









L’architetto e la bocciofila
Il degrado urbanistico di un quartiere di periferia si accompagna sempre al degrado sociale; veri e propri ghetti senza speranza. Superare innanzitutto la diffidenza, lo scetticismo, la paura soprattutto degli anziani. Un approccio multidisciplinare e la responsabilizzazione di tutti i volontari, gruppi, associazioni presenti. Dalle periferie di Torino un esempio di democrazia più partecipativa. Intervista a Eleonora Artesio.

Concorso di idee
Il fallimento, anche finanziario, di progetti urbanistici calati dall’alto, la partecipazione dei cittadini alla discussione dei progetti è ormai prassi consolidata nel Comune di Roma. Il problema di coinvolgere, in una logica di progettazione e non di opposizione, tutti i cittadini, non solo quelli già attivi. I contratti di quartiere e le opere a scomputo. Discussione fra Anita Matteucci, Remo Pancelli, Alessandro Messina e Mario Spada.

Il grande ritorno a casa
I kosovari non hanno mai perso la certezza del ritorno. "La terra non la possono bruciare" dicevano, e a quella terra, costata tanti sacrifici al figlio emigrante in Germania ma anche tanti lutti, sono tornati, rimettendosi subito al lavoro per ricostruire un paese libero, finalmente, dopo dieci anni di soprusi, dal giogo serbo. La grande fretta di tornare per ritrovare gli animali rimasti in vita. Intervista a Venera Pajova e Angelo Ravaglia.

La soglia aperta
Un quartiere di Firenze nato male, tra la Pistoiese e l’Arno, senza una piazza e dove i ragazzi dicono "andiamo a Firenze”. Un lavoro "senza parrocchia”. Il principio che siano gli stessi abitanti a gestire le cose. L’impegno contro la dispersione scolastica, le piccole attività artigiane, il microcredito basato sulle relazioni, il commercio equo-solidale. Intervista a don Alessandro Santoro.

I costi della qualità
La scelta di una cooperativa che lavora nell’assistenza a persone con disagio psichico di rimanere piccoli per salvaguardare la qualità. Un lavoro di accompagnamento al reinserimento sociale che chiama all’iniziativa in vari campi e direzioni, non tutti riconosciuti e retribuiti. L’obiettivo di attivare gli stessi utenti, in un fecondo circuito cooperativo. Una crescita solo per gemmazione. Intervista a Chiara Marinelli.

I panni dell'altro
Un centro giovanile gestito da gesuiti che rischiava di rimanere spopolato, grazie all’impegno di tanti volontari, è diventato un luogo di intercultura; l’apertura del doposcuola per i bambini immigrati, la mensa, il centro d’accoglienza... ma anche i quotidiani problemi di convivenza. Intervista a Pierluigi Garelli.

Il bello e le cose brutte
Un laboratorio di poesia nel carcere di Opera che dura ormai da quindici anni, in cui si legge, si scrive, si discute, si pubblicano libri di poesie, si sta insieme, ma soprattutto ci si riappropria della propria dimensione sentimentale; la solitudine, a volte, al cancello di uscita e l’ipoteca della recidiva. Intervista a Silviana Ceruti.

Assecondare, attivamente...
Qual è il rapporto che deve intercorrere fra mondo del sapere, professionalizzato e specializzato, e mondi della vita quotidiana? Esperienze di welfare in cui i due mondi interagiscono, cooperano, si stanno diffondendo in tutto il mondo. L’esempio del cohousing, specie di condominio elettivo. Il rapporto medico-paziente del tutto inadeguato di fronte alla malattia cronica. Intervista ad Alessandro Montebugnoli.

Le risorse
del cittadino
La crisi del welfare centralizzato non si risolve solo con l’intervento sussidiario del terzo settore, ma ricorrendo all’impegno e alle risorse dei cittadini, considerati a torto solo "utenti”. Un’iniziativa del Comune di Roma che ha chiamato i cittadini a fare proposte concrete, di miglioramenti ma anche di disponibilità all’impegno diretto, per il proprio quartiere e per la città. Intervista a Alessandro Montebugnoli.

buone pratiche di cittadinanza

UNA CITTÀ n. 118 / Gennaio-Febbraio 2004
Articolo di Fasoli, Rossi Doria, Sedioli, Casmiro, Liberti, Ranieri
IL VIAGGIO DI ENEA
I diritti di cittadinanza sono inscindibili dai diritti del lavoro e dal livello di istruzione; l’importanza del capitale sociale relazionale. Il rischio per il nostro paese di una via bassa allo sviluppo, centrata sul taglio del costo del lavoro. I laboratori dove si aggiustano i motorini. Il 50% degli universitari che non arriva alla laurea. La necessità di non confondere mestiere e professionalità. Le difficoltà delle imprese a fare formazione. Un investimento, nella ricerca, fra i più bassi dell’Occidente. La discussione su “cittadinanza e saperi” alla Fiera delle buone pratiche.
Dal 17 al 22 novembre si è tenuta a Forlì la Fiera delle buone pratiche di cittadinanza, iniziativa promossa dalla Regione Emilia Romagna e dalla Fondazione Lewin. Nella giornata conclusiva si è svolto il convegno “Cittadinanza e saperi”. Riportiamo gli interventi di Roberto Fasoli, segretario provinciale della Cgil di Verona; Marco Rossi Doria, maestro di strada napoletano; Giovanni Sedioli, preside Istituti Aldini Valeriani; Luciano Casmiro, direttore Cercal (Centro Emiliano-Romagnolo Calzature); Piero Liberti, Istituto di Biologia Cellulare del Cnr; Andrea Ranieri, responsabile Ds scuola e formazione.
Roberto Fasoli
Temo sia impossibile parlare di cittadinanza senza considerare il lavoro come una forma di prerequisito, una specie di condizione necessaria seppur non sufficiente. Un lavoro, quindi, inteso come diritto e come componente importante, anche se non esclusiva, dell’identità degli uomini e delle donne; un lavoro che, nella sua crescente multiformità oggettiva e soggettiva, ci obbliga a riflessioni nuove e antiche. Antiche nostro malgrado, perché ci troviamo a dover ribadire diritti che credevamo acquisiti e che invece ora non lo sono più. Ma anche riflessioni nuove per cogliere situazioni e problemi fino a ieri sconosciuti o ritenuti marginali, di fronte ai quali è pericolosissimo porsi con un occhio nostalgico o semplicemente conservatore.
A questo proposito vorrei fare alcune osservazioni. Noi tutti dobbiamo essere consapevoli che i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro -non solo nel nostro paese ma in tutto l’Occidente sviluppato- sono il frutto di un innegabile, progressivo esaurimento del modello fordista-taylorista. Sono cambiamenti importanti che ci presentano scenari inediti e che, ripeto, non è possibile affrontare con un atteggiamento conservatore o nostalgico, ma che -e su questo voglio essere molto chiaro- non devono comportare alcuna accondiscendenza verso chi pensa che per risolvere i problemi sia necessario lasciare spazio ad una regolazione spontanea del mercato, che la concorrenza e il mercato alla fine regoleranno tutto. E’ esattamente vero l’opposto. Come ben sappiamo, non c’è niente di più artificiale del mercato. Quindi, senza alcuna nostalgia statalista o burocratica, dobbiamo porci nella prospettiva della costruzione di un nuovo sistema incentrato -ed è il tema della nostra discussione odierna- sulla conoscenza, sull’apprendimento, sull’innovazione, sulla qualità, su nuove relazioni tra le parti e tra le parti e le istituzioni, sulla capacità di dare risposte efficaci ai nuovi problemi dello sviluppo e della competizione coniugando, come si fa in Europa (però non in Italia), flessibilità e sicurezza. Si tratta di impegnarci in una ricerca capace di produrre effetti benefici non solo per le imprese ma anche per i lavoratori, e non solo per quanto riguarda l’occupazione e il mercato del lavoro ma anche, più in generale, per la qualità della vita personale e collettiva e, infine, per i modelli di produzione e di servizio. E con conseguenze che io ritengo interessanti, e in qualche modo ineludibili, anche rispetto al tema dell’ambiente e delle risorse naturali.
Quindi, quando noi parliamo di lavoro non dobbiamo farci trarre in inganno da chi vuole discutere solo di flessibilità sì/flessibilità no. Considero questa questione assolutamente fuorviante. Il problema è quale tipo di protezione per la flessibilità, quale rapporto tra tempi di lavoro e tempi di vita (la qual cosa ci rimanda all’idea della socialità), quale rapporto tra autonomia e subordinazione nel lavoro (e i confini tra questi due elementi oggi, lo sappiamo, sono sempre più mobili) noi siamo in grado di immaginare e, infine, quale rapporto tra individuo e collettività siamo in grado di prefigurare per dare un senso ad un’idea di socialità. Ecco, allora, che le risposte oggi maggiormente in voga, di stampo neoliberista, mostrano tutta la loro pochezza perché la cosiddetta “via bassa allo sviluppo”, incentrata sulla competizione a livello dei costi, sulla precarizzazione e deregolazione dei rapporti, oltre a produrre guasti sociali gravissimi, propone culturalmente un modello fondato sull’egoismo sociale, su un individuo inteso come atomo a sé stante e non come persona al centro di un sistema di relazioni.
Al contrario, coniugare termini come sapere, lavoro, cittadinanza, sicurezza sociale, significa prefigurare una nuova rete di relazioni, in grado non solo di criticare ma anche di proporre in positivo qualcosa di profondamente diverso.
Su questo tema anche il dibattito europeo si sta sviluppando in modo sempre più acuto e penetrante. E penso non solo alle riflessioni fatte dal professor D’Antona, ma anche a quelle di Umberto Romagnoli; oppure allo stesso “Rapporto Supiot” (il Rapporto della Commissione Europea sul futuro del lavoro, redatto da un pool di studiosi dei diversi paesi europei e coordinato da Alain Supiot, il famoso giurista francese) ora disponibile in italiano da Carocci col titolo Il futuro del lavoro. In particolare da questo rapporto emerge che, all’interno di una concezione del lavoro così profondamente cambiata, i diritti del lavoro dovranno intendersi sempre più come diritti di cittadinanza universale, e non legati occasionalmente alla condizione di “professionalmente occupato” o “non occupato”, quindi con logiche che sono proprio in rotta di collisione con quelle che ci propone il nostro governo.
Purtroppo, però, non esiste un codice dei diritti di cittadinanza così come ne esiste uno per i diritti del lavoro, perciò l’idea di cittadinanza non è univoca. Per noi è evidente che debba comprendere anche i diritti del lavoro. Non solo, ma una cittadinanza consapevole richiede il possesso di quello che viene definito dai sociologi “capitale sociale e relazionale”; volendo usare il modello degli assi cartesiani illustrato da Pierre Bordieau risulta che le persone sono il combinato del capitale economico e del capitale sociale-relazionale che possiedono, dove, spesso, ad essere determinante, è proprio il secondo. D’altra parte dalle statistiche sul welfare emerge con evidenza: il tasso di mortalità infantile nel primo anno di vita, la speranza di vita delle persone, la possibilità di usufruire dello stato sociale, sono elementi tutti strettamente connessi con il livello di istruzione. Quindi, anche sotto questo profilo, saperi e cittadinanza sono strettamente in relazione. Ne deriva quindi che dal tipo di investimento in conoscenze, saperi, intelligenza, ovvero in quella che gli inglesi chiamano knowledge economy, dipende non solo la qualità della produzione ma la qualità della stessa vita sociale. Del resto, anche nell’intervista che Una Città ha fatto all’assessore Bastico, emerge in maniera molto chiara che l’ottimo livello di qualità della vita esistente oggi in Emilia Romagna (che colloca questa regione ai primi posti nelle statistiche europee) è frutto di una storia antica di investimenti nel campo dell’istruzione e della formazione.
Ho ben presente, però, che abbiamo dovuto combattere per anni, anche all’interno della sinistra, il carattere meccanicistico con il quale i termini “sapere” e “lavoro” venivano coniugati. C’era nella sinistra e nel sindacato l’idea che dovesse essere l’impresa a dettare i termini e i tempi, a decidere le proprie esigenze e il conseguente catalogo delle opzioni; la scuola era subordinata a questo tipo di impostazione.
Ecco, mi pare che su questo terreno qualche successo l’abbiamo ottenuto; siamo perfino riusciti, nell’Accordo per il Lavoro del 24 settembre ‘96, a far sì che il tema della formazione diventasse il primo. Ve ne leggo alcune frasi perché mi sembrano importanti: “La qualità del sistema di istruzione e formazione è la leva fondamentale per la competitività attuale e futura e per costruire un modello sociale equilibrato, fondato sull’attuazione del pieno diritto di cittadinanza”. L’accordo prosegue poi affermando la necessità di interventi strutturali, di innalzare complessivamente il livello di scolarità, di dare continuità di accesso alla formazione per tutto l’arco della vita, di evitare la dispersione delle risorse umane, al fine di evitare la frattura tra lavoro e sistema formativo, che rischia di avere gravi ricadute negative sul nostro sistema sociale e produttivo. E’ la prima volta che in un accordo ufficiale con il governo si è affermata una tesi del genere. Un bel passo avanti! Chi ricorda ancora i dodici punti del documento dell’Eur, ricorderà che la scuola e la formazione figuravano all’ultimo posto. Ora mi sembra che la subordinazione meccanicistica dei saperi al lavoro sia stata, per così dire, debellata. C’è anche il rischio di peccare per eccesso, perdendo di vista il legame insopprimibile fra sapere e lavoro. E allora io vorrei ricordare che la riforma Berlinguer, troppo spesso sottovalutata dal mondo progressista, proponeva un sistema integrato di formazione in grado di superare la tradizionale gerarchia che vuole al vertice sempre il liceo classico e solo ultima la formazione professionale, cercando di articolare lavoro e formazione in modo tale da rendere impossibile, in futuro, un lavoro senza formazione e una formazione senza lavoro. In questo modo la riforma Berlinguer attribuiva un fondamento preciso all’idea di cittadinanza consapevole: non c’è un sapere astratto destinato alle classi colte e un sapere cosiddetto popolare destinato alla manualità. Così come non c’è lavoro senza sapere e sapere senza lavoro. Purtroppo, come tutti sappiamo, il progetto riformatore è stato soffocato nella culla e si sono prodotte leggi sul lavoro e sulla scuola che hanno un’impostazione radicalmente contraria a quel progetto.
Non per questo la discussione finisce, anzi. I diritti del lavoro, in quanto diritti universali, non possono diventare -come si diceva una volta, ma mai è stato tanto vero come oggi- prerogative di classe. Oggi infatti, le variabili del reddito, del livello di istruzione, della zona di provenienza, quindi delle condizioni economiche e culturali della famiglia di origine, purtroppo tornano ad essere decisive sia per la scelta della scuola che per quella del lavoro.
Quindi dobbiamo andare avanti con fantasia, con capacità di previsione, recuperando -e lo dico con un po’ di tristezza- l’idea di cambiare rimanendo fedeli a se stessi, mantenendo radici salde ma contemporaneamente spostandosi su terreni nuovi. Su questioni quali il lavoro, la cittadinanza, il welfare, un atteggiamento conservatore non ci porta da nessuna parte, anzi ci impedisce di dialogare con le nuove realtà con cui siamo costretti a fare i conti. Ed è solo eludendo questo pericolo che potremo evitare di cadere in quella prospettiva che efficacemente descriveva ormai più di venticinque anni fa Bruno Manghi quando metteva in guardia il sindacato dal rischio di “declinare crescendo”, di crescere numericamente e organizzativamente ma contemporaneamente di veder declinare il proprio ruolo sociale e contrattuale. Lavoro, conoscenza, cittadinanza, volendo usare un termine imprenditoriale, sono il core business stesso del sindacato, sono nella sua natura. La parola sindacato significa proprio “insieme” e “giustizia”, quindi portiamo iscritti nel nostro dna i temi della socialità, della soluzione collettiva dei problemi, della persona contrapposta all’individualismo esasperato. Credo che su questo terreno ci stiamo giocando il futuro, soprattutto se sapremo alimentare il dibattito con iniziative, magari anche decentrate, in cui persone con storie diverse possano mettersi alla prova. Bisogna evitare, di fronte ai problemi, di reagire inseguendo una totale rigenerazione o, viceversa, abbandonandosi alla comoda deriva della protesta. Io credo invece che abbiamo il compito di mantenere saldi i nostri principi e di continuare a pensare che ogni cambiamento, per quanto piccolo, produce a ruota la possibilità che ce ne siano altri.
Marco Rossi Doria
Noi di Chance abbiamo un problema: accogliamo i ragazzi, riusciamo faticosamente a fargli ottenere la terza media, offriamo loro anche un orientamento e una formazione di due anni, dopodiché però il mercato del lavoro per loro è chiuso. Gli artigiani o la Confindustria campana, contattati più volte, sono tanto bravi però poi non li prendono. Né ci consta che il sindacato sia particolarmente interessato a noi. Per cui si sta verificando un moto spontaneo di giovani meridionali, maschi e femmine (a differenza che in passato, quando a muoversi erano solo gli uomini) verso il centro e il nord di questo Paese. I dati a nostra disposizione, sia in uscita che in entrata, ce lo confermano: è ripresa l’emigrazione interna. Di conseguenza stiamo iniziando a fare accordi con molte città, Reggio Emilia, Verona, Parma, Rimini, Trento, Rovereto, ecc., perché pensiamo che, a differenza che negli anni ‘50 e ‘60, vada pensata una emigrazione di cittadinanza, una emigrazione formativa, orientativa, che abbia alla base una parola d’ordine “il primo lavoro deve essere legale”. Penso che anche la Cgil dovrebbe sostenere politicamente questo tentativo, anzi lanciarlo quasi come parola d’ordine: il primo lavoro dei ragazzi meridionali, la loro prima prova lavorativa deve essere legale.
E’ un lavoro che quotidianamente già cerchiamo di portare avanti con gli enti locali della nostra regione, anche se francamente ci scontriamo ogni giorno con una cultura rigida, statalista, portatrice dell’idea di un “lavoro per tutta la vita”, che quindi fa fatica a ragionare sulla vita reale della gente.
Per questo mi sembra assolutamente importante parlare delle buone pratiche che in questi anni hanno attraversato la scuola italiana, che per altri versi, diciamolo apertamente, è veramente un luogo disastroso dove centinaia di migliaia di ragazzi stanno ore e ore con poco contenimento e poco apprendimento.
Qui ogni volta si apre la discussione “da bar” sul fatto che nella scuola italiana ci sono degli ottimi insegnanti. Io lo credo, ma in quali condizioni umane questi ottimi insegnanti riescono a restare tali? Inoltre va tenuto presente che quella italiana è una realtà scolastica molto variegata e differenziata al suo interno, e questi ottimi insegnanti, che lavorano in gruppo, con professionalità e motivazione, si trovano soprattutto nella scuola elementare e, in parte, nella scuola media. Ma quando si oltrepassa questa soglia la situazione diventa davvero difficile. La quantità di ore spese a non far nulla, con un drop out virtuale costituito da ragazzi che bivaccano nei cessi, nei corridoi è impressionante. E la noia dei ragazzi si coniuga con quella degli insegnati; è una cosa che tutte le famiglie con figli in età scolare hanno toccato con mano, con disperazione o, al contrario, ringraziando quell’adulto significativo, quando capita, che è riuscito a essere importante per il proprio figlio.
Ecco, io partirei da questo, ma anche, per essere un po’ più ottimista, dalle pratiche che invece sono significative, importanti e funzionano. La prima cosa che funziona è una scuola dell’infanzia che abbia una funzione di mediazione culturale, in generale ma soprattutto nei quartieri difficili; una funzione educativa e pedagogica con le famiglie e soprattutto con le mamme giovani. Una scuola che si concentri esattamente sul contrario di quello che ci dice in questo momento la Moratti, cioè non nella pre-scrittura ma sull’alfabetizzazione immaginaria, creativa, sul corpo, sulla psicomotricità, sui riti, sulle procedure ripetute, sulla narrazione. Anche perché intorno a questo c’è una grande tradizione italiana, che non è costituita solo dall’esperienza di Reggio Emilia ma è diffusa un po’ dappertutto. Ecco, penso che su questo modulo abbiamo una buona base.
Il secondo spezzone è la scuola elementare. Io qui mi assumo il rischio di affermare che nell’età della latenza è necessaria una scuola elementare rigorosa, anche nozionistica, ma con un nozionismo intelligente, basato sulla sperimentazione, per fare il pieno di conoscenze di base a livello antropologico, storico, geografico, per apprendere una seconda lingua; una scuola ritualizzata e, soprattutto (in continuità con la scuola per l’infanzia), fondata su una relazione educativa fortemente assistita, in cui i gruppi docenti siano sostenuti nella loro funzione, soprattutto rispetto alle modalità di comportamento attuali delle famiglie e dei bambini. Insomma penso che la responsabilità tutoriale nei confronti degli alunni non vada buttata via solo perché lo afferma la Moratti. Anzi, credo che vada assolutamente evitata la scissione da lei operata tra il “cosa” e il “come” dell’apprendimento, perché ciò che ha sempre toccato tutti i ragazzini è che la persona che ti insegna le cose è proprio “quella persona”, e non un’altra. Quindi non una scuola elementare “leggera”, non una scuola elementare senza il rito di passaggio alla fine, come è nella proposta Moratti, ma una scuola rigorosa. Anche perché, paradossalmente, nell’età della latenza la questione delle discipline, dell’accumulazione primitiva dei saperi minimi atti alla cittadinanza è fondamentale, anche e soprattutto nelle zone a rischio. I ragazzini che arrivano a Chance perché si sono ribellati alla scuola media o perché è scoppiata la crisi familiare o quella emozionale della loro adolescenza, riusciamo a riagganciarli, sia pure con molta fatica, solo se hanno alle spalle una scuola elementare abbastanza buona.
Rispetto invece alla scuola media, bisogna essere d’accordo con l’estensione degli istituti comprensivi, che costituiscono un luogo dove le persone che si occupano di pre-adolescenza possono finalmente iniziare a discorrere con gli insegnanti del modulo precedente, cercando così di superare quello scaricabarile del darsi la colpa reciprocamente: “Voi non li sapete prendere”, “No, siete voi che non gli avete insegnato niente” e così via. Certo, sto banalizzando, ma sono convinto che occorrerà una lunga stagione, anche cinque o dieci anni, per riuscire a far discutere insieme queste persone. Ritengo quella degli istituti comprensivi una buona pratica, sia pure ancora molto in nuce. Comunque i primi monitoraggi ci mostrano che esistono esperienze promettenti, piccole realtà dove gli insegnanti di scuola media e quelli di scuola elementare discutono assieme in maniera positiva per realizzare un accompagnamento efficace degli alunni da un modulo all’altro.
Dopo la scuola di base, io penso che bisogna passare decisamente a un approccio più rivoluzionario, mettendo al centro del discorso l’apprendimento e non la scuola. E questo non riguarda solo i ragazzini che abbandonano la scuola ma la società intera, fino ad arrivare a coinvolgere il nostro modello di città. Il che, in concreto, significa che bisogna muoversi in direzione di un apprendimento diffuso, e nello stesso tempo guidato, fondato sul concetto di guidance (nella lingua inglese è una via di mezzo tra tutor, mentore e orientatore), e basato sulla buona pratica dello stage, inteso come luogo di apprendimento. Ci sono varie esperienze italiane in questo senso: il liceo Ariosto di Ferrara, ma anche in Sicilia, nel Trentino, in Piemonte. Lo stage, per ragazzi che hanno dai quindici ai diciotto anni, costituisce un’opportunità formidabile per calarsi in situazioni inedite e apprendere così come funziona il mondo, per fare un’esperienza nuova da elaborare al ritorno. Un’altra buona pratica che nella scuola sta funzionando è costituita dall’attribuzione di responsabilità agli alunni; noi dobbiamo dare loro in gestione gli spazi scolastici, ovviamente con delle procedure e, soprattutto, con un pensiero educativo sottostante. Chi è il responsabile dei computer, chi è il responsabile delle pareti sporche o pulite, chi quello della carta igienica nei cessi o del campo sportivo? Quando questo funziona in una scuola il clima è già cambiato.
Un’altra cosa fondamentale è poter fare esperienze manuali, sportive, ecc., che coinvolgano insieme la mente, le mani e il corpo. Questo è un elemento che era presente anche nel primo draft della proposta Berlinguer, ma che poi è stato rapidamente accantonato. Invece io continuo a pensare che in ogni tipo di scuola, compresi i licei, debbano esistere dei laboratori operativi, una falegnameria o un’officina dove si aggiustano i motorini della scuola, o cose del genere. Vale a dire che in tutte le scuole ci deve essere una sponda operativa e possibilmente anche produttiva, come succede in un’istituto agrario del Trentino che produce buona grappa e buon vino. Sono tentativi di stare nel mondo vero che, seppur ancora protetti, costituiscono delle buone pratiche diffuse da anni in Italia.
Un’altra questione è rappresentata dalla trasmissione del sapere. Oggi abbiamo ancora docenti che, tranne poche eccezioni, trasmettono in maniera frontale la loro materia. Ma cominciano ad esserci eccezioni, anche nei licei. Ad esempio esistono esperienze di gruppi di traduzione dal greco e dal latino strutturati come workshop e basati su tecniche precise di traduzione, con un elemento artigianale anche rispetto alla questione epistemologica fondamentale della traduzione. Però, a parte questi punti d’eccellenza, e sono anch’essi delle buone pratiche, c’è soprattutto negli istituti tecnici e professionali una buona pratica abbastanza diffusa: i laboratori fondati su quesiti pertinenti, sul problem solving. Ne è un esempio un istituto professionale di Rovereto, che in questo momento ha il 25% di ragazzi immigrati, soprattutto dal Maghreb, ma non solo; questa scuola ha preso un aereo in disuso del 1942 e si è data l’obiettivo di aggiustarlo e farlo volare, riproducendolo tale e quale, e su questo ha impostato tutto il prossimo biennio, coinvolgendo conoscenze teoriche, estetiche, storiche e quant’altro. Ecco, a me pare che questo approccio non fasullamente multidisciplinare ma realizzato intorno ad un prodotto visibile alla comunità, capace di creare eccitamento, passione, anche nei docenti oltre che negli alunni, sia una buona pratica di fondamentale rilevanza.
Un’altra pratica di grande importanza (e che in altri paesi, ad esempio in Francia, ha una lunga tradizione, ma che inizia ad esser presa in considerazione anche da noi) è quella dello spaesamento, in altri ambienti urbani, in altre città, in altri paesi del mondo, ma anche con altri ragazzi, con altri amici. Quindi non una semplice gita scolastica ma un incontro vero con altre persone e situazioni, attraverso magari la pratica della reciproca ospitalità per cui si va a stare in una famiglia, in Inghilterra o in Germania, che poi a sua volta verrà ospite a casa nostra. E poi lo spaesamento nella natura, in montagna, al mare, facendo attività concrete, cioè costruendo delle cose, imparando ad andare in barca a vela o a scalare una montagna. Una pratica che con gradualità parta dalla scuola elementare e vada ampliandosi via via.
A questo punto mi pare che la scuola possa diventare un luogo di rielaborazione. E questo è un nodo fondamentale nella nostra società perché la scuola rimane l’unico posto, all’infuori della famiglia, dove le generazioni si incontrano. Ma, attenzione, se non si crea un campo comune, l’incontro rimane fasullo.
Dobbiamo basarci sulle produzioni finite e sulla sistematizzazione delle competenze, anche dei lessici e dei codici scientifici, linguistici ecc. ecc., e su competenze di cittadinanza indispensabili.
Come conclusione pongo il quesito di fondo: come generalizzare queste buone pratiche? Ecco, io non credo che vadano generalizzate per forza, imponendole dall’alto ai docenti. Penso sia stato proprio questo l’errore della sinistra al governo. Penso invece a un altro modello, che è quello della vecchia scuola, centrata su gruppi di docenti che, adeguatamente sostenuti, anche a livello economico, dal territorio e dagli enti, volontariamente si davano il compito di aiutare i ragazzi a prendere possesso in maniera nuova della conoscenza. In questo modo riusciremo finalmente a uscire dalla trappola in cui la sinistra è caduta, quella di intervenire dall’alto dividendo gli insegnanti in buoni e cattivi. Anche perché ogni volta che i cosiddetti cattivi vengono messi in condizione di essere sostenuti, di parlare, di essere ascoltati, alla fine diventano un po’ meno cattivi, sia pure con difficoltà e non tutti alla stessa maniera, ma dimostrando che comunque un cammino anche loro sono in grado di farlo. L’importante è che ci sia un polo di attrazione di buone pratiche diffuse, sostenute in maniera straordinaria. Mi pare che sia questa l’unica strada decorosa per poter valorizzare le cose buone che già ci sono.
Giovanni Sedioli
Io partirei da una serie di dati per cercare di capire la situazione in cui ci stiamo muovendo. Di solito, quando riflettiamo sul cattivo funzionamento della scuola attuale corriamo col pensiero all’alta percentuale di persone che non raggiungono il diploma di scuola media superiore, oggi attestata -a voler stare bassi- intorno al 20% (in realtà è più alta, ma così siamo sicuri di essere tutti d’accordo). Questo è un dato grave, ma secondo me ce n’è un altro altrettanto grave, che però non viene messo quasi mai sul piatto della bilancia: almeno il 50% di coloro che si iscrivono all’università (almeno col vecchio sistema, perché quello nuovo non è ancora a regime) non si laurea. Anche qui la percentuale è più alta, si parla addirittura del 70%, ma attestiamoci sul 50%, così nessuno può discutere. E’ una percentuale spaventosa, soprattutto perché quel 50% che non porta a termine il ciclo universitario non avrà poi alle spalle uno studio finalizzato che lo possa mettere in condizione di affacciarsi al mercato del lavoro con una competenza spendibile. Ne consegue quindi che i meccanismi di esclusione non agiscono solo su coloro che hanno studiato poco ma anche su quelli che, pur avendo studiato a lungo, non hanno un modo accertato per aggredire la loro prospettiva di vita. Allora credo che uno dei problemi fondamentali per il futuro sia proprio quello di non tenere divisi i linguaggi propri della cultura generale dai linguaggi della competenza specifica e del saper fare. Bisogna però mettersi d’accordo, dizionario alla mano, su cosa intendiamo per saper fare. Io do di questo termine una declinazione artigianale: il saper fare è la capacità di tradurre in un risultato il proprio bagaglio di conoscenze teoriche generali, sia in campo linguistico che scientifico; l’essere in grado, cioè, di raggiungere un risultato utilizzando delle tecnologie e dei saperi astratti. Bisogna quindi stare attenti a non confondere ciò che nello schema classico appartiene al concetto di mestiere con ciò che appartiene al concetto di professionalità. Sono due logiche diverse: dietro al mestiere c’è quella del lavoro bloccato; dietro la professionalità la logica della capacità dello sviluppo continuo della propria professionalità.
Questa confusione si ripropone spesso. Recentemente a un convegno a Bologna che riguardava l’applicazione della legge 53, a cui hanno partecipato la Regione e la Direzione regionale, i due termini sono stati usati come sinonimi. E finché uno fa una confusione astratta pazienza, ma lì si parlava proprio di qualcuno a cui, uscito dalla scuola, si insegna a stringere tubi e bulloni. Se il grado di confusione è così elevato le cose non potranno mai funzionare.
Allora, se vogliamo lavorare su questo saper fare e costruire questa giunzione tra i saperi, bisogna fare alcune scelte di base, con la consapevolezza che i dati del sapere non costituiscono semplicemente un patrimonio individuale, ma sono in grado, se ben gestiti, di produrre ricchezza per tutti, sia culturale che materiale. Inoltre, se dobbiamo lavorare sulla giunzione dei saperi complessivi dobbiamo decidere anche dove vogliamo posizionare la nostra attività. E questo, di nuovo, è un punto complesso del dibattito in atto, che riguarda ad esempio le associazioni imprenditoriali: in che modo supportare, a livello formativo, lo sviluppo economico nel futuro? Qualcuno, sottolineando la carenza di figure a bassa professionalità, chiede che venga incentivata una formazione professionale di questo tipo, che faccia leva sull’abbattimento dei costi di produzione per le imprese; qualcun altro invece -ed è tra questi che io mi colloco- pensa che bisogna lavorare sullo sviluppo delle alte tecnologie, perché solo così l’Italia potrà avere un futuro ragionevole. Non credo sia possibile uno sviluppo ulteriore della nostra competitività economica basandoci solo sui prodotti a basso costo e sulle tecnologie mature; se ce la vogliamo giocare dobbiamo farlo puntando sulla fascia alta. A questo proposito mi sembra molto significativa la frase di Prodi: “Cosa siamo diventati ricchi a fare se inseguiamo ancora l’abbattimento dei costi?”. Perché questo è il nodo della questione: noi dobbiamo lavorare affinché i giovani siano in grado di costruirsi la capacità di confrontarsi coi linguaggi alti, evoluti, di tipo tecnologico, e di assimilare la capacità di adeguarsi alla rapidità dei cambiamenti, sia dei linguaggi che delle strutture materiali e organizzative del lavoro. E dovremo lavorare per il mercato del lavoro del futuro, perché per quello attuale siamo già in ritardo.
E’ evidente che in un quadro del genere, che prevede la costruzione di un vasto sistema di garanzie per i giovani, sia di tipo culturale generale sia per un futuro lavorativo di alta qualità, la centralità del sistema scolastico formativo diventa fondamentale, e su questo noi cercheremo di fare la nostra parte. Ovviamente, a parole, tutti si dichiarano d’accordo con queste premesse, però poi bisogna dimostrarlo anche nei fatti, facendo le scelte e prendendo le decisioni giuste. Non si può pensare che la scuola, pur intesa come elemento fondante del sistema di garanzia per la formazione culturale generale e professionale delle persone, debba e possa fare tutto. Faccio un esempio che potrà sembrare banale ma è significativo: è uscito recentemente un decreto nel quale si stabilisce che dovranno essere le scuole a organizzare i corsi per prendere la patente per i motorini. Ecco, la logica di un decreto simile mi è incomprensibile, non capisco proprio cosa c’entrino le scuole con la patente, è un tentativo per renderle surrogatorie di tutti gli interventi possibili rivolti alla cittadinanza. Ma non è così che funziona il mondo; per la scuola bisogna invece individuare un ambito definito, con compiti specifici e precisi, che essa possa governare con continuità; non può fare interventi spot, una volta la patente per i motorini, l’altra l’uso del casco, l’altra ancora l’alimentazione corretta. Addirittura tali corsi dovranno essere finanziati con i fondi che erano stati messi a disposizione per le attività promosse dagli studenti. Un altro esempio: nelle venti ore che la scuola ha a disposizione per le attività extra curriculari sono state incluse otto ore di educazione alla convivenza, come se la scuola abitualmente di queste cose non si occupasse.
Questo è attualmente l’indice del livello di fiducia verso la scuola da parte delle nostre istituzioni!
Inoltre mi sembra importante riflettere su un altro nodo fondamentale: dobbiamo smettere di pensare a un sistema formativo rivolto esclusivamente ai giovani; le garanzie di cultura e di professionalità devono essere fornite lungo tutto l’arco della vita, non si devono esaurire con l’obbligo scolastico, che, per carità, resta sacrosanto; l’impegno civile per la formazione e l’arricchimento culturali non può fermarsi alla soglia dei diciotto anni, deve andare oltre.
Sotto questo profilo il valore legale del titolo di studio non è più sufficiente, perché riguarda competenze raggiunte a distanza di tempo troppo grande; è necessario fornire anche certificazioni di competenza intermedie. E anche questo riguarda il rapporto tra sistemi: la scuola non basta da sola, serve, come affiancamento, il sistema della formazione professionale su base regionale; i due sistemi si devono parlare non solo attraverso buone prassi di comunicazione ma anche attraverso l’attestazione rigorosa delle competenze raggiunte.
Ma cosa bisogna fare per ottenere un sistema di garanzie reali? La nuova legge sulla scuola della Regione Emilia Romagna è partita con una parola d’ordine: “non uno di meno”. E questo significa una scuola per tutti e per ciascuno, una scuola che non deve escludere nessuno. Però, attenzione, mentre rispetto alla prima parte della frase, “una scuola per tutti”, l’intervento, pur complesso, viene attuato; per la seconda parte, “una scuola per ciascuno”, ancora dobbiamo imparare ad articolare un’offerta in grado di sollecitare e dare soddisfazione alle aspettative dei singoli. E qui arriviamo ad un nodo molto complesso e dibattuto, affermato da tutti a livello astratto, ma poco realizzato nella pratica: lo sviluppo dell’autonomia nelle scuole. Perché sul piano di principio l’autonomia esiste, ma nel concreto, nella pratica quotidiana ancora no, anzi. Mi pare che tutto ciò che sta accadendo, al di là delle affermazioni di ministri e sottosegretari vari, vada proprio in controtendenza. A me sembra che la legge 53 definendo finalità diverse per i due sistemi scolastici, quello nazionale e quello regionale (la scuola dei licei e quella per le professioni), irrigidisca tutto il sistema, contraddicendo, fra l’altro, anche i principi generali portati avanti sul piano economico, dove si parla continuamente di lavoratori flessibili, adattabili, capaci di cambiare lavoro. Ma sarà mai possibile raggiungere un tale risultato irrigidendo lo schema formativo?
L’altra questione, figlia un po’ della precedente, è questa: nel sistema della formazione il canale fondamentale per la costruzione della professionalità è lo stage. Ora, ciò non è sbagliato in sé, le imprese possono infatti costituire una sponda, un utile punto di riferimento, e ci sono importanti sistemi europei, quello tedesco in particolare (anche se attualmente sta ripensando al suo sistema formativo), che hanno lavorato in questo senso. Il problema però è che in Italia manca proprio la sponda costituita dall’impresa. Perché l’impresa deve avere, non solo la vocazione a diventare soggetto formativo, cui affidare una parte del curriculum, e quindi dimostrare di possedere competenza tecnica e disponibilità, ma anche le dimensioni necessarie per poterlo fare. Un sistema economico come il nostro, composto di piccole e medie imprese, non può reggere questo impatto. Faccio un esempio: abbiamo contattato una delle più grosse realtà imprenditoriali di Bologna, un’azienda che costruisce macchine automatiche, con un migliaio di dipendenti, e con loro abbiamo progettato uno stage importante per i nostri studenti, non di quelli che si va là una settimana e poi si viene via, e che alla fine non contano tanto, ma uno stage dai contorni formativi ben definiti, in cui fosse chiaro cosa andassero a fare gli studenti, e che alla fine rappresentasse un pezzo importante del curriculum. Ebbene, l’azienda ha fatto una mano di conti, e ha detto: “A queste condizioni, possiamo prendere tre stagisti all’anno”. Ora, solo all’Aldini Valeriani gli studenti di quinta sono 180, e gli altri 177 dove li mando? Quindi è evidente che il sistema dello stage non può funzionare.
Allora io penso che sia necessario tornare a valorizzare le nostre tradizioni, quella che quando è nata l’Aldini-Valeriani si chiamava “scuola-officina”, con i laboratori dentro le scuole e l’impresa che va dentro la scuola a dare il suo contributo. In questo modo viene alleggerito il compito dell’impresa nella sua partecipazione alla formazione del curriculum dello studente e, nello stesso tempo, alla scuola rimane un compito di mediazione maggiore, che può offrire anche garanzie più solide.
Per concludere vorrei sollevare una questione. Molti, anche nella sinistra, attribuiscono una parte dei guai che stiamo vivendo alla modifica del Titolo V della Costituzione. Ora, può essere che l’intervento di modifica non sia stato attuato al meglio, però una riforma del sistema scolastico formativo era necessaria, perché non si può più governare tutto il sistema a livello centrale; un pezzo va governato dal centro e un pezzo a livello locale; e mi sembra che la legge della Regione Emilia Romagna sotto questo profilo vada nella direzione giusta. Rimane però aperto un quesito: in questo processo, in cui sono presenti soggetti formativi, cioè le scuole, che dipendono direttamente dallo Stato centrale, altri soggetti che invece dipendono dalle Regioni, e infine soggetti in cui Stato e Regioni interagiscono, ed è la cosiddetta fascia della legislazione concorrente, come devono operare i singoli enti? Io credo che la soluzione stia nel sollecitare gli enti locali ad assumersi la responsabilità della mediazione fra tutti questi soggetti, perché sono loro i deputati alla gestione del sistema di relazioni sul territorio.
Senza questo impegno da parte degli enti locali, legge 53 o riforma Berlinguer che sia, il sistema non potrà mai funzionare. La Regione Emilia Romagna con la sua legge ha fatto un buon pezzo di strada, ma ne resta ancora tanta da fare, e questa strada deve vedere protagonisti gli enti locali.
Luciano Casmiro
Da un paio di anni dirigo il Cercal, un centro di ricerca e servizi del settore calzaturiero, che ha al suo interno una scuola internazionale, insediato a San Mauro, un distretto calzaturiero di punta del made in Italy, caratterizzato da un prodotto di altissima qualità.
Il distretto industriale è una peculiarità dello sviluppo industriale italiano; un microcosmo dove possiamo trovare dei fattori che in realtà caratterizzano anche il resto del mondo industriale. Per capire allora cosa significhino cittadinanza e saperi occorre riflettere anche sul distretto, perché la sua realtà, molto “concentrata” mette in luce i problemi come nessun’altra. Innanzitutto cosa significa oggi essere cittadini? Siamo soltanto cittadini di un distretto, di una provincia, o siamo cittadini dello Stato italiano, cittadini europei o cittadini del mondo? La domanda è d’obbligo perché il fenomeno della globalizzazione ha mutato, e sta mutando sempre più, gli assetti e le regole del gioco, e con esso i saperi che vengono chiamati a diventarne parte. Ma devono diventarne parte con dignità, da protagonisti o marginalmente, come una zavorra trascinata da chi detiene le leve del comando?
Il distretto industriale, con i suoi prodotti di altissima qualità e i suoi lavoratori che tradizionalmente hanno capacità di altissimo profilo, storicamente nasce da un processo di accumulazione di sapere avvenuto, potremmo dire, dal basso, all’interno di una comunità che si identifica e si cementa intorno a una determinata prassi. In questo modo si verifica un’integrazione, coronata dal successo, tra sapere tacito e sapere esplicito, tra cultura bassa delle prassi produttive e cultura alta della tecnologia, ivi compresa l’idea dell’innovazione. L’unione di questi fattori produce anche la selezione del sapere mediante il processo, mediante il metodo della sperimentazione, della verifica dell’efficacia. Questo sapere tacito -lo sottolineo con grande forza- non è solo un fare, quanto piuttosto ciò che un grande studioso italiano ha definito il “capitale sociale originario” e che un altro grande studioso, Putnam, andando in giro per il nostro paese, ha scoperto essere all’origine dello sviluppo italiano. Lo sviluppo si è verificato, quindi, dove c’erano legami forti che producevano quell’affidabilità delle persone, quello spirito di emulazione positiva che consentiva di mantenere il rispetto anche in un regime di concorrenza a volte molto forte. Se in una determinata area c’è questa comunità di destino, che condivide, che cementa, significa anche, e questo è fondamentale, che il lavoratore sa di avere, all’interno di quella comunità, una dignità e un ruolo sociale. Non è solo un lavoratore e quindi è rispettato e ha rispetto per il lavoro che svolge.
Mi preme sottolineare quest’aspetto perché oggi invece, con l’innesto delle tecnologie, con la globalizzazione, con la verticalizzazione dei distretti, qualcosa di quest’assetto sta cambiando in maniera accelerata; si sta infrangendo quel quadro sopra descritto, dove il territorio ha gemmato la condizione fondamentale, cioè la produzione di un sapere che non fosse puro cognitivismo, ma da cui derivava anche il saper fare.
I giovani rifuggono dal lavoro perché non dà più identità e quindi non è più appetibile; ma questo inevitabilmente provoca gravi ripercussioni tanto sul sistema economico del distretto che sul futuro lavorativo dei giovani.
Se il lavoro offerto non sostanzia più l’identità del soggetto è evidente che occorrono ulteriori elementi incentivanti. E allora oggi, che siamo di fronte ai cosiddetti distretti allargati, talmente allargati da non esistere quasi più, dobbiamo interrogarci su quale sapere saremo in grado di offrire ai giovani lavoratori, perché restino forti quei presupposti che vanno a sostanziare il patto sociale. Non c’è dubbio che il lavoratore oggi deve essere capace di accedere a una capacità di multidimensionalità del pensiero, di interconnessione (qualcuno ne ha parlato come dell’arte di annodare, di stabilire i nodi) perché solo con questa impostazione mentale il giovane lavoratore riuscirà a restare incluso all’interno di un quadro che sta mutando.
A questo punto, però, occorre fare alcune riflessioni forti. La prima: bisogna rifuggire quella che io definisco la dimensione funzionalista dell’uomo lavoratore. Io per anni mi sono occupato di risorse umane e di selezione del personale per conto delle aziende e mi sono reso conto che nella valutazione della persona lavoratrice è difficile scindere il giudizio sul lavoratore dal giudizio sulla personalità dell’individuo. L’azienda invece tende ad esaltare al massimo la persona in ragione della funzione che svolge nel sistema organizzativo-produttivo: se sei al vertice della piramide vali tanto, se non lo sei oggi servi, sei utile, domani non si sa… Se ad esempio l’azienda stabilisce che oggi la sua funzione strategica è quella commerciale, pagherà il direttore commerciale più del direttore del personale, ma domani potrebbe cambiare. In questo modo la persona resta quasi sempre un’appendice del sistema tecnico-organizzativo e in base a ciò viene valutata. Ma l’individuo non riesce a scindere e penserà: “Se sono espulso, valgo poco”.
Allora, perché l’individuo non cada in questa trappola deve essere attrezzato, avere delle basi culturali personali, in senso civile, che solo un’istituzione al di fuori del sistema economico-produttivo gli può dare. E, si badi bene, per basi culturali non intendo semplicemente saper navigare in internet, questi sono strumenti per fare qualcos’altro, non finalità formative o culturali. I contenuti sono ben altra cosa.
In realtà le imprese, benché nei convegni dichiarino che è importante investire nella cultura e nella formazione degli uomini perché siamo nell’epoca dei knowledge workers, dei lavoratori della conoscenza, all’atto pratico non lo fanno. E non sono incentivate a farlo, lo sottolineo, perché dal momento che i saperi sono sempre più trasferibili, l’investimento sul training dei dipendenti diviene economicamente insostenibile. Vale a dire che il lavoratore per l’impresa non è ascrivibile a bilancio come un cespite, con un certificato di proprietà. Il lavoratore istruito, formato, o pretende di più o cambia azienda, e diventa più mobile, per cui l’azienda ha fatto un investimento di cui magari usufruirà qualcun altro. Nel distretto di San Mauro allora si innescano dei meccanismi di system potching, cioè di caccia, di furto di lavoratori da un’azienda all’altra, ma non si investe sulle persone. E questo non è un fenomeno limitato al distretto di San Mauro, anzi, è generalizzato; emerge anche dai dati: i numeri delle persone che usufruiscono di formazione sul lavoro sono molto bassi. Tant’è vero che i corsi per i lavoratori che facciamo al Cercal, come scuola internazionale e scuola di servizio al settore, sono su base volontaria e si tengono solo il sabato mattina; e le aziende li boicottano sistematicamente.
La riforma Moratti, dell’alternanza scuola-lavoro, ha fatto un cavallo di battaglia, ma questa in realtà non è praticabile per la dimensione media delle aziende dei distretti, per l’assenza di organizzazione, che non consente l’attuazione di percorsi ben strutturati, coerenti e finalizzati. Tra l’altro manca anche la cultura delle persone stesse, aldilà della volontà delle aziende. E tutto questo rappresenta un grosso problema. Io vedo ad esempio il laboratorio del distretto: le antiche procedure, quell’antico modulo che ha creato centri di eccellenza oggi non esistono più. Oggi la divulgazione e la riproduzione di quei saperi in forma nuova devono essere organizzate, con un intervento dall’esterno costruito in un certo modo; non possono più essere lasciate a quello spontaneismo che ha caratterizzato lo sviluppo dell’industria e delle professioni dal dopoguerra ad oggi.
A questo punto devo fare un appunto forte, vigoroso, al Fondo Sociale Europeo. E’ vero che nel 2006 questo ente scomparirà, però forse al suo posto ci sarà qualcos’altro. Ebbene, il Fondo Sociale Europeo è impostato su una concezione, su un modello di assetto organizzativo del lavoro che è ancora quello fordista, fondato sull’azienda di certe dimensioni, dove ci sono lavoratori che svolgono mansioni e ruoli similari o del tutto uguali, quindi con bisogni formativi del tutto simili. Non è più così. Le aziende poi hanno piccole dimensioni quindi impostare, ad esempio, la formazione con gruppi-aula risulta quasi impossibile.
Mentre, d’altro canto, dai colloqui con i giovani e meno giovani, mi pare di capire che c’è da parte dei lavoratori un interesse a sperimentarsi, a comporre il proprio progetto professionale a pezzi, come un puzzle. Ne consegue che la formazione non può essere sempre la stessa, uguale per tutti, perché le persone vogliono mettersi alla prova, apportando integrazioni al proprio sapere, magari su materie e argomenti che apparentemente, dal nostro punto di vista, possono sembrare lontane dall’ambito del lavoro, ma che, evidentemente, possiedono una loro logica. E allora se si richiede flessibilità, bisogna favorire la persona nel proprio investimento professionale. Certo, disciplinato, ci deve essere una logica, non è che un metalmeccanico può chiedere di farsi pagare un corso per fare l’enologo o il sommelier, però solo così si può impostare una formazione efficace per il lavoratore. E d’altronde io lo vedo: chi viene il sabato mattina, per un anno intero, magari pagando di tasca sua anche 2500 euro, è disposto a fare dei sacrifici. Ecco allora che le istituzioni possono favorire il famoso voucher, però fatto in maniera più snella, più agile, con un’offerta più qualificata e specializzata, e le persone vengono, perché ne ricevono un arricchimento. Su questo punto dobbiamo riflettere se vogliamo far decollare anche i cosiddetti fondi inter-professionali per la formazione inter-aziendale; altrimenti, come ho detto, le aziende non vi investiranno, poiché li giudicheranno inefficaci; diranno: “Questo a casa mia non si può fare, è inutile che me lo insegniate così”. Nella logica delle aziende si investe solo nella formazione che serve alla risoluzione dei problemi all’interno di quel singolo processo produttivo, che spesso non è riproducibile altrove. Questo tipo di formazione può dare senz’altro un valore aggiunto all’azienda ma certamente non dà una carta in più al lavoratore.
Piero Liberti
Agli inizi del 2003 abbiamo condotto una battaglia furibonda contro il governo in carica, in particolare contro il Ministro Moratti, che si apprestava a varare un nuovo progetto di riforma del Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’ente di ricerca più importante del paese. La nostra opposizione riguardava i contenuti della riforma, ma anche il metodo, perché la proposta di legge non era stata comunicata agli interessati, e questa non è soltanto una questione di buone maniere. Bisogna tenere presente che il Cnr aveva già subito una prima riforma nel 1999, e la stava attuando, pur con grande fatica e molti dolori, per cui ci sembrava quanto meno normale che da parte del nuovo governo ci venisse chiesto qualcosa in merito: a che punto eravamo, quali correzioni si potevano introdurre, o perlomeno che ci venisse spiegato il motivo della necessità di una nuova riforma a soli tre anni di distanza da quella precedente.
Ci siamo inoltre battuti su una questione di merito, perché ci è sembrato che il decreto del Ministro Moratti andasse a colpire in maniera pesante, drammatica, l’autonomia dell’Ente che, come tutti sanno, è protetto a livello costituzionale; la nostra Costituzione infatti afferma che la scienza e le arti sono attività libere, autonome e non condizionate. La battaglia è stata condotta con molto vigore, “senza se e senza ma”, ma non siamo riusciti a portare a casa alcun risultato. Pure, non siamo assolutamente pentiti della nostra lotta, è servita comunque a riflettere, e a capire meglio la questione.
E’ necessario affermare subito che la ricerca non è più un’attività di puro spirito; o meglio, lo è in quanto la creatività del singolo -che sia una persona o un gruppo di ricerca organizzato- resta un fattore fondamentale; tuttavia le nostre società sviluppate sono piene di conoscenza e di saperi; in particolare la crescita tumultuosa degli ultimi cinquant’anni è il frutto dell’attività di ricerca, al punto che non mi sembra esagerato affermare che lo stile di vita dei nostri nonni era forse più vicino a quello degli antichi romani di quanto non lo fosse al nostro. Mia madre stessa ricorda che nel ‘25 a Roma c’era una sola linea tramviaria. E quando, venticinque o trent’anni fa, dagli Stati Uniti dovevamo chiamare l’Italia -io a quell’epoca ho trascorso un periodo in quel Paese- dovevamo passare attraverso l’operatore, il cavo, ecc. Adesso io e mio figlio, che è a sua volta negli Stati Uniti, ci scambiamo email più volte a settimana. Questo semplicemente per dire quanto siano cambiate le nostre società in un arco di tempo relativamente breve, e quanto alla base di questo cambiamento ci sia il risultato di conoscenze acquisite e della loro applicazione.
Perciò è ormai assodato che la ricerca è un importante fattore di produzione, e quindi, se è vero, come tutti ripetono, che il nostro sistema produttivo e il nostro Paese in generale, sono in declino, questo va anche ricondotto al fatto che abbiamo un sistema di ricerca debole. Ma questo significa che l’Italia, non potendo più reggere la concorrenza sul piano dei costi perché ci sono paesi emergenti che sono in grado di produrre a costi ben minori, dovrà per forza rivolgersi, come alternativa, a produzioni high-tech, in quanto sopportano meglio la competizione.
Per illustrare meglio questo presupposto, mi sembra utile fornire qualche dato: i prodotti high-tech nel 1980 costituivano solo il 19% del commercio mondiale, alla fine degli anni ‘90 ne costituiscono circa il 31%, quindi una fetta molto consistente. Di questa fetta, gli Usa rappresentano il 18%, il Giappone il 9,3% e noi appena il 2,5%. Inoltre stiamo perdendo quote di esportazione anche nei settori in cui tradizionalmente siamo i leader mondiali, cioè quelli che vengono definiti maturi o a bassa tecnologia; ed essendo il nostro un paese di trasformazione perdere quote di esportazione diventa drammatico; ad esempio, secondo i dati, dal 1996 al 2000 abbiamo perso più di tre punti di quota di mercato (dal 15% siamo scesi all’11,9%) nelle esportazioni dei trentaquattro gruppi di prodotti che costituiscono il 40% del nostro export, e per i quali abbiamo una quota di mercato superiore al 10%. Ma, più semplicemente, noi siamo l’unico Paese dell’Europa continentale che tra il 1997 e il 2001 ha perso quote di mercato, l’1% soltanto nel 2002.
Quindi è indiscutibile che il nostro sistema produttivo mostri segni di cedimento. Ora si può discutere sulle cause e sui fattori che hanno determinato questo processo, però è innegabile che questa debolezza costituisca un segnale importante. Tutti sappiamo, e in questi mesi se n’è parlato tanto, che il nostro Paese investe in ricerca soltanto l’1% del suo Pil di fronte ad una media europea del 2% (con punte anche superiori; ad esempio la Finlandia investe oltre il 3%, la Svezia il 3%, il Regno Unito più del 2%; gli Usa invece investono circa il 2,7%). Se poi consideriamo il numero dei nostri ricercatori siamo intorno alla metà della media europea.
Si favoleggia di riuscire, entro il 2010, a far diventare l’Europa la società più competitiva, con un sistema basato sulla conoscenza, e un un investimento medio del 3% del Pil, ma questo nel nostro caso significherebbe passare entro il 2010 da sessantamila a centottantamila ricercatori, cioè una cifra assolutamente impraticabile, anche in termini economici. Se poi uno volesse capire dalla Finanziaria come faremo ad arrivare a un investimento in ricerca del 3% del Pil entro il 2010 -come sappiamo, le leggi finanziarie sono triennali, quindi in quella di quest’anno, che comprende 2004, 2005 e 2006, è già possibile vedere gli investimenti previsti per i prossimi anni- scoprirebbe che nel 2006 questo investimento sarà ancora fermo all’1%. E presumo che sarà del tutto improbabile riuscire a fare un salto in avanti di due punti nello spazio di soli quattro anni. Ma il dato ancora più preoccupante è rappresentato dallo squilibrio tra investimento pubblico e investimento privato: se quello pubblico si attesta intorno a questo 1% o poco più, quello privato si colloca addirittura intorno allo 0,54%; mentre in Germania, ad esempio, dove l’investimento pubblico è intorno allo 0,72%, quello privato è intorno all’1,80%. E così per altri paesi. Quindi altrove esiste una partecipazione privata che nel nostro Paese non c’è, e probabilmente non ci sarà neanche in futuro a causa di un dato strutturale: le nostre imprese sono quasi tutte di piccole o medie dimensioni, quindi strutturalmente incapaci di investire grandi capitali in ricerca, sia a causa dei costi sia per la loro organizzazione interna, a meno che questo investimento non venga in qualche modo organizzato. Infatti in Italia il 67% della forza lavoro è impiegato in aziende con meno di cinquanta dipendenti e solo il 16% in aziende con più di cinquemila dipendenti (mentre in Germania è il 56% e in Francia il 43%). Peraltro basta guardare alla Borsa: in quella italiana sono quotate 265 imprese, in quella tedesca 715 e in quella francese 737. Nel frattempo tutte le nostre grandi imprese non esistono più, così è per la chimica, dove è sparita la Montedison, così per l’aviazione, l’acciaio, ecc., e tutte quelle rimaste sono perlopiù gli ex monopoli pubblici, ora parzialmente o totalmente privatizzati; fra l’altro alcune analisi affermano che, proprio nel corso della privatizzazione, queste imprese dell’Iri, a cominciare da Telecom, Eni, ecc., hanno sostanzialmente smantellato i loro centri di ricerca. Quindi, non soltanto nel corso degli anni nel nostro Paese si è ridotto il numero delle grandi imprese, ma quelle che sono rimaste sono caratterizzate fondamentalmente da un’assenza di investimenti significativi; perciò è evidente che se l’Italia vuole affrontare questo problema, dovrà farlo operando soprattutto sul versante pubblico.
D’altronde, se la ricerca è un fattore di produzione, è evidente che è al centro di tutte le contraddizioni che attraversano il sistema produttivo. Faccio un esempio secondo me abbastanza indicativo: l’epidemia di Aids. Come sappiamo, è stato messo a punto un cocktail di farmaci, che non cura la malattia in sé, ma bloccando la replicazione del virus, ne arresta il progresso. Grazie a questo cocktail in Occidente la malattia è sotto controllo, in attesa di soluzioni più definitive. Questo naturalmente è stato il frutto di grandi investimenti in ricerca, frutto di cui però godono soltanto i paesi sviluppati. L’Africa subsahariana, da cui l’epidemia è partita, e che conta circa il 10% della popolazione mondiale, ha il 70% dei suoi abitanti infetto e ha finora pagato un tributo, a livello mondiale, pari a circa l’80% di tutti i venti milioni di morti per Aids; il 90% degli orfani a causa dell’Aids risiedono infatti in quella regione. E l’Africa subsahariana, così come le altre zone svantaggiate, definiamole così, non ha potuto e non può far ricorso ai farmaci a causa del loro alto costo. Ora, questo è stato oggetto di una grossa battaglia all’interno del Wto, che si è conclusa con un parziale successo: i paesi poveri potranno produrre in proprio, senza pagare royalties, i farmaci necessari alla sopravvivenza, e potranno anche esportarli in paesi altrettanto poveri, che però non possiedono un livello tecnologico tale da permettere loro di fare altrettanto. Tuttavia le industrie farmaceutiche tendono ad interpretare questo accordo in termini molto restrittivi, per esempio affermando che si riferisce soltanto ai farmaci che servono per curare le tre malattie indicate in un precedente accordo di qualche anno fa, cioè l’Aids, la malaria e la tubercolosi. Il resto dei farmaci non sono, secondo il Wto, soggetti a questo accordo. Ora io non voglio affermare che per le industrie farmaceutiche il problema non esista: la scoperta di un farmaco oggi richiede almeno dieci anni di lavoro di ricerca, con investimenti di centinaia di miliardi di dollari, e con una percentuale di successi che si aggira intorno al 3-4%. Vale a dire che il 96% delle ricerche che vengono avviate solitamente non portano a nulla. Quindi è ragionevole pensare che un’azienda che investe i suoi capitali in una ricerca voglia un ritorno in denaro per far contenti i suoi azionisti. E tuttavia ci si deve porre anche il problema della distribuzione di questi farmaci ai paesi poveri, che non sono assolutamente in grado di affrontarne il costo, non soltanto a livello individuale, personale, ma anche a livello statale. Ecco, credo che chiedersi quale può essere la soluzione di questo problema abbia molto a che fare con la questione dei diritti umani e dei diritti di cittadinanza.
D’altra parte esistono altri dati che illustrano la portata del problema. Per esempio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità richiama costantemente l’attenzione sul fatto che il 90% degli investimenti in ricerca biomedica nel mondo sono destinati a problemi sanitari che riguardano solo il 10% della popolazione mondiale. E lascio a voi la libertà di interpretare qual è questo 10%. Viceversa, per i problemi sanitari che colpiscono il 90% della popolazione mondiale gli investimenti ammontano soltanto al 10%. E che la ricerca biomedica sia al centro di interessi, di contraddizioni, di lotte ce lo conferma il fatto che le riviste mediche più importanti oggi richiedono ai ricercatori che mandano i loro lavori per la pubblicazione, l’esplicita dichiarazione dei loro conflitti di interesse, ad esempio l’eventuale possesso di azioni della società produttrice del farmaco di cui illustrano l’efficacia nel loro articolo. Ma, se si è arrivati a questo, significa che intrecci di interessi esistono e costituiscono un problema di non facile soluzione.
Allora mentre noi rivendichiamo come vitale l’autonomia del mondo della ricerca, tuttavia non possiamo non nasconderci che esistono altri interessi: la ricerca non è più -ammesso che lo sia mai stata- un’attività disconnessa dagli interessi che attraversano le società sviluppate. Quindi, se da una parte è giusto rivendicare per la ricerca degli spazi di libertà, dall’altra è vero che questi spazi non possono non essere condizionati, poiché esiste, da parte della società, l’interesse a mettere dei paletti, a condizionare l’attività di ricerca indirizzandola secondo alcuni profili e obiettivi.
Come si risolve questo problema? Ecco, io credo che non esista, come nella maggior parte delle questioni che riguardano gli umani, una soluzione data una volta per tutte; sono problemi la cui soluzione è “sulla linea di orizzonte”, su quella linea, cioè, che continuamente sfugge, se si va un po’ più in alto finisce in cielo, se si va un po’ più in basso finisce in mare; ed è una linea che, appunto perché sfuggente, va continuamente ridefinita e ricontrattata.
Penso che proprio in questo consista il compito di un arbitro che non può essere altro che di natura pubblica, politica, proprio perché è il problema stesso a essere politico. Tuttavia io non credo che questo sia sufficiente; c’è bisogno di qualcosa di più, di un nuovo patto tra i vari pezzi della società per raggiungere degli obiettivi di interesse comune. E credo che esistano anche dei segni positivi in questa direzione, anche se per ora sono pochi; ad esempio è ormai un dato acquisito che ai convegni in cui si discute sullo stato della ricerca sull’Aids partecipino a pieno titolo le organizzazioni dei pazienti e le organizzazioni non governative che li assistono, in un dibattito che, oltre a sollecitare i governi a erogare maggiori risorse per la ricerca, ha anche
Roberto Fasoli
Temo sia impossibile parlare di cittadinanza senza considerare il lavoro come una forma di prerequisito, una specie di condizione necessaria seppur non sufficiente. Un lavoro, quindi, inteso come diritto e come componente importante, anche se non esclusiva, dell’identità degli uomini e delle donne; un lavoro che, nella sua crescente multiformità oggettiva e soggettiva, ci obbliga a riflessioni nuove e antiche. Antiche nostro malgrado, perché ci troviamo a dover ribadire diritti che credevamo acquisiti e che invece ora non lo sono più. Ma anche riflessioni nuove per cogliere situazioni e problemi fino a ieri sconosciuti o ritenuti marginali, di fronte ai quali è pericolosissimo porsi con un occhio nostalgico o semplicemente conservatore.
A questo proposito vorrei fare alcune osservazioni. Noi tutti dobbiamo essere consapevoli che i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro -non solo nel nostro paese ma in tutto l’Occidente sviluppato- sono il frutto di un innegabile, progressivo esaurimento del modello fordista-taylorista. Sono cambiamenti importanti che ci presentano scenari inediti e che, ripeto, non è possibile affrontare con un atteggiamento conservatore o nostalgico, ma che -e su questo voglio essere molto chiaro- non devono comportare alcuna accondiscendenza verso chi pensa che per risolvere i problemi sia necessario lasciare spazio ad una regolazione spontanea del mercato, che la concorrenza e il mercato alla fine regoleranno tutto. E’ esattamente vero l’opposto. Come ben sappiamo, non c’è niente di più artificiale del mercato. Quindi, senza alcuna nostalgia statalista o burocratica, dobbiamo porci nella prospettiva della costruzione di un nuovo sistema incentrato -ed è il tema della nostra discussione odierna- sulla conoscenza, sull’apprendimento, sull’innovazione, sulla qualità, su nuove relazioni tra le parti e tra le parti e le istituzioni, sulla capacità di dare risposte efficaci ai nuovi problemi dello sviluppo e della competizione coniugando, come si fa in Europa (però non in Italia), flessibilità e sicurezza. Si tratta di impegnarci in una ricerca capace di produrre effetti benefici non solo per le imprese ma anche per i lavoratori, e non solo per quanto riguarda l’occupazione e il mercato del lavoro ma anche, più in generale, per la qualità della vita personale e collettiva e, infine, per i modelli di produzione e di servizio. E con conseguenze che io ritengo interessanti, e in qualche modo ineludibili, anche rispetto al tema dell’ambiente e delle risorse naturali.
Quindi, quando noi parliamo di lavoro non dobbiamo farci trarre in inganno da chi vuole discutere solo di flessibilità sì/flessibilità no. Considero questa questione assolutamente fuorviante. Il problema è quale tipo di protezione per la flessibilità, quale rapporto tra tempi di lavoro e tempi di vita (la qual cosa ci rimanda all’idea della socialità), quale rapporto tra autonomia e subordinazione nel lavoro (e i confini tra questi due elementi oggi, lo sappiamo, sono sempre più mobili) noi siamo in grado di immaginare e, infine, quale rapporto tra individuo e collettività siamo in grado di prefigurare per dare un senso ad un’idea di socialità. Ecco, allora, che le risposte oggi maggiormente in voga, di stampo neoliberista, mostrano tutta la loro pochezza perché la cosiddetta “via bassa allo sviluppo”, incentrata sulla competizione a livello dei costi, sulla precarizzazione e deregolazione dei rapporti, oltre a produrre guasti sociali gravissimi, propone culturalmente un modello fondato sull’egoismo sociale, su un individuo inteso come atomo a sé stante e non come persona al centro di un sistema di relazioni.
Al contrario, coniugare termini come sapere, lavoro, cittadinanza, sicurezza sociale, significa prefigurare una nuova rete di relazioni, in grado non solo di criticare ma anche di proporre in positivo qualcosa di profondamente diverso.
Su questo tema anche il dibattito europeo si sta sviluppando in modo sempre più acuto e penetrante. E penso non solo alle riflessioni fatte dal professor D’Antona, ma anche a quelle di Umberto Romagnoli; oppure allo stesso “Rapporto Supiot” (il Rapporto della Commissione Europea sul futuro del lavoro, redatto da un pool di studiosi dei diversi paesi europei e coordinato da Alain Supiot, il famoso giurista francese) ora disponibile in italiano da Carocci col titolo Il futuro del lavoro. In particolare da questo rapporto emerge che, all’interno di una concezione del lavoro così profondamente cambiata, i diritti del lavoro dovranno intendersi sempre più come diritti di cittadinanza universale, e non legati occasionalmente alla condizione di “professionalmente occupato” o “non occupato”, quindi con logiche che sono proprio in rotta di collisione con quelle che ci propone il nostro governo.
Purtroppo, però, non esiste un codice dei diritti di cittadinanza così come ne esiste uno per i diritti del lavoro, perciò l’idea di cittadinanza non è univoca. Per noi è evidente che debba comprendere anche i diritti del lavoro. Non solo, ma una cittadinanza consapevole richiede il possesso di quello che viene definito dai sociologi “capitale sociale e relazionale”; volendo usare il modello degli assi cartesiani illustrato da Pierre Bordieau risulta che le persone sono il combinato del capitale economico e del capitale sociale-relazionale che possiedono, dove, spesso, ad essere determinante, è proprio il secondo. D’altra parte dalle statistiche sul welfare emerge con evidenza: il tasso di mortalità infantile nel primo anno di vita, la speranza di vita delle persone, la possibilità di usufruire dello stato sociale, sono elementi tutti strettamente connessi con il livello di istruzione. Quindi, anche sotto questo profilo, saperi e cittadinanza sono strettamente in relazione. Ne deriva quindi che dal tipo di investimento in conoscenze, saperi, intelligenza, ovvero in quella che gli inglesi chiamano knowledge economy, dipende non solo la qualità della produzione ma la qualità della stessa vita sociale. Del resto, anche nell’intervista che Una Città ha fatto all’assessore Bastico, emerge in maniera molto chiara che l’ottimo livello di qualità della vita esistente oggi in Emilia Romagna (che colloca questa regione ai primi posti nelle statistiche europee) è frutto di una storia antica di investimenti nel campo dell’istruzione e della formazione.
Ho ben presente, però, che abbiamo dovuto combattere per anni, anche all’interno della sinistra, il carattere meccanicistico con il quale i termini “sapere” e “lavoro” venivano coniugati. C’era nella sinistra e nel sindacato l’idea che dovesse essere l’impresa a dettare i termini e i tempi, a decidere le proprie esigenze e il conseguente catalogo delle opzioni; la scuola era subordinata a questo tipo di impostazione.
Ecco, mi pare che su questo terreno qualche successo l’abbiamo ottenuto; siamo perfino riusciti, nell’Accordo per il Lavoro del 24 settembre ‘96, a far sì che il tema della formazione diventasse il primo. Ve ne leggo alcune frasi perché mi sembrano importanti: “La qualità del sistema di istruzione e formazione è la leva fondamentale per la competitività attuale e futura e per costruire un modello sociale equilibrato, fondato sull’attuazione del pieno diritto di cittadinanza”. L’accordo prosegue poi affermando la necessità di interventi strutturali, di innalzare complessivamente il livello di scolarità, di dare continuità di accesso alla formazione per tutto l’arco della vita, di evitare la dispersione delle risorse umane, al fine di evitare la frattura tra lavoro e sistema formativo, che rischia di avere gravi ricadute negative sul nostro sistema sociale e produttivo. E’ la prima volta che in un accordo ufficiale con il governo si è affermata una tesi del genere. Un bel passo avanti! Chi ricorda ancora i dodici punti del documento dell’Eur, ricorderà che la scuola e la formazione figuravano all’ultimo posto. Ora mi sembra che la subordinazione meccanicistica dei saperi al lavoro sia stata, per così dire, debellata. C’è anche il rischio di peccare per eccesso, perdendo di vista il legame insopprimibile fra sapere e lavoro. E allora io vorrei ricordare che la riforma Berlinguer, troppo spesso sottovalutata dal mondo progressista, proponeva un sistema integrato di formazione in grado di superare la tradizionale gerarchia che vuole al vertice sempre il liceo classico e solo ultima la formazione professionale, cercando di articolare lavoro e formazione in modo tale da rendere impossibile, in futuro, un lavoro senza formazione e una formazione senza lavoro. In questo modo la riforma Berlinguer attribuiva un fondamento preciso all’idea di cittadinanza consapevole: non c’è un sapere astratto destinato alle classi colte e un sapere cosiddetto popolare destinato alla manualità. Così come non c’è lavoro senza sapere e sapere senza lavoro. Purtroppo, come tutti sappiamo, il progetto riformatore è stato soffocato nella culla e si sono prodotte leggi sul lavoro e sulla scuola che hanno un’impostazione radicalmente contraria a quel progetto.
Non per questo la discussione finisce, anzi. I diritti del lavoro, in quanto diritti universali, non possono diventare -come si diceva una volta, ma mai è stato tanto vero come oggi- prerogative di classe. Oggi infatti, le variabili del reddito, del livello di istruzione, della zona di provenienza, quindi delle condizioni economiche e culturali della famiglia di origine, purtroppo tornano ad essere decisive sia per la scelta della scuola che per quella del lavoro.
Quindi dobbiamo andare avanti con fantasia, con capacità di previsione, recuperando -e lo dico con un po’ di tristezza- l’idea di cambiare rimanendo fedeli a se stessi, mantenendo radici salde ma contemporaneamente spostandosi su terreni nuovi. Su questioni quali il lavoro, la cittadinanza, il welfare, un atteggiamento conservatore non ci porta da nessuna parte, anzi ci impedisce di dialogare con le nuove realtà con cui siamo costretti a fare i conti. Ed è solo eludendo questo pericolo che potremo evitare di cadere in quella prospettiva che efficacemente descriveva ormai più di venticinque anni fa Bruno Manghi quando metteva in guardia il sindacato dal rischio di “declinare crescendo”, di crescere numericamente e organizzativamente ma contemporaneamente di veder declinare il proprio ruolo sociale e contrattuale. Lavoro, conoscenza, cittadinanza, volendo usare un termine imprenditoriale, sono il core business stesso del sindacato, sono nella sua natura. La parola sindacato significa proprio “insieme” e “giustizia”, quindi portiamo iscritti nel nostro dna i temi della socialità, della soluzione collettiva dei problemi, della persona contrapposta all’individualismo esasperato. Credo che su questo terreno ci stiamo giocando il futuro, soprattutto se sapremo alimentare il dibattito con iniziative, magari anche decentrate, in cui persone con storie diverse possano mettersi alla prova. Bisogna evitare, di fronte ai problemi, di reagire inseguendo una totale rigenerazione o, viceversa, abbandonandosi alla comoda deriva della protesta. Io credo invece che abbiamo il compito di mantenere saldi i nostri principi e di continuare a pensare che ogni cambiamento, per quanto piccolo, produce a ruota la possibilità che ce ne siano altri.
Marco Rossi Doria
Noi di Chance abbiamo un problema: accogliamo i ragazzi, riusciamo faticosamente a fargli ottenere la terza media, offriamo loro anche un orientamento e una formazione di due anni, dopodiché però il mercato del lavoro per loro è chiuso. Gli artigiani o la Confindustria campana, contattati più volte, sono tanto bravi però poi non li prendono. Né ci consta che il sindacato sia particolarmente interessato a noi. Per cui si sta verificando un moto spontaneo di giovani meridionali, maschi e femmine (a differenza che in passato, quando a muoversi erano solo gli uomini) verso il centro e il nord di questo Paese. I dati a nostra disposizione, sia in uscita che in entrata, ce lo confermano: è ripresa l’emigrazione interna. Di conseguenza stiamo iniziando a fare accordi con molte città, Reggio Emilia, Verona, Parma, Rimini, Trento, Rovereto, ecc., perché pensiamo che, a differenza che negli anni ‘50 e ‘60, vada pensata una emigrazione di cittadinanza, una emigrazione formativa, orientativa, che abbia alla base una parola d’ordine “il primo lavoro deve essere legale”. Penso che anche la Cgil dovrebbe sostenere politicamente questo tentativo, anzi lanciarlo quasi come parola d’ordine: il primo lavoro dei ragazzi meridionali, la loro prima prova lavorativa deve essere legale.
E’ un lavoro che quotidianamente già cerchiamo di portare avanti con gli enti locali della nostra regione, anche se francamente ci scontriamo ogni giorno con una cultura rigida, statalista, portatrice dell’idea di un “lavoro per tutta la vita”, che quindi fa fatica a ragionare sulla vita reale della gente.
Per questo mi sembra assolutamente importante parlare delle buone pratiche che in questi anni hanno attraversato la scuola italiana, che per altri versi, diciamolo apertamente, è veramente un luogo disastroso dove centinaia di migliaia di ragazzi stanno ore e ore con poco contenimento e poco apprendimento.
Qui ogni volta si apre la discussione “da bar” sul fatto che nella scuola italiana ci sono degli ottimi insegnanti. Io lo credo, ma in quali condizioni umane questi ottimi insegnanti riescono a restare tali? Inoltre va tenuto presente che quella italiana è una realtà scolastica molto variegata e differenziata al suo interno, e questi ottimi insegnanti, che lavorano in gruppo, con professionalità e motivazione, si trovano soprattutto nella scuola elementare e, in parte, nella scuola media. Ma quando si oltrepassa questa soglia la situazione diventa davvero difficile. La quantità di ore spese a non far nulla, con un drop out virtuale costituito da ragazzi che bivaccano nei cessi, nei corridoi è impressionante. E la noia dei ragazzi si coniuga con quella degli insegnati; è una cosa che tutte le famiglie con figli in età scolare hanno toccato con mano, con disperazione o, al contrario, ringraziando quell’adulto significativo, quando capita, che è riuscito a essere importante per il proprio figlio.
Ecco, io partirei da questo, ma anche, per essere un po’ più ottimista, dalle pratiche che invece sono significative, importanti e funzionano. La prima cosa che funziona è una scuola dell’infanzia che abbia una funzione di mediazione culturale, in generale ma soprattutto nei quartieri difficili; una funzione educativa e pedagogica con le famiglie e soprattutto con le mamme giovani. Una scuola che si concentri esattamente sul contrario di quello che ci dice in questo momento la Moratti, cioè non nella pre-scrittura ma sull’alfabetizzazione immaginaria, creativa, sul corpo, sulla psicomotricità, sui riti, sulle procedure ripetute, sulla narrazione. Anche perché intorno a questo c’è una grande tradizione italiana, che non è costituita solo dall’esperienza di Reggio Emilia ma è diffusa un po’ dappertutto. Ecco, penso che su questo modulo abbiamo una buona base.
Il secondo spezzone è la scuola elementare. Io qui mi assumo il rischio di affermare che nell’età della latenza è necessaria una scuola elementare rigorosa, anche nozionistica, ma con un nozionismo intelligente, basato sulla sperimentazione, per fare il pieno di conoscenze di base a livello antropologico, storico, geografico, per apprendere una seconda lingua; una scuola ritualizzata e, soprattutto (in continuità con la scuola per l’infanzia), fondata su una relazione educativa fortemente assistita, in cui i gruppi docenti siano sostenuti nella loro funzione, soprattutto rispetto alle modalità di comportamento attuali delle famiglie e dei bambini. Insomma penso che la responsabilità tutoriale nei confronti degli alunni non vada buttata via solo perché lo afferma la Moratti. Anzi, credo che vada assolutamente evitata la scissione da lei operata tra il “cosa” e il “come” dell’apprendimento, perché ciò che ha sempre toccato tutti i ragazzini è che la persona che ti insegna le cose è proprio “quella persona”, e non un’altra. Quindi non una scuola elementare “leggera”, non una scuola elementare senza il rito di passaggio alla fine, come è nella proposta Moratti, ma una scuola rigorosa. Anche perché, paradossalmente, nell’età della latenza la questione delle discipline, dell’accumulazione primitiva dei saperi minimi atti alla cittadinanza è fondamentale, anche e soprattutto nelle zone a rischio. I ragazzini che arrivano a Chance perché si sono ribellati alla scuola media o perché è scoppiata la crisi familiare o quella emozionale della loro adolescenza, riusciamo a riagganciarli, sia pure con molta fatica, solo se hanno alle spalle una scuola elementare abbastanza buona.
Rispetto invece alla scuola media, bisogna essere d’accordo con l’estensione degli istituti comprensivi, che costituiscono un luogo dove le persone che si occupano di pre-adolescenza possono finalmente iniziare a discorrere con gli insegnanti del modulo precedente, cercando così di superare quello scaricabarile del darsi la colpa reciprocamente: “Voi non li sapete prendere”, “No, siete voi che non gli avete insegnato niente” e così via. Certo, sto banalizzando, ma sono convinto che occorrerà una lunga stagione, anche cinque o dieci anni, per riuscire a far discutere insieme queste persone. Ritengo quella degli istituti comprensivi una buona pratica, sia pure ancora molto in nuce. Comunque i primi monitoraggi ci mostrano che esistono esperienze promettenti, piccole realtà dove gli insegnanti di scuola media e quelli di scuola elementare discutono assieme in maniera positiva per realizzare un accompagnamento efficace degli alunni da un modulo all’altro.
Dopo la scuola di base, io penso che bisogna passare decisamente a un approccio più rivoluzionario, mettendo al centro del discorso l’apprendimento e non la scuola. E questo non riguarda solo i ragazzini che abbandonano la scuola ma la società intera, fino ad arrivare a coinvolgere il nostro modello di città. Il che, in concreto, significa che bisogna muoversi in direzione di un apprendimento diffuso, e nello stesso tempo guidato, fondato sul concetto di guidance (nella lingua inglese è una via di mezzo tra tutor, mentore e orientatore), e basato sulla buona pratica dello stage, inteso come luogo di apprendimento. Ci sono varie esperienze italiane in questo senso: il liceo Ariosto di Ferrara, ma anche in Sicilia, nel Trentino, in Piemonte. Lo stage, per ragazzi che hanno dai quindici ai diciotto anni, costituisce un’opportunità formidabile per calarsi in situazioni inedite e apprendere così come funziona il mondo, per fare un’esperienza nuova da elaborare al ritorno. Un’altra buona pratica che nella scuola sta funzionando è costituita dall’attribuzione di responsabilità agli alunni; noi dobbiamo dare loro in gestione gli spazi scolastici, ovviamente con delle procedure e, soprattutto, con un pensiero educativo sottostante. Chi è il responsabile dei computer, chi è il responsabile delle pareti sporche o pulite, chi quello della carta igienica nei cessi o del campo sportivo? Quando questo funziona in una scuola il clima è già cambiato.
Un’altra cosa fondamentale è poter fare esperienze manuali, sportive, ecc., che coinvolgano insieme la mente, le mani e il corpo. Questo è un elemento che era presente anche nel primo draft della proposta Berlinguer, ma che poi è stato rapidamente accantonato. Invece io continuo a pensare che in ogni tipo di scuola, compresi i licei, debbano esistere dei laboratori operativi, una falegnameria o un’officina dove si aggiustano i motorini della scuola, o cose del genere. Vale a dire che in tutte le scuole ci deve essere una sponda operativa e possibilmente anche produttiva, come succede in un’istituto agrario del Trentino che produce buona grappa e buon vino. Sono tentativi di stare nel mondo vero che, seppur ancora protetti, costituiscono delle buone pratiche diffuse da anni in Italia.
Un’altra questione è rappresentata dalla trasmissione del sapere. Oggi abbiamo ancora docenti che, tranne poche eccezioni, trasmettono in maniera frontale la loro materia. Ma cominciano ad esserci eccezioni, anche nei licei. Ad esempio esistono esperienze di gruppi di traduzione dal greco e dal latino strutturati come workshop e basati su tecniche precise di traduzione, con un elemento artigianale anche rispetto alla questione epistemologica fondamentale della traduzione. Però, a parte questi punti d’eccellenza, e sono anch’essi delle buone pratiche, c’è soprattutto negli istituti tecnici e professionali una buona pratica abbastanza diffusa: i laboratori fondati su quesiti pertinenti, sul problem solving. Ne è un esempio un istituto professionale di Rovereto, che in questo momento ha il 25% di ragazzi immigrati, soprattutto dal Maghreb, ma non solo; questa scuola ha preso un aereo in disuso del 1942 e si è data l’obiettivo di aggiustarlo e farlo volare, riproducendolo tale e quale, e su questo ha impostato tutto il prossimo biennio, coinvolgendo conoscenze teoriche, estetiche, storiche e quant’altro. Ecco, a me pare che questo approccio non fasullamente multidisciplinare ma realizzato intorno ad un prodotto visibile alla comunità, capace di creare eccitamento, passione, anche nei docenti oltre che negli alunni, sia una buona pratica di fondamentale rilevanza.
Un’altra pratica di grande importanza (e che in altri paesi, ad esempio in Francia, ha una lunga tradizione, ma che inizia ad esser presa in considerazione anche da noi) è quella dello spaesamento, in altri ambienti urbani, in altre città, in altri paesi del mondo, ma anche con altri ragazzi, con altri amici. Quindi non una semplice gita scolastica ma un incontro vero con altre persone e situazioni, attraverso magari la pratica della reciproca ospitalità per cui si va a stare in una famiglia, in Inghilterra o in Germania, che poi a sua volta verrà ospite a casa nostra. E poi lo spaesamento nella natura, in montagna, al mare, facendo attività concrete, cioè costruendo delle cose, imparando ad andare in barca a vela o a scalare una montagna. Una pratica che con gradualità parta dalla scuola elementare e vada ampliandosi via via.
A questo punto mi pare che la scuola possa diventare un luogo di rielaborazione. E questo è un nodo fondamentale nella nostra società perché la scuola rimane l’unico posto, all’infuori della famiglia, dove le generazioni si incontrano. Ma, attenzione, se non si crea un campo comune, l’incontro rimane fasullo.
Dobbiamo basarci sulle produzioni finite e sulla sistematizzazione delle competenze, anche dei lessici e dei codici scientifici, linguistici ecc. ecc., e su competenze di cittadinanza indispensabili.
Come conclusione pongo il quesito di fondo: come generalizzare queste buone pratiche? Ecco, io non credo che vadano generalizzate per forza, imponendole dall’alto ai docenti. Penso sia stato proprio questo l’errore della sinistra al governo. Penso invece a un altro modello, che è quello della vecchia scuola, centrata su gruppi di docenti che, adeguatamente sostenuti, anche a livello economico, dal territorio e dagli enti, volontariamente si davano il compito di aiutare i ragazzi a prendere possesso in maniera nuova della conoscenza. In questo modo riusciremo finalmente a uscire dalla trappola in cui la sinistra è caduta, quella di intervenire dall’alto dividendo gli insegnanti in buoni e cattivi. Anche perché ogni volta che i cosiddetti cattivi vengono messi in condizione di essere sostenuti, di parlare, di essere ascoltati, alla fine diventano un po’ meno cattivi, sia pure con difficoltà e non tutti alla stessa maniera, ma dimostrando che comunque un cammino anche loro sono in grado di farlo. L’importante è che ci sia un polo di attrazione di buone pratiche diffuse, sostenute in maniera straordinaria. Mi pare che sia questa l’unica strada decorosa per poter valorizzare le cose buone che già ci sono.
Giovanni Sedioli
Io partirei da una serie di dati per cercare di capire la situazione in cui ci stiamo muovendo. Di solito, quando riflettiamo sul cattivo funzionamento della scuola attuale corriamo col pensiero all’alta percentuale di persone che non raggiungono il diploma di scuola media superiore, oggi attestata -a voler stare bassi- intorno al 20% (in realtà è più alta, ma così siamo sicuri di essere tutti d’accordo). Questo è un dato grave, ma secondo me ce n’è un altro altrettanto grave, che però non viene messo quasi mai sul piatto della bilancia: almeno il 50% di coloro che si iscrivono all’università (almeno col vecchio sistema, perché quello nuovo non è ancora a regime) non si laurea. Anche qui la percentuale è più alta, si parla addirittura del 70%, ma attestiamoci sul 50%, così nessuno può discutere. E’ una percentuale spaventosa, soprattutto perché quel 50% che non porta a termine il ciclo universitario non avrà poi alle spalle uno studio finalizzato che lo possa mettere in condizione di affacciarsi al mercato del lavoro con una competenza spendibile. Ne consegue quindi che i meccanismi di esclusione non agiscono solo su coloro che hanno studiato poco ma anche su quelli che, pur avendo studiato a lungo, non hanno un modo accertato per aggredire la loro prospettiva di vita. Allora credo che uno dei problemi fondamentali per il futuro sia proprio quello di non tenere divisi i linguaggi propri della cultura generale dai linguaggi della competenza specifica e del saper fare. Bisogna però mettersi d’accordo, dizionario alla mano, su cosa intendiamo per saper fare. Io do di questo termine una declinazione artigianale: il saper fare è la capacità di tradurre in un risultato il proprio bagaglio di conoscenze teoriche generali, sia in campo linguistico che scientifico; l’essere in grado, cioè, di raggiungere un risultato utilizzando delle tecnologie e dei saperi astratti. Bisogna quindi stare attenti a non confondere ciò che nello schema classico appartiene al concetto di mestiere con ciò che appartiene al concetto di professionalità. Sono due logiche diverse: dietro al mestiere c’è quella del lavoro bloccato; dietro la professionalità la logica della capacità dello sviluppo continuo della propria professionalità.
Questa confusione si ripropone spesso. Recentemente a un convegno a Bologna che riguardava l’applicazione della legge 53, a cui hanno partecipato la Regione e la Direzione regionale, i due termini sono stati usati come sinonimi. E finché uno fa una confusione astratta pazienza, ma lì si parlava proprio di qualcuno a cui, uscito dalla scuola, si insegna a stringere tubi e bulloni. Se il grado di confusione è così elevato le cose non potranno mai funzionare.
Allora, se vogliamo lavorare su questo saper fare e costruire questa giunzione tra i saperi, bisogna fare alcune scelte di base, con la consapevolezza che i dati del sapere non costituiscono semplicemente un patrimonio individuale, ma sono in grado, se ben gestiti, di produrre ricchezza per tutti, sia culturale che materiale. Inoltre, se dobbiamo lavorare sulla giunzione dei saperi complessivi dobbiamo decidere anche dove vogliamo posizionare la nostra attività. E questo, di nuovo, è un punto complesso del dibattito in atto, che riguarda ad esempio le associazioni imprenditoriali: in che modo supportare, a livello formativo, lo sviluppo economico nel futuro? Qualcuno, sottolineando la carenza di figure a bassa professionalità, chiede che venga incentivata una formazione professionale di questo tipo, che faccia leva sull’abbattimento dei costi di produzione per le imprese; qualcun altro invece -ed è tra questi che io mi colloco- pensa che bisogna lavorare sullo sviluppo delle alte tecnologie, perché solo così l’Italia potrà avere un futuro ragionevole. Non credo sia possibile uno sviluppo ulteriore della nostra competitività economica basandoci solo sui prodotti a basso costo e sulle tecnologie mature; se ce la vogliamo giocare dobbiamo farlo puntando sulla fascia alta. A questo proposito mi sembra molto significativa la frase di Prodi: “Cosa siamo diventati ricchi a fare se inseguiamo ancora l’abbattimento dei costi?”. Perché questo è il nodo della questione: noi dobbiamo lavorare affinché i giovani siano in grado di costruirsi la capacità di confrontarsi coi linguaggi alti, evoluti, di tipo tecnologico, e di assimilare la capacità di adeguarsi alla rapidità dei cambiamenti, sia dei linguaggi che delle strutture materiali e organizzative del lavoro. E dovremo lavorare per il mercato del lavoro del futuro, perché per quello attuale siamo già in ritardo.
E’ evidente che in un quadro del genere, che prevede la costruzione di un vasto sistema di garanzie per i giovani, sia di tipo culturale generale sia per un futuro lavorativo di alta qualità, la centralità del sistema scolastico formativo diventa fondamentale, e su questo noi cercheremo di fare la nostra parte. Ovviamente, a parole, tutti si dichiarano d’accordo con queste premesse, però poi bisogna dimostrarlo anche nei fatti, facendo le scelte e prendendo le decisioni giuste. Non si può pensare che la scuola, pur intesa come elemento fondante del sistema di garanzia per la formazione culturale generale e professionale delle persone, debba e possa fare tutto. Faccio un esempio che potrà sembrare banale ma è significativo: è uscito recentemente un decreto nel quale si stabilisce che dovranno essere le scuole a organizzare i corsi per prendere la patente per i motorini. Ecco, la logica di un decreto simile mi è incomprensibile, non capisco proprio cosa c’entrino le scuole con la patente, è un tentativo per renderle surrogatorie di tutti gli interventi possibili rivolti alla cittadinanza. Ma non è così che funziona il mondo; per la scuola bisogna invece individuare un ambito definito, con compiti specifici e precisi, che essa possa governare con continuità; non può fare interventi spot, una volta la patente per i motorini, l’altra l’uso del casco, l’altra ancora l’alimentazione corretta. Addirittura tali corsi dovranno essere finanziati con i fondi che erano stati messi a disposizione per le attività promosse dagli studenti. Un altro esempio: nelle venti ore che la scuola ha a disposizione per le attività extra curriculari sono state incluse otto ore di educazione alla convivenza, come se la scuola abitualmente di queste cose non si occupasse.
Questo è attualmente l’indice del livello di fiducia verso la scuola da parte delle nostre istituzioni!
Inoltre mi sembra importante riflettere su un altro nodo fondamentale: dobbiamo smettere di pensare a un sistema formativo rivolto esclusivamente ai giovani; le garanzie di cultura e di professionalità devono essere fornite lungo tutto l’arco della vita, non si devono esaurire con l’obbligo scolastico, che, per carità, resta sacrosanto; l’impegno civile per la formazione e l’arricchimento culturali non può fermarsi alla soglia dei diciotto anni, deve andare oltre.
Sotto questo profilo il valore legale del titolo di studio non è più sufficiente, perché riguarda competenze raggiunte a distanza di tempo troppo grande; è necessario fornire anche certificazioni di competenza intermedie. E anche questo riguarda il rapporto tra sistemi: la scuola non basta da sola, serve, come affiancamento, il sistema della formazione professionale su base regionale; i due sistemi si devono parlare non solo attraverso buone prassi di comunicazione ma anche attraverso l’attestazione rigorosa delle competenze raggiunte.
Ma cosa bisogna fare per ottenere un sistema di garanzie reali? La nuova legge sulla scuola della Regione Emilia Romagna è partita con una parola d’ordine: “non uno di meno”. E questo significa una scuola per tutti e per ciascuno, una scuola che non deve escludere nessuno. Però, attenzione, mentre rispetto alla prima parte della frase, “una scuola per tutti”, l’intervento, pur complesso, viene attuato; per la seconda parte, “una scuola per ciascuno”, ancora dobbiamo imparare ad articolare un’offerta in grado di sollecitare e dare soddisfazione alle aspettative dei singoli. E qui arriviamo ad un nodo molto complesso e dibattuto, affermato da tutti a livello astratto, ma poco realizzato nella pratica: lo sviluppo dell’autonomia nelle scuole. Perché sul piano di principio l’autonomia esiste, ma nel concreto, nella pratica quotidiana ancora no, anzi. Mi pare che tutto ciò che sta accadendo, al di là delle affermazioni di ministri e sottosegretari vari, vada proprio in controtendenza. A me sembra che la legge 53 definendo finalità diverse per i due sistemi scolastici, quello nazionale e quello regionale (la scuola dei licei e quella per le professioni), irrigidisca tutto il sistema, contraddicendo, fra l’altro, anche i principi generali portati avanti sul piano economico, dove si parla continuamente di lavoratori flessibili, adattabili, capaci di cambiare lavoro. Ma sarà mai possibile raggiungere un tale risultato irrigidendo lo schema formativo?
L’altra questione, figlia un po’ della precedente, è questa: nel sistema della formazione il canale fondamentale per la costruzione della professionalità è lo stage. Ora, ciò non è sbagliato in sé, le imprese possono infatti costituire una sponda, un utile punto di riferimento, e ci sono importanti sistemi europei, quello tedesco in particolare (anche se attualmente sta ripensando al suo sistema formativo), che hanno lavorato in questo senso. Il problema però è che in Italia manca proprio la sponda costituita dall’impresa. Perché l’impresa deve avere, non solo la vocazione a diventare soggetto formativo, cui affidare una parte del curriculum, e quindi dimostrare di possedere competenza tecnica e disponibilità, ma anche le dimensioni necessarie per poterlo fare. Un sistema economico come il nostro, composto di piccole e medie imprese, non può reggere questo impatto. Faccio un esempio: abbiamo contattato una delle più grosse realtà imprenditoriali di Bologna, un’azienda che costruisce macchine automatiche, con un migliaio di dipendenti, e con loro abbiamo progettato uno stage importante per i nostri studenti, non di quelli che si va là una settimana e poi si viene via, e che alla fine non contano tanto, ma uno stage dai contorni formativi ben definiti, in cui fosse chiaro cosa andassero a fare gli studenti, e che alla fine rappresentasse un pezzo importante del curriculum. Ebbene, l’azienda ha fatto una mano di conti, e ha detto: “A queste condizioni, possiamo prendere tre stagisti all’anno”. Ora, solo all’Aldini Valeriani gli studenti di quinta sono 180, e gli altri 177 dove li mando? Quindi è evidente che il sistema dello stage non può funzionare.
Allora io penso che sia necessario tornare a valorizzare le nostre tradizioni, quella che quando è nata l’Aldini-Valeriani si chiamava “scuola-officina”, con i laboratori dentro le scuole e l’impresa che va dentro la scuola a dare il suo contributo. In questo modo viene alleggerito il compito dell’impresa nella sua partecipazione alla formazione del curriculum dello studente e, nello stesso tempo, alla scuola rimane un compito di mediazione maggiore, che può offrire anche garanzie più solide.
Per concludere vorrei sollevare una questione. Molti, anche nella sinistra, attribuiscono una parte dei guai che stiamo vivendo alla modifica del Titolo V della Costituzione. Ora, può essere che l’intervento di modifica non sia stato attuato al meglio, però una riforma del sistema scolastico formativo era necessaria, perché non si può più governare tutto il sistema a livello centrale; un pezzo va governato dal centro e un pezzo a livello locale; e mi sembra che la legge della Regione Emilia Romagna sotto questo profilo vada nella direzione giusta. Rimane però aperto un quesito: in questo processo, in cui sono presenti soggetti formativi, cioè le scuole, che dipendono direttamente dallo Stato centrale, altri soggetti che invece dipendono dalle Regioni, e infine soggetti in cui Stato e Regioni interagiscono, ed è la cosiddetta fascia della legislazione concorrente, come devono operare i singoli enti? Io credo che la soluzione stia nel sollecitare gli enti locali ad assumersi la responsabilità della mediazione fra tutti questi soggetti, perché sono loro i deputati alla gestione del sistema di relazioni sul territorio.
Senza questo impegno da parte degli enti locali, legge 53 o riforma Berlinguer che sia, il sistema non potrà mai funzionare. La Regione Emilia Romagna con la sua legge ha fatto un buon pezzo di strada, ma ne resta ancora tanta da fare, e questa strada deve vedere protagonisti gli enti locali.
Luciano Casmiro
Da un paio di anni dirigo il Cercal, un centro di ricerca e servizi del settore calzaturiero, che ha al suo interno una scuola internazionale, insediato a San Mauro, un distretto calzaturiero di punta del made in Italy, caratterizzato da un prodotto di altissima qualità.
Il distretto industriale è una peculiarità dello sviluppo industriale italiano; un microcosmo dove possiamo trovare dei fattori che in realtà caratterizzano anche il resto del mondo industriale. Per capire allora cosa significhino cittadinanza e saperi occorre riflettere anche sul distretto, perché la sua realtà, molto “concentrata” mette in luce i problemi come nessun’altra. Innanzitutto cosa significa oggi essere cittadini? Siamo soltanto cittadini di un distretto, di una provincia, o siamo cittadini dello Stato italiano, cittadini europei o cittadini del mondo? La domanda è d’obbligo perché il fenomeno della globalizzazione ha mutato, e sta mutando sempre più, gli assetti e le regole del gioco, e con esso i saperi che vengono chiamati a diventarne parte. Ma devono diventarne parte con dignità, da protagonisti o marginalmente, come una zavorra trascinata da chi detiene le leve del comando?
Il distretto industriale, con i suoi prodotti di altissima qualità e i suoi lavoratori che tradizionalmente hanno capacità di altissimo profilo, storicamente nasce da un processo di accumulazione di sapere avvenuto, potremmo dire, dal basso, all’interno di una comunità che si identifica e si cementa intorno a una determinata prassi. In questo modo si verifica un’integrazione, coronata dal successo, tra sapere tacito e sapere esplicito, tra cultura bassa delle prassi produttive e cultura alta della tecnologia, ivi compresa l’idea dell’innovazione. L’unione di questi fattori produce anche la selezione del sapere mediante il processo, mediante il metodo della sperimentazione, della verifica dell’efficacia. Questo sapere tacito -lo sottolineo con grande forza- non è solo un fare, quanto piuttosto ciò che un grande studioso italiano ha definito il “capitale sociale originario” e che un altro grande studioso, Putnam, andando in giro per il nostro paese, ha scoperto essere all’origine dello sviluppo italiano. Lo sviluppo si è verificato, quindi, dove c’erano legami forti che producevano quell’affidabilità delle persone, quello spirito di emulazione positiva che consentiva di mantenere il rispetto anche in un regime di concorrenza a volte molto forte. Se in una determinata area c’è questa comunità di destino, che condivide, che cementa, significa anche, e questo è fondamentale, che il lavoratore sa di avere, all’interno di quella comunità, una dignità e un ruolo sociale. Non è solo un lavoratore e quindi è rispettato e ha rispetto per il lavoro che svolge.
Mi preme sottolineare quest’aspetto perché oggi invece, con l’innesto delle tecnologie, con la globalizzazione, con la verticalizzazione dei distretti, qualcosa di quest’assetto sta cambiando in maniera accelerata; si sta infrangendo quel quadro sopra descritto, dove il territorio ha gemmato la condizione fondamentale, cioè la produzione di un sapere che non fosse puro cognitivismo, ma da cui derivava anche il saper fare.
I giovani rifuggono dal lavoro perché non dà più identità e quindi non è più appetibile; ma questo inevitabilmente provoca gravi ripercussioni tanto sul sistema economico del distretto che sul futuro lavorativo dei giovani.
Se il lavoro offerto non sostanzia più l’identità del soggetto è evidente che occorrono ulteriori elementi incentivanti. E allora oggi, che siamo di fronte ai cosiddetti distretti allargati, talmente allargati da non esistere quasi più, dobbiamo interrogarci su quale sapere saremo in grado di offrire ai giovani lavoratori, perché restino forti quei presupposti che vanno a sostanziare il patto sociale. Non c’è dubbio che il lavoratore oggi deve essere capace di accedere a una capacità di multidimensionalità del pensiero, di interconnessione (qualcuno ne ha parlato come dell’arte di annodare, di stabilire i nodi) perché solo con questa impostazione mentale il giovane lavoratore riuscirà a restare incluso all’interno di un quadro che sta mutando.
A questo punto, però, occorre fare alcune riflessioni forti. La prima: bisogna rifuggire quella che io definisco la dimensione funzionalista dell’uomo lavoratore. Io per anni mi sono occupato di risorse umane e di selezione del personale per conto delle aziende e mi sono reso conto che nella valutazione della persona lavoratrice è difficile scindere il giudizio sul lavoratore dal giudizio sulla personalità dell’individuo. L’azienda invece tende ad esaltare al massimo la persona in ragione della funzione che svolge nel sistema organizzativo-produttivo: se sei al vertice della piramide vali tanto, se non lo sei oggi servi, sei utile, domani non si sa… Se ad esempio l’azienda stabilisce che oggi la sua funzione strategica è quella commerciale, pagherà il direttore commerciale più del direttore del personale, ma domani potrebbe cambiare. In questo modo la persona resta quasi sempre un’appendice del sistema tecnico-organizzativo e in base a ciò viene valutata. Ma l’individuo non riesce a scindere e penserà: “Se sono espulso, valgo poco”.
Allora, perché l’individuo non cada in questa trappola deve essere attrezzato, avere delle basi culturali personali, in senso civile, che solo un’istituzione al di fuori del sistema economico-produttivo gli può dare. E, si badi bene, per basi culturali non intendo semplicemente saper navigare in internet, questi sono strumenti per fare qualcos’altro, non finalità formative o culturali. I contenuti sono ben altra cosa.
In realtà le imprese, benché nei convegni dichiarino che è importante investire nella cultura e nella formazione degli uomini perché siamo nell’epoca dei knowledge workers, dei lavoratori della conoscenza, all’atto pratico non lo fanno. E non sono incentivate a farlo, lo sottolineo, perché dal momento che i saperi sono sempre più trasferibili, l’investimento sul training dei dipendenti diviene economicamente insostenibile. Vale a dire che il lavoratore per l’impresa non è ascrivibile a bilancio come un cespite, con un certificato di proprietà. Il lavoratore istruito, formato, o pretende di più o cambia azienda, e diventa più mobile, per cui l’azienda ha fatto un investimento di cui magari usufruirà qualcun altro. Nel distretto di San Mauro allora si innescano dei meccanismi di system potching, cioè di caccia, di furto di lavoratori da un’azienda all’altra, ma non si investe sulle persone. E questo non è un fenomeno limitato al distretto di San Mauro, anzi, è generalizzato; emerge anche dai dati: i numeri delle persone che usufruiscono di formazione sul lavoro sono molto bassi. Tant’è vero che i corsi per i lavoratori che facciamo al Cercal, come scuola internazionale e scuola di servizio al settore, sono su base volontaria e si tengono solo il sabato mattina; e le aziende li boicottano sistematicamente.
La riforma Moratti, dell’alternanza scuola-lavoro, ha fatto un cavallo di battaglia, ma questa in realtà non è praticabile per la dimensione media delle aziende dei distretti, per l’assenza di organizzazione, che non consente l’attuazione di percorsi ben strutturati, coerenti e finalizzati. Tra l’altro manca anche la cultura delle persone stesse, aldilà della volontà delle aziende. E tutto questo rappresenta un grosso problema. Io vedo ad esempio il laboratorio del distretto: le antiche procedure, quell’antico modulo che ha creato centri di eccellenza oggi non esistono più. Oggi la divulgazione e la riproduzione di quei saperi in forma nuova devono essere organizzate, con un intervento dall’esterno costruito in un certo modo; non possono più essere lasciate a quello spontaneismo che ha caratterizzato lo sviluppo dell’industria e delle professioni dal dopoguerra ad oggi.
A questo punto devo fare un appunto forte, vigoroso, al Fondo Sociale Europeo. E’ vero che nel 2006 questo ente scomparirà, però forse al suo posto ci sarà qualcos’altro. Ebbene, il Fondo Sociale Europeo è impostato su una concezione, su un modello di assetto organizzativo del lavoro che è ancora quello fordista, fondato sull’azienda di certe dimensioni, dove ci sono lavoratori che svolgono mansioni e ruoli similari o del tutto uguali, quindi con bisogni formativi del tutto simili. Non è più così. Le aziende poi hanno piccole dimensioni quindi impostare, ad esempio, la formazione con gruppi-aula risulta quasi impossibile.
Mentre, d’altro canto, dai colloqui con i giovani e meno giovani, mi pare di capire che c’è da parte dei lavoratori un interesse a sperimentarsi, a comporre il proprio progetto professionale a pezzi, come un puzzle. Ne consegue che la formazione non può essere sempre la stessa, uguale per tutti, perché le persone vogliono mettersi alla prova, apportando integrazioni al proprio sapere, magari su materie e argomenti che apparentemente, dal nostro punto di vista, possono sembrare lontane dall’ambito del lavoro, ma che, evidentemente, possiedono una loro logica. E allora se si richiede flessibilità, bisogna favorire la persona nel proprio investimento professionale. Certo, disciplinato, ci deve essere una logica, non è che un metalmeccanico può chiedere di farsi pagare un corso per fare l’enologo o il sommelier, però solo così si può impostare una formazione efficace per il lavoratore. E d’altronde io lo vedo: chi viene il sabato mattina, per un anno intero, magari pagando di tasca sua anche 2500 euro, è disposto a fare dei sacrifici. Ecco allora che le istituzioni possono favorire il famoso voucher, però fatto in maniera più snella, più agile, con un’offerta più qualificata e specializzata, e le persone vengono, perché ne ricevono un arricchimento. Su questo punto dobbiamo riflettere se vogliamo far decollare anche i cosiddetti fondi inter-professionali per la formazione inter-aziendale; altrimenti, come ho detto, le aziende non vi investiranno, poiché li giudicheranno inefficaci; diranno: “Questo a casa mia non si può fare, è inutile che me lo insegniate così”. Nella logica delle aziende si investe solo nella formazione che serve alla risoluzione dei problemi all’interno di quel singolo processo produttivo, che spesso non è riproducibile altrove. Questo tipo di formazione può dare senz’altro un valore aggiunto all’azienda ma certamente non dà una carta in più al lavoratore.
Piero Liberti
Agli inizi del 2003 abbiamo condotto una battaglia furibonda contro il governo in carica, in particolare contro il Ministro Moratti, che si apprestava a varare un nuovo progetto di riforma del Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’ente di ricerca più importante del paese. La nostra opposizione riguardava i contenuti della riforma, ma anche il metodo, perché la proposta di legge non era stata comunicata agli interessati, e questa non è soltanto una questione di buone maniere. Bisogna tenere presente che il Cnr aveva già subito una prima riforma nel 1999, e la stava attuando, pur con grande fatica e molti dolori, per cui ci sembrava quanto meno normale che da parte del nuovo governo ci venisse chiesto qualcosa in merito: a che punto eravamo, quali correzioni si potevano introdurre, o perlomeno che ci venisse spiegato il motivo della necessità di una nuova riforma a soli tre anni di distanza da quella precedente.
Ci siamo inoltre battuti su una questione di merito, perché ci è sembrato che il decreto del Ministro Moratti andasse a colpire in maniera pesante, drammatica, l’autonomia dell’Ente che, come tutti sanno, è protetto a livello costituzionale; la nostra Costituzione infatti afferma che la scienza e le arti sono attività libere, autonome e non condizionate. La battaglia è stata condotta con molto vigore, “senza se e senza ma”, ma non siamo riusciti a portare a casa alcun risultato. Pure, non siamo assolutamente pentiti della nostra lotta, è servita comunque a riflettere, e a capire meglio la questione.
E’ necessario affermare subito che la ricerca non è più un’attività di puro spirito; o meglio, lo è in quanto la creatività del singolo -che sia una persona o un gruppo di ricerca organizzato- resta un fattore fondamentale; tuttavia le nostre società sviluppate sono piene di conoscenza e di saperi; in particolare la crescita tumultuosa degli ultimi cinquant’anni è il frutto dell’attività di ricerca, al punto che non mi sembra esagerato affermare che lo stile di vita dei nostri nonni era forse più vicino a quello degli antichi romani di quanto non lo fosse al nostro. Mia madre stessa ricorda che nel ‘25 a Roma c’era una sola linea tramviaria. E quando, venticinque o trent’anni fa, dagli Stati Uniti dovevamo chiamare l’Italia -io a quell’epoca ho trascorso un periodo in quel Paese- dovevamo passare attraverso l’operatore, il cavo, ecc. Adesso io e mio figlio, che è a sua volta negli Stati Uniti, ci scambiamo email più volte a settimana. Questo semplicemente per dire quanto siano cambiate le nostre società in un arco di tempo relativamente breve, e quanto alla base di questo cambiamento ci sia il risultato di conoscenze acquisite e della loro applicazione.
Perciò è ormai assodato che la ricerca è un importante fattore di produzione, e quindi, se è vero, come tutti ripetono, che il nostro sistema produttivo e il nostro Paese in generale, sono in declino, questo va anche ricondotto al fatto che abbiamo un sistema di ricerca debole. Ma questo significa che l’Italia, non potendo più reggere la concorrenza sul piano dei costi perché ci sono paesi emergenti che sono in grado di produrre a costi ben minori, dovrà per forza rivolgersi, come alternativa, a produzioni high-tech, in quanto sopportano meglio la competizione.
Per illustrare meglio questo presupposto, mi sembra utile fornire qualche dato: i prodotti high-tech nel 1980 costituivano solo il 19% del commercio mondiale, alla fine degli anni ‘90 ne costituiscono circa il 31%, quindi una fetta molto consistente. Di questa fetta, gli Usa rappresentano il 18%, il Giappone il 9,3% e noi appena il 2,5%. Inoltre stiamo perdendo quote di esportazione anche nei settori in cui tradizionalmente siamo i leader mondiali, cioè quelli che vengono definiti maturi o a bassa tecnologia; ed essendo il nostro un paese di trasformazione perdere quote di esportazione diventa drammatico; ad esempio, secondo i dati, dal 1996 al 2000 abbiamo perso più di tre punti di quota di mercato (dal 15% siamo scesi all’11,9%) nelle esportazioni dei trentaquattro gruppi di prodotti che costituiscono il 40% del nostro export, e per i quali abbiamo una quota di mercato superiore al 10%. Ma, più semplicemente, noi siamo l’unico Paese dell’Europa continentale che tra il 1997 e il 2001 ha perso quote di mercato, l’1% soltanto nel 2002.
Quindi è indiscutibile che il nostro sistema produttivo mostri segni di cedimento. Ora si può discutere sulle cause e sui fattori che hanno determinato questo processo, però è innegabile che questa debolezza costituisca un segnale importante. Tutti sappiamo, e in questi mesi se n’è parlato tanto, che il nostro Paese investe in ricerca soltanto l’1% del suo Pil di fronte ad una media europea del 2% (con punte anche superiori; ad esempio la Finlandia investe oltre il 3%, la Svezia il 3%, il Regno Unito più del 2%; gli Usa invece investono circa il 2,7%). Se poi consideriamo il numero dei nostri ricercatori siamo intorno alla metà della media europea.
Si favoleggia di riuscire, entro il 2010, a far diventare l’Europa la società più competitiva, con un sistema basato sulla conoscenza, e un un investimento medio del 3% del Pil, ma questo nel nostro caso significherebbe passare entro il 2010 da sessantamila a centottantamila ricercatori, cioè una cifra assolutamente impraticabile, anche in termini economici. Se poi uno volesse capire dalla Finanziaria come faremo ad arrivare a un investimento in ricerca del 3% del Pil entro il 2010 -come sappiamo, le leggi finanziarie sono triennali, quindi in quella di quest’anno, che comprende 2004, 2005 e 2006, è già possibile vedere gli investimenti previsti per i prossimi anni- scoprirebbe che nel 2006 questo investimento sarà ancora fermo all’1%. E presumo che sarà del tutto improbabile riuscire a fare un salto in avanti di due punti nello spazio di soli quattro anni. Ma il dato ancora più preoccupante è rappresentato dallo squilibrio tra investimento pubblico e investimento privato: se quello pubblico si attesta intorno a questo 1% o poco più, quello privato si colloca addirittura intorno allo 0,54%; mentre in Germania, ad esempio, dove l’investimento pubblico è intorno allo 0,72%, quello privato è intorno all’1,80%. E così per altri paesi. Quindi altrove esiste una partecipazione privata che nel nostro Paese non c’è, e probabilmente non ci sarà neanche in futuro a causa di un dato strutturale: le nostre imprese sono quasi tutte di piccole o medie dimensioni, quindi strutturalmente incapaci di investire grandi capitali in ricerca, sia a causa dei costi sia per la loro organizzazione interna, a meno che questo investimento non venga in qualche modo organizzato. Infatti in Italia il 67% della forza lavoro è impiegato in aziende con meno di cinquanta dipendenti e solo il 16% in aziende con più di cinquemila dipendenti (mentre in Germania è il 56% e in Francia il 43%). Peraltro basta guardare alla Borsa: in quella italiana sono quotate 265 imprese, in quella tedesca 715 e in quella francese 737. Nel frattempo tutte le nostre grandi imprese non esistono più, così è per la chimica, dove è sparita la Montedison, così per l’aviazione, l’acciaio, ecc., e tutte quelle rimaste sono perlopiù gli ex monopoli pubblici, ora parzialmente o totalmente privatizzati; fra l’altro alcune analisi affermano che, proprio nel corso della privatizzazione, queste imprese dell’Iri, a cominciare da Telecom, Eni, ecc., hanno sostanzialmente smantellato i loro centri di ricerca. Quindi, non soltanto nel corso degli anni nel nostro Paese si è ridotto il numero delle grandi imprese, ma quelle che sono rimaste sono caratterizzate fondamentalmente da un’assenza di investimenti significativi; perciò è evidente che se l’Italia vuole affrontare questo problema, dovrà farlo operando soprattutto sul versante pubblico.
D’altronde, se la ricerca è un fattore di produzione, è evidente che è al centro di tutte le contraddizioni che attraversano il sistema produttivo. Faccio un esempio secondo me abbastanza indicativo: l’epidemia di Aids. Come sappiamo, è stato messo a punto un cocktail di farmaci, che non cura la malattia in sé, ma bloccando la replicazione del virus, ne arresta il progresso. Grazie a questo cocktail in Occidente la malattia è sotto controllo, in attesa di soluzioni più definitive. Questo naturalmente è stato il frutto di grandi investimenti in ricerca, frutto di cui però godono soltanto i paesi sviluppati. L’Africa subsahariana, da cui l’epidemia è partita, e che conta circa il 10% della popolazione mondiale, ha il 70% dei suoi abitanti infetto e ha finora pagato un tributo, a livello mondiale, pari a circa l’80% di tutti i venti milioni di morti per Aids; il 90% degli orfani a causa dell’Aids risiedono infatti in quella regione. E l’Africa subsahariana, così come le altre zone svantaggiate, definiamole così, non ha potuto e non può far ricorso ai farmaci a causa del loro alto costo. Ora, questo è stato oggetto di una grossa battaglia all’interno del Wto, che si è conclusa con un parziale successo: i paesi poveri potranno produrre in proprio, senza pagare royalties, i farmaci necessari alla sopravvivenza, e potranno anche esportarli in paesi altrettanto poveri, che però non possiedono un livello tecnologico tale da permettere loro di fare altrettanto. Tuttavia le industrie farmaceutiche tendono ad interpretare questo accordo in termini molto restrittivi, per esempio affermando che si riferisce soltanto ai farmaci che servono per curare le tre malattie indicate in un precedente accordo di qualche anno fa, cioè l’Aids, la malaria e la tubercolosi. Il resto dei farmaci non sono, secondo il Wto, soggetti a questo accordo. Ora io non voglio affermare che per le industrie farmaceutiche il problema non esista: la scoperta di un farmaco oggi richiede almeno dieci anni di lavoro di ricerca, con investimenti di centinaia di miliardi di dollari, e con una percentuale di successi che si aggira intorno al 3-4%. Vale a dire che il 96% delle ricerche che vengono avviate solitamente non portano a nulla. Quindi è ragionevole pensare che un’azienda che investe i suoi capitali in una ricerca voglia un ritorno in denaro per far contenti i suoi azionisti. E tuttavia ci si deve porre anche il problema della distribuzione di questi farmaci ai paesi poveri, che non sono assolutamente in grado di affrontarne il costo, non soltanto a livello individuale, personale, ma anche a livello statale. Ecco, credo che chiedersi quale può essere la soluzione di questo problema abbia molto a che fare con la questione dei diritti umani e dei diritti di cittadinanza.
D’altra parte esistono altri dati che illustrano la portata del problema. Per esempio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità richiama costantemente l’attenzione sul fatto che il 90% degli investimenti in ricerca biomedica nel mondo sono destinati a problemi sanitari che riguardano solo il 10% della popolazione mondiale. E lascio a voi la libertà di interpretare qual è questo 10%. Viceversa, per i problemi sanitari che colpiscono il 90% della popolazione mondiale gli investimenti ammontano soltanto al 10%. E che la ricerca biomedica sia al centro di interessi, di contraddizioni, di lotte ce lo conferma il fatto che le riviste mediche più importanti oggi richiedono ai ricercatori che mandano i loro lavori per la pubblicazione, l’esplicita dichiarazione dei loro conflitti di interesse, ad esempio l’eventuale possesso di azioni della società produttrice del farmaco di cui illustrano l’efficacia nel loro articolo. Ma, se si è arrivati a questo, significa che intrecci di interessi esistono e costituiscono un problema di non facile soluzione.
Allora mentre noi rivendichiamo come vitale l’autonomia del mondo della ricerca, tuttavia non possiamo non nasconderci che esistono altri interessi: la ricerca non è più -ammesso che lo sia mai stata- un’attività disconnessa dagli interessi che attraversano le società sviluppate. Quindi, se da una parte è giusto rivendicare per la ricerca degli spazi di libertà, dall’altra è vero che questi spazi non possono non essere condizionati, poiché esiste, da parte della società, l’interesse a mettere dei paletti, a condizionare l’attività di ricerca indirizzandola secondo alcuni profili e obiettivi.
Come si risolve questo problema? Ecco, io credo che non esista, come nella maggior parte delle questioni che riguardano gli umani, una soluzione data una volta per tutte; sono problemi la cui soluzione è “sulla linea di orizzonte”, su quella linea, cioè, che continuamente sfugge, se si va un po’ più in alto finisce in cielo, se si va un po’ più in basso finisce in mare; ed è una linea che, appunto perché sfuggente, va continuamente ridefinita e ricontrattata.
Penso che proprio in questo consista il compito di un arbitro che non può essere altro che di natura pubblica, politica, proprio perché è il problema stesso a essere politico. Tuttavia io non credo che questo sia sufficiente; c’è bisogno di qualcosa di più, di un nuovo patto tra i vari pezzi della società per raggiungere degli obiettivi di interesse comune. E credo che esistano anche dei segni positivi in questa direzione, anche se per ora sono pochi; ad esempio è ormai un dato acquisito che ai convegni in cui si discute sullo stato della ricerca sull’Aids partecipino a pieno titolo le organizzazioni dei pazienti e le organizzazioni non governative che li assistono, in un dibattito che, oltre a sollecitare i governi a erogare maggiori risorse per la ricerca, ha anche
archivio
Abbiamo tutti il doppio lavoro

Fare il sindaco in un comune valdese di montagna di 500 anime: il cruccio demografico, la difficoltà di attrarre giovani coppie, i servizi da calibrare quando d’estate arrivano i turisti, gli effetti dei tagli, l’integrazione con i pochi immigrati, la necessità di fare rete con gli altri comuni. Intervista a Patrizia Geymonat.

Il sabato dei bambini

Un’associazione che un giorno la settimana porta i figli delle detenute fuori dal carcere; l’importanza di cicli di conversazioni con le madri, perlopiù rom e analfabete, su argomenti specifici, l’igiene, l’alimentazione, la salute; la risorsa dell’affidamento
e la proposta di una nuova legge; intervista a Leda Colombini.

Le quattro P

Protesta, pressione, progetti, pratiche... Se la globalizzazione rischia di svuotare le democrazie nazionali, allontanando la politica dai cittadini, sta anche internazionalizzando i movimenti di lotta per riportare la politica fra i cittadini rendendoli protagonisti. Un intreccio orizzontale di reti, esperienze di buone pratiche, legami di solidarietà. I rischi di derive nazionalistiche, xenofobe e fondamentaliste. La necessità di riforme delle istituzioni internazionali. Intervista a Mario Pianta.

Creare delle possibilità

Un progetto nato per riportare a casa e a scuola i bambini brasiliani che vivono per strada attraverso tante attività, ma soprattutto cercando di conquistare la loro fiducia; il momento, cruciale, in cui il bambino invita l’educatore a casa; il problema, grave, della droga e i successi imprevisti. Intervista a Carlos Roberto Caldas.

L'alloggio sociale

Di fronte alla crescita del problema abitativo degli immigrati, ma anche di sempre più italiani, un gruppo di cittadini ha messo su una cooperativa che recupera alloggi in disuso o "sotto soglia”, sia pubblici che privati, e dopo averli ristrutturati li riassegna applicando canoni calmierati. Intervista a Sergio D’Agostini.

L'ospedale naga

La vergogna degli ultimi decreti e il dramma, per chi è venuto qui a lavorare, di essere visto come un criminale. A emigrare sono sempre i migliori, chi ha delle carte da giocare e gode di buona salute. Una nuova immigrazione fatta di donne istruite e con grandi capacità organizzative. Intervista a Stefano Dalla Valle.

La tv di strada

La storia di un’associazione, Anelli Mancanti, che vive quasi esclusivamente grazie alla generosità dei volontari e degli immigrati che da ‘utenti’ si trasformano presto in soggetti attivi, tenendo corsi e partecipando alle varie iniziative. L’esperienza della telestreet e quella di un torneo di calcio multiculturale nato al parco delle Cascine, con alcune squadre improvvisate... Intervista a Silvia, Marco, Giorgios, Costanza.

Quando compio 18 anni...

L’impegno di un’associazione per offrire una famiglia ai minori stranieri non accompagnati; i ragazzini afgani in affido, segnati
da eventi traumatici, ma con un grande desiderio di riscatto; l’assurdità di una legge che a 18 anni li rimanda nell’irregolarità; intervista a Emanuele, Susanna, Patrizia, Anna e Marika.

Vicino di banco

Un doposcuola per bambini extracomunitari e non, nato per caso quando, a una festa, un ragazzino ha chiesto di poter portare a casa gli avanzi; oggi tanti volontari insegnano l’italiano anche alle madri, e ragazzi ormai cresciuti restano a insegnare ai nuovi arrivati. Intervista a Morena Mezzalira e Marilisa Parlato.

Beni comuni

L’equivoco di far coincidere l’ideologia della decrescita con un periodo di crisi economica. La delusione di un terzo settore sempre meno fattore di cambiamento e il paradosso di una Banca Etica che investe in Borsa. La tradizione, dimenticata anche dai sindacati, del mutualismo. Intervista a Lorenzo Guadagnucci.

L'ospedale naga

La vergogna degli ultimi decreti e il dramma, per chi è venuto qui a lavorare, di essere visto come un criminale. A emigrare sono sempre i migliori, chi ha delle carte da giocare e gode di buona salute. Una nuova immigrazione fatta di donne istruite e con grandi capacità organizzative. Intervista a Stefano Dalla Valle.

Al caffé alzheimer

Un posto dove ritrovarsi, raccontare, scambiarsi consigli, che serve più ai parenti che ai malati; le prime avvisaglie della malattia, spesso non facili da decifrare; la dedizione di mariti, mogli e figli al loro caro che ormai non li riconosce più; la solitudine nell’affrontare una malattia terribile. Intervista a Roberta, Rita, Franco e Patrizia.

La piazza è mia

Gli anni della grande delusione seguiti a quel mandato di Orlando che tante speranze e aspettative aveva sollevato, e poi il ritorno alla fatica quotidiana, con i coetanei che vanno al nord e una classe dirigente totalmente inadeguata; l’importanza di ripartire dallo spazio pubblico. Intervista a Simone Lucido e Maurizio Giambalvo.

C'era la luce accesa

Fare il sindaco di un piccolo comune sardo che resiste alle profferte allettanti ma vergognose delle multinazionali dell’eolico e si tiene la gestione dell’acqua; tenere pulita la piazza andando finanche di persona a raccogliere cartacce; credere nell’indipendenza della Sardegna ma fare poi tante piccole cose... Intervista a Mario Satta.

La porto in giro
in bicicletta?!

in bicicletta?!
Una comunità di ragazzi "difficili”, con situazioni familiari disastrose ed esperienze di carcere minorile, molti immigrati, in cui si decide di far vacanza in bicicletta; i ragazzi, dopo essersi fatti da soli le biciclette sono partiti per un viaggio faticoso ma di cui, poi, andar orgogliosi; lo scarso fascino, purtroppo, della bicicletta. Intervista a Giovanni Torrani.

Metter da parte
per le disgrazie

per le disgrazie
Un’agenzia di assicuratori alternativa, che riscopre lo spirito mutualistico originario dell’assicurazione: persone che si associano e pagano un tot per i problemi che possono colpire una di loro. Contratti di sole due pagine, chiari, scritti in grande, di un anno, un’altra concezione del non assicurabile, un modo di operare fondato sul socio lavoratore e non sul lavoro a provvigione... Intervista a Gianni Fortunati.

Far sorridere
una signora

una signora
L’attività volontaria di un gruppo di donne, alcune che già hanno subito l’operazione e altre no, per fare prevenzione sul territorio e per dar conforto, e consigli, alle donne che stanno per essere operate di tumore al seno. Intervista alle attiviste di Andos di Albano Laziale. .

Il mercoledì

L’idea di una specificità femminile anche nella sofferenza, il bisogno di un’intimità libera, un appartamento in cui ritrovarsi a parlare di tutto, a organizzare gite, laboratori di teatro, in cui ci si aiuta a superare lo stigma del centro di salute mentale, a sperimentare che le medicine sono meno importanti delle relazioni. Intervista a Silva, Marina, Pina, Licia, Graziella, Antonella, Patrizia, Francesca, Loredana, Laura, Liliana, Eliana, Mara.

Spezzare la cronicità

Un impegno, quello della Casa della Carità di Milano, per aiutare persone finite ai margini della società, senza fare assistenzialismo; patti di socialità e legalità molto severi, in cui si riceve e si dà, perché questa è la base della riconquista di una cittadinanza piena; l’esperienza con i rom. Intervista a don Virginio Colmegna.

L'alloggio sociale

Di fronte alla crescita del problema abitativo degli immigrati, ma anche di sempre più italiani, un gruppo di cittadini ha messo su una cooperativa che recupera alloggi in disuso o "sotto soglia”, sia pubblici che privati, e dopo averli ristrutturati li riassegna applicando canoni calmierati. Intervista a Sergio D’Agostini.

Nel barrio de La Paz

L’esperienza straordinaria del Teatro dell’Oppresso che perdura in tutta l’America Latina, malgrado l’avvento della democrazia. Intervista al gruppo Taller del barrio di La Paz, Bolivia.

La tv di strada

La storia di un’associazione, Anelli Mancanti, che vive quasi esclusivamente grazie alla generosità dei volontari e degli immigrati che da ‘utenti’ si trasformano presto in soggetti attivi, tenendo corsi e partecipando alle varie iniziative. L’esperienza della telestreet e quella di un torneo di calcio multiculturale nato al parco delle Cascine, con alcune squadre improvvisate... Intervista a Silvia, Marco, Giorgios, Costanza.

Far del bene

Dai gesti più piccoli e occasionali all’impegno quotidiano in grandi e piccole associazioni di volontariato, la generosità è sempre più diffusa, e, a differenza del passato, ha come motivazione principale il piacere. Una grande occasione di amicizie. Il rischio della professionalizzazione e dell’eccessiva normazione. La necessità di preoccuparsi dell’efficacia, ma senza farne un’ossessione. Intervista a Bruno Manghi.

Il dialogo, senso comune democratico

Riuscire a far stare insieme operatori israeliani e palestinesi, o attivisti antiabortisti e abortisti laddove c’erano stati già degli omicidi, o a risanare una città devastata dalla corruzione; sono i miracoli che possono compiere la passione dei cittadini alla soluzione dei problemi e il metodo del dialogo finalizzato a una soluzione che vada bene a tutti; il grande ruolo del facilitatore "di democrazia”. Intervista a Susan Podziba.

Il mercato
dell'ultimo minuto

dell'ultimo minuto
Dalle rimanenze che si butterebbero, innanzitutto di cibo, un circuito virtuoso fra consumatori disagiati, impossibilitati a comprare, associazioni di volontariato, una cooperativa di giovani idealisti, un comune sensibile e ditte profit che risparmiano sulle spese di smaltimento, sulla tassa dei rifiuti e guadagnano in immagine. Last Minute Market, un’emerita buona pratica che si sta diffondendo. Intervista a Andrea Segré.

Il legame
della partecipanza

della partecipanza
Nonantola, un paese del modenese dove vige ancora la Partecipanza, pratica che risale al medioevo, quando l’abate consegnò la terra al popolo nonantolano perché la coltivasse, dove nel ‘43 i cittadini si mobilitarono per mettere in salvo un gruppo di bambini ebrei, dove il partito comunista aveva il 70%, dove, primo posto in Italia, gli immigrati poterono votare per un loro rappresentante... Intervista a Valter Reggiani.

