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UNA CITTÀ n. 175 / 2010 Giugno

Articolo di Bel Greenwood

LETTERA DALL'INGHILTERRA

Cari amici
scrivo da un piccolo e verdeggiante paesino dell’Inghilterra orientale, sotto un cielo carico di pioggia. Per una volta, il clima combacia perfettamente con lo stato d’animo nazionale: un cielo pensoso, inquieto, che sovrasta una popolazione che annaspa. Si sente tuonare, mentre David Cameron ci avverte che stiamo entrando in un’era di sacrifici.
L’intero "stile di vita” inglese subirà profondi cambiamenti, ora che il Governo si appresta a compiere i più drastici tagli alla spesa pubblica che siano mai stati fatti in una generazione. Ancora non sappiamo dove cadrà la scure, ma solo che cadrà. E’ un’estate di paura. Ci sarà un aumento di disoccupazione e povertà. Il senso di ingiustizia è palpabile e rassegnato. Le vere colpevoli di questo crollo sono le banche con la loro avidità, ma non le vediamo venire frustate sulla pubblica piazza. Il tutto si addice a un paese che negli anni 30 dell’Ottocento criminalizzò la povertà, introducendo una Legge sui Poveri per cui chi meno aveva più pagava.
La povertà non è un fenomeno nuovo qui. Sugli autobus cittadini c’è una réclame che afferma che tre bambini su dieci, nel Regno Unito, vivono ancora in condizioni di miseria: il dato è dell’anno scorso: nessuno sa quali siano i numeri ora che aumentano le famiglie in difficoltà. Le classi medie che si lamentano di doversi far carico dei tagli alla spesa pubblica, certo soffriranno, ma mai quanto le classi più povere, perché l’effetto combinato dei tagli sarà l’inasprirsi delle restrizioni. Tony Parsons, scrittore di origini operaie, autore di "Il cuore è un piccolo miracolo” (primo capitolo di una trilogia di romanzi sul significato della ma­scolinità) in periodo elettorale ha scritto sul Daily Mirror che la mobilità sociale si è fermata negli ultimi tredici anni.
Gli studenti privi di talento delle scuole pubbliche hanno successo laddove gli alunni brillanti ma poveri rimangono impantanati in una frustrante terra di nessuno. La "classe” è tornata, anche se non se n’era mai andata veramente. Questo è tanto più evidente nel gabinetto di governo, e non solo, dove c’è un ex studente di Eton, e un’unica donna ministro (finiti ormai i tempi delle "dame di Blair”...). Il fidanzamento tra David Cameron e il leader liberaldemocratico Nick Clegg funziona bene grazie al loro comune background. Tutti e tre i maschi pretendenti al "trono” del Partito Laburista sono ex studenti di Oxbridge. I privilegi imperano.
Il Governo fa appello all’opinione pubblica a proposito dei tagli ai servizi, chiedendoci di condividere la portata di ciò cui dovremo rinunciare. Chiudere le biblioteche pubbliche, o perdere le piscine come esercizio esibito di fratellanza? Perché non ci chiedono se vogliamo tassare i banchieri, o chiudere il programma bellico Trident? Assumersi le proprie responsabilità è certo cosa giusta, là dove siamo noi i responsabili, e nel caso in cui abbiamo condotto esistenze votate allo sperpero: ma quest’esibizione non ci aiuterà certo a superare la sensazione di aver perso qualcosa.
Ciò che abbiamo perso è la libertà di migliorare le nostre condizioni, di credere nella mobilità sociale, nei diritti e nelle opportunità, perché la Little England si deve preparare al peggio. A imprimere la direzione all’economia sono i miliardari e gli uomini d’affari, tra i quali l’ex presidente della British Petroleum, e nel loro mirino ci sono le indennità sociali, il solito facile bersaglio per un intero ceto venuto su con l’idea di poter distinguere tra "poveri meritevoli e poveri immeritevoli”.
Quest’antiquata concezione dei disoccupati sta già acquisendo una certa popolarità sulla stampa, ora che i condottieri invocano misure che riducano il numero degli assistiti dai programmi di welfare. Certo, per ogni sistema c’è sempre qualcuno che cerca di approfittarsene (e non solo dei sussidi: pensiamo ai conti correnti offshore), e qualcun altro che non ha voglia di lavorare, ma, hei!, mica sono solo e sempre i poveri. Credo che l’attitudine al duro lavoro sia un talento, al pari della capacità di cantare bene; prendersela con chi accede ai sussidi nasconde un pregiudizio sulle classi povere che trova le proprie radici in uno snobismo classista verso il "popolino”.
In quest’epoca implacabile e incerta la vita quotidiana prosegue come sempre: la gente è intenta a cercare nuovi modi per risparmiare, guadagnare e ridurre la propria dipendenza dal denaro. Conviene essere flessibili, e anche avere almeno due fonti di reddito, casomai una si inaridisse improvvisamente.
Una mia amica lavora alla biblioteca comunale e vive con il suo compagno in una casa in affitto molto carina, arredata all’antica. Beth, questo il suo nome, colleziona gufi di porcellana: sul divano ha persino dei cuscini a forma di gufo. Entrambi lavorano a tempo pieno, sono giovani e senza figli. E’ solo la seconda settimana del mese e già Beth non ha più nemmeno i soldi per prendersi una tazza di tè. Phil si sta scervellando per capire come racimolare qualche altro soldo dedicando le serate alla realizzazione di piccoli collage di cartoline. Beth mangia come un uccellino. Non confida più né nel governo, né nel suo futuro. Il problema è che anche solo respirare costa troppo. Non c’è trippa per gatti. Non lontano da Beth e Phil abitano Tina e i suoi due bambini. Lola ha un grave disturbo genetico e all’età di cinque anni non riesce ancora a camminare, parlare, né stare seduta senza assistenza. Malachi ha due anni ed è ossessionato dal cartone animato "Thomas the Tank Engine” (Thomas la locomotiva), storia che sembra uscita da un’epoca benevola in cui ciascuno conosceva il suo posto nella società. Tina campa di sussidi. E’ una dei "poveri me­ritevoli”. E’ dura immaginare come possa ridurre ulteriormente le sue spese, o trovare un lavoro, ammesso ce ne fossero disponibili.
Nel minimarket del quartiere ci sono sempre stati una manciata di volantini che pubblicizzavano giardinieri, addetti alle pulizie e altri lavori inusuali in zona. Ora non se ne vedono più. Io ho rimaneggiato una vecchia vestaglia per farne stracci per le pulizie e ho piantato qualche ortaggio nel mio minuscolo giardino. Mi prenderò anche dei polli: credo di dover diventare più autosufficiente in fatto di cibo.
Sto cercando un lotto, un piccolo appezzamento di terra da affittare per coltivare verdure, ma è raro trovarne in vendita, ultimamente. I più furbi ci hanno già pensato, e ora ci sono lunghe liste d’attesa. C’è un incontro del club del cucito in un caffè del paese: anziane signore insegnano alle ragazze a usare ago e filo. Ci sono mattine in cui la gente si scambia i vestiti, anziché comprarne di nuovi. Tutto ciò mi ricorda l’autarchia degli anni della guerra. Certamente abbiamo attraversato periodi di austerità anche in passato e siamo sopravvissuti, ma allora c'era equità nella sofferenza e un'ottima ragione. Oggi è l'ingiustizia che brucia.
© Bel Greenwood 2010

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