Le domande vengono prima delle risposte
Fondazione Alfred Lewin
d'usi e costumi


UNA CITTÀ n. 185 / Giugno 2011

Articolo di Enrico Pedemonte

IL PARADOSSO DELLA BUCA
Una crisi, quella della carta stampata, gravissima e di cui tuttavia in Italia non si parla perché gli interessi dei maggiori editori sono soprattutto altrove; il giornalismo investigativo e il giornalismo delle comunità locali, due attività il cui venir meno pregiudica la democrazia di un paese. Un intervento di Enrico Pedemonte.

Il 7 maggio scorso, al Teatro Corte di Coriano (RN), Una Città ha organizzato un convegno dal titolo "Il giornalismo al tempo dei supporti digitali”, con la partecipazione di Riccardo Orioles (Ucuntu), Francesco Raiola (Agoravox), Paolo Stefanini (Linkiesta), Rosanna Pirajno (Mezzocielo), Marco Giovannelli (Varesenews), Stefano Ignone (Global Voices), Luca Rossomando (Monitor). Pubblichiamo la relazione introduttiva di Enrico Pedemonte, autore di Morte e resurrezione dei giornali, Garzanti 2010.

Il giornalismo italiano online è molto giovane. Le esperienze delle nuove testate pubblicate solo in formato digitale sono ancora poco numerose e spesso sconosciute al grande pubblico. Anche in questo, come in altri settori, siamo molto in ritardo rispetto ad altri paesi. Ma prima di aprire questa discussione, lasciatemi dire qualche parola sulla crisi dei giornali cartacei.
Di questo problema in Italia quasi non si parla. La discussione resta all’interno delle redazioni, nel mondo ovattato dei giornalisti. Eppure si tratta di un problema che è strettamente legato con la salute della democrazia.
La crisi dei giornali non è una novità. In altri paesi se ne discute fin dall’inizio degli anni Novanta, quando si cominciò a intuire che l’avvento del web avrebbe messo in crisi i modelli di business della carta stampata. In realtà i segni pesanti della crisi hanno cominciato a manifestarsi dopo il 2000, e solo dopo il 2005 questi segnali sono diventati veramente allarmanti. Bastano pochi dati per avere una dimensione del problema. Negli Stati Uniti, negli ultimi tre-quattro anni, sono morti centosessantasei giornali locali, il settimanale Newsweek è stato venduto per un dollaro, oltre 15 mila giornalisti hanno perso il lavoro. In Gran Bretagna sono scomparsi oltre un centinaio di quotidiani locali e il quotidiano The Independent è stato ceduto per una sterlina.
In Italia questo fenomeno non si è verificato. Nel nostro paese i quotidiani sono pochi e poco venduti. E alcune caratteristiche del nostro sistema aiutano a mimetizzare la crisi: i giornalisti non perdono il lavoro ma vengono prepensionati, molti giornali godono di consistenti aiuti pubblici, i giornali più importanti appartengono a imprenditori (o a lobby) per i quali i giornali interessano più per il peso politico delle testate che per i loro profitti. Spesso conviene tenerli in vita, rimettendoci dei soldi, perché si ritiene che il rapporto costi-benefici sia comunque conveniente.
Ma i dati in Italia sono peggiori che altrove. Negli Stati Uniti, nel corso del decennio appena concluso, le copie vendute sono scese del 14%. In Italia del 25%: erano sei milioni nel 2000, sono diventate 4,5 milioni nel 2010. Se togliamo i tre grandi giornali sportivi italiani (Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport e Tuttosport) che vendono complessivamente circa 450.000 copie, siamo intorno ai quattro milioni di copie vendute di giornali generalisti. Il Sole 24 Ore ha perso il 35%, il Corriere della Sera il 25%, la Repubblica il 27%, il Messaggero il 33%.
E la diminuzione non sembra arrestarsi. Il Censis, in un recente rapporto, ha scritto che l’influenza della carta stampata sull’opinione pubblica italiana sta diventando "marginale”.
Come cambia il giornalismo per effetto di questa crisi? Anche in questo caso, alcuni dati illuminanti vengono dagli Stati Uniti. Meno giornalisti vuol dire meno inchieste e meno notizie: nel 2009 sono stati pubblicati 870.000 articoli in meno rispetto all’anno precedente, secondo un’inchiesta del Pew Research. Nelle città ci sono meno cronisti che si occupano della cronaca locale; a livello internazionale ci sono meno corrispondenti. Sono i giornali locali (come il Los Angeles Times e il Chicago Tribune) a soffrire di più. Erano grandi giornali nazionali con molti corrispondenti all’estero, sono diventati quotidiani locali. Sta accadendo anche in Italia dove ad andare peggio sono storiche testate regionali come il Messaggero e il Secolo XIX.
Se il vecchio modello di business dei giornali viene meno, se i giornali vedono di anno in anno calare il fatturato legato alle vendite e alla pubblicità, allora cominciano a prepensionare i giornalisti, a licenziare i collaboratori, a ridimensionare il formato, a eliminare sezioni e dorsi. Il giornale si ridimensiona, perde qualità e valore. Un altro esempio illuminante: negli Stati Uniti fino al 2005 venivano pubblicati ottantacinque inserti inserti scientifici dei quotidiani, oggi sono trentadue. Oltre cinquanta hanno chiuso. Il New York Times ha chiuso le pagine della Borsa, perché ormai gli investitori leggono le notizie sul web.
Niente di strano. I giornali cambiano forma, si adattano al mercato e alle abitudini di lettura, si ridimensionano. In Italia negli ultimi due anni c’è stato un prepensionamento di massa che ha riguardato i giornalisti con oltre 57 anni. Non ci sono ancora dati ufficiali, ma è probabile che 700-800 professionisti siano andati in pensione, circa il 15% del totale.
Naturalmente non si può parlare solo della crisi, ma anche delle prospettive di rinascita.
Ora, supponiamo (estremizzando) che i giornali muoiano nella forma che conosciamo. Un amante dell’innovazione potrebbe anche non preoccuparsi di questo accidente. Anche le carrozze, le mongolfiere e i battelli con la ruota sono scomparsi e oggi nessuno li rimpiange. I giornali cartacei hanno una storia di un paio di secoli e si sono evoluti nella forma in cui li conosciamo oggi negli anni Cinquanta, con il boom del mercato pubblicitario. È probabile che questo modello cambierà nei prossimi anni. Siccome la pubblicità e la lettura si sposta su Internet è possibile che molti giornali spariranno, altri resteranno in vita ma saranno più leggeri. C’è da preoccuparsi?
Per rispondere a questa domanda è necessario chiedersi in che modo i giornali siano indispensabili per la democrazia. I giornali di oggi sono manufatti complessi, costituiti da una molteplicità di sezioni per soddisfare un’ampia gamma di interessi. Ma tutte queste pagine hanno spesso a che fare più con il mercato pubblicitario che con la democrazia. Lo sport, la moda, le pagine delle auto e degli spettacoli non hanno nulla a che fare con il processo democratico.
Ripeto, sto ragionando per assurdo, ma se i giornali smettessero di pubblicare notizie di moda, di sport o di spettacoli, queste rinascerebbero (già accade) sul web. Se le recensioni dei film e dei libri fossero cancellate, fiorirebbero i siti specializzati online: le recensioni possono scriverle cittadini appassionati sui loro blog o sulle loro pagine Facebook.
Dunque, di certi servizi offerti oggi dai giornali, si potrebbe tranquillamente fare a meno senza danneggiare il processo democratico.
Ma questo discorso non può essere generalizzato. Ci sono almeno due attività fondamentali offerte dai giornali di cui una democrazia non può fare a meno. La prima è il giornalismo investigativo che consente di tenere sotto controllo il potere: si tratta di un’attività scomoda, faticosa e molto costosa, che i giornali in crisi economica non si possono più permettere. La seconda è il giornalismo delle comunità locali, intorno a cui si crea l’identità sociale delle città. Se i giornali locali muoiono, si crea un problema per la democrazia. In Italia c’è sempre stato molto snobismo nei confronti del giornalismo locale, soprattutto da parte di molti intellettuali di sinistra, convinti che l’unica cosa di cui valesse la pena parlare fossero i grandi temi globali. Ma il giornalismo è eminentemente locale, il suo ruolo è descrivere la vita e i problemi delle persone.
Giornalismo investigativo e giornalismo delle comunità sono due attività così importanti per la società in cui viviamo che possono a buon diritto essere considerate due forme di servizio pubblico a cui non si può rinunciare.
Ebbene, in alcuni paesi questo problema viene assunto come un’emergenza nazionale. Negli Stati Uniti se ne discute al Congresso, e alcune università hanno pubblicato lunghi studi alla ricerca di soluzioni temporanee, in attesa che la situazione evolva e nuovi modelli di business emergano. Le sperimentazioni auspicate sono diverse: dalle collaborazioni tra i giornali locali e l’università per fare giornalismo locale, alla elaborazione di nuove norme per favorire le donazioni e far decollare iniziative di giornalismo non profit. Alcuni studiosi di Harvard hanno proposto di creare una sorta di "cinque per mille”: un voucher di cento dollari (o più) per consentire a ciascun cittadino di finanziare (direttamente con la cartella delle tasse) il giornale preferito (ma solo nell’elenco delle testate non profit).
Nel 2009 in Gran Bretagna è stato un redatto un importante rapporto ("Digital Britain”) commissionato dal governo, in cui si dice, tra l’altro, che la Bbc d’ora in poi dovrebbe fare solo servizio pubblico in senso stretto: non occuparsi più di entertainment o di grandi eventi sportivi, perché queste attività possono essere svolte dai privati, ma solo delle attività di informazione che non si possono più finanziare, autonomamente, con il mercato. Tra le iniziative suggerite spiccano le alleanze con i giornali locali perché presto -dice il rapporto- in Gran Bretagna "potrebbero non esistere più fonti di informazione a livello professionale”. Naturalmente si tratta di una petizione di principio che è ben difficile realizzare in tempi brevi. Ma esprime una preoccupazione che sta crescendo a livello internazionale.
In Italia di tutto questo non si parla. La crisi dei giornali è stata risolta con incontri privati tra governo ed editori e con un prepensionamento, in parte a spese dello Stato, di cui quasi nessun giornale ha scritto.
Nel nostro paese, d’altra parte, le anomalie nel mondo dell’informazione sono formidabili. Non mi riferisco solo a Berlusconi, ma anche alla Rai, che da tempo non fa più servizio pubblico ed è sempre più controllata dai partiti; e infine ai giornali che, a parte alcune eccezioni locali, sono in larga misura controllati da editori che hanno colossali conflitti di interesse. Qualche esempio? Rizzoli è in mano a un gruppo di importanti imprenditori attivi in una molteplicità di settori; il gruppo Espresso appartiene alla famiglia De Benedetti, che ha interessi nell’energia, nella sanità, nella finanza; il Messaggero, il Mattino, il Corriere Adriatico e il Gazzettino appartengono a Gaetano Caltagirone, uno dei più importanti costruttori italiani. E così via.
Gli interessi principali dei maggiori editori di giornali italiani non sono nella carta stampata, ma altrove. Per questo, in Italia, i giornali non muoiono come accade altrove, anche se sono in crisi. I giornali non sono uno strumento per fare profitti, ma per esercitare il potere. Per questo sui giornali non si parla della crisi della carta stampata come di un problema della democrazia.
Al contrario, dobbiamo fare il possibile perché di tutto ciò l’opinione pubblica discuta. Sul web si possono sperimentare nuove soluzioni -e nuovi modi di finanziamento- per allargare il mondo dell’informazione, specie a livello locale, a nuove fasce di lettori.
In altri paesi, specie negli stati Uniti, sono nate iniziative assai interessanti di giornalismo iperlocale.
Associated Press ha finanziato un’interessante ricerca sui cosiddetti "nativi digitali”, i giovani che fin da piccoli usano le tecnologie della comunicazione, per capire che cosa leggono, come si informano e perché non acquistano i quotidiani cartacei. L’inchiesta ha coinvolto sei città dislocate in America, Gran Bretagna e India. Il quadro emerso è molto interessante. Intanto perché si è capito che in tre paesi così diversi, nelle grandi città come nelle piccole, i giovani si comportano esattamente nello stesso modo: leggono le e-mail e le news in modo simile. Usano persino lo stesso verbo. In America si dice: "I check the mail”, "I check the news”, controllo la posta, controllo le news. Si tratta di un modo di leggere compulsivo, rapido, superficiale, che alla fine dà a chi legge un forte desiderio di approfondimento, ma difficoltà a trovare il modo per approfondire.
Ma forse il dato più interessante che è emerso è che le news sono entrate nel circuito della comunicazione personale. Il Rapporto di Associated Press sostiene che le news sono diventate "una merce di scambio sociale”. In altri termini, i giovani cercano le news per condividerle. Banalizzando si potrebbe dire che usano le notizie come un tempo si faceva con le barzellette. Leggono una notizia e -attraverso Twitter, Facebook, un’email o un sms- la condividono con gli amici. Le news diventano un elemento di socialità.
All’inizio si pensava che internet sarebbe diventata la grande biblioteca universale. Invece internet è diventato soprattutto uno strumento di comunicazione. Un po’ come successe all’inizio del ‘900 con il telefono, quando i manager delle comunicazioni scoprirono che il telefono veniva usato dalle massaie per chiacchierare con le loro amiche, soprattutto nelle zone rurali. Fu uno scandalo. Ma come? Uno strumento così importante usato per chiacchierare? Se si leggono i giornali del 1915, si ritrovano le stesse argomentazioni che si usano oggi a proposito di Facebook, gli stessi toni scandalizzati per il fatto che le persone usano questi sistemi per socializzare. Ma la capacità di socializzare è da sempre al centro della vita dell’uomo. Non c’è dunque da stupirsi se i sistemi di comunicazione servono per allargare i nostri rapporti sociali.
Infatti gli utenti italiani trascorrono l’1,4% del loro tempo online a leggere notizie su internet e il 20% su Facebook. La gente vuole comunicare, non semplicemente accumulare notizie. Questa è una situazione inedita e -se si riescono a mettere insieme queste due cose: comunità e notizie- può trasformarsi in una grande occasione.
Partendo da queste considerazioni, a livello internazionale si stanno moltiplicando le iniziative di "giornalismo iperlocale” attorno alle comunità. Quando parliamo di cittadine di dimensioni piccole o medie, o dei quartieri di una grande città, è possibile non solo fornire notizie ai lettori, ma far diventare le notizie un ingrediente per rinsaldare le comunità dei cittadini.
A questo proposito gli americani parlano di "pothole paradox”, il paradosso della buca per terra. Si tratta di questo: la buca per terra davanti a un cancello è la cosa più importante per la vita delle persone che vivono in quell’abitazione, più importante della guerra in Iraq, perché uno ci può finire dentro con le ruote della macchina. Però se quella stessa buca si trova davanti alla casa del vicino non interessa più. Allora il paradosso è questo: fino a dove ti puoi spingere perché il giornalismo locale diventi importante per le persone e qual è il punto oltre il quale diventa inessenziale, irrilevante?
È un interrogativo apparentemente paradossale che però contiene in sé uno degli elementi più importanti del dibattito in corso. Il giornalismo sta cambiando rapidamente, come è ovvio che sia nel corso di una grande trasformazione tecnologica. Come tutte le rivoluzioni, quella che stiamo vivendo farà parecchie vittime. Ma offre straordinari spazi per far crescere la partecipazione collettiva e il ruolo delle comunità. Niente è deciso in anticipo. Nei diversi paesi, internet è lo specchio della società nelle sue diverse componenti. Il ritardo dell’Italia nel nuovo giornalismo online è preoccupante. Ma le esperienze di cui parliamo in questo convegno sono il segno che qualcosa di importante si sta muovendo.

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