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Operai inglesi e operai italiani, di Osvaldo Gnocchi-Viani


UNA CITTÀ n. 258 / 2019 giugno-luglio

Articolo di Osvaldo Gnocchi-Viani

OPERAI INGLESI E OPERAI ITALIANI

[…
]Gli operai inglesi, nella loro grande maggioranza unionista (Trade’s Unions) , hanno una profonda stima delle energie spontanee della natura e una diffidenza costantemente vigile verso tutto ciò che è manipolazione artificiosa; per conseguenza, s’affidano volentieri alla spontaneità delle loro propensioni e si abbandonano con animo tranquillo alle intime vite delle loro associazioni, delle loro organizzazioni, che sono appunto figlie della spontaneità naturale più immediata e più vicina alle sorgenti della vita. Il che si riassume in questa formula: Fidare in se stessi, che equivale a quest’altra formula, più precisa: L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi, che fu anche il segnacolo immortale dell’Associazione internazionale dei lavoratori. […
]L’operaio inglese un’altra cosa insegna. Insegna -e fu il primo ad insegnarla col fatto a tutti gli operai del mondo- che senza associazioni, senza organizzazione, senza disciplina di classe, vano è sperare miglioramenti efficaci e durevoli, e redenzioni sicure. -Siete organizzati? - domandavano i minatori inglesi ai minatori belgi che, nell’ultimo Congresso internazionale, volevano che si desse battaglia con uno sciopero minerario universale. E avute mal sicure risposte, soggiungevano -Organizzatevi bene dapprima; dello sciopero parleremo poi. Imperocché dello sciopero gli inglesi hanno un concetto ben diverso da quello che operai d’altri paesi hanno. In Italia, per esempio, lo sciopero -salve rare eccezioni- è un impeto; in Inghilterra è un calcolo. Da noi è un salto; là è una procedura. Qui è empirismo; in Inghilterra è scienza. Molto giustamente, infatti, la colta e operosa si­gnora Jessie Mario intitolava La Scienza dello sciopero un suo articolo da Londra alla Riforma, che parlava appunto di scioperi inglesi. Ecco come è scienza nel paese delle Trade’s Unions lo sciopero. Supponiamo, per esempio, che in mezzo agli operai di una data arte si manifesti il bisogno di un miglioramento nella mercede. Il Consiglio esecutivo della Trade’s Union di quell’arte dirama un questionario, al quale l’Unione deve, innanzitutto, rispondere. Ecco i principali quesiti che in esso sogliono campeggiare: "Quando avete intenzione di licenziarvi dai direttori dello stabilimento? ”. "Avete già tenuto riunioni? Quanti erano pre­senti? Quanti favorevoli e quanti contrari allo sciopero? ”. "Di quali fondi si può disporre per sussidiare gli operai che non sono membri della Trade’s Union, nel caso di lotta? ”. "Quando fu concesso l’ultimo accrescimento di salario o riduzione delle ore di lavoro? ”. "Quale è lo stato dell’industria al momento at­tuale? Quali ragioni si hanno per supporre che, al momento in cui si lascerà il lavoro, lo stato della industria sarà tale da decidere i padroni a concedere il domandato aumento? ”. Se a cotesti e ad altri quesiti le risposte sono soddisfacenti, si procede ad un minuto esame della potenzialità finanziaria, sulla quale si può fare assegnamento, e si valuta press’a poco il numero degli operai disoccupati in quell’industria, che potrebbero offrirsi a sostituire gli scioperanti. Poi si iniziano le trattative pacifiche, i tentativi di conciliazione e di arbitrato. Se a nulla approdano, e se la Trade’s Union dichiara lo sciopero, lo sciopero scoppia e l’Union sta in campo fino all’ultima cartuccia. Questo procedimento ponderato, oculato, saggio finisce sempre collo svegliare nel pubblico una corrente di simpatie, che si traduce in offerte di danaro od altro, mediante pubbliche sottoscrizioni. E si noti che le Trade’s Unions hanno una cura vigile e scrupolosissima di suscitare a loro pro simpatie nel pubblico, imperocché ben sanno che una forte avversione del pubblico non è soltanto un lucro che viene a mancare, ma è anche un potente fattore morale di scoraggiamento e di disfatta. E quando avviene che dei soci delle Trade’s... [ continua ]

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