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UNA CITTÀ n. 190 / 2012 dicembre - gennaio

Articolo di Paolo Bergamaschi

QUEL GUERRIERO A CAVALLO
Il rinfocolare di nazionalismo balcanici attorno a un nome, quelli di Macedonia; l'invenzione di un passato e di una tradizione; la frustazione pericolosa di un'attesa lunghissima per entrare in Europa; lo straordinario progetto, oggi realizzato, di una pista ciclabile lungo tutta la vecchia cortina di ferro. Intervista a Paolo Bergamaschi.

"Welcome to Macedonia, the cradle of civilization”, "Benvenuti in Macedonia, la culla della civiltà”, questo è il messaggio che compare sui cellulari quando si arriva all’aeroporto di Skopje. Chi giunge per la prima volta da queste parti potrebbe pensare a un errore della compagnia telefonica locale, ma non è così. Non siamo in Grecia, non siamo in Italia, non siamo in Egitto o in qualche stato dell’antica Mesopotamia. Ci troviamo in un lembo di terra della ex Jugoslavia che ha deciso di rifarsi le credenziali puntando sui fasti di un passato remoto che altri si sono già accaparrati. D’altronde l’insegna luminosa che campeggia a caratteri cubitali sul nuovo terminal aeroportuale appena inaugurato non lascia spazio ad equivoci. "Alexander the Great”, Alessandro Magno è l’antenato di riferimento, presunto o fittizio, di un popolo alla ricerca di un’identità agognata, inventata, contesa, negata. Più ci si addentra nei labirinti della storia e più si rischia di saltare in aria sulle mine anti-uomo dimenticate sui campi di battaglia. Più si prolungano i contenziosi e si procrastina l’esclusione di Skopje dalle organizzazioni euro-atlantiche e più si accendono gli animi e attecchisce il verbo nazionalista.

Non ho mai molta voglia di tornare in luoghi già battuti, tanto meno in quelli, come la capitale macedone, che non hanno molto da offrire dal punto di vista monumentale o architettonico. Nei tempi morti si finisce col vagare per le piazze del centro in cerca di qualche dettaglio, un piccolo elemento di novità che possa giustificare la passeggiata, per poi finire col rintanarsi nei soliti locali già abbondantemente conosciuti. Venendo a Skopje non mi sarei mai aspettato di trovarmi di fronte a tanti e tali cambiamenti che, nel giro di pochi mesi, stanno rivoluzionando il centro storico della capitale di un paese che scalpita, frustrato, per farsi spazio e occupare un posto a pieno titolo nella comunità internazionale. Sul viale pedonale che dal mio hotel porta a Piazza Macedonia svetta sopra la chioma degli alberi, maestosa, la parte superiore della statua equestre di Alessandro Magno.
È come un pugno in un occhio per me che non sono ancora abituato alla nuova prospettiva. La statua, in bronzo, del peso di 30 tonnellate, commissionata ad una nota fonderia fiorentina, porta, in realtà, ufficialmente il nome di "guerriero a cavallo” ma tutti sanno che si tratta dell’antico imperatore macedone. Si dice sia stata l’Unione europea a convincere le autorità di Skopje ad adottare questa denominazione, neutra ed anonima, per evitare di irritare ulteriormente i vicini greci. Le dimensioni, 22 metri di altezza, e la posizione del monumento, però, sono tali da rendere impossibile per qualsiasi persona, turista o semplice cittadino, non interrogarsi sull’identità del personaggio rappresentato. Quello che era un grande spazio vuoto che fungeva da crocevia fra i diversi spicchi della parte commerciale della città a ridosso del fiume Vardar si è, così, improvvisamente guarnito di un imponente perno attorno a cui ruotano i quartieri di entrambe le sponde. Sono tanti i passanti che sostano, estasiati o intimiditi, sugli scaloni della fontana che si trova alla base del guerriero. Basta, però, spingersi poco più oltre, sul Ponte di Pietra, per accorgersi che tutta la riva sinistra è un cantiere aperto con il nuovo museo della resistenza appena terminato affiancato al teatro nazionale, l’edificio della Corte costituzionale, protetto da un pesante colonnato con frontone in stile neo-classico, in via di ultimazione e via via, a scalare, altri scheletri in cemento armato sormontati dalle gru. È il cosiddetto progetto "Skopje 2014” destinato a dare un volto ad una città, meglio ancora ad un paese, che poco concede per farsi ricordare. Rammento di averlo visto negli scorsi anni sotto forma di plastico in qualche ufficio ministeriale. Fortemente criticato e accanitamente dibattuto fra le forze politiche pensavo fosse rimasto impantanato in qualche studio di architetto. Invece è venuto alla luce aggirando anche gli ostacoli burocratici che hanno impedito il finanziamento diretto del governo centrale. Si tratta di un investimento ciclopico, si parla di 200 milioni di euro, per un paese dalle casse traballanti, spazzato, come il resto del continente, da uno tsunami finanziario. A qualche centinaio di metri, il bazar turco con le sue botteghe di argenteria ed i tipici caffè all’aperto langue tra l’abbandono e il degrado. Era l’unica parte di un certo interesse storico della capitale. Ma non è quella la storia che interessa alla nuova dirigenza macedone. Se non hai vestigia del passato che confermino o rafforzino il senso della nuova identità devi inventarle nel presente, qualsiasi siano i costi.

Per il terzo anno consecutivo la Macedonia, che Bruxelles riconosce sotto l’acronimo di Fyrom, ha avuto dalla Commissione europea il semaforo verde per l’apertura dei negoziati di adesione all’Unione. E per il terzo anno di fila ha ottenuto il diniego del Consiglio a causa dello scontato veto della Grecia, nonostante la recente sentenza della Corte di Giustizia Internazionale favorevole all’ex repubblica jugoslava. Secondo l’esecutivo europeo, Skopje soddisfa sufficientemente i criteri politici, anche se rimangono problemi per quanto riguarda la libertà di espressione, in particolare nei media, l’indipendenza degli organi giudiziari, la riforma della pubblica amministrazione e la lotta alla corruzione. L’inizio delle trattative porterebbe indubbi benefici alle relazioni interetniche e al processo di riforme in corso, oltre che alla stabilità dell’intera regione, ma la paralisi del dialogo con Atene vanifica ogni sforzo. La Commissione invita il governo macedone ad evitare gesti e dichiarazioni che possano avere un impatto negativo sulle relazioni con i paesi vicini, augurandosi che si possa giungere presto ad un accordo con la Grecia sulla questione del nome. Nella pratica, però, la diplomazia internazionale, sotto la regia delle Nazioni Unite, non sa più che pesci pigliare per sbloccare la situazione. Atene insiste su una denominazione composita con riferimento geografico che comporti una modifica costituzionale (Repubblica della Macedonia Settentrionale), mentre Skopje non si smuove dall’offerta di un doppio nome che consentirebbe all’ex repubblica jugoslava di mantenere il nome di Macedonia a livello internazionale utilizzando, però, nel contempo, quello di Fyrom (Former Yugoslav Republic of Macedonia) nelle relazioni bilaterali con la Grecia. Le riunioni continuano, anche se a singhiozzo, le parti si incontrano, lo fanno dal 1993, e puntualmente ritornano a casa con un nulla di fatto. Per Atene, ormai, la questione si è incancrenita trasformandosi in motivo di orgoglio nazionale che non può ammettere cedimenti mentre il partito al potere a Skopje ha legato indissolubilmente le proprie fortune elettorali alla contrapposizione accanita con lo scomodo vicino. Ed è sempre lo stesso governo a scatenare una campagna feroce contro la Commissione europea, rea di avere omesso di utilizzare l’aggettivo "macedone” nella sua corposa relazione annuale. Invece di rispondere con adeguati provvedimenti e puntuali contro-misure alle dettagliate critiche mosse da Bruxelles si preferisce partire lancia in resta con plateali lettere di protesta contro l’Unione che viola, secondo il presidente della repubblica Ivanov, i diritti umani e la dignità del suo paese.

Non sono ancora terminate le celebrazioni per i vent’anni di indipendenza dello stato macedone dopo lo spappolamento della Jugoslavia. Bandiere, stendardi ed effigi adornano ancora le strade e i principali edifici della capitale. In questi mesi, però, ricorre anche il decennale della firma degli accordi di Ohrid che hanno sancito la fine della breve guerra civile che nel 2001 insanguinò la parte occidentale del paese. Fu solo grazie all’intervento dell’Unione europea, in una delle rare iniziative diplomatiche che meritano di essere ricordate, se le due parti si convinsero a sedersi attorno ad un tavolo, abbandonando gli atavici rancori, e trovarono il modo di gettare le basi per una convivenza pacifica e duratura. Albanesi e slavi non si sono mai amati. Diffidenza, ruggini e sospetti hanno caratterizzato da sempre le relazioni interetniche ma si stemperavano fino quasi ad attenuarsi nel grande caleidoscopio jugoslavo. Una volta crollata la casa comune, la coabitazione forzata in una stanza, che gli albanesi vivevano come una cella, è diventata insostenibile. "L’80% dei cittadini macedoni si dice oggi favorevole agli accordi siglati a Ohrid”, sostiene Aleksanadr Krzalowski del Centro Macedone per le Relazioni Internazionali, durante un affollato incontro con un ampio ventaglio di organizzazioni non governative, "ma occorre adesso passare da misure di breve termine a provvedimenti di lungo respiro”. "Più di 130 sono state le leggi adottate o modificate a seguito dell’accordo”, continua, "ma più che alla quantità oggi bisogna guardare alla qualità”. Ohrid ha rappresentato un punto di svolta nella storia macedone segnando il passaggio da una società multiculturale ad uno stato multiculturale il cui cantiere è ancora aperto. "Grazie alla nuova legislazione, la comunità albanese ha ottenuto un avanzamento sociale quasi impensabile agli inizi dello scorso decennio”, aggiunge Filip Stojanovski dell’associazione Metamorfosi, "oggi si è arrivati al 20% di presenza albanese nell’amministrazione pubblica con l’applicazione del principio di non-discriminazione e della doppia maggioranza anche a livello locale”. Molto resta ancora da fare sia in termini di decentramento dei poteri che in termini di integrazione interetnica. Nonostante gli sforzi del governo per promuovere a livello scolastico un’educazione integrata, in certi istituti persiste la pratica di separare gli alunni secondo linee etniche o linguistiche; in qualche municipalità le relazioni fra le due comunità rimangono tese, ma l’impressione diffusa è che si siano fatti, negli ultimi anni, grandi progressi riguardo a convivenza, consapevolezza e rispetto delle minoranze oggi assurte al rango, in uno sforzo di terminologia "politically correct”, di "comunità non maggioritarie”. "La Macedonia diventerà un paese normale”, osserva però un altro esponente della società civile, "quando riuscirà a liberarsi dai ghetti attuali muovendo dai diritti etnici a quelli civili; prima o poi la qualità dovrà prevalere sulla rappresentazione etnica”.
L’attuale coalizione di governo, composta dal principale partito slavo (Vmro-Dpmne) e dal principale partito albanese (Dui), poggia su due pilastri: la messa in atto degli accordi di Ohrid e l’integrazione euro-atlantica del paese. Se per il primo punto le autorità di Skopje possono vantare importanti passi in avanti, altrettanto non si può dire per quanto riguarda il secondo. Il giovane ministro degli esteri Nikola Poposki non nasconde, a questo proposito, il suo disappunto mentre sostiene davanti ai parlamentari europei che "ogni giorno di ritardo nel processo di adesione all’Unione ha un effetto demotivante per la popolazione”. I sondaggi che vedono scemare l’indice di gradimento verso l’Europa sembrano dargli ragione. Uno sguardo più attento alle risposte suddivise per gruppi etnici dimostra, però, che il fenomeno riguarda esclusivamente la componente slava, mentre quella albanese guarda sempre a Bruxelles con rinnovata fiducia. "Siamo pronti a definire una tabella di marcia per avanzare sulla strada che porta all’Unione, ma non siamo disposti a soluzioni che umiliano la nostra identità linguistica e culturale”, conclude il ministro manifestando una certa amarezza. Dello stesso avviso, comunque, non sembra essere Teuta Arifi, vice-primo ministro albanese che siede al suo fianco. Per lei le critiche che giungono dalla Commissione suonano come parole franche dette da un amico pur sottolineando che l’apertura dei negoziati ha un valore strategico per la Macedonia. "Il cammino verso l’Europa non deve essere ostaggio di questioni bilaterali, ma noi dobbiamo comunque sforzarci di assolvere ai nostri obblighi”, afferma in modo pacato ma sicuro. La sensazione diffusa negli ambienti comunitari, tuttavia, è che, indipendentemente dalle beghe diplomatiche, il processo di allargamento si trovi ad un punto morto. Nonostante l’impegno solenne pronunciato ufficialmente a Salonicco nel 2003, di aprire le porte dell’Unione a tutti gli stati dei Balcani, sempre maggiori sono gli ostacoli frapposti dai governi dei paesi membri per impedire che ciò si realizzi.
La Commissione prova senza troppa convinzione a rilanciare la palla nel campo del Consiglio che indugia, prende tempo e rimanda le decisioni. Non è un mistero che dopo l’ingresso della Croazia, previsto nel 2013, Francia e Germania vorrebbero congelare ogni ulteriore ampliamento, mentre dall’altra parte i paesi candidati si sforzano di adeguarsi alle dure condizioni imposte da Bruxelles. Di questi tempi l’Europa ha altro a cui pensare.
Ripiegata su se stessa, sembra incapace di agire, paralizzata da una crisi che, a partire dai debiti sovrani, assume connotati sempre più politici che mettono in questione la natura stessa dell’Unione. Intanto chi è fuori si interroga sul senso di tanta energia sprecata macerandosi in una frustrazione esasperante.

Ci sono sogni inconfessabili destinati a rimanere sepolti nel fondo di un cassetto. Ce ne sono altri, invece, i cui proprietari, in un lampo di lucida follia, decidono di confessare perseguendoli, poi, pervicacemente fino a materializzarli. È il caso di Michael Cramer, l’eurodeputato tedesco che accompagno in questa scorribanda macedone. Professore di educazione fisica trasferitosi negli anni Settanta da Magonza a Berlino, si è sempre occupato di mobilità e trasporti privilegiando l’uso della bicicletta. Ai tempi del muro era solito spostarsi sulle due ruote a fianco della cortina e quando questa crollò cominciò a percorrere il tracciato della muraglia che divideva la città muovendosi fra i due lati. Agli inizi degli anni Novanta fu fulminato dall’idea di una pista ciclabile dedicata al muro che toccasse i punti più significativi della barriera ripercorrendone e rivisitandone la storia attraverso le pietre, i simboli, i reticolati, i check-point e le torri di guardia che hanno caratterizzato Berlino nel dopoguerra. Quando la propose, tutti gli diedero del pazzo salvo ricredersi, dieci anni dopo, quando il progetto è divenuto realtà sostenuto unanimemente dal parlamento cittadino. Ogni anno Cramer organizza un tour guidato con migliaia di ciclisti provenienti da tutto il mondo sulla "Pista del Muro” che nel frattempo si è estesa a 160 chilometri. Incamerato il successo, ha deciso, quindi, di esportare l’iniziativa al resto del suo paese ideando una pista ciclabile sul tracciato della frontiera che divideva dolorosamente la Germania in due parti.
Conclusa positivamente anche questa esperienza, è passato al progetto finale, apparentemente troppo ambizioso, ciclopico e irrealizzabile: un sentiero ciclo-pedonale che attraversasse il vecchio continente da nord a sud sulla linea che divideva i paesi occidentali da quelli del Patto di Varsavia. È nata, così, la "Pista della Cortina di Ferro” che collega il confine russo-norvegese del Mare di Barens al confine bulgaro-greco del Mar Nero. Il percorso fa oggi parte ufficialmente delle reti ciclabili trans-europee promosse dalla Commissione europea. Villaggi di frontiera, vecchie caserme riadattate a musei, fortificazioni e filo spinato restituiscono ai ciclisti la memoria tragica di una storia ancora recente che l’Europa di oggi ha il dovere di trasmettere alle generazioni che seguono perché non si ripeta mai più. Dei 6.800 chilometri che compongono la pista, Cramer ne ha percorso buona parte coadiuvato nel progetto da tante associazioni locali di ciclismo amatoriale impegnate in un modello di turismo sostenibile. Della tratta bulgaro-macedone mancano ancora pochi chilometri i cui dettagli riesce a definire, in questa trasferta, con i rappresentanti del governo di Skopje. Missione compiuta, quindi. Il mondo è fatto di sognatori ma non è da tutti saper credere ai propri sogni.

"Quella macedone è un’identità culturale falsificata, inventata dai serbi quando si sono resi conto che gli abitanti di Skopje e dintorni non potevano essere assimilati”, non usa mezze misure l’eurodeputato bulgaro seduto al mio fianco. Nella delegazione mancano esponenti greci, e allora ci pensano i rappresentanti di Sofia ad attizzare il fuoco ribadendo logori stereotipi balcanici. Per loro i macedoni erano e rimangono semplicemente "bulgari occidentali”. La paranoia è una sindrome molto diffusa da queste parti, perfettamente congeniale alle elite di governo che non esitano a rincorrere le sirene del nazionalismo più sordo e becero nei momenti di difficoltà. "Occorre evitare di estendere la propria storia su quella del vicino”, ammonisce un altro membro della delegazione. Non basta qualche bottiglia di vranec, l’ottimo vino rosso di questa zona, a sciogliere le antiche ruggini. È ancora buio nei Balcani, ma qui la notte non porta consiglio.

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