Cari amici,
nel rapporto ‘Vida en la necrofrontera’, l’organizzazione Caminando Fronteras fondata dall’attivista Helena Maleno segnala ben settanta naufragi di imbarcazioni di migranti, dall’inizio del 2018 ai primi quattro mesi del 2019, nel Mediterraneo occidentale, la maggioranza avvenuti nella cosiddetta rotta di Alboran (da Nador a Almeria) e a seguire nello Stretto di Gibilterra. Delle più di mille vittime, sono stati recuperati poco più di duecento corpi. I dispersi nel Mediterraneo occidentale tornano ad essere tanto numerosi quanto difficilmente ricordati e censiti. Non potendosi chiudere ermeticamente frontiere estese e il mare stesso, i flussi migratori vengono spostati.
Il Mediterraneo continua a mietere vittime e torna a farlo dalle parti del Marocco, come vent’anni fa. Allora avevo affrontato un intenso viaggio nella migrazione marocchina: erano ancora i marocchini a prevalere nei flussi dalle coste nordafricane all’Europa ed ero dunque partito per conoscere cosa li spingesse ad affrontare un viaggio tanto pericoloso, che tante vittime lasciava sul tragitto. Ne scaturì un libro, La loro terra è rossa (Torino, Ananke, 2004). In giorni in cui la nostra coscienza viene spinta a confrontarsi con la sottile frontiera tra legalità e giustizia, sulla pelle di tante vite umane già devastate da conflitti e povertà, mi ha colpito molto ritrovare grazie ad una conferenza di Claudia Tresso al Museo di Arte Orientale di Torino, la figura di Ibn Battuta e il suo straordinario racconto del viaggio (Rihla) durato quasi trent’anni lungo tutto il mondo islamizzato, già allora vastissimo, e non solo (dal 1325 al 1354).  Ibn Battuta sfiorò il mondo cristiano soltanto a Costantinopoli, dove sembra lo spaventarono parecchio le campane delle chiese! Un viaggio, il suo, totale, una vita spesa per la conoscenza e l’incontro. Mi ha riportato alla mente il racconto di un amico, che nel mio libro avevo ribattezzato Amazigh (perché fiero del suo essere berbero e per questo ‘uomo libero’). Un viaggiatore di oggi che sembra seguire le orme dell’antico viaggiatore di Tangeri. Entrambi mi pare possano testimoniare la forza della volontà di conoscenza e incontro degli uomini al di là delle costrizioni sociali ed economiche.
Vi ripropongo dunque il racconto di Amazigh.
"Nacqui trentaquattro anni fa in un villaggio vicino a Beni Mellal. Sono arrivato in Spagna clandestinamente in ‘patera’ (imbarcazione di fortuna) circa due anni fa, pagando tremila euro. È pericoloso, ma è anche un’avventura. Ed io amo le avventure. Attesi un mese e mezzo a Tangeri. Il viaggio fu organizzato il quinto giorno di Ramadan. Gli ‘zodiak’ sono meglio delle barche precedentemente usate per la traversata. Sono gommoni, più sicuri e con un motore più potente. Il messaggio del capo viene dal mare. I ragazzi aspettano in montagna e poi ci avvertono. Devono avere preso gli accordi coi militari, con la polizia marittima e con la mafia locale per comprare un permesso. Alla fine con questo benestare si parte. Lasciammo il nostro rifugio temporaneo alle otto della sera per camminare circa tre ore, prima di raggiungere la spiaggia dove ci imbarcammo. Da qui il viaggio in mare credo sia stato di quattro ore: arrivammo in Spagna la mattina successiva, quand’era ancora buio. Eravamo trentuno uomini. Generalmente con questa organizzazione non viaggiano le donne; ci sono rais che organizzano specifici viaggi per loro, altri specializzati nel trasporto dei neri subsahariani... Stretti uno addosso all’altro raggiungemmo dunque la costa spagnola molto più a nord di Gibilterra. Il tipo che ci guidava ci sapeva fare e ci tranquillizzò: il viaggio andò bene. All’arrivo un altro ci accompagnò fino alla strada. Lì, su una collina nei pressi della strada, passammo un giorno intero. Il giorno successivo alle dieci di sera ci trasferirono in gruppi di otto. C’erano quattro automobili: due per le persone e una con l’hashish; la quarta precedeva per controllare la strada. Verso Almeria ci avvertirono di un posto di blocco della polizia. Si doveva cambiare auto. Ci misero su quella con l’hashish. Ma, impaurito, l’autista ci fece scendere, abbandonandoci in campagna. Aspettammo due giorni: siccome non succedeva niente e non ritornava nessuno a prenderci, decidemmo di scendere verso il treno a cercare altri magrebini per trovare aiuto… Quindi approfittai di una normativa che mi permise di fare un documento di lavor ...[continua]

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