una compagnia di teatro per bambini conosciuta a livello internazionale, il Tiebreak Theatre. Lavora da 25 ani ed aveva successo sia sul piano artistico che su quello economico, con base al Norwich Playhouse. Lavorava con nuovi scrittori e nelle scuole. Ero stata incaricata di scrivere una nuova sceneggiatura. Poi l’Arts Council che finanziava il teatro decise di ritirare i fondi a tutte le compagnie di teatro per bambini della regione a favore di un’unica compagnia. Tiebreak chiuse nell’arco di poco. L’idea di tagliare e centralizzare era stata improvvisa, brutale e distruttiva.
Sembrava che fosse stata concepita scribacchiando sul retro di una busta.
Da allora niente si è nemmeno avvicinato a sostituire il Tiebreak.
La decisione di abolire lo UK Film Council assomiglia a quella, con l’aggiunta di una folata di malaugurato zelo politico. L’estate sta assumendo i contorni di un cupo temporale.

© Bel Greenwood 2010

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