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UNA CITTÀ n. 183 / 2011 Aprile

Articolo di Emilio Lussu

LA NASCITA DI GIUSTIZIA E LIBERTA'
Reprint

Ecco la mia breve testimonianza. Bisogna riandare a qualcosa come trenta e più anni fa: estate 1929. Contrariamente a quello che credono molti anche tra quanti si occupano di problemi politici, Giustizia e Libertà, cioè il movimento rivoluzionario antifascista repubblicano e democratico, come si definiva, non fu costituito a causa della fuga da Lipari. Sì, la fuga da Lipari, della quale il freddo e perfetto organizzatore tecnico dalla Francia e dalla Tunisia è stato il qui presente Tarchiani, è stata certamente un fatto clamoroso, nel suo genere direi unico, ed ebbe in quel periodo molto stagnante all’interno una immensa ripercussione e in Italia e all’estero. Peraltro, tirate le somme, una fuga è una fuga e, per ispirarmi al re Borbone, a scappare siamo buoni tutti. La fuga non servì che a liberare alcuni di quelli che saranno fra poco i protagonisti di una più vivace attività politica, fra cui il grande scomparso Carlo Rosselli. Ma Giustizia e Libertà, in realtà, esisteva già in formazione un po’ sparsa in varie parti d’Italia. A Firenze, attorno al gruppo "Non mollare” di Salvemini, erano i fratelli Rosselli, Ernesto Rossi, Nello Traquandi e altri. A Milano, attorno a Ferruccio Parri e Riccardo Bauer che avevano avuto già un’attività democratica culturale, erano alcuni giovani intellettuali e socialisti provenienti dal partito socialista. A Torino, attorno ai giovani venuti con "Rivoluzione Liberale” di Piero Gobetti, fra cui il più in vista Carlo Levi, erano quelli che erano stati allievi di Augusto Monti al liceo D’Azeglio, e qualche altro intellettuale e operaio. A Roma, era notevole, anche numericamente, il gruppo giovanile repubblicano, con Baldazzi, Gioacchino Dolci, Fausto Nitti, Giuseppe Bruno, Dante Gianotti. E poi la parte più attiva del Partito Sardo d’Azione, di cui Piero Gobetti parlava già nel manifesto di "Rivoluzione Liberale”, che aveva, con Francesco Fancello e Stefano Siglienti, un centro continentale a Roma, collegato a Firenze e a Milano. E infine qualche isolato liberale o democratico, come A. Tarchiani e A. Cianca già in esilio, e qualche altro isolato in più parti d’Italia. V’erano certamente, e in città e in provincia, centinaia di isolati o piccoli gruppi, ma si ignoravano tra di loro e noi stessi li ignoravamo. Giustizia e Libertà come noi la costituimmo dopo la fuga da Lipari nei mesi di agosto, settembre, ottobre del 1929, si riferiva a questi vari gruppi e ad essi si legava. Ci univa tutti una comune totale rivolta morale, ideale, politica e sociale contro il fascismo e i suoi sostegni. Eravamo, può darsi, animati da quello spirito che traspare dalla esposizione sintetica politica che ci ha voluto fare oggi il professor Bobbio. Mentre a Parigi la Concentrazione, già costituitasi nell’aprile del 1927, si poteva considerare attraverso gli elementi che la formavano - i due partiti socialisti, uno riformista, l’altro massimalista, il partito repubblicano, la Confederazione generale italiana del lavoro, la Lega dei diritti dell’uomo - una specie di continuazione dell’Aventino, noi di Giustizia e Libertà non lo eravamo. E questo è fondamentale. Questi gruppi che ho elencato cosi affrettatamente poc’anzi, pur avendo partecipato all’Aventino e avendo riconosciuto all’Aventino una superiore e utile intransigenza morale di fronte al fascismo, avevano sempre negato all’Aventino stesso la giustezza della sua posizione polemica verso il fascismo. Mentre l’Aventino giocava tutte le sue carte antifasciste sul re, noi era sul popolo, e solo sul popolo, che fondavamo le speranze della liberazione. Mentre i continuatori dell’Aventino, uomini e maestri di vita morale a tutti noi di qualunque partito -cito fra i massimi, Turati, Treves, Modigliani, Buozzi, Baldini-, credevano, anzi ne erano sicuri e il presidente Nitti rafforzava questa fiducia, che Mussolini sarebbe caduto fra un mese o fra due, noi... [ continua ]

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