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UNA CITTÀ n. 258 / 2019 giugno-luglio

Articolo di Alfonso Berardinelli

ZEICHEN O LA POESIA COME ARTIFICIO. BORDINI O LA POESIA COME NON ARTIFICIO

C’è stato un momento, fra il 1975 e il 1980, più a Roma che a Milano, in cui l’emergere di una nuova poesia tendeva a sovrapporsi, fino a volte a coincidere, con l’apparizione di "personaggi poetici”, di autori cioè che entravano nella scena letteraria come si entra in un teatro. Sembrava che in questi autori la "poeticità” della persona, del suo modo di essere e di vivere, contasse e suggestionasse non meno, o forse più, delle poesie scritte. La poesia e l’essere poeti erano una cosa sola. E per essere poeti bisognava mostrare di esserlo prima nella vita e nell’immagine e poi nella scrittura. Si trattava in effetti dell’apparizione di un nuovo tipo culturale e umano caratteristico di quel decennio, perché dieci anni prima, nei dintorni del ’68, la figura del giovane intellettuale e militante politico non aveva lasciato spazio a nessun’altra possibilità. Ora che la rivolta dei movimenti politici concentrati sull’idea di rivoluzione aveva mostrato la sua inconcludenza e i suoi fallimenti, e l’estremismo ideologico stava virando in direzione del terrorismo, la rivolta tornava a essere individuale e i poeti, con il loro speciale senso estetico, furono i primi a capirlo. Benché ci si nascondesse ancora dietro formule come "il movimento della poesia”, al centro dell’attenzione c’era ora la costruzione della "personalità artistica” in quanto modo di vita, secessione individuale, esibizione pubblica di un io non-conforme, "diverso”, oltranzistico. Dopo la politica, dopo il trockismo, l’operaismo, il neoleninismo o la "lunga marcia” dentro e contro le istituzioni, riemergevano modelli esistenziali e teatrali da bohème anni venti e trenta, dal dadaismo-surrealismo alla Beat Generation, al Living Theatre e alla cultura underground. Due dei poeti-personaggi che a Roma hanno esemplificato meglio questa tendenza furono Valentino Zeichen e Carlo Bordini, nati entrambi nel 1938. Analoghi e opposti erano i loro anarchismi letterari. Zeichen venne subito adottato dall’establishment della neoavanguardia dei Novissimi, mentre Bordini rimase a lungo in ombra e quasi sempre ignorato perfino dalle antologie militanti di allora. Nel Pubblico della poesia, per esempio, Zeichen è sia antologizzato che intervistato e naturalmente incluso nello schedario biobibliografico finale a cura di Franco Cordelli. La sola presenza di Bordini era invece nello schedario, ma Cordelli mostra di sapere allora ben poco di lui perché fa parlare Enzo Siciliano, il quale a sua volta lo ritrae riassumendo, elencando dati di contenuto reperibili nei poemetti che Bordini aveva stampato a proprie spese: "Da quel che leggo mi pare di capire che ha fatto la sua Università, che insegna, che è innamorato di una ragazza che si chiama Graziella. Scrive dei suoi amici: ‘Sono dolci, ingenui, / collerici pazzi. / Vogliono cambiare / il mondo, / non sanno cambiare se stessi. / Le loro anime si contraggono / di dolore, / di spasimo, / ombre; / preoccupazione. / E si chinano su di sé / come vogatori stanchi’. Di questi amici ci racconta la vita in comune: i pranzi macrobiotici, le crisi di fine estate, la filosofia zen e lo yoga centellinati davanti al mare, mescolati al marxismo, a Reich, alla marijuana, all’acido, ai film da cineteca. Roba troppo dichiarativa, all’apparenza spogliata dei panneggi delicati della forma, nutrita di scarne idealità morali – si sa, l’ironia impoverisce! – epperò densa di notizie. Così specifiche che sono qui ancora sorpreso di averle trovate con tanta tempestività”. Siciliano si meraviglia di tanta semplicità, ma anche di quel tanto di inafferrabile mistero che permette a Bordini di scrivere una poesia così nuda, spoglia di formalità, di formalizzazioni poetiche e, sembrerebbe, quasi priva di intenzioni letterarie. Anche per questo, forse, la presenza di Bordini, che viveva e teorizzava i vantaggi paradossali della marginalità, rimase... [ continua ]

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