Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri
di letteratura e altro

Alfonso Berardinelli su Elsa Morante


UNA CITTÀ n. 253 / 2018 novembre

Articolo di Alfonso Berardinelli

Elsa Morante e la poesia

C’è un sonetto di Auden (The Novelist) nel quale la vocazione, il temperamento, il destino del poeta vengono nettamente distinti, anzi contrapposti, a quelli del narratore. Mentre il poeta, dice Auden, è "imprigionato nel suo talento come in un’uniforme, sa sorprenderci come un uragano e muore giovane” (cioè non riesce a entrare nell’età matura) , il narratore, al contrario, deve lottare per uscire dal suo "boysh gift”, deve andare oltre il suo dono giovanile e imparare a convivere con la goffa, noiosa, inelegante vita comune, condividendo con tutti colpe e desideri. Questa contrapposizione sembra proprio che non valga per Elsa Morante. Sono veramente rari i narratori, soprattutto i romanzieri, che sono stati anche poeti, o i poeti capaci di scrivere romanzi. Il primo nome che viene in mente è quello di Goethe, un gigante letterario forse eccessivamente versatile, con una vocazione enciclopedica e un carattere metodico, a suo agio in tutti i generi letterari, narrativa, poesia, teatro, prosa scientifica e di viaggio. Elsa Morante non aveva modelli di questo genere, né aveva Goethe in simpatia. Nella sua idea di letteratura, però, poesia e narrativa non erano che due dimensioni, o momenti, o tempi, o tonalità dell’invenzione. In gioventù aveva praticato la forma sintetica della novella e del racconto, sia perché collaborava a giornali e riviste, sia perché somigliavano di più alla fiaba o al poemetto in prosa. Ma con la composizione laboriosa di Menzogna e sortilegio, pubblicato nel 1948, il romanzo diventò il suo genere letterario. Lo considerò erede moderno dei poemi epici antichi, fino alla Commedia dantesca e all’Orlando furioso. I suoi romanzieri più amati, dopo Cervantes, erano Stendhal, Melville e Dostoevskij. Per lei, comunque, Moby Dick e Guerra e pace erano poemi, il Canzoniere di Petrarca era un "poema intimista”, quello di Dante un "poema saggistico”, le novelle di Cechov erano nel loro insieme "un romanzo” e le narrazioni di Kafka "favole surreali”. Oltre a questa visione globale della poesia in forma sia epica che lirica (tra i suoi poeti più amati c’erano Hoelderlin, Rimbaud, Saba, César Vallejo, Miguel Hernandez, Dylan Thomas) le vie di comunicazione diretta o sotterranea fra narrativa e poesia per la Morante erano la visione mitica e lo stile. La prosa dei suoi romanzi e racconti è la più "poetica” del Novecento italiano. Di solito, quando si è cercato di capire perché in Italia il romanzo sia stato un genere piuttosto debole e saltuario, si dice che la nostra è una letteratura più di scrittori e di prosatori che di veri narratori. Sarebbe dunque la passione per la "prosa d’arte” ad aver reso la vita difficile al romanzo italiano. In Elsa Morante questa opposizione è assente. Nella sua opera la perfezione artistica della prosa coesiste con l’invenzione di personaggi e vicende. In nessun altro romanziere del Novecento italiano si incontrano tanti personaggi, umani e a volte anche animali, gatti e cani. E nessun altro romanziere italiano, dopo Manzoni, ha scritto una prosa narrativa così attentamente costruita, così armoniosamente sintattica e lessicalmente, musicalmente calcolata. Nelle poesie della Morante si incontra questo rapporto fra prosa e poesia in direzione inversa. I suoi versi liberi hanno un andamento, una ritmica prosastica. Leggendo il suo primo libro di poesie, Alibi, uscito nel 1958, si ha subito l’impressione e in alcuni casi la certezza che quei testi siano stati scritti in margine a pagine di romanzo. Ecco il primo testo, "Minna la Siamese”: Ho una bestiola, una gatta: il suo nome è Minna. Ciò ch’io le metto nel piatto, essa mangia, e ciò che le metto nella scodella, beve. […
]Tanto mi bacia, a volte, che d’esserle cara io m’illudo, ma so che un’altra padrona, o me, per lei fa uguale. Mi segue, sì da illudermi che tutto io sia per lei, ma so che la mia morte non potrebbe sfiorarla…
(1941) La... [ continua ]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.Se sei un abbonato on-line, o hai acquistato un Pacchetto di interviste o articoli clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento on-line o il Pacchetto di interviste.

Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento on-line gratuito!


archivio
L'essenza del patriarcato

L’errore, all’indomani della Liberazione, di imputare tutti i problemi alla colonizzazione e l’incapacità di far fruttare il capitale della lingua francese; una laicità che stenta ad affermarsi e la convinzione che la questione decisiva, anche per la democrazia, sia l’emancipazione femminile; intervista a Mohammed Harbi.

I vecchi codici e la vera vita

La rivolta dei giovani dei paesi arabi, frutto della rivoluzione demografica degli anni 90, ha fatto crollare due stereotipi occidentali: l’incompatibilità di Islam e democrazia e l’idea che ogni musulmano abbia in testa solo il Corano e la Palestina; il gap fra usi, costumi e vita quotidiana e diritto. Intervista a Olivier Roy.

Se si tocca lo statuto

Un sito nato per offrire alle donne uno spazio di discussione libera; il rischio che la reazione al "femminismo di stato” di Ben Alì, imposto dall'alto, porti ora a una islamizzazione dei maschi e al ritorno al velo per tante giovani donne; i cambiamenti del costume inarrestabili; il tabù dell'ateismo, che resta. Intervista a Khalil Gdoura e Bayrem Zouari.

Il franchising del terrore

Il terrorismo jihadista, a differenza di esperienze precedenti come l’Ira irlandese e l’Eta basca, non è centralizzato; il fenomeno dei "gruppi di ragazzi”; la moralità diffusa ovunque per cui non va bene colpire innocenti, usare violenze estreme; il fatto che il terrore colpisce soprattutto paesi non occidentali. Intervista a Gary LaFree.

Volevo solo dirgli grazie

L’impegno, fin da ragazza, per la causa algerina; quell’8 maggio 1945, data d’inizio di tutto; gli anni della clandestinità, quando donne e uomini erano uguali, e poi l’arresto e l’orrore della tortura, da cui già erano passati il padre, la madre, le sorelle...; la figura luminosa del dottor Richaud. Intervista a Louisette Ighilahriz.

A manifestare, in toga...

Quando è scoppiata la rivoluzione, in strada, a manifestare contro Ben Ali, c’erano anche giudici e avvocati; un sistema, quello della giustizia tunisina, da riformare profondamente, in tutte le sue articolazioni, a cominciare dai poliziotti; la fase della giustizia, a cui deve seguire la riconciliazione. Intervista a Wahid Ferchichi.

Erano le sei del mattino...

L'inizio della militanza negli anni di studio in Belgio, dopo l'incontro con un'avvocatessa tunisina, la polizia politica, le ritorsioni contro il padre, la scoperta della Rete e dei social network, e quindi, l'apertura del profilo Facebook e poi il ritorno in Tunisia e l'arresto, proprio alla vigilia della Rivoluzione… Intervista a Soufien Belhajj.




chiudi