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UNA CITTÀ n. 184 / 2011 maggio

Articolo di Micol Briziobello

Lettera dalla Tunisia

Dopo l’adozione della parità uomo-donna nella composizione delle liste elettorali approvata a grande maggioranza l’undici aprile scorso, tutto sembrava volgere al meglio nel tortuoso cammino verso le elezioni per l’Assemblea Nazionale Costituente previste per il 24 luglio. Il sole all’orizzonte, il caldo ancora sopportabile e i primi turisti che iniziavano a rianimare i negozietti della medina rimasti a lungo deserti, facevano da corollario a piacevoli giornate di primavera. Anche Hassen è arrivato, questa volta in aereo però. Dopo essere stato rimpatriato da Lampedusa, ci ha messo qualche settimana prima di uscire da casa e adesso scorazza, come era solito fare anche prima, tra le viuzze del quartiere come se nulla fosse cambiato.

Ma chissà come si sente veramente Hassen. Quando è passato a salutarci dopo il rientro da Lampedusa, non riuscivo a guardarlo negli occhi: il suo sguardo era spento, provato, vuoto. Tratteneva l’emozione e non riusciva a cogliere il mio disagio, quello di un’italiana quasi della sua età che si sentiva un po’ colpevole per aver anche inconsciamente alimentato quel suo sogno di partire per poi riportarlo indietro. Quando cerco di parlargli discretamente, quello che mi colpisce in lui è che sa che tornerà a sfidare la sua condizione. Sorridendo, mi dice che lui avrebbe soltanto voluto vedere Londra e che, in estate, riuscirà ad arrivarci. Io che lo conosco mi dico che lo farà con un altro barcone, anche se lui mi fa credere che ci tornerà con un visto. Lasciamo che sia il silenzio a fare il resto.

Non so se Hassen sappia cosa stia accadendo in questi giorni nelle vie del centro di Tunisi, lui che nella sua quotidianità si allontana a fatica dal quartiere. Eppure le manifestazioni sembravano aver preso di nuovo un ritmo costante. Ma sono durate tre o quattro giorni, adesso sembrano essere tornate in stand-by. È bastata la pubblicazione di un video su Internet per far vacillare ancora la precaria stabilità politica della Tunisia. Il cinque maggio, infatti, è stata caricata su Facebook un’intervista all’ex Ministro dell’Interno, Farhat Rajhi, nominato all’indomani della partenza di Ben Ali e poi costretto alle dimissioni dall’attuale governo. Di fatto, Rajhi, magistrato stimato nel Paese per la sua integrità morale, si è soffermato su alcuni aspetti della politica tunisina, tutt’ora considerati tabù, come la presenza di un governo ombra che continua a decidere ogni aspetto della politica attuale, il fatto che comunque vadano le elezioni ci sarà un "colpo di stato militare” e che, continuando così, nulla potrà realmente cambiare. Nonostante l’intenzione di Rajdi fosse quella di esprimere il suo parere rispetto alla situazione attuale, la popolazione gli ha subito creduto e il giorno dopo, puntuale come un orologio svizzero, manifestava davanti al Ministero dell’Interno per richiedere ancora una volta le dimissioni del governo.

In Siria, un giornale di regime, Tishrin, ha affermato che "la forma più sublime di libertà è la sicurezza della patria”, frase che forse il governo tunisino condividerebbe in pieno considerata la velocità con la quale le forze dell’ordine, ben armate di tenuta antisommossa, passamontagna e manganelli o addirittura rudimentali bastoni di legno, sono intervenute a reprimere i manifestanti. Non ho mai capito come da un passamontagna, un bastone e una divisa si possa arrivare alla cosiddetta democrazia, eppure, rileggendo la storia, sembra essere una tappa forzata. Ogni volta che si presenta un problema politico o sociale, ci si illude che la repressione sia più efficace dell’ascolto. E invece sarebbe bello se, per una volta, ci fosse un governo disposto ad ascoltare.

Quel che mi piace, ma che mi fa anche paura di questa rivoluzione tunisina, è la forza del popolo. Per la prima volta, il governo tunisino è "costretto” a obbedire alla volontà della popolazione che oggi più che mai è disposta a scendere in piazza e a protestare contro un sistema che continua a non considerarne l’esistenza, i diritti e le priorità. E la popolazione è compatta e determinata nel raggiungere l’obiettivo: scioperano gli avvocati, come gli spazzini e come gli impiegati delle istituzioni pubbliche. Tutti fanno rete pubblicando in continuazione le riprese dei video girati durante le manifestazioni da ogni angolo delle vie del centro. Tutti insieme vorrebbero solo far capire al governo che per poter governare è necessaria la fiducia del popolo. Perché è vero che nulla cambierà mai fino in fondo e che la democrazia resterà un’utopia, ma che almeno la popolazione ne sia parte senza essere completamente ignorata.

Micol Briziobello

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